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Trevignano Romano, Roma, venerdì 15 aprile 2011

Bevevano i nostri padri? E noi che figli siamo beviamo (di meno, ma meglio)

di Enzo Merlina

 

 

Vinitaly 2011: il Lazio c'è - la Tuscia anche, eccome!

 

 

 

Consumi interni in calo, boom delle esportazioni: è la fotografia in chiaroscuro del vino italiano scattata al Vinitaly , la più importante manifestazione mondiale del Settore Enologico, la cui edizione numero 45 si è appena conclusa alla Fiera di Verona.

 

 

Il mondo sembra non stancarsi mai del Made in Italy anche nel calice, decretando il trionfo del Prosecco (che presto potrebbe superare in termini di volume sua maestá lo Champagne), del Barolo, del Nero d’Avola, del Brunello di Montalcino, del Cesanese sulle tavole di tutti i Continenti.

 

E se i tradizionali importatori (Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Svizzera) sono sempre là, ecco arrivare anche i Paesi più lontani, che solo da poco si sono aperti al nettare di Bacco, come Cina, Giappone, Hong Kong, Brasile, Russia, a incrementare la domanda.

 

Ma siccome “nemo propheta in patria” ecco che proprio in Italia i nostri vini soffrono, a causa della crisi economica dura a morire, dello spostamento dei consumi su altri prodotti, delle nuove norme del codice della strada, degli stili di vita più salutistici, che hanno finito per demonizzare l’alcol e purtroppo anche il vino, il cui consumo è attualmente di 43 litri pro-capite (era di quasi 100 litri negli anni '70).

 


In questo quadro contraddittorio esce però bene il Lazio, il cui padiglione alla Fiera di Verona è stato quest’anno tra i più vivaci e frequentati.

 

Si respira un’aria nuova nella nostra Regione, per troppo tempo considerata – non sempre a ragione – terra di vini poco impegnativi e di qualità non eccelsa, anche a causa della presenza di Roma, metropoli sempre assetata da vino economico che non stimolava obiettivi più ambiziosi.

 

Sembra invece arrivata l’ora della riscossa, anche grazie a un mercato che, dopo decenni di sopravvalutazione di vini pieni di legno e di alcol e di gusto spiccatamente internazionale, finalmente sembra orientarsi verso prodotti più leggeri e identitari.

 

Da qui il motto scelto dalla nostra Regione per l’Edizione 2011 del Vinitaly: “In Lazio veritas”.

 

Centoquattro le aziende che, sotto la guida dell’ARSIAL, l’Agenzia Regionale per l’Agricoltura, hanno presentato i loro prodotti a buyer, giornalisti, ristoratori e al grande pubblico, venticinque delle quali provenienti dalla Tuscia, seconda Provincia per numero di presenze dopo quella di Roma, con 51.

 


La Tuscia è ormai da anni un territorio trainante del movimento laziale, un mosaico di vitigni, aromi e caratteristiche organolettiche che da vari anni hanno trovato anche interpreti all’altezza in alcuni produttori leader.

 

Non dimentichiamoci infatti che appartengono alla Provincia di Viterbo le due cantine più premiate del panorama enologico laziale: Falesco, azienda di proprietà del grande winemaker Riccardo Cotarella, la cui cantina è per la verità a Orvieto, ma i cui vigneti più pregiati, quelli che danno vita ai vini più ambiziosi, si trovano a Montefiascone; e Sergio Mottura, che con il suo elegantissimo Latour a Civitella, uno dei vini a base Grechetto migliori del Centro Italia, fa da anni incetta di premi nelle guide specializzate.

 


Come detto la Provincia di Viterbo è una terra baciata dal dio Bacco, grazie alle condizioni climatiche favorevoli e ai terreni adatti.

 

Grande la varietà enologica: le doc “marine” Tarquinia e Cerveteri danno vita a vini bianchi, rosati e rossi leggeri ed eleganti, dalla spiccata sapidità e con una componente di macchia mediterranea che è la dote delle vicinanza del Tirreno.

 

Queste due doc si trovano a cavallo delle Province di Viterbo e Roma, ma è nel territorio di quest’ultima che hanno sede le aziende più rinomate come Casale Cento Corvi e La Rasenna.

 

L’azienda più valida nella Provincia di Viterbo forse è Sant’Isidoro a Tarquinia.

 


La doc più tradizionale del vino viterbese è l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, un vino bianco secco e sapido al cui nome è legata una delle storie più curiose del vino italiano, quella di Martino, coppiere del Vescovo Johannes Defuk sulla strada per Roma al seguito di Enrico V di Germania.

 

Johannes era un intenditore di vini e sguinzagliava in avanscoperta Martino a caccia di prodotti buoni.

Martino doveva scrivere sulla porta della cantina Est! per segnalare un assaggio valido, così che il Vescovo sapesse già dove fermarsi.

Quando l’alacre coppiere si imbattè nel bianco di Montefiascone, tale fu il suo entusiasmo da griffare con ben tre Est (ciascuno seguito da un numero crescente di punti esclamativi) la porta della locanda.

 

Tra i prodotti da assaggiare il Poggio del Cardinale di Leonardi e un vino rosso quasi leggendario, il Montiano da uve Merlot prodotto dalla Falesco, vino di eleganza e rotondità eccezionale.

 


Le altre doc locali sono quella dei Colli Viterbesi, la Orvieto e la Vignanello.

 

Ma è forse dalla zona di Civitella di Agliano che arrivano i prodotti più interessanti, grazie al particolarissimo terreno argilloso di un territorio caratterizzato dagli spettacolari calanchi.

 

Qui l’eccezionale territorio è stato di recente messo a frutto da un manipolo di produttori illuminati.

 

Il primo e più noto è Sergio Mottura, che ha scelto l’istrice come effigie nelle etichette dei suoi prodotti di altissimo livello: due versioni di Grechetto di eccezionale classe, un Orvieto bianco, due rossi di stampo internazionale.

 

A Mottura si sono affiancati negli anni Paolo e Noemia d’Amico (da provare lo Chardonnay Falesia), Isabella Mottura (che dà però il meglio di sé nei rossi molto femminili, come il Merlot Akemi e il Montepulciano Amadis), Trappolini (il cui vino di punta è certamente il Paterno, da uve Sangiovese vinificate in purezza), La Pazzaglia e Tre Botti.

 


Prodotto di nicchia della Tuscia del vino è infine l’Aleatico di Gradoli, prodotto nelle colline sulla sponda Nord-Est del Lago di Bolsena.

 

Un vino prodotto dall’omonima uva sia in versione normale (dalla gradazione di almeno 12) sia in quella liquorosa (minimo 17,5), che ha un profumo aromatico e complesso e in bocca si rivela vellutato, fine di una dolcezza mai stucchevole che lo rende perfetto per l’abbinamento con la pasticceria locale per lo più a base di frutta secca.

 

Buon campione ne è il Drago del Polo prodotto dall’azienda Charlotte Puri.

È proprio il caso di dire: dulcis in fundo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Subiamo quotidianamente un'informazione di massa che cerca di imporci estrema soggettività nella selezione di ciò che va reso pubblico o meno e palesi prese di posizione di parte nel pubblicato: in pratica una sistematica manipolazione indotta che non lascia spazio ad alcun confronto, discussione, percezione né diversa o - perché no - opposta visione della realtà.

 

Nel nostro piccolo intendiamo innanzitutto contribuire a "ridare volto" ad un pezzo di terra laziale dimenticato e "dare voce" a chiunque vi appartenga: un progetto indubbiamente ambizioso, realizzabile solo attraverso la collaborazione di chiunque si senta e sia libero, indipendente, auto-controllato ed aperto al cambiamento nei propri pre-giudizi.

 

Per questo non accetteremo né eserciteremo censura (ma neppure tollereremo faziosità!), pretendendo in cambio null'altro che veridicità dei fatti ed onestà intellettuale nell’esporli, affinché avvenimenti, denunce e idee possano assumere la connotazione oggettiva più accettabile e condivisibile, su cui impostare auspicabili confronti.

 

Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che  - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.

 

Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.

 

Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.

 

Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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