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Spalato, Croazia, domenica 10 aprile 2011  

“Fascismo sì” - “Fascismo no!” - “Fascismo boh...”
NO ad ogni tentativo di reinstaurazione di qualsiasi variante di “Dittatura della Maggioranza”!
Grazie, noi Italiani abbiamo già abbondantemente dato...

di Luciano Russo, a 65 anni dalla nascita

 

 

L'attuale è il secondo tentativo, a distanza di un secolo, di instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia:   la nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo!  (Grafica della Redazione)

 


Il Manifesto degli intellettuali fascisti

 

Redatto durante i lavori del "Convegno per la cultura fascista" a Bologna il 29 e 30 marzo 1925 e pubblicato su "Il Popolo d'Italia", organo del Partito Nazionale Fascista, come su quasi tutta la stampa italiana, il successivo 21 aprile, Natale di Roma.
 

Viene comunicato alla stampa che il Manifesto sia stato firmato "dai presenti", vale a dire oltre quattrocento intellettuali partecipanti al Convegno, ma a comunicare la propria adesione ne sono duecentocinquanta.
Il Manifesto è un tentativo di indicare le basi politico-culturali dell'ideologia fascista e allo stesso tempo di giustificare, in chiave liberale, quanto di illiberale e violento fatto dal Movimento Fascista prima e dal Governo Mussolini poi.

 

A firmarlo tra gli altri:
Bruno Barilli, Luigi Barzini senior, Antonio Beltramelli, Vittorio Cian, Guelfo Civinini, Ernesto Codignola, Salvatore Di Giacomo (l'adesione di Di Giacomo fu causa della rottura tra il poeta napoletano e Benedetto Croce, che di lì a poco risponderà al proclama fascista col Manifesto degli intellettuali antifascisti), Pericle Ducati, Francesco Ercole, Luigi Federzoni, Giovanni Gentile, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ferdinando Martini, Ernesto Murolo, Ugo Ojetti, Alfredo Panzini, Salvatore Pincherle, Luigi Pirandello (non presente al convegno, comunicò la sua adesione per lettera), Ildebrando Pizzetti, Corrado Ricci, Vittorio G. Rossi, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Arrigo Solmi, Ugo Spirito, Giuseppe Ungaretti, Gioacchino Volpe e Guido da Verona

 

“Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre.


Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da un punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma di sacrifici, di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in proporzione del danno sofferto, donde una presuntuosa e minacciosa contrapposizione dei privati allo Stato, un disconoscimento della sua autorità, un abbassamento del prestigio del Re e dell'Esercito, simboli della Nazione soprastanti agli individui e alle categorie particolari dei cittadini e un disfrenarsi delle passioni e degl'istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di rivolta a ogni legge e disciplina.


L'individuo contro lo Stato; espressione tipica dell'aspetto politico della corruttela degli anni insofferenti di ogni superiore norma di vita umana che vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei singoli.


Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà ma tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione perciò e missione.


Di qui il carattere religioso del Fascismo.


Questo carattere religioso e perciò intransigente, spiega il metodo di lotta seguito dal Fascismo nei quattro anni dal '19 al '22.


I fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove entrarono, piccolo nucleo, con le elezioni del 1921. Lo Stato costituzionale era perciò, e doveva essere, antifascista, poiché era lo Stato della maggioranza, e il fascismo aveva contro di sé appunto questo Stato che si diceva liberale; ed era liberale, ma del liberalismo agnostico e abdicatorio, che non conosce se non la libertà esteriore.


Lo Stato che è liberale perché si ritiene estraneo alla coscienza del libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all'attività dei singoli.


Non era perciò, evidentemente, lo Stato vagheggiato dai socialisti, quantunque i rappresentanti dell'ibrido socialismo democratizzante e parlamentaristico, si fossero, anche in Italia, venuti adattando a codesta concezione individualistica della concezione politica.


Ma non era neanche lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel periodo eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall'opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gl'individui si erano in diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro l'indipendenza e l'unità.


Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch'esso con la forza della sua idea la quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del '31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la "Giovane Italia" di Giuseppe Mazzini).


Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato dai fascisti con gioia di cuore esultante!


E cominciò a essere, come la "Giovane Italia" mazziniana, la fede di tutti gli Italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento.


Fede, come ogni fede che urti contro una realtà costituita da infrangere e fondere nel crogiolo delle nuove energie e riplasmare in conformità del nuovo ideale ardente e intransigente.


Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso del sacrificio consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che potesse giustificarlo: la vita e la grandezza della Patria.


Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria.


Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato.


Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l'insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province, marciarono su Roma.


La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l'ammirazione e infine il plauso universale.


Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua unanimità entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per la coscienza della vittoria già riportata e della nuova onda di fede ristoratrice venuta a rianimare la Nazione vittoriosa sulla nuova via faticosa della urgente restaurazione della sue forze finanziarie e morali.


Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni.


Ed è scintilla di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a ciò che è universale ed immortale, è rispetto della legge e disciplina, è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che si instaura con la rinuncia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità irragionevole e dissipatrice.


È concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni.”
 

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L'attuale è il secondo tentativo, a distanza di un secolo, di instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia:   la nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo!  (Grafica della Redazione)

 

 

Il Manifesto degli intellettuali antifascisti

 

In risposta al Manifesto di Giovanni Gentile, Giovanni Amendola già il 20 aprile 1925 invita Benedetto Croce a redigere il (Contro)Manifesto degli intellettuali antifascisti, poi pubblicato sul quotidiano "Il Mondo" una prima volta il successivo 1º maggio e ancora il 10 e 22 maggio.

Alla data di pubblicazione del Manifesto degli intellettuali fascisti nel giorno del Natale di Roma, 21 aprile, il Manifesto degli intellettuali antifascisti contrappone anche la data della propria pubblicazione, il 1º Maggio o "Festa dei lavoratori".
 

Il Manifesto rappresenta la definitiva rottura con il Fascismo del filosofo Benedetto Croce che, da senatore, pur votato la fiducia al Governo Mussolini.
 

A firmarlo tra gli altri:
Filippo Abignente junior, Luigi Albertini, Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Giovanni Amendola, Giovanni Ansaldo, Vincenzo Arangio-Ruiz, Antonio Banfi, Sem Benelli, Roberto Bracco, Piero Calamandrei, Emilio Cecchi, Cesare De Lollis, Floriano Del Secolo, Guido De Ruggiero, Gaetano De Sanctis, Francesco De Sarlo, Tommaso Gallarati Scotti, Luigi Einaudi, Giorgio Errera, Giustino Fortunato, Eustachio Paolo Lamanna, Giorgio Levi Della Vida, Carlo Linati, Attilio Momigliano, Rodolfo Mondolfo, Eugenio Montale, Gaetano Mosca, Ugo Enrico Paoli, Giorgio Pasquali, Giuseppe Rensi, Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini, Matilde Serao, Adriano Tilgher, Vito Volterra, Umberto Zanotti Bianco


 

“Gl'intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl'intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista.


Nell'accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagl'intellettuali tedeschi; un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.


E, veramente, gl'intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell'arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l'iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l'opera dell'indagine e della critica e le creazioni dell'arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.


Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.


E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.


Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l'atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l'antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell'avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l'opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl'individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l'unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi.


E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso che si fa della parola "religione"; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l'odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani.


Chiamare contrasto di religione l'odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell'atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l'animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l'antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un'assai lugubre facezia.


In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d'altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all'autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.


E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un'originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo.


Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l'anima dell'Italia che risorgeva, dell'Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l'educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento.


Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.


La nostra fede non è un'escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale.


Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d'Italia fu l'opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d'Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.


I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.


Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.


Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell'inerzia e nell'indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici.


Anche oggi, né quell'asserita indifferenza e inerzia, né gl'inadempimenti che si frappongono alla libertà, c'inducono a disperare o a rassegnarci.


Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d'intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.


E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l'Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.”

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L'attuale è il secondo tentativo, a distanza di un secolo, di instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia:   la nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo!  (Grafica della Redazione)

 

 

Il Manifesto del Movimento dei "responsabili" (?)
 

I cosiddetti "responsabili" dell'Onorevole Domenico Scilipoti - deputato dell'Italia dei Valori passato alla maggioranza il 14 settembre 2010, giorno della fiducia al Governo Berlusconi - ricopiano integralmente dal "Manifesto degli intellettuali fascisti" di Giovanni Gentile del 1925.
 

Dal manifesto fascista di 86 anni fa (!) riportano intere frasi nel proprio manifesto del "Movimento Responsabilità Nazionale 1" Anno Domini 2011:

1925 "Il fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione Italiana"

2011 "Responsabilità Nazionale è il movimento recente ed antico dello spirito italiano, internamente connesso alla storia della Nazione Italiana"

1925 "... politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto"

2011 "... politica morale. Una politica che sappia coinvolgere l’individuo a un’idea in cui esso possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà, il suo futuro e ogni suo diritto"

1925 "... riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni"
2011 "...
riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà
"
1925 "
È concezione austera della vita (...) duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni"
2011 "
... è concezione austera della vita, non incline al compromesso, ma duro sforzo per esprimere i propri convincimenti facendo sì che alle parole seguano le azioni".

No comment!

 

 

Responsabilità Nazionale è il movimento recente ed antico dello spirito italiano, internamente connesso alla storia della Nazione Italiana.


Responsabilità è la non dispersione del valore morale degli italiani, responsabilità è tenere a cuore la nostra Patria, forte e unita, liberale e tollerante, fiera e cosciente, laboriosa e civile, ospitale e pacifica, che sappia coniugare nel giusto le sue differenze, un’Italia fatta di uomini liberi e responsabili.


Responsabilità è credere nei diritti certi e non discutibili. Uno Stato più funzionante e meno invadente, senza burocrati e clientele, dove gli italiani si sentano garantiti.


Responsabilità è il riconoscimento dell’autorità dello Stato, non un impoverimento del prestigio delle cariche istituzionali.


Responsabilità è politica morale. Una politica che sappia coinvolgere l’individuo a un’idea in cui esso possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà, il suo futuro e ogni suo diritto.


Responsabilità è la non preclusione ad ogni credo religioso, nel rispetto dell’essere umano, principio fondamentale del Movimento.


Responsabilità è avversità contro la corruzione e contro tutte le mafie.
Responsabilità è un’Italia che guarda al sociale con rinnovata democrazia, riguardosa della dignità di ogni persona, consapevole della funzione fondamentale educativa e sociale della famiglia.


Responsabilità è dare maggiore riconoscimento allo sviluppo economico investendo sulle “intellighentie” e le imprese con particolare attenzione a quelle medio piccole, in una Italia bramosa di rinnovamento.


Responsabilità di Patria è la riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà.


Responsabilità è severità verso chi non osserva le leggi. Riguardosa della sicurezza dei cittadini, intollerante verso sfruttatori, evasori, criminali e quanti intendano sovvertire l’ordine dello Stato.


Responsabilità è cambiare le leggi di potenti lobby che consentono a Banche e Società Finanziarie di emanazione bancaria, di esercitare l’arbitrio su imprese e cittadini, depredandoli dei loro beni, risparmi e stipendi.


Responsabilità è creare un organismo istituzionale che riconosca le Medicine non Convenzionali, inserendole nei LEA e nelle strutture del SSN.


Responsabilità è la politica del non conflitto e propaganda, orientata a valori e programmi per garantire l’interesse nazionale.


Responsabilità è avere il senso della Patria e dello Stato, ed unire tutte le forze liberali e riformiste, popolari e socialdemocratiche, governate da un unico obiettivo. Il popolo italiano prima di ogni interesse di partito.


Responsabilità è concezione austera della vita, non incline al compromesso, ma duro sforzo per esprimere i propri convincimenti facendo sì che alle parole seguano le azioni.”

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Costituzione della Repubblica Italiana

 

"Disposizioni Transitorie e Finali

 

XII

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

In deroga all'Articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista."

 

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"Via dalla Costituzione la Dodicesima Disposizione Transitoria e Finale che vieta la riorganizzazione del Partito Fascista

 

A chiederlo è un Disegno di Legge Costituzionale presentato in Senato da Cristiano De Eccher del PdL (anticipato dall'AGI venerdì scorso).

Cofirmatari sono i tre Senatori del PdL Fabrizio di Stefano, Francesco Bevilacqua e Achille Totaro, e il collega di Futuro e Libertà Egidio Digilio.

 

Il testo, dal titolo 'Abrogazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione', è stato depositato a Palazzo Madama il 29 marzo e annunciato in Aula il giorno seguente, ma non è ancora stato assegnato a una Commissione per l'inizio dell'esame.


Dura la reazione del Presidente Renato Schifani.

 

Il Presidente è rimasto sorpreso ed esterrefatto, a quanto si è appreso.

E pur nel rispetto delle loro prerogative costituzionali, avrebbe auspicato che i firmatari della proposta possano rivedere la loro iniziativa.


Ha invece difeso il DDL uno dei cofirmatari, Francesco Bevilacqua.

"Sono passati 65 anni e che 'transitoria' e'?", contattato telefonicamente, "da transitoria sta diventando definitiva".

 

Da qui, secondo i Senatori, l'esigenza di cancellare la norma.

Il comma di cui si chiede l'abrogazione è il primo.

"È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista", si legge.

I padri costituenti aggiunsero poi un secondo comma, nel quale si stabilirono per un massimo di cinque anni dall'entrata in vigore della Costituzione "limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilita' per i capi responsabili del regime fascista".
 

Sulla base del primo comma, nel 1952 fu approvata la 'legge Scelba' che sanci' il reato di 'apologia del fascismo'.
 

L'opposizione ha fatto muro.

 

"Trovo molto grave e offensivo per la storia del Paese e della Repubblica e per la nostra democrazia che il PdL voglia abolire, attraverso un disegno di legge, il reato di apologia del fascismo", ha commentato Anna Finocchiaro.

"Sarebbe l'ennesimo piccolo gesto mirato, sistematico ma molto significativo, che il PdL sta usando per distruggere i pilastri della nostra Costituzione", ha aggiunto.
 

"La nostra Repubblica nasce dalla lotta contro il fascismo", ha ricordato anche Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del PD, "qualsiasi apologia di quel regime è inaccettabile, qualsiasi tentativo di sterilizzare il reato di apologia del fascismo lo è altrettanto".

 

E di "ennesimo atto di provocazione" ha parlato Roberto Zaccaria.

 

Sulla stessa linea l'IdV.

 

"È il chiaro tentativo di fare a pezzetti la nostra Costituzione: dopo i tentativi di modifica su giustizia e imprese, per fortuna ancora in Commissione, ora si propone di cancellare uno dei punti simbolo della Carta.

Mi chiedo, a questo punto, a quando i DDL che aboliscono il 25 aprile e il primo maggio", ha dichiarato il capogruppo dell'Italia dei Valori in Senato, Pancho Pardi.

Ha respinto le critiche il Ministro Gianfranco Rotondi.

 

"Non c'è nessuna volontà né del Governo né del PdL di promuovere l'abolizione del reato di apologia del fascismo", ha assicurato.

"Il PD eviti polemiche strumentali che diano anche solo la sensazione che le forze politiche si dividano anche sull'antifascismo, che è valore fondante della nostra democrazia".

 

(Roma, 5 aprile 2011 - AGI)

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"Sul Fascismo e la XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione Repubblicana
 

di Franco Astengo e Giovanni Burzio, 3 aprile 2011, da www.paneacqua.eu


Approfondimento

 

Da qualche mese l'ANPI Provinciale di Savona ha lanciato l'iniziativa "Adotta un articolo della Costituzione" attraverso la quale soggetti singoli o associati (Partiti, Associazioni, ecc.) possono adottare un Articolo della Costituzione Repubblicana, sviluppando iniziative di vario tipo al fine di approfondirne significato e conoscenza.

In occasione dell'iniziativa
"Adotta un articolo della Costituzione" lanciata dall'ANPI di Savona tra il 2010 ed il 2011, abbiamo adottato la XII Disposizione Transitoria della nostra Carta Fondamentale che riguarda il Divieto di Ricostituzione del Partito Fascista.
 

Una indicazione che ha avuto, nel corso del Dopoguerra, punti di interpretazione molto complessi allorquando sulla scena politica sono comparsi prima il MSI, ottenendo subito fin dal 1948 una rappresentanza parlamentare, poi altri movimenti (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Fiamma Tricolore, Forza Nuova, tanto per citare i principali) che facevano esplicito riferimento all'ideologia e alla prassi politica del Regime.


Il nostro intento è quello di alimentare una necessaria memoria storica su ciò che il Fascismo è stato ed ha rappresentato nella storia d'Italia, al fine di evitare per quanto possibile quei fenomeni di pericoloso revisionismo storico che pure si stanno manifestando con intensità, in particolare negli ultimi tempi, prendendo soprattutto a bersaglio la Resistenza.


Abbiamo così pensato alla stesura di un testo che ricostruisse, sia pure sommariamente, la storia del Fascismo, essenzialmente dal punto di vista dello sviluppo politico del Movimento con particolare attenzione ai temi del Totalitarismo, al fine di dimostrare l'assoluta necessità del mantenimento della Norma in questione.


Il nostro lavoro si è così sviluppato ricostruendo parte della storia d'Italia dalla fine della Prima Guerra Mondiale alla Liberazione per poi, in una parte conclusiva occuparsi specificatamente di come furono abbattute, fin dal 25 Luglio 1943 le Istituzioni del Fascismo, come nacque giuridicamente e politicamente la XII Disposizione Transitoria della Costituzione, le sue forme di applicazione legislativa e giuridica, la natura del MSI e la realtà della presenza istituzionale di questo Partito almeno fino al tentativo di inserimento nell'area di Governo svolto da Tambroni nel 1960 e le ragioni, appunto, che stanno alla base del permanere di questa Norma di cui ci stiamo occupando.


Un lavoro sicuramente incompleto, ma che ci è parso necessario compilare, affidandolo all'ANPI di Savona perché ne curi la diffusione fra gli Antifascisti.
 

Andiamo, quindi, per ordine.

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L'esito della Prima Guerra Mondiale


La lotta guidata dalla Gran Bretagna e dalla Francia, da un lato e dalla Germania dall'altro per l'egemonia mondiale, culminata nel terribile conflitto del 1914-18 si era conclusa con una schiacciante vittoria dell'Intesa; ma la vittoria non poteva nascondere che in realtà il vecchio continente usciva dalla guerra in una posizione di dipendenza economica e finanziaria da quella che non solo era ma ora appariva anche essere la prima potenza del mondo: gli Stati Uniti, i salvatori delle pericolanti fortune dell'Intesa del 1917.
 

Le perdite che le parti contrapposte avevano subito erano state spaventose.
 

Secondo le attendibili stime fatte dal Dipartimento della Guerra degli USA, i morti ammontavano a 8.538.315.


Di questi, quelli del campo alleato erano : 1.700.000 per la Russia, 1.357.800 per la Francia, 908.371 per la Gran Bretagna (incluse le forze dell'Impero), 650.000 per l'Italia, 126.000 per gli USA, 335.706 per la Romania, 45.000 per la Serbia; in totale, compresi anche la Grecia, il Portogallo e il Montenegro, il campo antitedesco aveva perduto 5.152.115 uomini.
 

Le perdite dello schieramento raccolto intorno alla Germania ammontavano a 3.386.200 così suddivise: 1.773.700 per la Germania, 1.200.000 per l'Austria-Ungheria, 325.000 per la Turchia, 87.500 per la Bulgaria.


Ai morti andavano aggiunti per entrambi i campi ben 21.219.452 feriti.
 

I mobilitati erano stati 65.038.810, con un massimo per la Russia di circa 12 milioni e per la Germania di 11 milioni.

 

L'Italia aveva mobilitato 5.615.000 uomini, la Francia quasi 8 milioni e mezzo, la Gran Bretagna (incluso l'Impero) quasi 9 milioni.
 

Come si vede, l'Europa aveva subito perdite assolutamente micidiali.
 

E non basta a questo punto tenere presente soltanto il numero dei morti e feriti; bisogna pensare che questi erano nella quasi totalità uomini tra i 20 ed i 40 anni.
 

La loro scomparsa o invalidità significava la perdita di enormi energie umane, fisiche e intellettuali.
 

Accanto alle perdite umane, fonte di tante sofferenze morali, vi era poi la perdita di gigantesche quantità di beni materiali.


I trasporti, i macchinari delle aziende erano stati sottoposti ad una usura continua, senza la possibilità di provvedere adeguatamente al loro rinnovo.


I bilanci di tutti gli Stati europei erano più o meno dissestati, i debiti fortissimi.
 

Gli stessi Paesi vincitori erano in debito soprattutto con gli Stati Uniti.
 

Inoltre la guerra aveva modificato profondamente le correnti del commercio internazionale, creando condizioni di debolezza per l'Europa.
 

I Paesi dell'Intesa, mentre crollava il commercio intereuropeo, avevano aumentato in modo fortissimo le proprie importazioni specie dalle Americhe, senza poterle pareggiare con le proprie importazioni.


I due Stati che trassero maggior profitto da questa "eclissi" dell'Europa furono le grandi potenze extraeuropee: Stati Uniti e Giappone.

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Le tensioni sociali nell'immediato Dopoguerra
 

Alle divisioni tra Stati vincitori e Stati vinti, ai problemi derivanti dalla "balcanizzazione" dell'Europa centro-orientale, con la formazione di Stati deboli e satelliti, si aggiungeva la grande frattura derivante dalla nascita della Russia bolscevica, considerata dalle borghesie di tutti i Paesi come una minaccia da eliminare il più presto possibile.


Senonché la Russia bolscevica e la sua rivoluzione agivano, con richiami potenti su notevoli strati del proletariato occidentale, che attribuivano ai ricchi, ai capitalisti, la responsabilità della guerra, delle sue immense sofferenze e distruzioni.


Quindi la crisi economica nei Paesi Europei assunse il carattere di una grande crisi politica, di una acuta lotta di classe, di una divisione profonda tra i gruppi e le classi sociali.
 

Una parte importante delle forze socialiste si diede un'ideologia e obiettivi apertamente rivoluzionari che in Germania, Ungheria e Italia provocarono veri e propri tentativi di rivoluzione o crisi vicine alla rottura dell'ordine costituito.


Le stesse organizzazioni socialiste riformiste, che rifiutavano il bolscevismo e la prospettiva rivoluzionaria, accentuarono però fortemente la loro pressione per ottenere riforme politiche e sociali.


Le ideologie liberali, entrate già in crisi tra la fine dell'Ottocento e il 1914, subirono dovunque una eclissi profonda.


L'interventismo statale nell'economia ed il rafforzamento dell'esecutivo avevano giganteggiato in guerra e rimasero più che mai in vigore: la borghesia mise in soffitta le tradizionali rivendicazioni volte a limitare il potere di intervento dello Stato, chiedendo, anzi, il deciso intervento di uno Stato forte in tutte le questioni sociali, in difesa dei propri interessi.


Ma dire intervento dello Stato significava dire rafforzamento dei poteri burocratici, i cui vertici rimanevano privilegio delle classi alte.


Anche i Partiti tesero sempre più alla centralizzazione; ed erano ora più saldamente controllati dalle loro burocrazie e direzioni.


A mano a mano che la loro base di massa e i corpi elettorali aumentavano, il rapporto con gli iscritti ed i simpatizzanti tendeva a stabilirsi sulla base di parole d'ordine semplificate che facevano appello in misura crescente all'emotività.


Un'importanza sempre maggiore in questo quadro aveva la stampa.


I grandi organi di informazione, fatta eccezione per quelli del movimento operaio, nella gran parte erano controllati direttamente dalla grande finanza e dalla grande industria, che li usava come propri strumenti di influenza presso i governi e per orientare in modo ad essi favorevoli le masse.


L'informazione veniva così ridotta a "industria dell'opinione", soggetta alla gestione e alla volontà dei grandi monopoli.


Un'altra componente della reazione antisocialista furono i movimenti, variamente caratterizzati, del nazionalismo piccolo-borghese.


In Francia, Germania, Italia, Austria, Ungheria, Polonia e, in misura minore, anche in Gran Bretagna, soprattutto nelle file della piccola borghesia, presero piede ideologie nazionalistiche che individuavano nella violenza il mezzo per risolvere i contrasti sociali.
 

Se in Francia i nazionalisti agitavano orgogliosamente i frutti copiosi della vittoria, se in Italia alimentavano invece il fuoco dell'insoddisfazione per una vittoria "mutilata", nei Paesi vinti come la Germania essi chiamavano alla rivolta contro le pace ingiusta e mitizzavano le glorie di un esercito mai sconfitto sul campo, tradito invece all'interno dai "disfattisti" in primo luogo i Socialisti.


Per acquistare prestigio tra le masse e dando sfogo alla propria miseria materiale accentuata dalla crisi economica e all'indignazione verso i grandi profittatori di guerra, i nazionalisti piccolo-borghesi vagheggiavano di una società in cui anche il grande capitale fosse soggetto agli interessi nazionali.


Altro tratto comune, già messo in evidenza prima della Guerra Mondiale, erano l'antiparlamentarismo e l'antiliberalismo, poiché Parlamento e libertà politiche e civili erano considerati quali responsabili dell'ascesa del Socialismo e del " caos" sociale.
 

Infine, soprattutto in Francia, Germania, Austria, Polonia i nazionalisti erano accesamente antisemiti e denunciavano gli Ebrei come elementi antinazionali al pari dei marxisti.
 

La Patria, L'Ordine e la Famiglia (in Francia, Austria e Polonia anche la Religione) costituivano le grandi autorità da ristabilire nella società in disgregazione.
 

Strati influenti della grande borghesia e dei poteri dominanti compresero ben presto che nelle anime confuse di questi movimenti, quella essenziale non era quella anticapitalistica bensì l'antisocialistica e antirivoluzionaria, e si apprestarono a utilizzarla per i propri scopi di conservazione, con aiuti finanziari e protezioni.

 

Le aspettative delle grandi borghesie non furono deluse, poiché in effetti la piccola borghesia autoritaria e violenta sempre più mise a tacere l'anima anticapitalistica accentuando quella antisocialista, contro sia il riformismo che il rivoluzionarismo.
 

In Germania come in Italia la crisi del potere delle classi dirigenti non coinvolse però tanto il potere in se, quanto piuttosto le forme e le tecniche del potere.


In questo quadro va collocato il fallimento dei tentativi rivoluzionari e il successo finale delle forze socialmente conservatrici che poterono contare sugli effetti dell'azione dei movimenti piccolo-borghesi nazionalisti in chiave anti-socialista.


Le forze rivoluzionarie sopravvalutarono la crisi del capitalismo europeo in due sensi.
 

Il primo errore di valutazione fu quello di ritenere che la perdita di peso del capitalismo europeo fosse tale da determinare il tramonto del sistema stesso (teoria "crollista").
 

Il secondo fu quello di scambiare la crisi istituzionale soprattutto in Germania ed in Italia come la crisi del potere in se della borghesia e della conservazione.


Un elemento di grande importanza nel successo della strategia controrivoluzionaria della borghesia in Paesi come la Germania e l'Italia fu la divisione del movimento operaio, divisione che a sua volta va considerata come un aspetto della forza egemonica complessiva delle classi dirigenti.


Le tendenze rivoluzionarie sia in Germania sia in Italia, rimasero sempre fortemente minoritarie e lo scacco cui andarono incontro entrambe le tendenze del movimento operaio, quella riformistica e quella rivoluzionaria, fu totale.

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L'Italia tra "vittoria mutilata" e "biennio rosso"

 

Per uno strano paradosso apparente, l'Italia uscì dal grande conflitto mondiale da un lato come una delle grandi potenze vittoriose, dall'altro in preda a una crisi di enorme portata.
 

Il paradosso sta nel fatto che, mentre all'esterno figurava come uno dei "grandi vincitori", in realtà il nostro Paese si trovò nelle condizioni socio-politiche di un Paese vinto.
 

Lo sforzo che gli Italiani avevano sostenuto durante la guerra era stato gigantesco se considerato dal punto di vista delle potenzialità interne ma, al tavolo della pace, i veri "grandi europei" e gli statunitensi trattarono l'Italia non da pari a pari bensì come una potenza di secondo rango, gettando in uno stato di profonda frustrazione i gruppi che avevano voluto e sostenuto l'intervento in guerra.


Inoltre, a differenza che in Francia e in Gran Bretagna, le masse popolari non avevano sentito affatto la guerra come una guerra nazionale e patriottica, bensì come una fonte di sofferenze ingiustificate volute dalla classe dirigente.


Fu così che la polemica fra "neutralisti" e "interventisti" nel 1919 riprese violenta.
 

Presso gli interventisti espansionisti e in larghi strati borghesi e di ex ufficiali, si diffuse - appunto - quel senso di frustrazione nazionale di cui si è detto e che li portò a ritenere di aver subito una "vittoria mutilata".


I capi nazionalisti inasprirono le tensioni, e D'Annunzio, il "leader" delle "radiose giornate di maggio" contando su una complicità di Comandi Militari e sull'esasperazione nazionalistica degli ufficiali e delle loro truppe, occupò Fiume con reparti militari ribelli, proclamandone l'annessione all'Italia.


Era il primo caso di ribellione nella storia dell'Esercito.


Il Paese si divise tra entusiasti sostenitori di D'Annunzio e coloro, in prima fila i Socialisti, che ne denunciarono l'imperialismo militaristico.


L'atteggiamento, dunque, di fronte ai frutti della vittoria divideva le classi e i gruppi sociali; ma questa divisione non era che un aspetto di una divisione più generale profonda di natura socio-economica.


Il Dopoguerra vide, infatti, la società italiana profondamente mutata.


Anzitutto il bilancio dello Stato mostrava un deficit pauroso: nel 1918-19 il deficit ammontava a 23.345 milioni, mentre nel 1913-14 era di 214 milioni.
 

Il 1921 fu l'anno che segnò una svolta decisiva nella crisi dello Stato liberale.


Fu l'anno in cui emerse chiaramente che la crisi non avrebbe avuto uno sbocco fosse pure di riformismo autoritario, ma di destra.


Nel gennaio, al Congresso di Livorno, maturò la scissione del PSI con la nascita del Partito Comunista d'Italia.


L'influenza dei Comunisti sul proletario rimase, però, inferiore a quella del Partito Socialista e dei sindacati.


Mussolini da canto suo s'era reso esattamente conto che il movimento operaio andava perdendo di slancio e nello stesso gennaio del 1921, secondo la sua tipica tattica opportunistica, fece un'aperta professione di fede nei valori "insostituibili" del capitalismo.
 

La crisi economica nei primi mesi dell'anno fece sentire tutti i suoi effetti.
 

La produzione industriale subì un forte ribasso, seguì una forte disoccupazione, con una decisa volontà degli industriali di puntare su di un abbassamento dei salari.


In questo quadro Giolitti, promotore di una mediazione fra le varie forze politiche e sociali e di leggi che colpivano sul piano fiscale i grandi profitti, era ormai sempre più sgradito agli industriali e agli agrari, i quali invece guardavano con la massima simpatia a Mussolini e alle sue squadre che, nel 1921, mettevano a sacco le sedi delle organizzazioni dei lavoratori.
 

Settori influenti dell'industria e degli agrari concessero forti finanziamenti ai Fascisti.
 

D'altra parte Giolitti non era sostenuto neppure dai Socialisti, che vedevano tutte le tolleranze del Governo verso i Fascisti e le loro imprese.
 

A questo punto Giolitti fece sciogliere le Camere e indisse nuove elezioni, che ebbero luogo nel maggio 1921.


Queste elezioni segnarono la piena accettazione del Fascismo negli schieramenti della classe dirigente e il riconoscimento della loro utilità nella lotto contro il Socialismo.


Come già nelle Elezioni Amministrative del 1920, furono formati "Blocchi Nazionali" per far fronte ai due grandi partiti di massa, e i Fascisti vi furono inclusi da Giolitti, convinto di poterli riassorbire e condizionare.


I Socialisti da 156 seggi scesero a 122; i Comunisti ne ottennero 16; il Partito Popolare salì a 107; i Partiti conservatori di varia sfumatura ottennero 275 seggi (fra cui 35 Fascisti e 10 Nazionalisti).
 

Giolitti rinunciò a favore il Governo, convinto di non disporre del necessario consenso: la caduta, questa volta senza ritorni, del vecchio uomo politico liberale indicava che lo Stato liberale si avviava inesorabilmente verso la sua crisi decisiva.

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L'avvento al potere del Fascismo in Italia


Mussolini entrò per la prima volta al Parlamento come uno dei 35 Deputati Fascisti eletti nei "Blocchi Nazionali".


Egli, alla testa di un movimento che nel 1921 andò depurandosi di certo toni radicaleggianti che ne avevano caratterizzato le origini ideologiche (si pensi ai toni "anticapitalistici"delle riforme indicate nel programma del 1919), raccogliendo nelle sue fila elementi apertamente reazionari, cercò di dare al Fascismo un volto che gli consentisse di svolgere un ruolo in Parlamento.


Mussolini, in sostanza, intendeva a questo punto togliere al Fascismo la caratterizzazione di mera "longa manus" della conservazione, da giocare negli scontri nelle piazze e nelle strade.


Dopo alcune oscillazioni iniziali, giunse a precisare quella che sarebbe stata una linea strategica apprestandosi a raccogliere in sede politica i frutti delle violenze extraparlamentari.


Si diede, così, a stabilire migliori rapporti con il Vaticano, l'Esercito, la Monarchia, rendendosi conto che il Fascismo non avrebbe potuto diventare forza di governo, senza l'accettazione della Chiesa e del Re , dietro di cui stava l'Esercito.


Al Congresso di Roma (novembre 1921) il Movimento Fascista, forte ormai di 2.200 fasci e di oltre 300.000 iscritti, si trasformò in Partito Nazionale Fascista.


Nel suo programma affermava che il Fascismo si presentava come la forza che più di tutte le altre incarnava i "supremi interessi della nazione"; che la difesa dello Stato di fronte agli elementi di disgregazione era suo compito fondamentale; che esso aspirava ormai al governo dell'Italia.


Nei confronti del Parlamento e della Monarchia si esprimeva una minaccia potenziale, nel senso che si sottolineava che la loro funzione era legata alla capacità di difendere i valori nazionali.


Il nuovo Partito si presentava sulla scena con una precisa connotazione: mentre era un Partito presente in Parlamento era l'unico tra i Partiti a disporre di una propria organizzazione armata da far valere, non solo contro il Movimento Operaio ma anche contro il Parlamento che si desse una eventuale maggioranza ostile al Fascismo.


Nell'ottobre del 1922 la crisi precipitò definitivamente.


Giolitti, considerata l'assoluta inconsistenza del Presidente del Consiglio in carica Facta, iniziò trattative in varie direzioni, specie con il Partito Popolare e con i Fascisti, tentando di formare un governo di coalizione con queste forze: Don Sturzo si oppose e Mussolini avanzò la richiesta di sei Ministeri, mirando a far valere tutta la forza del Fascismo e approfittando del disorientamento degli avversari.


La posta era ormai per lui la presa del potere: per creare un ampio consenso alla propria azione da parte degli industriali e della Monarchia, in settembre aveva dichiarato che il Fascismo avrebbe appoggiato una Monarchia forte, e che bisognava dare nuovo spazio all'iniziativa degli imprenditori.


Intanto nel Partito Socialista, che era insieme con i Comunisti l'unica reale forza antifascista, si arrivò ad una nuova scissione dopo quella del 1921, con la formazione del PSU i cui maggiori esponenti erano Turati, Treves, Matteotti.


Mentre uomini come Giolitti e Salandra si illudevano ancora di dare spazio ai Fascisti nel quadro delle Istituzioni liberali, Mussolini strinse i tempi.


Forti di una estesa organizzazione paramilitare, sotto la guida di un "Quadrumvirato" formato da Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi, con la complicità di ampi strati dell'alta burocrazia e delle alte sfere militari i seguaci di Mussolini si concentrarono il 24 Ottobre a Napoli.


Facta si dimise la sera del 26 Ottobre 1922.


Il 27 Ottobre "l'esercito delle Camicie Nere" entrò in azione e dispiegò le sue forze nell'Italia settentrionale e centrale.


Il Re in un primo tempo parve orientato alla Proclamazione dello Stato di Assedio (sera del 27), ma il giorno dopo rifiutò la firma al decreto relativo.


Mussolini, appoggiato dalla Confindustria, era deciso a chiedere l'incarico di formare il nuovo Governo.
 

Nel pomeriggio del 29, egli venne informato con un telegramma che il Re accettava le sue condizioni.


La sera dello stesso giorno lasciò Milano, da dove non si era mosso per essere prudentemente vicino alla frontiera nel caso che gli avvenimenti assumessero una piega sfavorevole, e arrivò la mattina del 30 Ottobre a Roma.


Il Ministero Mussolini assunse la forma di un Governo di coalizione, ma in realtà era la diretta espressione della vittoria del Fascismo sulla vecchia classe dirigente liberale.


Il 16 Novembre la Camera votò la fiducia al Governo Mussolini con 306 voti contro 116.
 

A favore votarono Bonomi, Giolitti, Orlando, Salandra e i Popolari.
 

Era dominate la convinzione che il Fascismo avrebbe rappresentato un Governo transitorio.

 

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Le Elezioni del 1924 e il delitto Matteotti


Il Fascismo dell'ottobre 1922 era giunto al potere con l'appoggio di ampi strati delle classi dirigenti e forte delle Camicie Nere in armi.


Fra la fine del 1922 e il 1926 il Fascismo percorse un tratto decisivo del proprio sviluppo.
 

La classe politica che aveva retto l'Italia per oltre mezzo secolo era in rotta, sfiduciata, senza più il sostegno delle classi possidenti.


Il Movimento Operaio aveva subito una sconfitta storica; e Mussolini ne era ben consapevole.


Giunto al governo il Fascismo disponeva ormai del controllo dell'apparato dello Stato.
 

Eppure era ben lungi dall'essere del tutto solido.


Nell'ambito delle Istituzioni parlamentari, il nuovo Governo doveva passare attraverso la fiducia della maggioranza parlamentare; inoltre, nonostante la sconfitta subita il Proletariato militava pur sempre per la grande maggioranza nelle Organizzazioni Politiche e Sindacali "rosse".


Il Fascismo, fra l'ottobre del 1922 e il 1926, agì così da liquidare le Istituzioni liberali, la pluralità dei Partiti, la libertà di organizzazione sindacale e affermare per contro un Regime antiparlamentare fondato su di un Partito unico e sull'irreggimentazione dei lavoratori in organizzazioni fasciste.


Il periodo 1922-26 fu il periodo di trapasso, durante il quale il Fascismo usò autoritariamente delle Istituzioni ereditate dallo Stato liberale per distruggere queste ultime e attuare una trasformazione qualitativa delle Istituzioni dello Stato.


Come già nel 1921-22, anche in questi anni, Liberali, Popolari, Socialisti e Comunisti non riuscirono ad opporsi al Fascismo e alla sua trasformazione da Partito di Governo a Partito di Regime.


Nel dicembre 1922 sorse il Gran Consiglio del Fascismo, una sorta di suprema direzione politica del Partito, con il compito di fungere da trait d'union tra Partito e Governo.


Nel gennaio del 1923 le forze paramilitari fasciste vennero definitivamente inquadrate.
 

Sorse la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (MVSN), una organizzazione non statale, ma di Partito, il cui compito doveva essere quello di proteggere "gli inevitabili ed inesorabili" sviluppi di quella che veniva chiamata "la rivoluzione d'ottobre del Fascismo".


La nuova Legge Elettorale del 13 Novembre 1923 (Legge Acerbo) rivelò che il Fascismo intendeva sanzionare sul piano parlamentare, con l'aiuto di una "truffa" legale, la propria posizione di forza, a spese delle altre forze politiche.


Questa legge stabiliva che la lista di maggioranza relativa che avesse raggiunto il 25% dei voti, avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi della Camera.


Alle Elezioni, fissate per l'aprile del 1924, un "listone" sotto il diretto controllo del Gran Consiglio e di Mussolini, cui aderì la maggioranza dei Liberali (Salandra, Orlando).
 

La minoranza dei Liberali (fra cui era Giolitti) presentò proprie liste; fra gli oppositori "costituzionali" (chiamati così per distinguerli dai Socialisti e Comunisti) vie erano Giovanni Amendola e Ivanoe Bonomi.


La campagna elettorale si svolse in un clima di violenze ed intimidazioni contro tutti gli oppositori, con l'aperta complicità delle Autorità dello Stato.


La forza preparò il consenso.


I Fascisti ed i loro alleati ottennero il 64,9% dei voti e 374 seggi.
 

I Liberali Indipendenti ebbero il 3,3%; gli "Oppositori Costituzionali" di Amendola e Bonomi il 2,2%; i Popolari il 9%; i Socialisti Unitari (Turati e Matteotti) il 5,9%; i Socialisti ufficiali il 5%; i Comunisti (a Venezia fu eletto Antonio Gramsci) il 3,7 %.


Il Fascismo aveva raggiunto così l'agognata maggioranza parlamentare; e poco importava con quali mezzi.


Quando la Camera fu chiamata a ratificare la convalida delle Elezioni, il Segretario Politico del Partito Socialista Unitario, Giacomo Matteotti, in un forte discorso fece la cronistoria delle violenze fasciste contro gli oppositori nel corso della campagna elettorale e mise vanamente sotto accusa la validità dei risultati.


Questo discorso coraggioso fu la sua sentenza di morte: il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito e quindi assassinato da sicari fascisti.


La reazione nel Paese fu enorme; anche ampi strati della borghesia e della piccola borghesia, che avevano sostenuto il Fascismo furono disorientati ed anche nelle stesse file fasciste lo sbandamento era grande.


Ma le Opposizioni, in piena crisi, non seppero andare oltre la condanna politica e morale; il che confermò nei Fascisti la fiducia ormai di vecchia data nella maniera forte.


Liberali delle varie correnti, Socialisti Riformisti, Massimalisti, Popolari, CGL, respinsero la proposta avanzata da Gramsci di proclamare lo sciopero generale.


Il modo in cui le Opposizioni si mossero ne dimostrò tutta la crisi politica.


Il 18 giugno esse concertarono di agire in modo coordinato (solo i Comunisti mantennero la loro libertà d'azione).


I Deputati che le rappresentavano decisero di non partecipare più ai lavori della Camera (sempre chiusa) ritirandosi, secondo una definizione di Turati, nell'"Aventino delle proprie coscienze".


Nacque così la Secessione dell'Aventino.


Gli Oppositori affermarono che sarebbero rientrati alla Camera solo quando fosse stata restaurata la legalità e fosse stata abolita la Milizia.


Era una chiara pressione specie sul Re, perché ritirasse la fiducia a Mussolini.


Le speranze riposte nel Re caddero nel vuoto più totale e dimostrarono il loro carattere del tutto illusorio.


Il 30 giugno Vittorio Emanuele III esortò alla "concordia", vale a dire manifestò il proprio appoggio al Fascismo.


Il 12 novembre Mussolini, ormai sicuro di se, fece riaprire la Camera, in cui rientrarono i Comunisti che avevano constatato il fallimento dell'Aventino.


La Camera, in assenza degli Aventiniani, votò la fiducia a stragrande maggioranza a Mussolini (ma votò contro Giolitti, il quale aveva infine capito la vanità dei suoi progetti di "assorbimento" del Fascismo).


La via per la completa Fascistizzazione dello Stato era ormai aperta ed il discorso del 3 gennaio 1925 tenuto da Mussolini alla Camera, quando dichiarò come la forza fosse la sola soluzione quando fossero in lotta due elementi irriducibili, aprì la strada ad ulteriori violenze ed intimidazioni rivolte, in questa occasione, essenzialmente verso la stampa.

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Le Leggi "fascistissime" e la fine dello Stato Liberale


Il discorso di Mussolini alla Camera segnava, come abbiamo già segnalato, di fatto se non ancora formalmente, la fine politica delle Opposizioni, la fine del sistema liberale parlamentare e l'ormai raggiunta conquista da parte del Fascismo del "monopolio politico".


La vita dei Partiti di Opposizione venne resa quasi impossibile.


Fu in quel momento che anche Croce tolse il precedente benevolo appoggio al Fascismo.
 

Rispondendo ad un Manifesto di intellettuali fascisti, redatto da Gentile, nel quale si registrava la condanna a morte del Liberalismo e della Democrazia, egli redasse, nell'aprile del 1925 un contromanifesto (che ottenne una quarantina di firme) nel quale si esprimeva "fede" in quel Liberalismo che aveva animato l'Italia del Risorgimento.


Il 20 luglio Amendola venne aggredito da Squadristi e percosso; sarebbe morto l'anno dopo in esilio in Francia.
 

Fra gli atti innumerevoli di violenza fascista, è da ricordare la notte di terrore (4 ottobre 1925) scatenata contro gli antifascisti a Firenze.


La trasformazione dello Stato Liberale Parlamentare dominato dai Fascisti in Stato e Regime "Fascisti" fu realizzato per mezzo di una serie di Leggi dette "fascistissime".


Una Legge del 24 dicembre 1925 stabilì, modificando lo Statuto del 1848, fino ad allora in vigore, che:

la figura del Presidente del Consiglio veniva mutata in quella di Capo del Governo;

che il Capo del Governo sarebbe stato nominato e revocato dal Re e

che a loro volta i Ministri erano nominati e revocati su proposta del Capo del Governo;

che era il Capo del Governo a decidere l'ordine del giorno del Parlamento.


Questi provvedimenti significarono un enorme rafforzamento del Potere Esecutivo e l'esautoramento del Parlamento, ridotto a cassa di risonanza della volontà del Capo del Governo, ormai rivestito dalle caratteristiche di un Dittatore.


Un'altra legge, di poco precedente (26 novembre) aveva sottoposto tutte le associazioni al controllo di Polizia.


Il 2 ottobre 1925 si era provveduto, con il Patto di Palazzo Vidoni, a esautorare definitivamente la CGL, ufficialmente scomparsa nel gennaio 1927.


Le Commissioni Interne furono abolite e le Corporazioni Nazionali, cioè i Sindacati Fascisti furono riconosciuti dalla Confederazione dell'Industria come i soli rappresentanti dei lavoratori.


Nel febbraio, e poi nel settembre 1926, furono abolite le Aamministrazioni Locali di nomina elettiva ed i Podestà, di nomina governativa, sostituirono i Sindaci.


Nel novembre 1926 (a seguito del fallito attentato Zamboni) furono annullati i passaporti, soppressi i giornali antifascisti, sciolti i Partiti di opposizione.


Centoventi Deputati dell'opposizione furono privati del mandato parlamentare.


Infine fu creato un "Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato" con un collegio giudicante formato da "Consoli" della MVSN e presieduto da un Generale; al tribunale fu affiancata anche una speciale polizia politica, l'OVRA (Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell'Antifascismo).

 

Venne instaurata anche la pena di morte.

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La Politica Economica del Fascismo


Il consolidamento progressivo del Fascismo fra il 1922 e il 1926 non sarebbe potuto avvenire in modo così compiuto se esso non avesse goduto dell'appoggio delle forze economiche, i cui interessi furono sostenuti direttamente dal nuovo Governo.


Anzitutto fu invertita la tendenza, di cui si era fatto sostenitore Giolitti nel 1920, di accrescere il peso delle tasse dirette.


Il Ministro delle Finanze, De Stefani, favorì l'aumento delle imposte indirette, al fine di agevolare i capitalisti e gli investimenti privati e in generale i ceti abbienti.


Pochi giorni dopo la "Marcia su Roma", il 10 novembre 1922, la Legge sulla Nominatività dei Titoli (varata da Giolitti, ma rimasta poi inoperante) venne ritirata da Mussolini, che fra l'altro ottenne la gratitudine del Vaticano molto interessato a questa misura, per ragioni fiscali.


Il 20 Agosto del 1923 venne abolita la Legge sulle Successioni, anch'essa introdotta da Giolitti, e le relative quote fiscali furono drasticamente ridotte.


Ma il Governo Fascista andò oltre.


All'insegna di un "produttivismo" privatistico, che il Fascismo agitava con il comprensibile consenso dei capitalisti, il Governo invertì, nei suoi primi anni, quelle tendenze allo "statalismo" che Giolitti prima e dopo la Guerra aveva sostenuto per conferire allo Stato leve di controllo su certi settori e che, durante la Guerra, si erano ampiamente (ma anche patologicamente) sviluppati; elementi che gli imprenditori privati ora combattevano sotto la spinta dello smantellamento delle "bardature di guerra" e della riconversione industriale.


Per venire incontro, in modo politicamente interessato, a queste esigenze, Mussolini riprivatizzò l'industria dei fiammiferi e la rete telefonica.


Così pure venne privatizzata l'assicurazione sulla vita.


Una misura significativa fu il salvataggio, agli inizi del 1923, del Banco di Roma che si trovava in una situazione critica ed era espressione diretta degli interessi finanziari vaticani.


In generale, dunque, la linea De Stefani andò incontro agli interessi capitalistici in una fase in cui questi chiedevano una maggiore libertà di iniziativa e minori carichi fiscali.


Fu questo il periodo in cui il Fascismo polemizzò contro lo statalismo e in campo economico si caratterizzò come liberista.


Un aspetto di questo liberismo fu anche l'appoggio energico dato all'aumento dei profitti dell'industria, nella quale i salari operai subiranno tra il 1922 ed il 1925 un calo costante.


Il "connubio" fra Fascismo ed interessi capitalistici negli anni iniziali del Governo Mussolini fu nettamente favorito dalla ripresa economica che, in corrispondenza con la fase di espansione economica mondiale in atto, si fece sentire anche in Italia.


In queste condizioni l'industria non tardò ad accelerare la produzione, tanto che tra il 1922 ed il 1925, rispetto ad un indice base di 100 nel 1922, essa passava complessivamente a 116 nel 1923, 137,5 nel 1924, 157, 3 nel 1925, con una particolare accentuazione per l'industria metallurgica che raggiunse nel 1925 l'indice di 193,3, quasi raddoppiando la produzione.


Come si è detto questa tendenza generale alla ripresa non era certo merito del Governo Fascista, poiché era in generale un aspetto della ripresa internazionale; ma è indubbio che il Fascismo ne beneficiò largamente ai fini del proprio consolidamento.


Questa ripresa però presentava un punto assai debole nelle sue precarie basi finanziarie.
 

L'industria italiana dipendeva nelle sue produzioni largamente dalle importazioni di materie prime dall'estero; mentre le esportazioni rimanevano inferiori alle importazioni.


In questo quadro si inserì la politica di riduzioni salariali, per contrarre i consumi.


La bilancia dei pagamenti era fortemente deficitaria; sicché i prestiti esteri diventavano una impellente necessità.


Due dei maggiori veicoli di valuta estera pregiata, il turismo e le rimesse degli emigrati, erano entrate in crisi, il primo per la non favorevole situazione interna, il secondo per le leggi restrittive internazionali, e specie statunitensi, sull'emigrazione.


Nel giugno del 1925 la grande Banca americana Morgan concesse un prestito di 100 milioni di dollari allo Stato Italiano.

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Le caratteristiche dei Fascismi

 

Tra il 1919 ed il 1920 sorsero, dunque, in Italia e in Germania il Movimento Fascista e quello Nazionalsocialista; movimenti che, in un periodo di acuta crisi politica e sociale, intendevano opporsi tanto al Socialismo quanto al Liberalismo.


Dopo essere rimasti per un certo periodo forze di scarso peso politico, Fascismo e Nazionalsocialismo presero, infine, un peso tale che consentì loro di annientare non solo il Movimento Operaio, con le sue Organizzazioni Sindacali e i suoi Partiti, ma anche tutte le formazioni delle altre tendenze fino a conquistare il monopolio della direzione politica, con un carattere così radicale e globale che non aveva precedenti nella storia contemporanea, assumendo forme totalitarie che escludevano dalla sfera della direzione politica ogni altra corrente reazionaria o comunque conservatrice come era stato, invece, nel caso del bonapartismo e del bismarkismo.


La conquista del monopolio politico da parte dei Fascisti fu il prodotto di circostanze nuove della lotta tra gruppi e classi sociali.


La lotta delle classi e dei Partiti, quando i Fascismi fecero irruzione sulla scena, aveva ormai raggiunto, in conseguenza degli sviluppi del parlamentarismo e del liberalismo, una dimensione estremamente ampia e si esprimeva attraverso il suffragio universale.


In secondo luogo, e questo è l'aspetto più importante, a seguito della crisi sociale e politica del Dopoguerra in Italia e in Germania, i rapporti fra le classi e i Partiti si svolgevano nel quadro determinato dalla presenza di un forte Movimento Operaio, un settore che aveva come esplicito programma non soltanto profondi rivolgimenti sociali ma la Rivoluzione e nel quadro di una correlativa crisi di autorità e di capacità di direzione politica dei Partiti Conservatori agenti nell'ambito del sistema liberale e parlamentare.


Di qui il tratto proprio dei Fascismi, cioè l'avversione contemporanea verso il Socialismo, accusato di essere elemento disgregatore della Nazione, e verso il Parlamentarismo ed Liberalismo, accusati di non riuscire, in quanto strumenti istituzionali ed ideologici, ad unire le forze "sane" del Paese contro il pericolo "rosso" e di mancare delle basi necessarie per riunificare la società.


E di qui anche la missione "rigeneratrice" che si assegnarono i Fascismi, missione relativa a due obiettivi fondamentali:

ricostituire l'unità organica della Nazione;

articolare questa unità secondo le differenze sociali e quindi secondo principi gerarchici.


Senonché al fine di eliminare Socialismo, Liberalismo, Parlamentarismo, si rendeva indispensabile non tanto fare un uso autoritario delle Istituzioni esistenti, quanto piuttosto eliminarle e consolidare una nuova forma di "monopolio politico".


Il successo di una simile strategia non poteva darsi per semplice espansione dei miti "ideologici" dei Fascismi.


Esso aveva come presupposto una perdita di fiducia all'interno di strati importanti delle classi alte come il grande capitale, l'alta burocrazia, le alte sfere dell'Esercito, verso i mezzi tradizionali di gestione politica e di difesa degli interessi e dei privilegi sociali.


Senza una disponibilità di questi strati ad un mutamento qualitativo della direzione politica, le forze fasciste non avrebbero potuto certamente conquistare lo Stato.


Altro presupposto fu costituito dall'indebolimento del Movimento Operaio, diviso nelle ali estreme fra Socialdemocrazia e Comunismo e dalla sua crisi di strategia.


La conquista del potere da parte di Fascisti e di Nazisti fu contrassegnata dal ricorso sistematico alla violenza, esercitata per mezzo di formazioni paramilitari.


Dove il pericolo di mutamento sociale non si fece sentire con eguale intensità e la borghesia liberale aveva una base più larga, il Fascismo non si affermò (come in Gran Bretagna e in Francia).


In Italia, come abbiamo visto, il Fascismo giunse al potere all'inizio degli Anni '20; in Germania il Nazismo all'inizio degli Anni '30.


L'uno sfruttando la crisi del primo Dopoguerra; l'altro soprattutto quella determinata dagli effetti catastrofici della "grande depressione" del 1929.

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Analogie e differenze tra Fascismo e Nazismo
 

Come si è visto si è finora parlato di "Fascismi" comprendendo in essi tanto il Fascismo propriamente detto, cioè quello italiano, quanto il Nazionalsocialismo; e se ne sono sottolineate le analogie che coinvolgono gli aspetti essenziali dei due Movimenti e dei due Regimi.


Esistevano però delle differenze.
 

Il Fascismo italiano, fin dalle sue origini, ebbe una componente repubblicana ed una monarchico-sabaudista.


Mussolini che, personalmente era stato accesamente repubblicano, finì per accettare la Monarchia e stabilire con essa una alleanza quando si rese conto che questa era necessaria alla sua ascesa al potere, al fine di ottenere l'appoggio dell'alta burocrazia e dell'Esercito.


Comunque la componente repubblicana nel Fascismo permase, se pure sotterranea, fino ad esplodere quando nel 1943 la Monarchia si separò dal Fascismo, che divenne repubblicano.


Inoltre il Fascismo,che nei suoi esponenti culturali più prestigiosi, era laicizzante, fin dalle sue origini ebbe anche una articolazione interna cattolica.


Anche in questo caso Mussolini,che era stato un anticlericale risoluto, stabilì una alleanza con la Chiesa clericalizzando il Fascismo, sicché il Fascista medio sentiva come normale l'essere Fascista e Cattolico.


Il Fascismo poi ebbe due radici ideologico-politiche:

quella che aggregava componenti Soreliane, Anarco-Sindacaliste, Combattentistiche, "Populiste-Democratiche";

e quella decisamente di destra propria del Nazionalismo dei Federzoni, Coppola, Corradini, Rocco.


Queste due anime si fusero nel Partito e nello Stato, lasciando aperte però delle contraddizioni che emersero di volta, in volta.


Infine il Fascismo italiano era "statalista" e rintracciava appunto nell'Etica dello Stato la forma unificante suprema della Nazione, senza il ricorso ad elementi biologico-razziali.


In generale si può dire che il Fascismo italiano mancò di quella compattezza monolitica che fu propria in grado assai più elevato del Nazionalsocialismo.

 


Il Nazismo, salito al potere in una Repubblica, non ebbe mai il problema di un rapporto con un centro di potere monarchico.


Allo stesso modo non ebbe gli ostacoli creati dalla presenza sul territorio nazionale di un centro come il Vaticano.


Il nazismo stabilì compromessi con le Chiese Protestanti e Cattolica soltanto da posizioni di forza e per fini strumentali.


Le sue componenti ideologiche furono fin dagli inizi più unitarie, affondando le proprie radici nel Militarismo Prussiano, nel Razzismo Biologico e nella Dottrina della Superiorità della Razza Ariana e quindi nell'Antisemitismo (il Fascismo, in Italia, dove non esisteva un problema ebraico, diventò razzista tardivamente e per imitazione del Nazismo).


Nel Nazismo non era lo Stato, come abbiamo visto, il concetto unificante supremo, bensì l'appartenenza ad una Comunità Mistico-Biologica, diretta contro le minoranze razziali all'interno della Nazione (ebrei, polacchi) e i "popoli inferiori".


In sintesi il Nazismo ebbe una compattezza assai superiore a quella del Fascismo italiano e una forza espansiva nella società dotata di una dinamismo senza paragone, più vasto e incisivo, che conferì ad esso un carattere "totalitario" più integrale.


Come si vedrà, questo si espresse anche nel tentativo, in parte riuscito, di creare una "moralità" nazista autonoma e diversa rispetto ai valori tradizionali del Cristianesimo (mentre il Fascismo puntò sul connubio fra il Cattolicesimo e la propria ideologia).


Va osservato, ancora, che il Nazismo, disponendo di uno Stato industriale molto più progredito di quello italiano, e di una conseguente maggior forza militare, fu in grado di assumere la leadership dei Fascismi trasformando l'Italia in una sorta di satellite della Germania.


Il Fascismo italiano ed il Nazismo, in quanto organizzazioni ed ideologie, erano fondati su principi di gerarchia ed obbedienza degli strati inferiori a quelli superiori.


Al vertice stava il "Capo", dotato dell'attributo dell'infallibilità.


Questa infallibilità, che spesso è stata presentata in termini di elemento irrazionalistico, era al contrario affatto razionale rispetto alla natura dei Fascismi e possedeva una profonda funzionalità interna.


Mussolini ed Hitler erano stati i fondatori delle Dottrine e coloro che avevano portato i loro Movimenti e Partiti al successo e al potere, nel quadro di una crisi profonda dei valori e delle Istituzioni precedenti.


I Partiti Fascisti, essendo di formazione recente, mancavano di altre misure che non fossero quelle create soggettivamente dai loro Capi carismatici.


In quanto fondatori e creatori di valori fascisti (in diversa dimensione, come abbiamo già avuto occasione di analizzare) essi costituivano perciò la misura vivente del "vero" e del "giusto" nell'ambito del nuovo ordine.


Poiché rifiutavano gran parte dei valori e delle regole di comportamento elaborati dagli organismi politico-culturali che aveva eliminato, e poiché al contempo erano in fase di creazione e poi di consolidamento dei propri, i Fascismi delegarono ai loro "condottieri" (Duce e Führer) in modo integrale la sovranità con tutte le sue prerogative.


Il che ebbe una conseguenza essenziale anche nel determinare il tipo di gerarchia.


La Gerarchia Fascista era affatto diversa da quelle proprie delle società consolidate e perciò fondate su regole oggettivate e universalmente riconosciute.


Essa era interamente mobile e soggetta all'arbitrio del Capo carismatico.


Nessun Gerarca Fascista aveva garanzie indipendenti dall'arbitrio dei Capi Supremi fino a che questi conservassero una sufficiente forza di comando.


Un simile rapporto fra i Capi e chi si trovava in posizione sottostante, portava a rendere necessario il propagandare in modo incessante all'interno delle Organizzazioni e al di fuori di esse gli obblighi di fedeltà assoluta verso i Capi Supremi e le Gerarchie da loro create, dando vita ad un gigantesco "culto della personalità".


Per questo la vita interna dei due Partiti acquistò un aspetto "militarizzato" , ma in senso anzitutto politico-ideologico, e quindi tanto accentuato quanto potenzialmente instabile per i poteri delle Gerarchie medio-inferiori.


La militarizzazione venne estesa dai Partiti Fascisti all'intera società, diventando una sorta di moralità collettiva di massa, particolarmente idonea ad attuare l'integrale subordinazione dei lavoratori.


Questi due Paesi, e in special modo la Germania per la sua forza industriale, aspiravano a modificare gli equilibri internazionali, ad essi non favorevoli dopo la soluzione data alla pace seguente la Prima Guerra Mondiale.


Pertanto una delle componenti essenziali della loro politica estera diventò la volontà di preparare una nuova guerra, che mutasse il volto geopolitico europeo e mondiale.


Di qui il fatto che il Fascismo fosse accentuatamente militarista e imperialista; e che dovessero essere proprio la Germania e, in sottordine, l'Italia ad assumere l'iniziativa che condusse alla Seconda Guerra Mondiale.


Tanto il Fascismo quanto il Nazismo tedesco hanno seguito tre fasi di sviluppo essenziali.
 

La prima è stata quella della lotta per il potere, condotta con una combinazione di mezzi extraparlamentari e parlamentari; all'interno della quale i primi servivano per dare forza ai secondi e costituivano la base essenziale dell'espansione fascista: in questa fase acquistò particolare evidenza il rapporto fra i Movimenti Fascisti e le forze conservatrici che li appoggiavano.


La seconda fase è stata, dopo la conquista del potere, quella di un uso "bonapartistico" dell'Autorità dello Stato, nel quadro del mantenimento di libertà politiche sia pure limitate e della pluralità dei Partiti e delle organizzazioni ereditate dal Regime Liberale precedente.


La terza fase è stata quella fondata sul "monopolio politico" ed ha portato all'organizzazione del Regime a Partito Unico e allo Stato fondato su di esso.

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Il Regime Totalitario in Italia
 

La liquidazione, nel 1925-26 dello Stato Liberale e delle sue Istituzioni, attraverso le Leggi "fascistissime", che eliminarono la pluralità dei Partiti; trasformarono il Parlamento in camera di registrazione della volontà del Partito Fascista e in particolare di Mussolini, posero fine alle libertà di organizzazione sindacale, alla libertà di stampa, alle libertà personali, coincise con la costruzione delle fondamenta di un ordine istituzionale e politico, di uno Stato che acquistava a questo punto le caratteristiche di un "Regime".


Questo Regime, in sostanza, altro non era che il frutto di una stretta integrazione fra lo Stato ed il Partito Fascista da un lato e fra lo Stato e la società civile attraverso la mediazione del Partito dall'altro.


Nel 1927 Mussolini inaugurò un corso "normalizzatore", il cui obiettivo era quello di fare dello Stato fascistizzato l'elemento dominante.


Spettava ormai all'Autorità Statale di regolare la vita pubblica.


Il Partito rappresentava la colonna fondamentale dello Stato, ma dovrebbe restare pur sempre a questo subordinato.


Nel gennaio del 1927 Mussolini proclamò il Prefetto la più alta autorità delle Province.


L'Amministrazione Pubblica venne drasticamente epurata di tutti gli elementi il cui pensiero e la cui attività fossero "in contrasto con le direttive del Governo".


Accanto alla burocrazia, anche la scuola subì un processo di radicale fascistizzazione: solo l'Università rimane per alcuni anni formalmente non fascistizzata: ma nell'ottobre del 1931, dietro proposta del filosofo e Professore universitario Gentile, anche ai Professori di Università venne imposto un giuramento di fedeltà, con cui si faceva obbligo di esercitare l'ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare Cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista.


Su circa milleduecento Professori, solo tredici rifiutarono di giurare e furono perciò dimessi.
 

A partire dal 1926 incominciò l'inquadramento sistematico, che si perfezionò nel tempo, dei bambini, de ragazzi e dei giovani nelle organizzazioni dell'Opera Nazionale Balilla.


La stampa e la radio furono soggette al più stretto controllo e alla censura più rigorosa: nel 1937 l'intero settore della Propaganda di Regime venne riorganizzato con la costituzione del Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop) che teneva sotto il proprio controllo case editrici, pubblicazioni periodiche e quotidiani, radio, cinema.


Anche lo sport dovette diventare "sport fascista".


Nel 1928 la Camera, destinata a sciogliersi alla fine di quello stesso anno, varò una nuova Legge Elettorale e la riforma di se stessa.


I criteri erano semplici e tali da affermare pienamente il potere assoluto del Fascismo.
 

Il Gran Consiglio del Fascismo avrebbe scelto 400 candidati, fra quanti proposti dalle Organizzazioni del Mondo del Lavoro e altri elementi "attivi" della Nazione.


Questi 400 candidati avrebbero costituito la "Lista Unica" Nazionale presentata agli elettori per l'approvazione in blocco.

 

Gli elettori avrebbero potuto rispondere con un sì o un no.


Il vecchio Giolitti, al Senato, dichiarò che questa legge segnava "il decisivo distacco del Regime Fascista dal regime retto dallo Statuto" e votò contro (morì poco tempo dopo il 17 luglio 1928).


Con questa legge, le Elezioni diventarono un semplice "plebiscito" che il Governo aveva costruito a favore di se stesso.


Il 24 marzo 1929 si ebbero le Elezioni: la lista unica fu approvata con 8.506.576 sì, contro 136.198 no.


La nuova Camera fu del tutto esautorata dai nuovi compiti che, tra il 1928 e il 1929, vennero attribuiti al Gran Consiglio del Fascismo, cui sarebbe spettata l'indicazione del Capo del Governo e dei Ministri, che il Re avrebbe dovuto, a sua volta, ratificare: il monopolio politico del Partito Fascista era ormai perfezionato al massimo.

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La Conciliazione tra Stato e Chiesa


Il risultato plebiscitario nelle Elezioni del 1929 era stato raggiunto anche grazie all'invito della Chiesa a votare "sì"; invito che suggellava uno storico accordo poco prima raggiunto fra lo Stato Fascista e la Chiesa, il quale aveva sancito la "conciliazione" tra le due Istituzioni e chiuso l'annosa "Questione Romana" apertasi con Porta Pia.


La Conciliazione ed i relativi atti giuridici furono firmati l'11 febbraio 1929, a conclusione di una serie di complesse trattative.


Il Concordato (che prevedeva anche un indennizzo da parte dello Stato Italiano di un miliardo e 75 milioni di lire per la perdita da parte del Vaticano, dei proventi dell'ex-Stato Pontificio) metteva in luce gli interessi politici delle due parti: la laicità dello Stato, uscito dal Risorgimento, veniva decisamente compromessa e si realizzava il vecchio proposito di Mussolini di far diventare il Cattolicesimo un pilastro del nuovo ordine politico.


Le clausole più importanti prevedevano:

la protezione dello Stato Italiano al Clero nell'esercizio delle sue funzioni e il riconoscimento del carattere "sacro" di Roma;

l'abolizione del placet regio sugli Uffici e gli Enti Ecclesiastici.

 

I Vescovi sarebbero stati comunque impegnati a giurare fedeltà allo Stato;

esonero dei chierici dal servizio militare;

l'impegno dello Stato non mantenere negli uffici pubblici sacerdoti "apostati";

riconoscimento di tutti gli effetti civili del matrimonio religioso;

introduzione della Dottrina Cattolica nell'insegnamento scolastico;

riconoscimento delle Organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica a patto che esse agissero "al di fuori da ogni Partito Politico".


Mussolini divenne così, per la Chiesa Italiana, "l'Uomo della Provvidenza".


Non tutti i contrasti, però vennero appianati con il Concordato: nel 1931 si aprì un forte conflitto al riguardo dell'azione dell'Azione Cattolica sul terreno dell'educazione della gioventù.

 

Fu raggiunto un accordo nel settembre dello stesso anno: l'Azione Cattolica rimaneva in vita, ma con l'impegno di rimanere chiusa nell'ambito religioso e di epurare le fila dagli Antifascisti o Non-Fascisti eventuali.

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L'Ordine Corporativo


L'ambizione di risolvere il conflitto tra capitale e lavoro, di avviare tra padroni ed operai un corso di relazioni pacifiche, di abolire la lotta tra le classi e introdurre "l'armonia sociale" aveva caratterizzato sia il pensiero corporativo Cattolico sia quello Nazionalista.


Nell'aprile del 1927 il Gran Consiglio del Fascismo emanò la "Carta del Lavoro", nella quale, attraverso 30 articoli, si enunciavano i principi generali del Corporativismo considerato quale risposta del Fascismo al Liberalismo e al Socialismo.


Il "benessere dei produttori" poteva realizzarsi solo nell'ambito di una unità sociale garantita dallo Stato.
 

"Le Corporazioni costituiscono l'organizzazione unitaria della produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi".
 

Accanto al riconoscimento che le classi operano in uno spirito di reciproca collaborazione, si dichiarava esplicitamente che il Corporativismo poggiava sul Capitalismo e sulla proprietà privata.


Il Sistema Corporativo, delineato nel 1927, trovò però la sua attuazione giuridica soltanto nel 1934, dopo che la crisi del 1929 aveva investito anche l'Italia.


Mussolini presentò nel 1934 il Corporativismo come una nuova via tra il Capitalismo e il Collettivismo favorendo anche un dibattito interno di una certa ampiezza sul tema.


Ma le tendenze alla "terza via" sostenute dall'ideologo Ugo Spirito e dal sindacalista Rossoni, furono emarginate e battute proprio in un periodo in cui il grande capitale finanziario e industriale utilizzò la grande crisi per ristrutturarsi fortemente e ulteriormente accrescere la propria potenza, anche se in stretta unione con lo Stato.


Quel che ne risultò non fu dunque il controllo sociale sulle imprese, ma un'ulteriore concentrazione capitalistica favorita dallo Stato.


L'identificazione tra Partito e Stato, in questo senso, delineò completamente il Sistema di Potere "Totalitario".


Il Partito dominava incontrastato.

 

Sul Partito a sua volta dominava il "Duce del Fascismo", il quale aveva diritto di nomina e di controllo su tutti gli Organismi del Partito e del Governo.


Il potere di Mussolini poteva essere messo in discussione solo se il Gran Consiglio avesse assunto una iniziativa contro di lui.

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L'economia italiana nel Periodo Fascista

 

I primi anni del Governo Fascista erano stati contraddistinti, come si è visto, da una politica economica accentuatamente liberistica, sotto la guida del Ministro delle Finanze, De Stefani.


A partire dal 1925, con l'insediamento alle Finanze del Conte Giuseppe Volpi di Misurata, il Fascismo inaugurò una linea di politica economica ispirata ad un accentuato "interventismo" statalista.


Gli obiettivi diventarono la rivalutazione e la stabilizzazione della lira al fine di diminuire il peso delle importazioni e mobilitare la produzione sulla base delle risorse interne (nel 1925 fu lanciata la "Battaglia del grano").


In complesso tra il 1920 ed il 1929, sull'onda dell'espansione mondiale, l'Italia ebbe un incremento produttivo dell'industria di circa il 60%.


Il che giovò certamente al consolidamento del Fascismo al potere, in quanto esso poté capitalizzare a proprio favore quella che era una tendenza generale dell'economia mondiale.


La crisi del 1929 ebbe forti e dirette ripercussioni in Italia: la produzione diminuì in misura notevole e la disoccupazione ebbe una impennata e da circa 300.000 unità nel 1929 si passò nel 1933 ad oltre un milione, provocando una diminuzione del reddito nazionale, che fino al 1935 rimase inferiore a quello raggiunto all'inizio della grande crisi.


Anche in Italia, come altrove, la grande crisi favorì l'ulteriore concentrazione delle imprese, già iniziata come riflesso della rivalutazione della lira.


In Italia questo processo di concentrazione e razionalizzazione si accompagnò ed intrecciò con un accentuato carattere speculativo e parassitario, nel senso di accordi fra le grandi imprese per il controllo dei prezzi e la spartizione del mercato.


Questi sviluppi si realizzarono con l'appoggio del Governo, che nel 1933 varò una legge che consolidava e istituzionalizzava il sistema dei monopoli, vietando il sorgere di nuovi impianti industriali senza l'approvazione del Governo: legge che univa strettamente dirigismo statale e interessi del grande capitale monopolistico, di cui erano protagonisti il trust elettrico (Edison), quello chimico (Montecatini), tessile (Snia Viscosa, protagonista della "seta artificiale"), meccanica (Fiat, Ansaldo, Breda).


La Gradi Crisi indusse il Governo Fascista a mettere in cantiere anche impegnativi programmi di lavori pubblici, il più importante dei quali fu quello riguardante la Bonifica delle Paludi Pontine, diretta a valorizzare, in quella zona, tutta un serie di terreni bisognosi di intervento, per renderne possibile la messa in coltura e l'insediamento della popolazione contadina (tra il 1931 ed il1934 si portarono alla messa in valore circa 60.000 ettari e fondate le due Città "Rurali" Fasciste di Littoria e Sabaudia).


L'azione più rilevante fu però condotta in campo industriale.


La crisi, con il crollo dei titoli azionari aveva colpito duramente le grandi Banche, che a loro volta controllavano buona parte dell'Industria.


Fu allora che lo Stato intervenne con la finanza pubblica.


Nel novembre 1931 venne creato l'Istituto Mobiliare Italiano (IMI), un Ente di diritto pubblico, sostenuto dallo Stato al fine di integrare l'azione di credito all'Industria.


Nel gennaio 1933 fu creato l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), il quale intervenendo nel salvataggio di Banche e Industrie venne assumendo le caratteristiche di un grande Ente Bancario-Industriale a carattere "misto", cioè in parte statale e in parte privato.


Lo sviluppo dell'IRI e la penetrazione dello Stato nel campo finanziario e industriale fu tale che nel 1939 l'Italia era il Paese, fatta eccezione per l'Unione Sovietica, che possedeva il più ampio settore di industrie in possesso dello Stato.


Il che non significava, però, che si trattasse dell'affermazione dell'interesse pubblico su quello privato.


Al contrario lo Stato agiva a sostegno del profitto privato, surrogando là dove i privati non erano in grado di agire da soli e con diretto interesse.


A partire dal 1934 il Fascismo, al fine di ridurre al massimo le spese per le importazioni e rendere il più possibile autosufficiente il Paese proclamò la Politica "Autarchica".


Dopo che nel 1935 il Regime si fu lanciato alla conquista dell'Etiopia, con la conseguenza di essere sottoposto a sanzioni dalla Società delle Nazioni, la battaglia per l'autarchia diventò preminente nella politica economica del Fascismo, con una ripresa integrale della tradizionale politica protezionistica.


Comunque la Politica Autarchica e il riarmo, che venne intensificato a partire dal 1935, si risolsero in un ottimo affare per l'Industria Italiana, che se produceva a prezzi altissimi, era sul mercato interno interamente protetta da ogni concorrenza.


I profitti salirono costantemente proprio dopo il 1935, anche se nel complesso la produzione industriale ebbe, fra il 1929 ed il 1935, il più basso sviluppo; un incremento del 15% inferiore a quello medio degli altri Paesi dell'Europa Occidentale.


Nessun risultato di ampia portata ebbe la politica del Fascismo per quanto riguardava la soluzione della Questione Meridionale: nel 1939 alla vigilia della guerra, il Sud era ancora in condizioni paurose, senza che nessun mutamento sostanziale fosse intervenuto a migliorare i rapporti sociali ed economici nella sue campagne.


Povero di risorse economiche, il Popolo Italiano venne esortato dal Fascismo a crescere e moltiplicarsi, secondo la teoria che l'avvenire è proprio degli Stati demograficamente forti (la popolazione passò dai 37.973.977 abitanti nel 1921, ai 42.438.104 del 1935).


Per sostenere la politica demografica, fin dal 1927, venne stabilita una imposta sui celibi.


Furono esaltate e premiate le famiglie numerose e vennero loro assegnate agevolazioni economiche, ai padri di molti figli fu data la priorità nei posti di lavoro.


La destinazione prima della politica demografica del Regime era l'Esercito: un esercito di "otto milioni di baionette" che doveva secondo il Duce diventare sempre più numeroso.

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L'Opposizione


All'interno d'Italia ogni opposizione al Fascismo, dopo il 1926, era diventata un delitto contro lo Stato.


Chi si opponeva andava incontro al Tribunale Speciale, alla condanna alla prigione o al confino in zone sotto sorveglianza speciale.


Vi era però una notevole eccezione: Benedetto Croce, il filosofo idealista di fama internazionale.


Dopo aver sostenuto il Fascismo fino a che questo parve un mezzo per riportare l'ordine interno e fino a che si poteva ancora pensare ad un suo carattere transitorio e quindi al riassorbimento nel vecchio Stato Liberale, Croce, come Giolitti, passò all'Opposizione quando vide che i Fascisti stavano seppellendo il Liberalismo e costruendo un tipo di Stato Totalitario senza ritorni.


Allora il Conservatorismo Liberale di Croce diventò opposizione al Regime Fascista.


Si trattava però di un'opposizione essenzialmente culturale ed intellettuale, senza alcuna diretta trasposizione in campo politico.


Una sorte ben diversa toccò ad un altro grande intellettuale italiano, Gaetano Salvemini, ex-Socialista e già Interventista Democratico, destinato a diventare uno dei più tenaci Antifascisti.


Esule dal 1925, dimissionario dall'insegnamento universitario, fu il primo storico antifascista del Fascismo.


Oltre che sul piano intellettuale, Salvemini fu assai attivo nella lotta degli esuli antifascisti.

 

Venne privato della Cittadinanza Italiana e i suoi beni furono confiscati.


Fra coloro che dovettero emigrare dall'Italia per opposizione al Fascismo vi furono alcune fra le più eminenti personalità della politica italiana:

l'ex-Presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti,

Luigi Sturzo, il capo del Partito Popolare,

Piero Gobetti, uno degli intellettuali più brillanti della nuova generazione, morto a Parigi nel 1926 per i postumi di una bastonatura,

i Socialisti Riformisti Claudio Treves e Filippo Turati (emigrato clandestinamente nel 1926),

il Socialista Pietro Nenni,

Carlo Sforza, ex-Ministro degli Esteri,

Carlo Rosselli ed Emilio Lussu fuggiti dal confino di Lipari nel 1929,

Palmiro Togliatti, divenuto Segretario del Partito Comunista dopo l'arresto di Antonio Gramsci nel 1926.


Un'eccezione fu Alcide De Gasperi, ultimo Segretario Politico del Partito Popolare dopo Sturzo, il quale si era rifugiato in Vaticano.


L'opposizione più organica fu condotta dal Partito Comunista.


Questa maggiore organicità e solidità non fu frutto soltanto della volontà antifascista dei singoli militanti del Partito e dei suoi Quadri Dirigenti, ma anche, e in misura rilevante, del collegamento dei Comunisti Italiani con un'organizzazione come l'Internazionale Comunista e delle possibilità di collegamento che ne derivavano.


L'impegno dei Comunisti Italiani nella lotta contro il Regime fu tale che il maggior numero di condannati dai Tribunali Fascisti fu di appartenenti al Partito.


Mentre il Partito Comunista combatteva la sua battaglia contro il Fascismo, e molti dei suoi militanti e dirigenti erano nelle galere o al confino, Antonio Gramsci, condannato dal Tribunale Speciale a oltre 20 anni nel giugno del 1928, conduceva in carcere una meditazione di grande importanza nella storia del pensiero politico e della cultura italiana, avendo per oggetto i problemi della Rivoluzione Italiana ed Internazionale, in rapporto alla storia d'Italia e d'Europa.


Frutto di questo lavoro furono i "Quaderni del carcere", uno dei maggiori prodotti della cultura italiana dell'epoca.


Dal carcere Gramsci mantenne intermittenti contatti con il Partito e non mancarono momenti di contrasto attorno al 1930, quando egli si oppose alle scelte del Gruppo Dirigente Sovietico.


Gramsci morì nell'aprile del 1937, nella Clinica Quisisana di Roma, dove era stato trasferito per la malattia contratta in carcere.


Gli esuli, i cospiratori, gli ideologi dell'Antifascismo, se riuscirono a mantenere viva l'opposizione più all'estero che in Italia, non furono però concretamente in grado di mettere in alcun modo in pericolo il Regime Fascista, saldo per l'appoggio da parte delle grandi forze economiche, della Monarchia, del Vaticano, per l'efficace repressione contro gli oppositori condotta con tutti i mezzi di uno Stato moderno, forte anche di un consenso difficilmente misurabile nella sua entità, fra masse deluse dalle forze politiche prefasciste.


Ma un elemento giocava a favore dell'Antifascismo: il Fascismo nella sua veste di Imperialismo, nella sua forma più aggressiva, avrebbe portato il Paese alla catastrofe, per cui sarebbe stato compito dell'Antifascismo salvare il Paese.

 

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La rottura degli equilibri internazionali


Il periodo 1924.29 era stato contrassegnato da una non casuale coincidenza con la ripresa economica mondiale, da un raggiunto compromesso franco-tedesco e dalla speranza che la SDN potesse costituire lo strumento per la composizione dei conflitti internazionali.


In Europa gli Anni '30 furono contraddistinti anzitutto dalla crisi della Repubblica di Weimar e quindi dall'ascesa e dal consolidamento del Regime Nazista, il quale con le sue iniziative pose fine definitivamente all'equilibrio europeo e con il riarmo tedesco alterò i rapporti di forza usciti da Versailles.


L'Italia Fascista, dopo aver oscillato in un primo tempo fra il timore della rinascita della potenza tedesca e il desiderio di inserirsi negli spazi aperti da questa per i propri scopi, finì per essere soggiogata al carro del Nazismo e diventare, nella sostanza se non nell'apparenza, uno Stato subordinato.


Toccò all'Italia, dopo che in Asia lo aveva fatto il Giappone, dare il colpo di grazia alla Società delle Nazioni aggredendo nel 1935 l'Abissinia per realizzare la creazione dell'Impero.


Il "revisionismo" dei Trattati trionfò negli Anni '30, così da provocare, quando furono superati i limiti, la Seconda Guerra Mondiale.


Ecco, dunque, le radici dell'aggressività di Giappone, Italia e Germania che avevano l'obiettivo di allargare, secondo l'espressione cara ad Hitler, il proprio "spazio vitale", cioè di accrescere la disponibilità di materie prime e mercati, con la conquista di zone di influenza o la sottomissione di Stati dipendenti o di Colonie.


Non a caso l'aggressività di questi Imperialismi portò i tre Paesi a darsi un volto accentuatamente militarista e ad elaborare Teorie Razziste, che predicavano il diritto delle proprie razze a dominare sulle razze inferiori; il Razzismo ebbe la funzione di offrire alle masse una ideologia popolare che rendesse pronti i soldati a condurre guerre di annientamento dei nemici.


Mentre il Giappone voleva creare un "ordine nuovo" in Asia, la Germania mirava all'Est Europeo e l'Italia al Mediterraneo e ai Balcani.


Fu nel 1934 che l'Italia, e in particolare Mussolini, assunse la determinazione di procedere alla conquista dell'Etiopia.


Gli ambienti della grande industria, pur scettici verso la Propaganda Fascista, erano per la loro parte favorevoli all'impresa coloniale perché contavano sulle commesse statali di materiali necessari alla guerra.


Calcoli non errati, poiché dopo lo scoppio della guerra, la produzione salì di colpo e con essa i profitti nel 1935 e nel 1936.


All'inizio del 1935 l'Italia iniziò gli invii di truppe in Africa: fra la primavera e l'autunno del 1935 si susseguirono trattative per una composizione del contrasto italo-etiopico, ma non si raggiunse alcun accordo.


Il 28 Settembre il Negus ordinò la mobilitazione generale.


Il 3 ottobre gli Italiani, senza dichiarare guerra, iniziarono l'invasione dell'Etiopia.


Pochi giorni dopo (10-11 ottobre) la SDN, con 50 voti contro 4 condannò l'Italia come aggressore.


Sul piano militare l'Etiopia non era in grado di resistere.


L'Italia aveva mobilitato con un'enorme larghezza di mezzi il proprio Esercito, perché il Regime voleva una vittoria totale e strepitosa: furono usati anche gas asfissianti e si procedette a bombardamenti di grandi proporzioni.


Il 3 maggio 1936 il Negus fuggì in esilio; il 5 maggio Badoglio entrò in Addis Abeba, il 9 maggio Mussolini proclamò la formazione dell'Impero e Vittorio Emanuele III assunse il titolo di Re d'Italia e Imperatore d'Etiopia.


Mentre l'Italia Fascista era impegnata nella guerra d'Africa e i suoi rapporti con Gran Bretagna e Francia, in seguito alle sanzioni votate dalla SDN (poi ritirate al termine della guerra) erano tesi, la Germania Nazista prese l'iniziativa di occupare militarmente la Renania che era stata smilitarizzata nel 1918.


La Guerra d'Etiopia e la rimilitarizzazione della Renania segnarono il crollo reale della SDN.


Nell'estate del 1936 scoppiò in Spagna una Guerra Civile che creò enormi conseguenze sulla politica internazionale mettendo di fronte Repubblicani Antifascisti e Reazionari Fascisti sostenuti dall'Italia e dalla Germania.


Questa Guerra Civile durò dal 1936 al 1939 e si concluse con la vittoria della versione spagnola del Fascismo.


In quegli anni l'Italia si accostò definitivamente alla Germania.


Il comportamento, ancora una volta, di cedimento all'iniziativa dei Fascisti in Spagna da parte della Gran Bretagna, in primo luogo largamente determinato dal timore che un'eventuale vittoria dei Repubblicani Spagnoli si risolvesse a favore dei "Rossi" e della Francia (nella quale le Elezioni del 1936 erano state vinte dal Fronte Popolare), contribuì a dare la sensazione all'Italia e alla Germania che esistessero tutte le condizioni per proseguire in una linea volta ad alterare completamente i rapporti di forza in Europa e nel Mondo.


Il decennio 1930-1939 vide, così, questa completa alterazione dei rapporti di forza in Europa e nell'Asia Orientale.


I fatti accaduti possono essere così elencati:

Conflitto Italo-Etiopico;

Guerra Civile Spagnola;

inglobamento nel Terzo Reich dell'Austria e dei Sudeti,

distruzione della Cecoslovacchia,

aggressione su vasta scala della Cina da parte del Giappone.

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Le Leggi Razziali


La stampa italiana aveva già fatto, qualche sortita contro gli Ebrei, ma la campagna si intensificò nel 1938, subito dopo l'Annessione dell'Austria da parte della Germania (Anschluss).


Premevano, dietro lo scudo del Nazionalismo Economico, le esigenze totalitarie del Regime e motivi di omogeneità rispetto all'Alleato Tedesco.


La tendenza estrema filotedesca, mossa dalla passionalità faziosa, aveva dunque buon gioco.


Nello stesso tempo, la pressione del gruppo centrale del Fascismo apriva la strada a tutta una serie di rivendicazioni grandi e piccole, non sempre dichiarate, che puntavano sull'assorbimento delle leve di potere che i gruppi israeliti detenevano specialmente nel campo della finanza, del commercio e della proprietà immobiliare, a Milano, Venezia, Trieste e Roma.


Anche la Discriminazione Antisemita (la parola d'ordine era "discriminazione", non "persecuzione") poteva costituire un buon affare: spianava la via ad un ulteriore processo di concentrazione finanziaria.


In breve le tendenze razziste ed antisemite acquistarono il carattere di un movimento organizzato ed ufficiale: e a tale scopo fu pubblicato sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare, un "Manifesto della Razza", redatto di "studiosi fascisti docenti nelle università italiane" e si diede vita ad una nuova rivista "La difesa della razza" che riprendeva nella testata il motivo di fondo che era via, via affiorato, anche se con discontinuità nella Propaganda Fascista, dopo la conquista dell'Etiopia, nella politica di separatismo e discriminazione razziale emersa nel '36-'37.


Il "Manifesto" rivelava però il carattere composito del "razzismo italiano", il disagio di una redazione incerta e affrettata, la discrepanza fra istanze politiche e definizioni culturali.


Una tradizione "razzista" sul piano delle scienze naturali era, infatti, in Italia del tutto estranea al più autentico tessuto della cultura nazionale, e la critica neohegeliana aveva gettato in soffitta quegli elementi sconnessi di etnologismo e biologismo razziale, che avevano avuto qualche voga fra la fine dell'Ottocento e il principio del Novecento.


Il gruppo dei firmatari del "Manifesto della Razza" era del resto, nell'insieme, eterogeneo e squalificato, quanto sconosciuto al grosso pubblico e del tutto raccogliticcio anche dal punto di vista del Partito.


Insomma, il Fascismo si muoveva anche in questo campo con estremo e pur trasparente impaccio politico, sia nei confronti delle influenze e delle pressioni germaniche, cui cercava di rispondere e corrispondere, sia nei confronti della Chiesa, temendo evidentemente un secondo fronte ideologico, e anche nei confronti dei sentimenti popolari, del tutto o quasi estranei ad ogni ideologia e costume di tipo razzista.


Di qui l'esigenza di far passare l'iniziativa politica attraverso un involucro culturale più o meno autorevole e di dargli un certo slancio propagandistico.


La direzione della "Difesa della Razza" fu quindi affidata a Telesio Interlandi, che manteneva la direzione del "Tevere" e del "Quadrivio", un giornale di punta nella stampa quotidiana del Partito e una rivista che civettava con la giovane "intellighenzia" letteraria, collegandola alla politica del Ministero della Cultura Popolare.


Del resto Mussolini individuava negli Ebrei la fisionomia morale dei "borghesi".


C'è qui un tratto comune con il Nazionalsocialismo, con l'Antisemitismo "moderno" della civiltà di massa contemporanea, ma la propaganda della "Difesa della Razza", al contrario, si richiamava alla "Civiltà Cattolica" e illustrava, regione per regione, l'Antisemitismo Cattolico del Medioevo come una Tradizione Nazionale.


Veniva così, in primo piano, l'aspetto politico della questione.


Fra l'estate e l'autunno del 1938 furono emanati i primi provvedimenti legislativi e amministrativi.


Innanzi tutto vengono colpiti gli Ebrei rifugiatisi in Italia dall'Europa Centrale, nel corso degli ultimi anni;

in secondo luogo le persecuzioni degli Ebrei Italiani sono attuate con limitazioni ("discriminazioni") nei riguardi di Israeliti aderenti al Regime, benemeriti della causa nazionale, iscritti in posizione dominante al Partito Fascista, assimilati attraverso matrimoni misti ai cattolici, e così via.


Ne esce un inestricabile garbuglio, che il Gran Consiglio del Fascismo sanziona, nonostante le critiche di Balbo e De Bono, nella sua riunione del 6 ottobre 1938.


Accade anche il caso che la campagna antisemita serva a taluni gruppi di finanzieri e di Gerarchi Fascisti per impossessarsi del controllo di grossi gruppi economici, come è nel caso delle Assicurazioni Triestine (Gruppo Morpurgo), che ora cade in mani al Gruppo Volpi delle Assicurazioni Generali di Venezia.


Gino Olivetti, Presidente dell'Istituto Cotoniero Italiano, Cesare Sacerdoti, Amministratore Delegato dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico, Guido Segre, Presidente dell'Azienda Carboni Italiani furono costretti ad abbandonare i loro posti.


Enrico Fermi, Premio Nobel per la Fisica, fu indotto a lasciare l'Italia e molti furono gli universitari allontanati dall'insegnamento.


Gli Israeliti furono privati, soprattutto, delle proprietà immobiliari, espropriate con indennizzo, quando non riuscirono ad intitolarle tempestivamente e sicuramente a Cittadini di pieno diritto.


Per meglio sintetizzare il giudizio politico sulle Leggi Razziali vale la pena riportare alcuni passaggi del Rapporto Confidenziale svolto da Mussolini ai Gerarchi il 25 ottobre 1938 e rimasto segreto per molti anni:

"... quando un Popolo prende coscienza della propria razza, al prende in confronto di tutte le razze, non di una sola.

Noi ne avevamo preso coscienza solamente nei confronti dei Camiti, cioè degli Africani.

La mancanza di dignità razziale ha avuto conseguenze molto gravi nell'Amara.

È stato una delle cause della rivolta degli Amara.

Gli Amara non avevano nessuna volontà di ribellione al dominio italiano, non avevano nessun interesse a farlo...

Ma, quando hanno visto gli Italiani che andavano più stracciati di loro, che vivevano nei tucul, che rapivano le loro donne, ecc., hanno detto:

Questa è una razza che porta la civiltà?

E siccome gli Amara sono la razza più aristocratica d'Etiopia si sono ribellati".


Anche prescindendo dal fatto che spesso i moventi psicologici di Mussolini si stratificavano sulla base di episodi apparentemente marginali (ma la Rivolta Etiopica era un fatto qualitativamente grave per la coscienza del Duce) sembra proprio che in queste parole sia sufficientemente delineato un elemento autoctono, componente essenziale del Razzismo Fascista, come un razzismo della povera gente, con un riferimento diretto alle matrici ideologiche di tipo piccolo-borghese dell'Imperialismo Italiano.


Anzi, il fatto che Hitler, il Nazionalsocialismo e il Terzo Reich fossero razzisti, ha spinto Mussolini ad una imitazione subalterna, proprio per un motivo di prestigio nazionale.

 

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La Seconda Guerra Mondiale


La guerra che ha insanguinato il mondo fra il 1939 ed il 1945 è stata "mondiale" e "totale" in un senso ancora più ampio e profondo di quanto non fosse stata quella del 1914-18.


Anzitutto essa non soltanto ha coinvolto tutti i Continenti nel senso della partecipazione alla guerra, ma ha visto le operazioni militari dispiegarsi su di una scala e con una intensità senza precedenti.


In Europa, in Africa e in Asia, sugli Oceani e nei cieli.


In secondo luogo ha richiesto una mobilitazione di risorse materiali e umane in una misura tale da superare qualsiasi paragone con il passato.


In terzo luogo, la guerra "totale" ha trascinato nel conflitto le popolazioni civili in modo diretto.


Mentre la Prima Guerra Mondiale era stata combattuta dagli eserciti e la popolazione civile si era limitata a sostenere lo sforzo militare dietro i fronti, durante la Seconda Guerra Mondiale la popolazione civile è stata massicciamente colpita dalle distruzioni su scala enorme dei centri abitati, in conseguenza dei bombardamenti aerei, coinvolta nelle operazioni belliche attraverso la Guerra Partigiana, costretta dallo spostarsi dei fronti a giganteschi spostamenti collettivi e, infine, nei Paesi sottoposti all'occupazione degli Eserciti Nazisti, Fascisti Italiani e Giapponesi fatti oggetto di feroci persecuzioni di massa.


La lotta ideologica si intrecciò indissolubilmente con la lotta militare.


Coloro che furono maggiormente oggetto della violenza nazista in Europa furono gli Ebrei che Hitler era deciso a estirpare senza arretrare di fronte a nessun mezzo.


Fu così che, dopo avere, fino dalla presa del potere nel 1933 iniziato in Germania la repressione brutale degli Ebrei, degli oppositori e di altri soggetti ritenuti "inferiori" (omosessuali, zingari), nel corso della guerra i Nazisti decisero di eliminare fisicamente tutti questi soggetti che si potevano arrestare nei Territori occupati.


Un altro aspetto che la Prima Guerra Mondiale non aveva conosciuto fu quello della Guerra Civile e della Lotta Partigiana.
 

In Jugoslavia, in Russia, in Francia, in Grecia, in Italia quando nel 1943 crollò il Regime Fascista, in Cina, in Olanda, in Norvegia e in altri Paesi l'opposizione ai Nazisti e ai Fascisti diede origine al fenomeno della lotta armata da parte di civili e militari dietro le retrovie del nemico.


Una Resistenza che unì alle motivazioni militari motivazioni politiche e istanze di rinnovamento economico e sociale.

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Il ruolo dell'Italia


In conclusione della prima parte di questo nostro lavoro esamineremo il ruolo dell'Italia nel conflitto, soprattutto in relazione ai fatti che portarono alla caduta del Regime Fascista.


L'Italia quando scoppiò la guerra nel settembre del 1939, era del tutto impreparata militarmente, nonostante l'ideologia bellicista che aveva caratterizzato il Regime sin dal suo sorgere.


Povero di materie prime, con un'industria ancora complessivamente debole, provato dai consumi dei materiali bellici prima nella Guerra Italo-Etiopica e poi nella Guerra Civile Spagnola, il Paese non era stato in grado né finanziariamente, né tecnicamente di formare un Esercito pronto a misurarsi non più con nemici di terzo o quart'ordine, bensì con Grandi Potenze.


Molta parte delle armi leggere e dell'artiglieria risaliva ancora alla Prima Guerra Mondiale.


Carri armati pesanti mancavano del tutto; e quelli medi e leggeri erano non solo scarsi, ma anche di cattiva qualità.


La motorizzazione delle truppe, essenziale, in una guerra moderna era insufficiente.


L'Aviazione era non soltanto carente nel numero, ma soprattuto incapace d sostenere il confronto nelle prestazioni con i tipi di aerei in dotazione alle Forze Armate di altre Potenze.


La Marina era l'arma più solida; eppure anch'essa difettava proprio in quell'aspetto che ormai decisivo per una Marina tatticamente preparata: il coordinamento con l'Aviazione (mancavano del tutto le portaerei).


Le scorte di munizioni e di materie prime, quanto mai carenti.


Le Forze Armate Italiane erano, insomma, comparativamente più deboli nel 1939 di quanto non fossero state nel 1914.


Nonostante questo quadro generale, i successi schiaccianti dell'Esercito Tedesco e la repentina Capitolazione della Francia convinsero Mussolini dell'opportunità di intervenire nel Conflitto.


La sensazione diffusa in quei giorni del giugno 1940 era che lo scontro fosse già prossimo ad un epilogo.


L'Italia entrò in guerra il 10 giugno del 1940 , dopo circa otto mesi di "non belligeranza".
 

La decisione della Gran Bretagna di proseguire la guerra anche da sola (con l'aiuto, per il momento, esclusivamente economico degli Stati Uniti) dimostrò ben presto che la guerra sarebbe stata ancora lunga.


La Battaglia d'Inghilterra, che si svolse nei cieli britannici nel corso dell'estate, si concluse con uno scacco per l'Aviazione Tedesca.


Hitler decise allora di accantonare l'idea di uno sbarco sulle coste inglesi per volgere verso Oriente le azioni di guerra.


Nel corso del 1941 si compirono le ultime Campagne Lampo delle Forze dell'Asse.


Con l'Occupazione della Jugoslavia e della Grecia, Hitler tolse l'Alleato Italiano dalle difficoltà in cui si era trovato attaccando sul Fronte Greco-Albanese.


L'insuccesso della Battaglia d'Inghilterra aveva ormai reso chiaro che le possibilità di vincere la guerra erano legate ai rifornimenti alimentari e alla disponibilità di materie prime.


La Gran Bretagna poteva contare sul supporto offerto in misura sempre più consistente dagli USA.


Il 22 giugno la Germania attacca l'URSS (cui era stata legata, dal 1939, da un Patto di Non Aggressione che aveva portato alla spartizione della Polonia, all'annessione da parte dei Sovietici delle Repubbliche Baltiche e alla Guerra Russo-Finlandese, svoltasi mentre i Tedeschi occupavano la Norvegia).


L'apertura del Fronte Orientale portò a trascurare altri scenari, che dal punto di vista strategico erano altrettanto importanti.


In particolare in Africa Settentrionale, dove veniva inviato a comandare le operazioni un Generale abile come Erwin Rommel, un maggior sostegno di uomini e di mezzi avrebbe potuto portare le Forze dell'Asse a controllare il Canale di Suez, minacciando così direttamente i giacimenti di petrolio del Medio Oriente.


Senonché Hitler considerò sempre l'Africa un teatro di guerra secondario e Mussolini preferì inviare le sue Armate nelle steppe russe piuttosto che destinarle a rafforzare le posizioni in Libia e in Egitto.


Tali scelte si rivelarono ben presto disastrose.


Intanto, in Africa Orientale, giungeva al termine l'avventura coloniale italiana.


Il 1942 fu l'anno di svolta nella Seconda Guerra Mondiale.

 

Le Forze dell'Asse vennero gravemente sconfitte sui vari teatri di guerra.


In Africa Settentrionale, in Russia, nel Pacifico (dove con la battaglia delle Isole Midway gli Americani riconquistarono la superiorità navale e aerea sui Giapponesi, dopo il proditorio attacco di Pearl Harbour).


Gli Alleati dimostrarono di essere riusciti ad organizzare degli apparati bellici estremamente efficienti.


I Comandi Militari dimostrarono di avere raggiunto ampiezza di visione strategica e la capacità di allestire con rapidità perfette linee di comunicazione fra i fronti e le retrovie, che si dimostrò decisiva per il mantenimento delle posizioni via via, conquistate nelle successive ondate offensive.


L'esito della Battaglia di Stalingrado, nel gennaio del 1943, dimostrò come i fronti militari stessero crollando: nello stesso tempo, in Italia crollava il fronte interno.


Un crollo mostrato in tutta la sua evidenza dagli scioperi che spontaneamente si accesero nelle maggiori città, in marzo e aprile.


Gli industriali stabilirono contatti con l'estero riallacciando relazioni, peraltro mai interrotte con interlocutori Inglesi e Americani.


Il Re, sostenuto dai vertici delle Forze Armate, pur tra mille indecisioni e titubanze prepara la rimozione di Mussolini.


Lo sbarco alleato in Sicilia segnala l'urgenza di porre fine al Fascismo: il bombardamento di Roma, avvenuto il 19 luglio 1943, rappresentò il punto di rottura, di non sopportazione ulteriore.

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La fine del Fascismo


A quel punto le acque, anche all'interno del vertice fascista, stavano muovendosi vorticosamente.


Dino Grandi assunse l'iniziativa di mettere in minoranza, in una seduta del Gran Consiglio del Fascismo (24-25 luglio 1943) Mussolini, su un programma (eliminazione delle Strutture Totalitarie, ripristino dello Statuto e riassunzione da parte del Re delle prerogative costituzionali) che convergeva in sostanza con quello della Monarchia.


Il 25 luglio un Ordine del Giorno Grandi venne approvato a maggioranza (19 sì, 7 no, una astensione - fra i sì anche quello di Ciano, il genero di Mussolini).


Il Re, messo di fronte alla crisi del Regime, nominò il Maresciallo Badoglio Capo del Governo, quindi fece arrestare Mussolini.


Nella notte tra il 25 ed il 26 luglio, in tutta Italia esplose l'entusiasmo popolare.


Il Re assunse il comando delle Forze Armate.


La caduta del Fascismo faceva gravare sull'Italia la minaccia della reazione tedesca.


I Tedeschi diffidavano della Monarchia e di Badoglio, nonostante questi si fosse affrettato a dichiarare che l'Italia rimaneva fedele alle alleanze.


Badoglio (constata l'assenza di reazione da parte dei Fascisti, che aveva dimostrato il baratro venutosi a creare fra il Paese e il caduto Regime) costituì il 26 luglio una Governo di militari e alti burocrati che procedette sia a smantellare gli apparati della Dittatura Fascista sia ad organizzare la repressione, che in alcuni casi fu molto dura, con morti e feriti di ogni manifestazione popolare.


Il disegno monarchico-badogliano puntava a ritornare al Regime prefascista evitando una Costituente, lasciando intatte le Strutture Conservatrici in campo economico-sociale.


I Partiti Antifascisti, riemersi alla luce, erano rimasti di fatto estranei al Colpo di Stato del 25 luglio.


Il loro problema dominante era quello di prendere posizione di fronte al Programma di Badoglio.


I Socialisti e gli aderenti al Partito d'Azione, sorto dal Movimento Giustizia e Libertà, si mostravano decisamente ostili alla Monarchia, considerata complice del Fascismo;

i Comunisti dal canto loro oscillavano fra la richiesta di un Governo formato dai Partiti Antifascisti e l'appoggio al Ggoverno Badoglio in vista di far uscire l'Italia dalla guerra;

i Liberali, infine, erano favorevoli in genere a Badoglio.


Mentre i Tedeschi si apprestavano a mettere in atto l'Operazione "Valkiria" al fine di assumere il controllo militare dell'Italia, Badoglio condusse segretamente trattative segrete con gli Alleati, i quali però chiesero la Resa Incondizionata: l'Armistizio fu firmato dal Generale Castellano, a Cassibile in Sicilia l'8 Settembre 1943.


Il Re, Badoglio, la Corte, lo Stato Maggiore dell'Esercito, il Governo abbandonarono Roma, e fuggirono prima a Pescara e poi a Brindisi.


La risposta dei Tedeschi fu fulminea.

 

Circondata Roma, la occuparono dopo duri combattimenti contro reparti dell'Esercito cui si unirono elementi popolari.


Fu il primo atto della Resistenza Italiana.


La sorte delle Truppe Italiane all'estero fu tragica:

gran parte di essi fu deportata in Germania,

a Cefalonia e a Corfù i soldati italiani furono sterminati dai Tedeschi,

in Grecia, Jugoslavia, Albania Reparti Italiani poterono unirsi ai Partigiani.


Si salvò soltanto la flotta rifugiandosi a Malta.


Il Governo Badoglio dei "quarantacinque giorni" (25 luglio - 8 settembre 1943) aveva così portato l'Italia fuori dall'Alleanza Tedesca, ma in modo talmente inefficiente da determinare una tragedia lasciando il campo libero ai Tedeschi in tutto il Paese non occupato dagli Alleati e determinando la catastrofe dell'Esercito Nazionale.


Dopo le gravi sconfitte militari dell'Asse del 1942 e della primavera del 1943, era giunto il crollo del Fascismo e la sconfitta militare italiana.

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Resistenza e Liberazione


La sorte dell'Italia Centro-Settentrionale dopo l'8 Settembre del 1943 e la fuga del Re da Roma fu decisa dalla immediata occupazione tedesca.


Sotto la protezione e per volontà dei Nazisti il Fascismo risorse immediatamente.


Gerarchi rifugiatisi in Germania provvidero subito a preparare un nuovo Governo Fascista: Mussolini, liberato dalle SS a Campo Imperatore (12 settembre 1943) ripresa la guida del Neo-Fascismo.


Il Partito Fascista prese il nome di "Repubblicano" e il Regime si chiamò Repubblica Sociale Italiana: il Governo si formò ufficialmente il 23 Settembre.


Il Programma di Mussolini prevedeva la continuazione della guerra accanto ai Tedeschi, la punizione dei traditori, il rinnovamento interno del Fascismo in seno repubblicano e sociale.


Il primo Congresso del Partito si svolse a Verona nel novembre del 1943 e stabilì la punizione dei traditori del Gran Consiglio del 25 luglio: Ciano, De Bono ed altri Gerarchi furono fucilati l'11 gennaio 1944.


A mano a mano che la sconfitta tedesca si profilava sempre più inevitabile, la Repubblica di Salò (così denominata per aver stabilito a Salò la sede alla Presidenza del Consiglio) mostrò il volto di un fantoccio senza speranza.

 

Essa si trovò avvolta nell'odio della popolazione, che vedeva i "Repubblichini" impegnati come bande di terroristi al servizio dei Tedeschi nella repressione antipartigiana.


La Repubblica di Salò si rese inoltre complice dello sterminio degli Ebrei avviati dai Tedeschi nei grandi Campi di Sterminio di Auschwitz, Mauthausen, Buchenwald, Bergen Belsen, ecc.


Quando, nel febbraio del 1945, fu avviata la socializzazione delle imprese era evidente che si trattava di una misura presa da chi, fra poco, non avrebbe più avuto alcun potere.


Di contro al Governo Neo-Fascista stava il "Regno del Sud" con il Re e Badoglio stabilitisi prima a Brindisi e poi (dopo uno sbarco degli Alleati) a Salerno.


Il Governo Monarchico dichiarò guerra alla Germania ottenendo dagli Alleati la qualifica di "cobelligerante".


Nel Regno del Sud era urgente la formazione di un Governo in grado di rappresentare i Partiti Politici Antifascisti che avevano ripreso in pieno la loro attività: ma c'erano divisioni sul tema del riconoscimento della Monarchia.


Risolse la situazione il ritorno in Italia del Segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti (27 marzo 1944).

 

13 giorni prima il Governo Sovietico aveva riconosciuto il Governo Badoglio: Togliatti si espresse, a Salerno, per l'unità di tutte le Forze Antifasciste, per l'accantonamento della Questione Istituzionale alla fine della guerra, alla formazione di un Governo di Unità Nazionale.


Dopo lo Sbarco di Anzio, Roma fu liberata il 5 giugno 1944 (il giorno dopo gli Alleati sbarcarono in Normandia, nel corso di una delle più imponenti manovre militari della storia, fornendo un decisivo impulso alla vittoria).


Il Re trasferì i poteri e Badoglio si dimise.

 

Per designazione dei Partiti Ivanoe Bonomi, il 18 giugno 1944 un Governo formato da tutti i Partiti della Coalizione Antifascista.


Intanto al Centro-Nord si sviluppava il Movimento Partigiano.


Il Nord fu la parte dove la Resistenza operò sino alla fine della guerra contro la Repubblica di Salò, quindi la Lotta Partigiana si presentò oltre che come lotta antitedesca anche come Guerra Civile.


Questa lotta durò dal settembre 1943 all'aprile 1945 e abbracciò un Movimento comprendente tutte le classi sociali, che raggiunse nell'aprile del 1945 i 200.000 combattenti con 70.000 caduti.


In questi strati era diffusa la convinzione che la Resistenza Armata al NaziFascismo, dopo il crollo del Regime sorto nel 1922, dovesse costituire il preludio per una rottura del vecchio Stato, con il suo centralismo burocratico, con il dominio del privilegio sociale.


Interpreti di queste esigenze erano le Formazioni Partigiane di Sinistra: Garibaldi (Comuniste), Giustizia e Libertà (del Partito d'Azione), Matteotti (Socialiste).

 

Accanto a queste stavano le Organizzazioni di orientamento moderato: le "autonome", sostanzialmente apartitiche, formate da militari in gran parte monarchico-badogliani, le Organizzazioni DemoCristiane e i Partigiani Liberali.


Nell'Italia del Nord la Lotta Partigiana poté giovarsi di un vasto appoggio popolare, tanto nelle città quanto nelle campagne.


Il proletariato urbano fu in prima linea.


Dopo scioperi nel Triangolo Industriale nell'inverno del 1943-44, si ebbe un grande Sciopero Generale tra il 1 e 9 marzo 1944, che paralizzò con chiari intenti politici e resistenziali, la produzione a Torino, Milano, Genova.


Fu l'unico grande sciopero dell'industria nell'Europa occupata dai Nazisti, pagato a caro prezzo dalla classe operaia, con migliaia di deportazioni nel campi di sterminio.


La Direzione Politica della Resistenza fu opera dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), i quali rappresentavano i Partiti Antifascisti, poggiando sull'unità che veniva dalla comune lotta, ma anche riflettendo le inevitabili divergenze di strategia.


Nel gennaio del 1944 sorse il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI).


Un problema importante era quello della definizione dei rapporti tra il CLNAI, il Governo del Sud e gli Alleati.


Questi ultimi, e fra loro specie gli Inglesi, erano preoccupati che nel Nord i Partigiani potessero diventare un fattore di radicalizzazione politica.


Per questo nel novembre del 1944 il Maresciallo Inglese Alexander, dietro motivazioni militari, invitò di fatto le Forze Partigiane a smobilitare in attesa che la Liberazione venisse dagli Eserciti Anglo-Americani: l'invito non fu accolto.


Nella stessa direzione andò un accordo del 7 dicembre 1944 fra i Delegati del CLNAI e gli Alleati che, mentre riconoscevano solennemente il Movimento Partigiano e l'autorità del Comitato, al tempo stesso sottoponeva le Forze Partigiane, trasformate in Corpo Volontari della Libertà (CVL) ad un Comando Militare Supremo con a capo un Generale dell'Esercito Regolare Italiano, Raffaele Cadorna, affiancato dai Vice Comandanti Luigi Longo, Comunista, e Ferruccio Parri, Azionista.


Accordo che impegnava le Forze della Liberazione ad accettare le decisioni del G>overno Militare Alleato all'atto della Liberazione.


Poco dopo, il 26 dicembre 1944, anche il Governo Bonomi riconobbe il CLNAI come proprio "Delegato" al Nord, quest'ultimo riconosceva nel Governo del Sud il "solo Governo legittimo".


I Governi del Sud, prima Badoglio e poi Bonomi, avevano ottenuto dagli Alleati di costituire, con truppe regolari, un Corpo Italiano di Liberazione.


Nel Nord le Forze Partigiane affrontarono i Tedeschi e le Bande Fasciste in lotte dure e sanguinose, arrivando ad impegnare nell'ottobre del 1944 fino a 8 Divisioni Germaniche.


Un rilevante peso politico ebbero le "Repubbliche Partigiane", costituite in località temporaneamente liberate (nelle Langhe, in Valsesia, Val Maira, Montefiorino, Val d'Ossola) dove furono avviate forme di governo popolare.


Nella durezza della Guerra Civile e contro i Tedeschi, le popolazioni ebbero in innumerevoli casi a soffrire di atroci rappresaglie, la più grave, accanto a quella delle Fosse Ardeatine, ebbe luogo a Marzabotto, dove fra il 29 Settembre ed il 1 Ottobre 1944, furono trucidate oltre 1.000 persone.


L'Insurrezione Nazionale, dopo che già nel marzo si furono intensificati gli scioperi, ebbe luogo il 25-26 aprile 1945.


Mentre le truppe motorizzate alleate iniziavano l'invasione della Valle del Po, i Partigiani liberarono le grandi città del Nord, Genova, Torino, Milano.


I Tedeschi si arresero o si ritirarono, la Repubblica di Salò si disgregò.

 

Mussolini, dopo aver vagheggiato un'ultima resistenza in Valtellina, fuggì travestito da soldato tedesco verso la Svizzera, con una colonna germanica.

 

Riconosciuto dai Partigiani fu giustiziato il 28 aprile, su ordine del Comando del Comitato di Liberazione Nazionale.


La tragica avventura del Fascismo era finita, ma restavano in piedi alcune Istituzioni del Regime e, soprattuto, erano ben presenti i protagonisti dell'avventura di Salò che non avrebbero tardato a tentare di rientrare all'interno del gioco politico.

 

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Dal 25 luglio alla XII Disposizione Transitoria
 

Subito dopo il 25 luglio furono varate norme, configurate come temporanee dal Legislatore, che si preoccupavano di impedire il risorgere del disciolto Partito Fascista.
 

In questo senso si rammentano: la soppressione

del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (RDL 29/7/1943 n. 668),

del Partito Nazionale Fascista (RDL 2/8/1943, n. 704),

della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (RDL 2/8/1943, n. 705),

del Regime Corporativo (RDL 9/8/1943, n. 721).
 

L'opera di rinnovamento proseguì con la punizione dei delitti fascisti e di collaborazionismo, l'avocazione dei profitti di Regime e la repressione delle attività neofasciste.
 

La nomenclatura "Sanzioni contro il Fascismo" derivante dal primo provvedimento che disciplinò in maniera organica la materia (D. Lgt. 27/7/1944, n. 159) riflette approssimativamente il contenuto della Legislazione, che accanto a sanzioni penali e amministrative, prevedeva anche le relative fattispecie, oltre ad Istituti di diritto processuale, di diritto tributario ed a norme regolanti al devoluzione allo Stato del patrimonio delle disciolte Organizzazioni Fasciste.


Si prevedevano sanzioni, consistenti, alternativamente nella "casa di lavoro", "colonia agricola", "confino di polizia" o nel "campo di internamento" per coloro i quali commettevano atti diretti a favorire il risorgere, sotto qualsiasi forma e denominazione, del disciolto Partito Fascista od a esaltarne pubblicamente, con qualsiasi manifestazione scritta o verbale, le persone, gli Istituti e le ideologie, ancorché il fatto non fosse previsto come reato (Articolo 3, D. L. Lgt. 26/4/1945, n. 149).


Veniva punito con la reclusione da dieci a venti anni il fatto di "chiunque ricostituisce sotto qualsiasi forma o denominazione il disciolto partito fascista ovvero ne promuove la ricostituzione" (D. L. Lgt. 26/4/1945, n. 195).


L'entrata in vigore della Costituzione segnò la solenne affermazione del divieto di riorganizzazione del Partito Fascista, sancita con la XII Disposizione Transitoria e Finale, alla quale dedicheremo più avanti particolare attenzione.


A questo punto interessa verificare come si realizzò una adeguata sistemazione del vasto corpus legislativo inerente le "Sanzioni contro il Fascismo".


Possiamo verificare tre punti principali:

a) i fatti di promozione, organizzazione e partecipazione al Fascismo in periodo

monarchico e repubblicano;

b) i fatti di intelligenza e collaborazione con i Tedeschi durante il periodo

dell'Occupazione Militare;

c) le attività neofasciste (consistenti nella riorganizzazione del disciolto Partito

Fascista, nell'Apologia del Fascismo e nel compimento di manifestazioni usuali al disciolto Partito Fascista).


I fatti di promozione, organizzazione e partecipazione al Fascismo furono variamente specificati nelle singole leggi sulle Sanzioni contro il Fascismo, costituendo le fattispecie condizionanti di una serie di conseguenze personali a contenuto sfavorevole:

la decadenza dei Senatori (Art. 8 u.c. RDL 2/8/1943, n. 705), quale incapacità permanente assimilabile nel contesto dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici;

la sospensione dei diritti elettorali e di altri diritti pubblici soggettivi (coi caratteri alternativi di temporaneità e di permanenza).

 

Tali incapacità vennero meno a seguito dell'entrata in vigore della Costituzione, che proprio nel capoverso della XII Disposizione Transitoria, demandò alla Legge Ordinaria di stabilire

le limitazioni temporanee (vi provvide la L. 1453/1947);

la risoluzione del rapporto di pubblico impiego (che trova applicazione nel D. L. Lgt. 159/1944) e per dirigenti di società di capitale (Art. 8 c. 1 D. L. Lgt. 702/1945);

la cancellazione dagli Albi Professionali, con norme analoghe alla risoluzione del rapporto di pubblico impiego;

la radiazione da Accademie ed Istituti Culturali;

l'avocazione dei profitti di Regime;

il delitto degli alti Gerarchi, di natura dolosa (Art. 2 c. 1 D. L. Lgt. 159/1944) di natura dolosa portava, se era riconosciuta l'aggravante, portava alla pena dell'ergastolo, con privazione dei diritti elettorali, confisca dei beni e la risoluzione del rapporto di lavoro privato, come quello di organizzazione di Squadre Fasciste che avevano compiuto atti di violenza e devastazione.


Egualmente, con l'ergastolo, erano puniti gli atti di collaborazionismo con i Tedeschi dopo l'8 Settembre 1943.


La XII Disposizione Transitoria della Costituzione completò questo quadro legislativo: ne fu data attuazione, in un primo tempo, con la Legge 3/12/1947 n. 1546, poi sostituita dal disposto della Legge 20/6/1952, n. 645.


Esaminiamo allora, con attenzione, il contenuto della disposizione e le forme concrete della sua applicazione legislativa.

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La XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione
 

La Costituzione Italiana nel prevedere, all'Articolo 49, che tutti i Cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in Partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la Politica Nazionale ha inteso negare una forma generale di controllo sulle ideologie e sui programmi delle formazioni politiche, informando l'intero assetto costituzionale al Principio Pluralista.


L'Assemblea Costituente tuttavia, segnata dalla allora recente esperienza del Partito Unico, ha preferito non lasciare spazio a quelle formazioni politiche che, rappresentando un momento di continuità con gli ideali del Partito Fascista, risultassero portatrici di valori completamente antitetici rispetto a quelli contenuti nella nuova Carta Fondamentale.
 

La regola generale della libertà di associazione in Partiti Politici incontra, per tanto, un'eccezione nel divieto della XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto Partito Fascista.


La legislazione attuativa di tale Disposizione, la Legge 20 Giugno 1952 n. 645 nota come "Legge Scelba" ha finito poi con il delineare un'ipotesi più estesa, quella di un'associazione o un movimento che "persegue finalità antidemocratica propria del Partito Fascista" non soltanto per l'esaltazione, la minaccia e l'uso della violenza come metodo di lotta politica, ma altresì per alcune ulteriori caratteristiche collegate ad una precisa connotazione ideologica: fra queste il fatto di propugnare la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o di denigrare la Democrazia, le sue Istituzioni e i valori della Resistenza o di svolgere Propaganda Razzista, ovvero di rivolgere la propria attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del Partito Fascista o di compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista.


Il complesso delle disposizioni che mirano ad impedire la ricostituzione del disciolto Partito Fascista si prestano ad una lettura che, dal nostro punto di vista, vorremmo giudicare di tipo "estensivo".


Nella Disposizione Transitoria XII della nostra Costituzione e nella relativa legislazione di attuazione si possono individuare due nuclei fondamentali:

accanto ad un primo gruppo di disposizioni che sono il prodotto di quella determinata situazione storica,

trovano spazio altre disposizioni caratterizzate dall'elemento dell'astoricità, destinate ad avere un valore indipendentemente dal contesto e dal momento storico.


In questo senso si può affermare che la XII Disposizione Ttransitoria rappresenta un corollario di quel metodo democratico contenuto nell'Art. 49.


L'Assemblea Costituente, in pratica, non avrebbe inteso vietare solamente la ricostituzione del Partito Fascista in quanto tale, ma ha inteso precludere la presenza, nell'ordinamento, di quelle formazioni che utilizzano la violenza come metodo di lotta politica o si servano dell'intimidazione quale mezzo per imporre le proprie decisioni o neghino in radice il pluralismo proponendosi all'interno del sistema come Partito Unico, rigettando lo strumento del dialogo quale forma del libero confronto democratico.


A questo modo si individuano, all'interno dell'Ordinamento, una serie di valori supremi, intangibili quali la non violenza, la tolleranza e il pluralismo che rappresentano i pilastri fondamentali di una Repubblica che, come la Costituzione proclama, voglia definirsi come democratica.


Egualmente merita di essere, ancora, segnalato l'Art. 3 della già citata Legge 645/52 (poi sostituito dall'Art. 9 della Legge 152/75) secondo cui "qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto Partito Fascista, il Ministero per l'Interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell'associazione, del movimento o del gruppo.
Nei casi straordinari di necessità ed urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell'Art. 1 adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante Decreto Legge"
.


Come è noto, nel mentre la normativa in questione è stata applicata a proposito del Movimento "Ordine Nuovo" (sciolto con Decreto Ministeriale 23 novembre 1973, in G. U. 23 novembre 1973, n. 302) non si è mai ritenuto di doverla utilizzare nei confronti del MSI.
 

La vicenda del MSI appare dunque fondamentale nella ricostruzione che si tenta di realizzare attraverso questo nostro lavoro, proprio per capire gli sbocchi della vicenda del Fascismo nella storia d'Italia e quale lascito questa ha portato all'interno del nostro sistema politico.


Riprenderemo allora, un discorso, lasciato più addietro al momento della nascita della Repubblica Sociale Italiana.

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L'atto di nascita della Repubblica di Salò e la Carta di Verona (17 novembre 1943)
 

Per chi ha vissuto quell'esperienza, la Repubblica Sociale di Salò, è stato il tentativo estremo di difendere la dignità e l'onore della Patria e la continuità dell'Ideale Fascista.


Un tentativo vissuto sotto lo stretto controllo dell'Occupazione Nazista in Italia.


Per molti ha rappresentato la possibilità di realizzare il Fascismo delle origini, quello anticapitalista, antiborghese che rifiuta ogni compromesso, con una forte impronta sociale, anche se con forti accenti antisemiti e razzistici.


Il "Manifesto di Verona" emanato il 14 novembre 1943, durante il primo Congresso del Partito Fascista Repubblicano (nato dalle ceneri del Partito Nazionale Fascista) rappresenta l'atto di nascita della Repubblica Sociale di Salò e ne definisce il Programma Politico ed i Principi.


I 18 punti della Carta dichiaravano decaduta la Monarchia e convocavano una Costituente.
 

Si tratta di un passaggio molto importante al fine del nostro discorso, sul piano complessivo, laddove si intende, analizzato a fondo il Regime Fascista, cercare di individuarne alcuni esiti incidenti, sul piano politico, al riguardo delle vicende dell'immediato Dopoguerra ed oltre, con la presenza sulla scena, non solo politica, ma anche istituzionale del MSI.
 

Riprendiamo, comunque, il filo del discorso analizzando sommariamente i punti principali che componevano, appunto, la cosiddetta "Carta di Verona".


Vi si affermava

che la base della Repubblica Sociale e della dottrina economica del Partito Fascista Repubblicano era rappresentata dal Lavoro (Articolo 9);

che la proprietà privata, frutto di lavoro e di risparmio, sarebbe stata garantita, ma non si sarebbe dovuta per ciò trasformare in entità disgregatrice della personalità altrui, sfruttandone il lavoro (Articolo 10).


Tutto ciò che era di interesse collettivo, da un punto di vista economico si sarebbe dovuto nazionalizzare (Articolo 11).


Nelle aziende sarebbe stata avviata e regolata la collaborazione tra maestranze ed operai per la ripartizione degli utili e per la fissazione dei salari (Articolo 12).


In agricoltura le terre incolte o mal gestite sarebbero state riappropriate e riassegnate a favore di braccianti e cooperative agricole (Articolo 13).


L'Ente Nazionale per la Casa del Popolo avrebbe avuto l'obiettivo di fornire una casa in proprietà a tutti (Articolo 15).


Si sarebbe costituito un Sindacato dei Lavoratori, obbligatorio, e avrebbe riunito tutte le categorie (Articolo 16).


Ma all'Articolo 7 stava scritto "gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri.

Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica."
 

È stato Giano Accame, ideologo della Destra Italiana per un lungo periodo nel Dopoguerra, a fissare i punti di collegamento tra la Repubblica Sociale e il MSI (di cui analizzeremo in seguito la fase di costituzione) proprio allo scopo di definire il distacco tra questi ed il Fascismo del Ventennio, quello della "diarchia".


Scrive Accame:

"Sia la Repubblica Sociale che il Movimento Sociale, sono una conferma di questo fondamentale dato di dignità del nostro Paese, non era possibile che di quella punta così elevata di consenso che circondarono il Fascismo e Mussolini non rimanesse più niente.

Qualcuno doveva testimoniare.

Purtroppo la Repubblica Sociale era caduta nella trappola delle rappresaglie: le rappresaglie dei Fascisti contro i Partigiani e la popolazione civile espressero troppo spesso una ferocia gratuita a dispetto dei principi contenuti nella Carta di Verona".


Ecco il punto sul quale, come vedremo meglio in seguito, nasce il Movimento Sociale Italiano: quello della testimonianza.

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L'Amnistia Togliatti e la nascita del Movimento Sociale Italiano


Durante i primi anni del dopoguerra gli ex Gerarchi Fascisti vivevano in clandestinità ed erano latitanti cercati dalla Giustizia.


Tra questi vi era Giorgio Almirante, che visse un anno e mezzo in clandestinità tra Milano e Torino, facendosi chiamare Giorgio Alloni.


Un altro latitante eccellente era Pino Romualdi, ex Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano, il più alto in grado tra i Gerarchi sopravvissuti alla caduta della Repubblica Sociale: su di lui pendeva una condanna a morte.


Il 22 giugno 1946, Palmiro Togliatti, Ministro della Giustizia del primo Governo De Gasperi, varò la prima Amnistia nella storia repubblicana.


L'intenzione del Segretario del PCI e Ministro del Governo era quella di pacificare il Paese: l'obiettivo era quello di una amnistia "bipartisan", che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai Partigiani, ma in realtà pochissimi uomini della Resistenza beneficiarono del condono, mentre, tra i circa diecimila che usufruirono del provvedimento prevalsero i Gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per i migliori avvocati.


Sulla base di questo esito dell'Amnistia (altro punto fondamentale per verificare la realtà concreta rappresentata dalla Disposizione Transitoria XII della Costituzione, della quale ci stiamo occupando) nacque il Movimento Sociale Italiano (da notare che, nel futuro, i 2/3 della base parlamentare dell'MSI sarà costituita da parlamentari amnistiati).


Il Movimento Sociale Italiano nasce ufficialmente il 26 dicembre 1946, ma ha origine da piccoli gruppi di natura eversiva, sempre sul crinale della legalità, che nascono sia nella zona occupata dai Tedeschi, sia in quella controllata dagli Alleati, dando vita a una sorta di Resistenza a rovescio.


L'esempio più noto è quello del Gruppo del Principe Valerio Pignatelli della Cerchiara che organizzò sabotaggi nelle retrovie alleate in Calabria.


La creazione vera e propria del Partito fu preceduta da un intenso dibattito su numerose riviste dell'area "post-fascista" che erano sorte in quel periodo: "Rataplan", "Rosso e Nero", "Senso Nuovo", "Il pensiero nazionale", "Meridiano d'Italia", "Brancaleone", "Fracassa", oltre al più noto e diffuso "Rivolta Ideale", che divenne l'organo ufficioso del neonato Partito, ma il MSI si affermò ben presto come il punto di riferimento di tutto l'ambiente nostalgico.


Il Secolo d'Italia divenne ufficialmente giornale di Partito solo nel 1963, quando l'allora Segretario del MSI Arturo Michelini rilevò la Società Editrice del giornale, divenendone Direttore.


"Il Secolo" era stato fondato a Roma il 16 maggio 1952, come giornale indipendente di Destra da Franz Turchi.


Il Movimento Sociale si indirizzò da subito verso una scelta di tipo legalitario, cercando di inserirsi nel nuovo contesto politico.


Il simbolo del Partito, scelto nel 1947, è la "Fiamma Tricolore", l'emblema degli Arditi nella Prima Guerra mMondiale.


Il Movimento Sociale si presentò per la prima volta alle Elezioni del 18 aprile 1948 ottenendo il 2,1% alla Camera e sei Deputati.

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La Legge Scelba e il dibattito interno al MSI


Torniamo allora alla Legge Scelba, attuativa della Disposizione Transitoria XII della Costituzione, allo scopo di approfondirne i contenuti e verificarne l'impatto sulla politica portata avanti dal Movimento Sociale.


Come abbiamo visto la "riorganizzazione del disciolto Partito Fascista", già oggetto proprio della XII Disposizione Transitoria della Costituzione Italiana, diventa Legge nel giugno 1952 attraverso la promulgazione della cosiddetta "Legge Scelba", approvata dopo il risultato delle Elezioni Amministrative del 1951 e del 1952, dove il Movimento Sociale in alleanza con i Monarchici riesce ad avere successi molto significativi soprattutto nel Mezzogiorno.


In alcune zone i Missini riescono a privare la DC di quasi un 7%, e ad ottenere quasi il 14%.


L'Articolo 4 della Legge Scelba sancisce il reato di "Apologia di Fascismo" commesso da chiunque: "la propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento e di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto Partito Fascista, oppure da chiunque pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del Fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche" costituiscono violazione di legge.


La Legge detta norme ben precise: si commette reato "quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del Partito Fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la Democrazia, le sue Istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo Propaganda Razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi fatti e metodi del predetto Partito (Fascista N.d.R.) o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista".


Sono queste norme che agitano il dibattito all'interno del Movimento Sociale, anche se va ricordato che fin dal 1946 Michelini propose al Partito appena fondato di allearsi con la Democrazia Cristiana e di avere una politica filo-statunitense: ma fu messo in minoranza prima da Giorgio Almirante e poi da Augusto De Marsanich.


Ma, all'indomani delle Elezioni Politiche del 1953 (in cui il Movimento raccolse il 5,8% dei voti) Michelini riuscì a farsi eleggere Segretario Nazionale.


Durante la sua Segreteria cercò di far uscire il MSI dall'isolamento in cui si era venuto a trovare, cercando alleanze, dapprima nuovamente con la DC, poi con il Partito Liberale e con i Monarchici: in questa ottica deve essere visto l'appoggio dato al Governo Tambroni, di cui ci occuperemo immediatamente dopo.


Nel 1956 Michelini accettò l'Alleanza Atlantica e, successivamente, negli Anni '60 si fece promotore di una interpretazione corporativistica del capitalismo, attraverso la quale cercò contatti con le forze che stavano costruendo il Centrosinistra, senza però ottenere risultati.

 

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Il Governo Tambroni e i fatti di Genova


Durante la segreteria di Michelini i voti in Parlamento dell'MSI furono determinanti a garantire il sostegno ad un governo monocolore DC guidato da Fernando Tambroni (25/3/1960- 26/7/1960).


Il MSI aveva già votato la fiducia ai Governo Zoli e Segni II, ma stavolta, nel caso del Governo Tambroni il suo voto fu determinante a sostenere l'Esecutivo.


All'inizio del mese di maggio 1960 si diffuse la notizia che il Movimento Sociale era in procinto di organizzare il suo Congresso a Genova, città Medaglia d'Oro della Resistenza: la scelta di questa città da parte dell'MSI era intenzionalmente provocatoria.


Da notare che Presidente del Congresso era stato indicato l'ex-Prefetto Basile che, proprio a Genova, era stato indiziato di collaborazionismo con i Nazisti.


Immediatamente la protesta in Liguria esplose in manifestazioni e scioperi, ma a cavallo fra il giugno ed il luglio 1960 vi furono anche in tutto il resto d'Italia violentissimi scontri di piazza con le Forze dell'Ordine.


A Genova furono chiamati funzionari esterni della Polizia e dei Carabinieri ed i Reparti Celere si trovarono di fatto ad ingaggiare nei "carrugi" una sorta di guerriglia urbana coi manifestanti.


I manifestanti stavano prendendo il sopravvento costringendo la Polizia a ripiegare e fu necessaria una soluzione politica per riportare l'ordine.


Al MSI fu impedito di tenere quel Congresso; gli scontri successivi, particolarmente a Roma (dove si trovarono direttamente coinvolti Parlamentari del PCI e del PSI) e Palermo non furono meno violenti e provocarono una decina di morti, culminando nella strage di Reggio Emilia il 7 luglio del 1960.


In seguito ai fatti di Genova il Governo Tambroni fu costretto alle dimissioni il 26 luglio 1960.


L'esito di questa vicenda fu determinante per il dibattito interno al MSI, portandolo ad una crisi con il successivo ritorno alla Segreteria di Almirante.


Più importanti però furono gli esiti al riguardo dell'intero sistema politico, che si articolò su due piani:

in relazione al ruolo di governo dei Partiti su di una duplice "conventio ad excludendum", da una parte riguardante il PCI e dall'altra il MSI (considerati, nella definizione di Sartori, Partiti Antisistema nel quadro del "pluralismo centripeto" che caratterizzava la Democrazia Italiana";

il secondo piano riguardò invece la formazione di un cosiddetto "Arco Costituzionale" comprendente anche il PCI (Partito firmatario della Costituzione, con un suo esponente, Umberto Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente) ed escludente il solo MSI.


Il risultato fu duplice:

da un lato, il MSI fu definitivamente escluso dal concerto dei Partiti utilizzabili a formare Maggioranze in Parlamento (anche se sottobanco si verificarono casi molto importanti di collaborazione con la DC, o almeno con alcune sue parti, come nel caso dell'elezione a Presidente della Repubblica di Leone nel 1971),

ma, contemporaneamente, riconosciuto in quel ruolo di "testimonianza" al quale si erano agganciati i suoi fondatori, rifiutando però l'insieme dell'eredità del Regime Fascista.


Su questa base (nonostante tentativi svolti dall'estrema Sinistra a cavallo degli Anni '70 di chiederne lo scioglimento) il MSI restò fuori dal dettato della XII Disposizione Transitoria della Costituzione e dalle sue applicazioni legislative, nelle quali incapparono invece, come abbiamo visto, altri soggetti dell'estrema Destra italiana.

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In conclusione: Antifascismo e Costituzione Italiana


A questo punto è necessario interrogarsi sulla radice profonda della Costituzione.


Uno de Padri Costituenti, Giuseppe Dossetti, metteva in luce la rilevanza dell'evento globale che l'aveva ispirata:

 

"In realtà, la Costituzione Italiana è nata ed è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della Seconda Guerra Mondiale.

 

Anche il più sprovveduto o il più ideologizzato dei Costituenti non poteva non sentire alle sue spalle l'evento globale della guerra testé finita.

 

Non poteva, anche se lo avesse cercato di proposito, in ogni modo, dimenticare le decine di milioni di morti, i mutamenti radicali della mappa del mondo, la trasformazione quasi totale dei costumi di vita, il tramonto delle grandi culture europee, l'affermarsi del Marxismo in varie regioni del mondo, i fermenti reali di novità in campo religioso, la necessità impellente della ricostruzione economica e sociale all'interno e tra le Nazioni, l'urgere di una nuova solidarietà e l'aspirazione al bando della guerra.

 

Quindi l'acuirsi delle ideologie appena ritrovate e l'asprezza dei contrasti politici fra i Partiti appena rinati, lo stesso nuovo fervore religioso determinato dalla coscienza resistenziale non potevano non inquadrarsi, in un certo modo, in vasto orizzonti, al di là di quello puramente paesano, e non poteva non inserirsi anche in una nuova realtà storica globale a scala mondiale.

 

Insomma, voglio dire che nel 1946 certi eventi di proporzioni immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per non vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e le esplicitazioni, anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte e per non spingere, in qualche modo, tutti a cercare, in fondo, al di là di ogni interesse e strategia particolare un consenso comune, moderato ed equo.

 

Perciò la Costituzione Italiana del 1948, si può ben dire nata da questo crogiolo ardente e universale, più che dalle stesse vicende italiane del Fascismo e del Post-Fascismo;

più che dal confronto/scontro di tre ideologie datare essa porta l'impronta di uno spirito universale e, in un certo modo, trans-temporale".

 

(Don Giuseppe Dossetti: I Valori della Costituzione)


Pur accettando la precisazione di Dossetti, che la Costituzione non è il semplice prodotto di una Ideologia Antifascista, coltivata in Italia da limitate élite politiche, ma nasce dalle dure lezioni della storia, non si può disconoscere che il presupposto politico della Costituzione Italiana è rappresentata dall'Aantifascismo.


Su questo punto occorre essere chiari.


La Costituzione Italiana è una Costituzione compiutamente Antifascista, non perché è stata scritta da Antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del Fascismo e della guerra, hanno sentito il bisogno di rovesciare completamente le categorie che avevano caratterizzato il Fascismo.


Come il Fascismo era alimentato da uno spirito di fazione ed assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all'estrema abiezione delle Leggi Razziali), così i Costituenti hanno assunto l'eguaglianza e la universalità dei Diritti dell'Uomo come fondamento del loro ordinamento.


Come il Fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i Costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla massima distribuzione, articolazione e diffusione dei Poteri.


Come il Fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.


Come il Fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del Diritto Internazionale ed alla convivenza con la guerra, così i Costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del Diritto Internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l'istituzione della guerra.


La validità della XII Disposizione Transitoria della Costituzione, la cui permanente validità abbiamo cercato di dimostrare attraverso questo nostro lavoro, sta dunque nei fondamenti dell'architettura del sistema che l'intera Costituzione definisce.


Se i Principi Fondamentali della Costituzione, come abbiamo cercato di dimostrare, sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal Fascismo, è l'architettura del sistema che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al Governo Forze Politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (come sta avvenendo nell'attuale congiuntura politica) queste Forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle Istituzioni, aggredendo il Pluralismo Istituzionale (per esempio l'indipendenza della Magistratura) o il sistema delle autonomie individuali e collettive (libertà di espressione del pensiero, libertà di associazione, diritto di sciopero).


La Costituzione, insomma, rende impossibile ogni forma di "dittatura della maggioranza".
 

Proprio per questo motivo, da circa quindici anni, si reiterano i tentativi per modificarla che ancora risultano all'ordine del giorno: la Costituzione è vissuta come un impaccio, una serie di vincoli fastidiosi, di cui sbarazzarsi per restaurare l'onnipotenza dei decisori politici.


Opporsi a questo disegno è un nostro dovere e c'è un solo mezzo per opporsi: applicare e difendere la Costituzione Repubblicana di cui la Disposizione Transitoria XII che vieta la ricostituzione del Partito Fascista è parte integrante, non cancellabile."

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L'attuale è il secondo tentativo, a distanza di un secolo, di instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia:   la nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo!  (Grafica della Redazione)

 

 

La Loggia Massonica "Propaganda Due"

 

Meglio conosciuta come “P2”, è riconducibile dagli anni '60 agli inizi degli anni '80 alla Destra radicale e si prefigge, tra l'altro, di influire sulle strutture dello Stato attraverso un “golpe” non dichiarato e, quindi, non percepibile dal Paese, al fine di escludere la Sinistra socialista da ogni partecipazione di governo.

 

L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini arriva a definirla “un'associazione a delinquere”.

 

La lista degli iscritti alla "P2"

 

Nel 1981, nel corso di indagini sul presunto rapimento di Michele Sindona, i magistrati sequestrano a Licio Gelli nella sua Villa Wanda una lista di circa 1.000 nomi, la quale rappresenta una sintesi di varie liste.

 

Quella qui sotto riportata segue fedelmente quegli elenchi di appartenenti alla P2, così come resi pubblici dalla Presidenza del Consiglio a due mesi dalla loro scoperta e come successivamente riportati nella Relazione Finale ai Presidenti di Camera e Senato presentata il 12 luglio 1984, a conclusione dei lavori triennali (!) della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia Massonica P2, la cosiddetta "Relazione Anselmi" dal Presidente della Commissione, la Deputata Democristiana Tina Anselmi, nel libro primo, tomo primo, alle pagine da 803 a 874 e da 885 a 942, e nel libro primo, tomo secondo, alle pagine 213 e seguenti e 1126 e seguenti.

 

L'autenticità della lista

 

Innumerevoli e concordanti riscontri confermano l'autenticità ed attendibilità della lista.

 

Viene comunque avanzata l'ipotesi che la lista sia incompleta, in quanto mancherebbe ad esempio un “vertice occulto” di importanti personaggi interconnesso con la Loggia attraverso lo stesso Licio Gelli, il quale già nel 1976 indirettamente conferma in una sua intervista il numero degli iscritti a circa 2.500.

 

I contenuti e la "struttura" della lista

Sempre stando a Licio Gelli, ne avrebbe lui stesso distrutto gli originali durante la sua fuga a Caracas, ma, anche considerando questa una “bozza”, rende bene l’idea di quali categorie siano rappresentate tra i 932 iscritti riportativi:

 

- 44 Parlamentari
-   2 Ministri di Governo
-   1 Segretario di Partito
- 22 Generali dell'Esercito
-   8 Ammiragli della Marina Militare
-   4 Generali dell'Aeronautica Militare
- 12 Generali dei Carabinieri
-   5 Generali della Guardia di Finanza
 

oltre a:

- ufficiali di raghi inferiori e sottufficiali
- alti funzionari dei vari Servizi Segreti,
- magistrati,
- funzionari pubblici,
- direttori,
- giornalisti,
- imprenditori
 

ovvero, per essere precisi, in totali per categoria:

- 208 Militari e Forze dell’Ordine [!? - Nota della Redazione]
-   67 Politici
-   52 alti Dirigenti Ministeriali
-   49 alti Dirigenti Bancari
-   47 Industriali
-   38 Medici
-   36 Docenti Universitari
-   28 Commercialisti
-   27 Avvocati
-   27 Giornalisti
-   23 Dirigenti Industriali
-   18 Imprenditori
-   18 Magistrati

-   17 Liberi Professionisti
-   12 Responsabili di Attività Varie
-   12 Presidenti di Società Private

-   12 alti Dirigenti di Società Pubbliche

-   11 Segretari Particolari Politici

-   10 Responsabili di Associazioni Varie
-   10 alti Dirigenti R.A.I.
-   10 alti Responsabili di Enti Assistenziali ed Ospedalieri
-     9 Diplomatici
-     8 Dirigenti di Compagnie Aeree
-     8 Dirigenti Comunali
-     8 Presidenti di Società Pubbliche
-     7 Architetti
-     7 Funzionari Regionali
-     6 Antiquari
-     6 Dirigenti di Compagnie di Assicurazione
-     6 Dirigenti Editoriali
-     4 Direttori di Alberghi
-     4 Consulenti Finanziari
-     4 Editori
-     4 Notai
-     3 Scrittori
-     2 Provveditori agli Studi
-     2 Sindacalisti
-     1 Commerciante

 

Legittime riserve

 

In nome di un’onestà mentale da tempo perduta a partire dagli strati “alti” della nostra società, va sottolineato come la lista contenga anche i nomi di alcune persone che, dopo la sua scoperta nel 1981, si dichiareranno mai “interpellate” o mai “iniziate”, ovvero che ne prenderanno pubblicamente le distanze.

Nonostante ogni legittima e possibile riserva,
i fatti e le responsabilità venuti alla luce grazie alla scoperta della lista rimangono gravi, integri ed inconfutabili sia in ambito politico che finanziario e massmediatico!

 

La storia della P2 è ancora tutta da scrivere...

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L'attuale è il secondo tentativo, a distanza di un secolo, di instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia:   la nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo!  (Grafica della Redazione)

 

 

Il "Piano di Rinascita Democratica" della Loggia Massonica Propaganda Due

 

Il Piano viene trovato nel 1982 nel doppiofondo di una valigia appartenente a Maria Grazia Gelli, figlia del Gran Maestro Licio Gelli e sequestrato insieme ad un memorandum sulla situazione politica in Italia.

 

È successivamente pubblicato nella esatta forma qui di seguito riportata negli Atti della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla Loggia Massonica P2 - IX Legislatura, Allegati alla relazione serie II: documentazione raccolta dalla Commissione Volume terzo Documenti citati nelle relazioni Tomo VII-bis, Doc. XXIII n. 2-quater/3/VII-bis, pp. 611-625.

 

Il “Piano di Rinascita Democratica” si presenta con evidenza quale parte essenziale del programma della P2: descrive in sufficiente dettaglio una strategia di completa penetrazione degli apparati democratici italiani, allo scopo di assimilarli in un nuovo sistema di “autoritarismo legale” sviluppato partendo dal sistematico e progressivo controllo dell’informazione, sia di Stato che di massa.

 

Questo piano di “golpe soft” formula un chiaro obiettivo centrale nel programmare azioni di Governo comportamento politico ed economico, riforme legislative in un succedersi che si spinge fino a modificare la stessa Costituzione della Repubblica Italiana, al fine di …rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori…”.

 

Il Piano a grandi linee

 

Lasciato smorzare lo scandalo della scoperta della P2 senza di fatto altro che plateali giochi di corte, atto di estrema piattitudine politica, etica e morale da parte delle classi dirigenti italiane in ogni ambito della società ed in modo particolare dei Governi a succedersi, il Piano di Rinascita Democratica non solo “sopravvive”, ma inizia a trovare puntuale, palese attuazione nel corso degli anni nell’evoluzione o “involuzione”, che dir si voglia, della vita politica del Paese: a livello istituzionale, economico, imprenditoriale e - soprattutto e senza possibilità di paragoni con alcun altro Paese “democratico” al mondo - mediatico.

 

Due blocchi, due “partiti” – bipolarismo ovvero “bipartitismo”

 

Si “semplifica” la scena politica al fine di un migliore “controllo”: Partito Socialista Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Liberali di sinistra e Democratici Cristiani progressisti accorpati da una parte e dall’altra Democratici Cristiani conservatori, Liberali e Democratici della Destra Nazionale…

 

La proiezione futura – trent'anni dopo oggi attuale – ci porta rispettivamente al Partito Democratico da una parte e dall’altra il Popolo della (o “delle”) Libertà, il cui leader Silvio Berlusconi risulta documentatamente iscritto alla P2, con il numero 625, e piduisti in entrambe le formazioni: interessante notare come l’avvio del “cambiamento” o “rinnovamento” o come lo si voglia chiamare sia stato dato dagli “oppositori” di Berlusconi – tutt’un gioco?

 

"Libera" informazione pressoché azzerata – scalata ai mass media.

 

“Acquisizione” - e, quindi, controllo - dei maggiori quotidiani, “liberalizzazione” - e, quindi, controllo - delle emittenti televisive, con quelle private che dilagano nel Paese passando da regionali a nazionali e quelle pubbliche sistematicamente smembrate e ricomposte a proprio tornaconto: di conseguenza la formazione di una qualsivoglia "opinione pubblica" viaggerà da ora in poi e chissà per quanto su monorotaia

 

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Il testo integrale

 

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Premessa

 

1. L'aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni

movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema.

 

2. Il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli

istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori.

 

3. Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione di

procedimenti - anche alternativi - di attuazione ed infine nella elencazione di programmi a breve, medio e lungo termine.

 

4. Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine prevedono

alcuni ritocchi alla Costituzione - successivi al restauro del libero gioco delle istituzioni fondamentali - che, senza intaccarne l'armonico disegno originario, le consentano di funzionare per garantire alla nazione ed ai suoi cittadini libertà e progresso civile in un contesto interno e internazionale ormai molto diverso da quello del 1946.

 

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Obiettivi

 

1. Nell'ordine vanno indicati:

 

a. i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla DC ed al PLI (con riserva

di verificare la Destra Nazionale);

 

b. la stampa, escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello di

giornalisti attraverso una selezione che tocchi soprattutto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia per i quotidiani; e, per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epoca, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana.

La RAI-TV non va dimenticata;

 

c. i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto di leva

per ricondurli alla loro naturale funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione di una libera associazione dei lavoratori;

 

d. il Governo, che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella qualità degli

uomini da preporre ai singoli dicasteri;

 

e. la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e

scrupolosa applicazione delle leggi;

 

f.  il Parlamento, la cui efficienza è subordinata al successo dell'operazione sui partiti

politici, la stampa ed i sindacati.

 

2. Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul

piano della manovra di tipo economico-finanziario.
La disponibiltà di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.

Governo, Magistratura e Parlamento rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze reciproche, come si vedrà in dettaglio in sede di elaborazione dei procedimenti.

 

3. Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di

un club (di natura rotariana per l'etereogenità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità.

Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.

 

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1. Nei confronti del mondo politico occorre:

 

a. selezionare gli uomini - anzitutto - ai quali può essere affidato il compito di

promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio, Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amadei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);

 

b. in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di

avere ancora la necessaria credibilità esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;

 

c. in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari

sufficienti - con i dovuti controlli - a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;

 

d. in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata

nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altra sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali e democratici della Destra Nazionale).

Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.

Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche.

Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione è da ritenere inevitabile.

 

2. Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti

finanziari non può, in questa fase, essere previsto nominatim.

Occorrerà redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro.

L'azione dovrà essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non più di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.

Ai giornalisti acquisti dovrà essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.

 

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In un secondo tempo occorrerà:

 

a. acquisire alcuni settimanali di battaglia;

 

b. coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;

 

c. coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;

 

d. dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna ex art. 21 Costit.

 

3. Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla rottura,

seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure, senza toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederali allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti.
 

Gli scopi reali da ottenere sono:

 

a. restaurazione della libertà individuale nelle fabbriche e aziende in genere per

consentire l'elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto;

 

b. ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno

produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo è da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entità inferiori all'altra ipotesi.

 

4. Governo, Magistratura e Parlamento 

È evidente che si tratta di obiettivi nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in varia misura a seconda delle circostanze.
È comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono - salvo che per la

 

[continua a pagina 5]

 

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[continua da pagina 4]

 

Magistratura - da escludere essendo i procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai partiti, alla stampa ed ai sindacati, con la riserva di una più rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti è facile estendere lo stesso modus operandi già previsto per i partiti politici.

Per la Magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna (la corrente di
magistratura indipendente della Ass. Naz. Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate.

È sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento già operativo nell'interno del corpo anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società e non già di eversione.

Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull'ascesa al Governo di un uomo politico (o di una équipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di "ripresa democratica", è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all'attuazione dei procedimenti sopra descritti.

In termini di tempo ciò significherebbe la possibilità di ridurre a 6 mesi ed anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilità dei mezzi finanziari.
 

 

Programmi

 

Per programmi s'intende la scelta, in scala di priorità, delle numerose operazioni da compiere in forma di:

 

a. azioni di comportamento politico ed economico;

 

b. atti amministrativi (di Governo);

 

c. atti legislativi;

 

necessari a ribaltare - in concomitanza con quelle descritte in materia di procedimenti - l'attuale tendenza al disfacimento delle istituzioni e, con essa, alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano più secondo gli schemi originali.

Si tratta, in sostanza di "registrare" - come nella stampa in tricromia - le funzioni di ciascuna istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato.

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A titolo di esempio, si considerino due fenomeni:

 

1. lo spostamento dei centri di potere reale del Parlamento ai sindacati e dal Governo ai

padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria.

Sarebbero sufficienti una buona legge sulla programmazione che rivitalizzi il CNEL ed una nuova struttura dei Ministeri accompagnate da norme amministrative moderne per restituire ai naturali detentori il potere oggi perduto;

 

2. l'involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica

di ampliamento dell'area di istruzione pubblica, non accompagnata però dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonché dalla programmazione dei fabbisogni in tema d'occupazione.

Ne è conseguenza una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale - con gravi deficienze invece nei settori tecnici - nonché la tendenza ad individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro.

Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all'equalitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell'ideologia dell'eversione anche armata.

Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio = posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; ed infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.

 

Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersecherà temi e notazioni già contenuti nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica - indubbiamente notevole - quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, però, ad indicare terapie più che a formulare nuove analisi.

Detti programmi possono essere resi esecutivi - occorrendo - con normativa d'urgenza (decreti legge).

 

 

a. Emergenza e breve termine

 

Il programma urgente comprende, al pari degli altri, provvedimenti istituzionali (rivolti cioè a "registrare" le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale.

 

a1) Ordinamento giudiziario

le modifiche più urgenti investono:

 

- la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati;

 

- il divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di

procedimenti giudiziari;

 

- normativa per l'accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari);

 

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- a modifica delle norme in tema di facoltà di libertà provvisoria in presenza dei

reati di eversione - anche tentata - nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonché di violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, si sequestro di persona e di violenza in generale.

 

a2) Ordinamento del Governo

 

  i legge sulla Presidenza del Consiglio e sui Ministeri (Cost. art. 95) per

determinare competenze e numero (ridotto, con eliminazione o quasi dei Sottosegretari);

 

 ii legge sulla programmazione globale (Costit. art. 41) incentrata su un

Ministero dell'economia che ingloba le attuali strutture di incentivazione (Cassa Mezz. - PP.SS. - Mediocredito - Industria - Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle forze sociali sindacali, imprenditoriali e culturali e su procedure d'incontro con il Parlamento e le Regioni;

 

 iii riforma dell'amministrazione (Costit. articoli 28-97 e 98) fondata sulla teoria

dell'atto pubblico non amministrativo, sulla netta separazione della responsabilità politica da quella amministrativa che diviene personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero) e sulla sostituzione del principio del silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso;

 

iiii definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla

Costituzione e individuazioni delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie di quelle regionali che debbono essere obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi cornice.

 

a3) Ordinamento del Parlamento

 

  i ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD

e funzione economica al SR);

 

 ii modifica (già in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del

rapporto (Costit. art. 64) fra maggioranza-Governo da un lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica;

 

 iii adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del

programma governativo.

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b. Provvedimenti economico-sociali

 

b1) abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sfollare le università e dare

il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione);

 

b2) adozione di un orario unico nazionale di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17)

salvi i turni necessari per gli impianti a ritmo di 24 ore, obbligatorio per tutte le attività pubbliche e private;

 

b3) eliminazione delle festività infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno -

Natale - Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;

 

b4) obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato, i turni di festività - anche per

sorteggio - in tutti i periodi dell'anno, sia per annualizzare l'attività dell'industria turistica, sia per evitare la "sindrome estiva" che blocca le attività produttive;

 

b5) revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:

 

  i revisione delle aliquote per i lavoratori dipendenti aggiornandole al tasso di

svalutazione 1973-76;

 

 ii nettizzazione all'origine di tutti gli stipendi e i salari della P.A. (onde evitare gli

enormi costi delle relative partite di giro);

 

 iii inasprimento delle aliquote sui redditi professionali e sulle rendite;

 

iiii abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche

e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare indirettamente la ricerca pura ed il relativo impiego di intellettualità;

 

 v alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve,

ammortamenti, investimenti e garanzie, per sollecitare l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto.

 

vi reciprocità fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto ai valori dichiarati

ed accertati;  

 

b6) abolizione della nominatività dei titoli azionari per ridare fiato al mercato

azionario e sollecitare meglio l'autofinanziamento delle aziende produttive; 

 

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b7)  eliminazione delle partite di giro fra aziende di Stato ed istituti finanziari di

mano pubblica in sede di giro conti reciproci che si risolvono - nel gioco degli interessi - in passività inutili dello stesso Stato;

 

b8)  concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei

capitali dall'estero;

 

b9)  costituzione di un fondo nazionale per i servizi sociali (case - ospedali - scuole -

trasporti) da alimentare con:

 

  i sovrimposta IVA sui consumi voluttuari (automobili - generi di lusso);

 

 ii proventi dagli inasprimenti ex b5) iii;

 

 iii finanziamenti e prestiti esteri su programmi di spesa;

 

iiii stanziamenti appositi di bilancio per investimenti;

 

 v diminuzione della spesa corrente per parziale pagamento di stipendi statali

superiori a L. 7.000.000 annui con speciali buoni del Tesoro al 9% non commerciabili per due anni.

 

Tale fondo va destinato a finanziare un programma biennale di spesa per almeno 10.000 miliardi.

Le riforme di struttura relative vanno rinviate a dopo che sia stata assicurata la disponibilità dei fabbricati, essendo ridicolo riformare le gestioni in assenza di validi strumenti (si ricordino i guasti della riforma sanitaria di alcuni anni or sono che si risolvette nella creazione di 36.000 nuovi posti di consigliere di amministrazione e nella correlativa lottizzazione partitica in luogo di creare altri posti letto).

 

Per quanto concerne la realizzabilità del piano edilizio in presenza della caotica legislazione esistente, sarà necessaria una legge che imponga alle Regioni programmi urgenti straordinari con termini brevissimi surrogabili dall'intervento diretto dello Stato; per quanto si riferisce in particolare all'edilizia abitativa, il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il metodo migliore per rilanciare questo settore che è da considerare il volano della ripresa economica;

 

b10) aumentare la redditività del risparmio postale elevando il tasso al 7%; 

 

b11) concedere incentivi prioritari ai settori: 

 

  i turistico;

 

 ii trasporti marittimi;

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 iii agricolo-specializzato (primizie-zootecnica);

 

iiii trasporti marittimi;

 

 v energetico convenzionale e futuribile (nucleare - geotermico - solare);

 

vi industria chinmca fine e metalmeccanica specializzata di trasformazione;

 

in modo da sollecitare investimenti in settori ad alto tasso di mano d'opera ed apportatori di valuta;

 

b12) sospendere tutte le licenze ed i relativi incentivi per impianti di raffinazione

primaria del petrolio e di produzione siderurgica pesante;

 

c. Pregiudiziale è che ogni attività secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e gestore

un Governo deciso ad essere non già autoritario bensì soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.

 

Così è evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.

 

Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facoltà di interrogatorio d'urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell'ordinamento, nonché di violenza e resistenza alle forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale.

 

d. Altro punto chiave è l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della

stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.

 

È inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso ed Europeo sulla formula viva del "Settimanale".

 

 

Medio e lungo termine

 

Nel presupposto dell'attuazione di un programma di emergenza a breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali è possibile fin d'ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economico-sociali, salvo per

 

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quel che attiene pochissimi grandi temi, è necessario rinviare nel tempo l'elencazione di problemi e relativi rimedi.

 

a. Provvedimenti istituzionali

 

a1) Ordinamento giudiziario  

 

  i unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione - articoli 107 e 112

ove ilP.M. è distinto dai Giudici);

 

 ii responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M.  

(modifica costituzionale);

 

iii istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di

fronte ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi pericoli ed eliminando le attuali due fasi d'istruzione;

 

iiii riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere

responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale);

 

 v riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per

merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile;

 

vi esperimento di elezione di magistrati (Costit. art. 106) fra avvocati con 25 anni di

funzioni in possesso di particolari requisiti morali;

 

a2) Ordinamento del Governo  

 

  i modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio è

eletto dalla Camera all'inizio di ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto attraverso l'elezione del successore;

 

 ii modifica della Costituzione per stabilire che i Ministri perdono la qualità di  

parlamentari;

 

iii revisione della legge sulla contabilità dello Stato e di quella sul bilancio dello

Stato (per modificarne la natura da competenza in cassa);

 

iiii revisione della legge sulla finanza locale per stabilire - previo consolidamento  

del debito attuale degli enti locali da riassorbire in 50 anni - che Regioni e Comuni possono spendere al di là delle sovvenzioni statali soltanto i proventi di emissioni di obbligazioni di scopo (esenti da imposte e detraibili) e cioè relative ad opere pubbliche da finanziare, secondo il modello USA. Altrimenti il concetto di autonomia diviene di sola libertà di spesa basata sui debiti;

 

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 v riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e 

ridefinire i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari. ;

 

a3) Ordinamento del Parlamento  

 

  i nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e  

proporzionale secondo il modello tedesco), riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali, diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative (ex parlamentari - ex magistrati - ex funzionari e imprenditori pubblici - ex militari ecc.);

 

 ii modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina

del Primo Ministro) ed al Senato preponderanza economica (esame del bilancio);

 

 iii stabilire norme per effettuare in uno stesso giorno ogni 4 anni le elezioni  

nazionali, regionali e comunali (modifica costituzionale); 

 

iiii introdurre la categoria delle leggi organiche (come in Francia) riservata ai   

codici, alle norme in materia di organizzazione dell'esecutivo, del pubblico impiego e degli ordinamenti giudiziario e militare, da approvare in Aula e con maggioranza qualificata;

 

 v stabilire che i decreti-legge sono inemendabili.

 

a4) Ordinamento di altri organi istituzionali  

 

  i Corte Costituzionale: sancire l'incompatibilità successiva dei giudici a cariche 

elettive od in enti pubblici; sancire il divieto di sentenze cosiddette addittive (che trasformano la Corte in organo legislativo di fatto);

 

 ii Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilità

ed eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale);

 

iii Regioni: modifica della Costituzione per ridurre il numero e determinarne i confini

secondo criteri geoeconomici più che storici.  

 

b. Provvedimenti economico sociali

 

b1) Nuova legislazione antiurbanesimo subordinando il diritto di residenza alla

dimostrazione di possedere un posto di lavoro od un reddito sufficiente (per evitare che saltino le finanze dei grandi Comuni);

 

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b2) nuova legislazione urbanistica favorendo le città satelliti e trasformando la

scienza urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci suburbani;

 

b3) nuova legislazione sulla stampa in senso protettivo della dignità del cittadino (sul

modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anni i bilanci nonché le retribuzioni dei giornalisti;

 

b4) unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico

ente di sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi attuali;

 

b5) disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo:

 

  i il divieto del pagamento di pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta

inabilità;

 

 ii il controllo rigido sulle pensioni di invalidità;

 

iii l'eliminazione del fenomeno del cumulo di più pensioni; 

 

b6) dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando la vita dei sindacati

limitando il diritto di sciopero nel senso di:   

 

  i introdurre l'obbligo di preavviso dopo avere espedito il concordato;

 

 ii escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche;

imposte; pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il corretto svolgimento;

 

iii limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque

la libertà di lavoro;   

 

b7) nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprietà azionaria

delle imprese e sulla cogestione (modello tedesco)

 

b8) nuova legislazione sull'assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina

delle acque, rimboschimento, insediamenti umani);

 

b9) legislazione antimonopolio (modello USA);

 

b10) nuova legislazione bancaria (modello francese);

 

b11) riforma della scuola (selezione meritocratica - borse di studio ai non abbienti -

 scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese);

 

b12) riforma ospedaliera e sanitaria sul modello tedesco.

 

c. Stampa

Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare i bilanci deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio RAI-TV.  

 

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Organigramma

 

Economia e Finanza

 

- Governatore Banca d'Italia

- Direttore Generale B.ca It.

- Presidente IRI (e finanziarie dipendenti)

- Dir. Gen.     "

- Presidente ENI (e finanziarie dipendenti)

- Dir. Gen.     "

- Presidente e Dir. Gen. Enti di gestione PP.SS. (EGAM - EFIM - Cinema - Terme)

- Presidente Cassa Mezzog.

- Dir. Gen.       "

- Presidente IMI

- Dir. Gen.     "

- Presidente Mediobanca

- Dir. Gen.          "

- Presidente Italcasse

- Dir. Gen.         "

- Presidente Mediocredito Centrale

- Dir. Gen.                  "

- Presidente ICIPU

- Dir. Gen.      "

- Presidente INA

- Dir. Gen.     "

- Presidente INPS

- Dir. Gen.      "

- Presidente INAM

- Dir. Gen.      "

- Presidente INADEL

- Dir. Gen.      "

 

Magistratura

 

- Primo Pres. Corte Cass.

- Proc. Gener.   "       "

- Avv. Gener.    "       "

- Pres. C.A.

- Proc. Gen. C.A.

- Pres. Trib.

- Proc. Repubbl.

- Cons. Istrutt.

Roma

Milano

Torino

Venezia

Bologna

Firenze

Napoli

Bari

Catanzaro

Palermo

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(Pagina 15 di 15)

 

Pubblica Amministrazione

 

- Presidente Consiglio di Stato

- Presidente Corte dei Conti

- Procuratore Generale Corte dei Conti

- Ragioniere Generale dello Stato

- Segretario Generale Ministero Affari Esteri

- Segretario Generale Programmazione

- Capo della Polizia

- Direttore Generale FF.SS

- Direttore Generale PP.TT

- Direttore Generale ANAS

- Direttore Generale Tesoro

- Direttore Generale II.DD.

- Direttore Generale II. Indir.

- Direttore Generale UTE

- Direttore Generale fonti d'energia

- Direttore Generale produzione industriale

- Direttore Generale valute

- Direttori Generali istruzione

elementare

secondaria 1° grado

superiore

tecnica

professionale

universitaria

 

Corpi Militari

 

- Capo S.M. Difesa

- Capo S.M. Esercito

- Capo S.M. Marina

- Capo S.M. Aeronautica

- Com.te Arma CC.

- Capo S.M. Guardia Fin.

- Com.ti Regioni Territoriali Eserc.

- Com.ti Zone Aeree

- Com.ti Dipartim. Mil. Maritt.

- Com.te Guardie PS

- Com.te Guardie Forestali

- Com.te Guardie Carcerarie

- Com.te SID.

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L'attuale è il secondo tentativo, a distanza di un secolo, di instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia:   la nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo!  (Grafica della Redazione)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Borghezio Docet"

Il Monarchico-Estremista di Destra-Leghista

Mario Borghezio,

Deputato al Parlamento Europeo

nonché ex-Segretario alla Giustizia nel Primo Governo Berlusconi,

insegna ai Neo-Fascisti Francesi i trucchi per tornare al potere

infiltrandosi nelle Istituzioni Democratiche camuffati da Regionalisti-Federalisti,

strategia peraltro già applicata con successo in Italia

 

Tratto dal Documentario di Canal + "Europe: ascenseur pour les Fachos"
da www.youblob.org

 

(Abbi pazienza ed aspetta il caricamento del video:

dipende anche dalla qualità della tua connessione...)

 

 

Mario Borghezio

 

Approfondimento

Laureato in giurisprudenza, Monarchico, passa all'Estrema Destra Extra-Parlamentare prima di entrare far parte della Lega Nord e quindi divenirne esponente: afferma di aver anche militato da giovane nella "Jeune Europe", Movimento Internazionale di ispirazione "Nazional-Rivoluzionaria" fondato da Jean-François Thiriart, politico belga di Estrema Destra, inizialmente Socialista, successivamente non-Marxista, ed infine National-Socialista.
 

Già Consigliere Comunale di Torino, Deputato alla Camera della Repubblica Italiana dal 1992 al 2001, Sottosegretario alla Giustizia nel 1994 durante il primo Governo Berlusconi, Presidente del cosiddetto "Governo della Padania" dal 1999 al 2004, dal 2001 Deputato del Parlamento Europeo.
 

È qui Membro della Commissione per le Libertà Civili, la Giustizia e gli Affari Interni, della Commissione per le Petizioni, della Commissione per il Mercato Interno e la Protezione dei Consumatori, della Commissione per l'Industria, la Ricerca e l'Energia, della Delegazione alla Commissione Parlamentare mista UE-Romania e della Delegazione all'Assemblea Parlamentare Paritetica ACP-UE.
 

Nell'agosto 2009 dichiara a "Radio Padania Libera" di aver richiesto "in Sede Europea che tutti gli Stati Membri tolgano il segreto apposto sugli avvistamenti UFO"...
 

Sempre nel 2009 appare nella videoinchiesta di Canal+, di cui sopra, "Europe: ascenseur pour les Fachos", cioè "Europa: ascensore per i Fascisti".

 

Invitato come Parlamentare Europeo della Lega Nord ad un "incontro di formazione" organizzato dal Movimento Nizzardo Identitario Francese di Estrema Destra "Nissa Rebela", vi fa un plateale comizio pieno di slogan prima di elargire "consigli da esperto" - più in privato e all'insaputa della telecamera - su come (ri-)conquistare il potere seguendo la strategia della graduale penetrazione delle Istituzioni democratiche, evitando attentamente di essere smascherati come Fascisti.

"... Bisogna rientrare nelle Amministrazioni dei piccoli Comuni.

Dovete insistere molto sull'aspetto "regionalista" del Movimento.

 

Ci sono dei metodi efficaci per non essere etichettati come "Fascisti nostalgici", ma come un "Nuovo Movimento Territoriale", "Cattolico", eccetera: ma sotto sotto rimanere gli stessi!"
 

Mario Borghezio
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tuscia Romana online

 

 

 
 

 

 

 

Voci dal territorio

 

Subiamo quotidianamente un'informazione di massa che cerca di imporci estrema soggettività nella selezione di ciò che va reso pubblico o meno e palesi prese di posizione di parte nel pubblicato: in pratica una sistematica manipolazione indotta che non lascia spazio ad alcun confronto, discussione, percezione né diversa o - perché no - opposta visione della realtà.

 

Nel nostro piccolo intendiamo innanzitutto contribuire a "ridare volto" ad un pezzo di terra laziale dimenticato e "dare voce" a chiunque vi appartenga: un progetto indubbiamente ambizioso, realizzabile solo attraverso la collaborazione di chiunque si senta e sia libero, indipendente, auto-controllato ed aperto al cambiamento nei propri pre-giudizi.

 

Per questo non accetteremo né eserciteremo censura (ma neppure tollereremo faziosità!), pretendendo in cambio null'altro che veridicità dei fatti ed onestà intellettuale nell’esporli, affinché avvenimenti, denunce e idee possano assumere la connotazione oggettiva più accettabile e condivisibile, su cui impostare auspicabili confronti.

 

Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che  - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.

 

Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.

 

Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.

 

Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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