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Spalato, Croazia, domenica 10 aprile 2011
“Fascismo sì” - “Fascismo no!”
- “Fascismo boh...”
NO ad ogni tentativo di reinstaurazione di
qualsiasi variante di “Dittatura della Maggioranza”!
Grazie, noi Italiani abbiamo già abbondantemente dato...
di
Luciano Russo, a 65
anni dalla nascita

L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
Il Manifesto degli intellettuali fascisti
Redatto durante i lavori
del "Convegno per la cultura fascista" a Bologna il 29 e 30 marzo 1925 e
pubblicato su "Il Popolo d'Italia", organo del Partito Nazionale
Fascista, come su quasi tutta la stampa italiana, il successivo 21
aprile, Natale di Roma.
Viene comunicato alla stampa che il Manifesto sia stato firmato "dai
presenti", vale a dire oltre quattrocento intellettuali partecipanti al
Convegno, ma a comunicare la propria adesione ne sono duecentocinquanta.
Il Manifesto è un tentativo di indicare le basi politico-culturali
dell'ideologia fascista e allo stesso tempo di giustificare, in chiave
liberale, quanto di illiberale e violento fatto dal Movimento Fascista
prima e dal Governo Mussolini poi.
A firmarlo tra gli altri:
Bruno Barilli,
Luigi Barzini senior, Antonio Beltramelli, Vittorio Cian, Guelfo
Civinini, Ernesto Codignola, Salvatore Di Giacomo (l'adesione di Di
Giacomo fu causa della rottura tra il poeta napoletano e Benedetto Croce,
che di lì a poco risponderà al proclama fascista col Manifesto degli
intellettuali antifascisti), Pericle Ducati, Francesco Ercole, Luigi
Federzoni, Giovanni Gentile, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti,
Ferdinando Martini, Ernesto Murolo, Ugo Ojetti, Alfredo Panzini,
Salvatore Pincherle, Luigi Pirandello (non presente al convegno,
comunicò la sua adesione per lettera), Ildebrando Pizzetti, Corrado
Ricci, Vittorio G. Rossi, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Arrigo
Solmi, Ugo Spirito, Giuseppe Ungaretti, Gioacchino Volpe e Guido da
Verona
“Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano,
intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di
significato e interesse per tutte le altre.
Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito
Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e
risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora
imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era
uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze
materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore
morale rappresentandola agli italiani da un punto di vista grettamente
individualistico e utilitaristico come somma di sacrifici, di cui ognuno
per parte sua doveva essere compensato in proporzione del danno sofferto,
donde una presuntuosa e minacciosa contrapposizione dei privati allo
Stato, un disconoscimento della sua autorità, un abbassamento del
prestigio del Re e dell'Esercito, simboli della Nazione soprastanti agli
individui e alle categorie particolari dei cittadini e un disfrenarsi
delle passioni e degl'istinti inferiori, fomento di disgregazione
sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di
rivolta a ogni legge e disciplina.
L'individuo contro lo Stato; espressione tipica dell'aspetto politico
della corruttela degli anni insofferenti di ogni superiore norma di vita
umana che vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei
singoli.
Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale.
La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio
dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la sua ragione
di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è Patria, come
ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi,
tradizione storica determinata e individuata di civiltà ma tradizione
che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del
passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione
perciò e missione.
Di qui il carattere religioso del Fascismo.
Questo carattere religioso e perciò intransigente, spiega il metodo di
lotta seguito dal Fascismo nei quattro anni dal '19 al '22.
I fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove entrarono,
piccolo nucleo, con le elezioni del 1921. Lo Stato costituzionale era
perciò, e doveva essere, antifascista, poiché era lo Stato della
maggioranza, e il fascismo aveva contro di sé appunto questo Stato che
si diceva liberale; ed era liberale, ma del liberalismo agnostico e
abdicatorio, che non conosce se non la libertà esteriore.
Lo Stato che è liberale perché si ritiene estraneo alla coscienza del
libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all'attività dei
singoli.
Non era perciò, evidentemente, lo Stato vagheggiato dai socialisti,
quantunque i rappresentanti dell'ibrido socialismo democratizzante e
parlamentaristico, si fossero, anche in Italia, venuti adattando a
codesta concezione individualistica della concezione politica.
Ma non era neanche lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel
periodo eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era
sorto dall'opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea
alla quale gl'individui si erano in diversi modi piegati e si era
fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro
l'indipendenza e l'unità.
Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch'esso con la forza della
sua idea la quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea
religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero
rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo
i moti del '31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la "Giovane
Italia" di Giuseppe Mazzini).
Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato
dai fascisti con gioia di cuore esultante!
E cominciò a essere, come la "Giovane Italia" mazziniana, la fede di
tutti gli Italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento.
Fede, come ogni fede che urti contro una realtà costituita da infrangere
e fondere nel crogiolo delle nuove energie e riplasmare in conformità
del nuovo ideale ardente e intransigente.
Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso
del sacrificio consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che
potesse giustificarlo: la vita e la grandezza della Patria.
Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse
alla vita, alla grandezza della Patria.
Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la
camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per
instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il
nuovo Stato.
Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui
attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente
osò l'insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di
fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province,
marciarono su Roma.
La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi
morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti
audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e
poi l'ammirazione e infine il plauso universale.
Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua
unanimità entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per
la coscienza della vittoria già riportata e della nuova onda di fede
ristoratrice venuta a rianimare la Nazione vittoriosa sulla nuova via
faticosa della urgente restaurazione della sue forze finanziarie e
morali.
Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti
che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle
tradizioni.
Ed è scintilla di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a
ciò che è universale ed immortale, è rispetto della legge e disciplina,
è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che si instaura
con la rinuncia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità
irragionevole e dissipatrice.
È concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue
la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali
magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa
continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di
idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa
azione o con parole che siano esse stesse azioni.”
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L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
Il Manifesto degli intellettuali
antifascisti
In
risposta al Manifesto di Giovanni Gentile, Giovanni Amendola già il 20
aprile 1925 invita Benedetto Croce a redigere il (Contro)Manifesto degli
intellettuali antifascisti, poi pubblicato sul quotidiano "Il Mondo" una
prima volta il successivo 1º maggio e ancora il 10 e 22 maggio.
Alla data
di pubblicazione del Manifesto degli intellettuali fascisti nel giorno
del Natale di Roma, 21 aprile, il Manifesto degli intellettuali
antifascisti contrappone anche la data della propria pubblicazione, il
1º Maggio o "Festa dei lavoratori".
Il Manifesto rappresenta la definitiva rottura con il Fascismo del
filosofo Benedetto Croce che, da senatore, pur votato la fiducia al
Governo Mussolini.
A firmarlo tra gli altri:
Filippo Abignente junior, Luigi Albertini, Sibilla
Aleramo, Corrado Alvaro, Giovanni Amendola, Giovanni Ansaldo, Vincenzo
Arangio-Ruiz, Antonio Banfi, Sem Benelli, Roberto Bracco, Piero
Calamandrei, Emilio Cecchi, Cesare De Lollis, Floriano Del Secolo, Guido
De Ruggiero, Gaetano De Sanctis, Francesco De Sarlo, Tommaso Gallarati
Scotti, Luigi Einaudi, Giorgio Errera, Giustino Fortunato, Eustachio
Paolo Lamanna, Giorgio Levi Della Vida, Carlo Linati, Attilio Momigliano,
Rodolfo Mondolfo, Eugenio Montale, Gaetano Mosca, Ugo Enrico Paoli,
Giorgio Pasquali, Giuseppe Rensi, Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini,
Matilde Serao, Adriano Tilgher, Vito Volterra, Umberto Zanotti Bianco
“Gl'intellettuali fascisti, riuniti in congresso a
Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl'intellettuali di tutte le
nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito
fascista.
Nell'accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono
essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi
della guerra europea, fu bandito al mondo dagl'intellettuali tedeschi;
un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più
tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.
E, veramente, gl'intellettuali, ossia i cultori della scienza e
dell'arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il
loro dovere con l'iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come
intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l'opera
dell'indagine e della critica e le creazioni dell'arte, a innalzare
parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale
affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare
politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi
si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e
prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi
nemmeno un errore generoso.
E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che
risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non
è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del
resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari
interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale
in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini;
come dove si prende in iscambio l'atomismo di certe costruzioni della
scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del
secolo decimonono, cioè l'antistorico e astratto e matematico
democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e
dell'avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l'opposizione, si
attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile
riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione
degl'individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la
capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento
morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra
istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali
sono le assemblee legislative, e si vagheggia l'unione o piuttosto la
commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o
quanto meno, al reciproco impedirsi.
E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e
manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della
storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso
che si fa della parola "religione"; perché, a senso dei signori
intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una
guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo
apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la
quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a
prova l'odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e
italiani.
Chiamare contrasto di religione l'odio e il rancore che si accendono
contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il
carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell'atto stesso si
pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce
così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di
altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e
l'animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle
università l'antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali,
e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che
suona, a dir vero, come un'assai lugubre facezia.
In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova
fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e,
d'altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo
spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli
all'autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di
violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti,
di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza
e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura
e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di
sdilinquimenti mistici e di cinismo.
E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati
dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di
un'originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico
che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo,
dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli
e mezzo è stata l'anima dell'Italia che risorgeva, dell'Italia moderna;
quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla
giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l'educazione
intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e
garanzia di ogni avanzamento.
Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di
coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di
vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli
atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi
perché teniamo salda la loro bandiera.
La nostra fede non è un'escogitazione artificiosa ed astratta o un
invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma
è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento,
conformazione mentale o morale.
Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase
che il Risorgimento d'Italia fu l'opera di una minoranza; ma non
avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione
politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna
per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d'Italia
innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.
I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto
potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita
pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più
disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi
tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che,
mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita
politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.
Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell'inerzia e
nell'indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni
materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le
ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi
assolutistici o quetistici.
Anche oggi, né quell'asserita indifferenza e inerzia, né
gl'inadempimenti che si frappongono alla libertà, c'inducono a disperare
o a rassegnarci.
Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa
d'intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per
ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più
profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e
dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.
E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che
la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che
l'Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per
compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i
suoi doveri di popolo civile.”
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L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
Il Manifesto del Movimento dei "responsabili"
(?)
I cosiddetti "responsabili"
dell'Onorevole Domenico Scilipoti - deputato dell'Italia
dei Valori
passato alla maggioranza il 14 settembre 2010, giorno della fiducia al
Governo Berlusconi - ricopiano integralmente dal "Manifesto
degli intellettuali fascisti" di Giovanni Gentile del 1925.
Dal manifesto fascista di 86 anni fa (!) riportano intere frasi nel
proprio manifesto del "Movimento
Responsabilità Nazionale 1" Anno Domini 2011:
1925 "Il fascismo è un
movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso
alla storia della Nazione Italiana"
2011
"Responsabilità Nazionale
è il movimento recente ed antico dello spirito italiano, internamente
connesso alla storia della Nazione Italiana"
1925
"...
politico
e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e
sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la
sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto"
2011 "...
politica morale. Una
politica che sappia coinvolgere l’individuo a un’idea in cui esso possa
trovare la sua ragione di vita, la sua libertà, il suo futuro e ogni suo
diritto"
1925 "...
riconsacrazione
delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà,
nel flusso e nella perennità delle tradizioni"
2011 "... riconsacrazione delle tradizioni e degli
istituti che sono la costanza della civiltà"
1925 "È
concezione austera della vita (...) duro sforzo di idealizzare la vita
ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che
siano esse stesse azioni"
2011 "... è
concezione austera della vita, non incline al compromesso, ma duro
sforzo per esprimere i propri convincimenti facendo sì che alle parole
seguano le azioni".
No
comment!
“Responsabilità Nazionale è il movimento recente ed antico dello
spirito italiano, internamente connesso alla storia della Nazione
Italiana.
Responsabilità è la non dispersione del valore morale degli italiani,
responsabilità è tenere a cuore la nostra Patria, forte e unita,
liberale e tollerante, fiera e cosciente, laboriosa e civile, ospitale e
pacifica, che sappia coniugare nel giusto le sue differenze, un’Italia
fatta di uomini liberi e responsabili.
Responsabilità è credere nei diritti certi e non discutibili. Uno Stato
più funzionante e meno invadente, senza burocrati e clientele, dove gli
italiani si sentano garantiti.
Responsabilità è il riconoscimento dell’autorità dello Stato, non un
impoverimento del prestigio delle cariche istituzionali.
Responsabilità è politica morale. Una politica che sappia coinvolgere
l’individuo a un’idea in cui esso possa trovare la sua ragione di vita,
la sua libertà, il suo futuro e ogni suo diritto.
Responsabilità è la non preclusione ad ogni credo religioso, nel
rispetto dell’essere umano, principio fondamentale del Movimento.
Responsabilità è avversità contro la corruzione e contro tutte le mafie.
Responsabilità è un’Italia che guarda al sociale con rinnovata
democrazia, riguardosa della dignità di ogni persona, consapevole della
funzione fondamentale educativa e sociale della famiglia.
Responsabilità è dare maggiore riconoscimento allo sviluppo economico
investendo sulle “intellighentie” e le imprese con particolare
attenzione a quelle medio piccole, in una Italia bramosa di rinnovamento.
Responsabilità di Patria è la riconsacrazione delle tradizioni e
degli istituti che sono la costanza della civiltà.
Responsabilità è severità verso chi non osserva le leggi. Riguardosa
della sicurezza dei cittadini, intollerante verso sfruttatori, evasori,
criminali e quanti intendano sovvertire l’ordine dello Stato.
Responsabilità è cambiare le leggi di potenti lobby che consentono a
Banche e Società Finanziarie di emanazione bancaria, di esercitare
l’arbitrio su imprese e cittadini, depredandoli dei loro beni, risparmi
e stipendi.
Responsabilità è creare un organismo istituzionale che riconosca le
Medicine non Convenzionali, inserendole nei LEA e nelle strutture del
SSN.
Responsabilità è la politica del non conflitto e propaganda, orientata a
valori e programmi per garantire l’interesse nazionale.
Responsabilità è avere il senso della Patria e dello Stato, ed unire
tutte le forze liberali e riformiste, popolari e socialdemocratiche,
governate da un unico obiettivo. Il popolo italiano prima di ogni
interesse di partito.
Responsabilità è concezione austera della vita, non incline al
compromesso, ma duro sforzo per esprimere i propri convincimenti facendo
sì che alle parole seguano le azioni.”
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L'attuale è il secondo tentativo, a
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nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
Costituzione della Repubblica Italiana
"Disposizioni Transitorie e Finali
XII
È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi
forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all'Articolo 48, sono stabilite con
legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della
Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla
eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista."
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L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
"Via dalla Costituzione la Dodicesima Disposizione Transitoria e
Finale che vieta la riorganizzazione del Partito Fascista
A chiederlo è un Disegno di Legge Costituzionale presentato in Senato da
Cristiano De Eccher del PdL (anticipato dall'AGI venerdì scorso).
Cofirmatari sono i tre Senatori del PdL Fabrizio di Stefano, Francesco
Bevilacqua e Achille Totaro, e il collega di Futuro e Libertà Egidio
Digilio.
Il testo, dal titolo 'Abrogazione della
XII disposizione transitoria e finale della Costituzione', è stato
depositato a Palazzo Madama il 29 marzo e annunciato in Aula il giorno
seguente, ma non è ancora stato assegnato a una Commissione per l'inizio
dell'esame.
Dura la reazione del Presidente Renato Schifani.
Il Presidente è rimasto sorpreso ed
esterrefatto, a quanto si è appreso.
E pur nel rispetto delle loro prerogative
costituzionali, avrebbe auspicato che i firmatari della proposta possano
rivedere la loro iniziativa.
Ha invece difeso il DDL uno dei cofirmatari, Francesco Bevilacqua.
"Sono passati 65 anni e che 'transitoria'
e'?", contattato telefonicamente, "da transitoria sta diventando
definitiva".
Da qui, secondo i Senatori, l'esigenza di
cancellare la norma.
Il comma di cui si chiede l'abrogazione è
il primo.
"È vietata la riorganizzazione, sotto
qualsiasi forma, del disciolto partito fascista", si legge.
I padri costituenti aggiunsero poi un
secondo comma, nel quale si stabilirono per un massimo di cinque anni
dall'entrata in vigore della Costituzione "limitazioni temporanee al
diritto di voto e alla eleggibilita' per i capi responsabili del regime
fascista".
Sulla base del primo comma, nel 1952 fu
approvata la 'legge Scelba' che sanci' il reato di 'apologia del
fascismo'.
L'opposizione ha fatto muro.
"Trovo molto grave e offensivo per la
storia del Paese e della Repubblica e per la nostra democrazia che il
PdL voglia abolire, attraverso un disegno di legge, il reato di apologia
del fascismo", ha commentato Anna Finocchiaro.
"Sarebbe l'ennesimo piccolo gesto
mirato, sistematico ma molto significativo, che il PdL sta usando per
distruggere i pilastri della nostra Costituzione", ha aggiunto.
"La nostra Repubblica nasce dalla
lotta contro il fascismo", ha ricordato anche Emanuele Fiano,
responsabile Sicurezza del PD, "qualsiasi apologia di quel regime è
inaccettabile, qualsiasi tentativo di sterilizzare il reato di apologia
del fascismo lo è altrettanto".
E di "ennesimo atto di provocazione"
ha parlato Roberto Zaccaria.
Sulla stessa linea l'IdV.
"È il chiaro tentativo di fare a
pezzetti la nostra Costituzione: dopo i tentativi di modifica su
giustizia e imprese, per fortuna ancora in Commissione, ora si propone
di cancellare uno dei punti simbolo della Carta.
Mi chiedo, a questo punto, a quando i
DDL che aboliscono il 25 aprile e il primo maggio", ha dichiarato il
capogruppo dell'Italia dei Valori in Senato, Pancho Pardi.
Ha respinto le critiche il Ministro Gianfranco Rotondi.
"Non c'è nessuna volontà né del
Governo né del PdL di promuovere l'abolizione del reato di apologia del
fascismo", ha assicurato.
"Il PD eviti polemiche strumentali che
diano anche solo la sensazione che le forze politiche si dividano anche
sull'antifascismo, che è valore fondante della nostra democrazia".
(Roma, 5 aprile 2011
- AGI)
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L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
"Sul Fascismo e la XII
Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione Repubblicana
di Franco Astengo e Giovanni
Burzio,
3 aprile 2011, da
www.paneacqua.eu
Approfondimento
Da qualche mese
l'ANPI Provinciale di Savona ha lanciato l'iniziativa "Adotta un
articolo della Costituzione" attraverso la quale soggetti singoli o
associati (Partiti, Associazioni, ecc.) possono adottare un Articolo
della Costituzione Repubblicana, sviluppando iniziative di vario tipo al
fine di approfondirne significato e conoscenza.
In occasione dell'iniziativa "Adotta un articolo della Costituzione"
lanciata dall'ANPI di Savona tra il 2010 ed il 2011, abbiamo adottato la
XII Disposizione Transitoria della nostra Carta Fondamentale che
riguarda il Divieto di Ricostituzione del Partito Fascista.
Una indicazione
che ha avuto, nel corso del Dopoguerra, punti di interpretazione molto
complessi allorquando sulla scena politica sono comparsi prima il MSI,
ottenendo subito fin dal 1948 una rappresentanza parlamentare, poi altri
movimenti (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Fiamma Tricolore, Forza
Nuova, tanto per citare i principali) che facevano esplicito riferimento
all'ideologia e alla prassi politica del Regime.
Il nostro intento è quello di alimentare una necessaria memoria storica
su ciò che il Fascismo è stato ed ha rappresentato nella storia
d'Italia, al fine di evitare per quanto possibile quei fenomeni di
pericoloso revisionismo storico che pure si stanno manifestando con
intensità, in particolare negli ultimi tempi, prendendo soprattutto a
bersaglio la Resistenza.
Abbiamo così pensato alla stesura di un testo che ricostruisse, sia pure
sommariamente, la storia del Fascismo, essenzialmente dal punto di vista
dello sviluppo politico del Movimento con particolare attenzione ai temi
del Totalitarismo, al fine di dimostrare l'assoluta necessità del
mantenimento della Norma in questione.
Il nostro lavoro si è così sviluppato ricostruendo parte della storia
d'Italia dalla fine della Prima Guerra Mondiale alla Liberazione per poi,
in una parte conclusiva occuparsi specificatamente di come furono
abbattute, fin dal 25 Luglio 1943 le Istituzioni del Fascismo, come
nacque giuridicamente e politicamente la XII Disposizione Transitoria
della Costituzione, le sue forme di applicazione legislativa e giuridica,
la natura del MSI e la realtà della presenza istituzionale di questo Partito almeno fino al tentativo di inserimento nell'area di
Governo
svolto da Tambroni nel 1960 e le ragioni, appunto, che stanno alla base
del permanere di questa Norma di cui ci stiamo occupando.
Un lavoro sicuramente incompleto, ma che ci è parso necessario compilare,
affidandolo all'ANPI di Savona perché ne curi la diffusione fra gli
Antifascisti.
Andiamo, quindi,
per ordine.
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L'esito della Prima Guerra Mondiale
La lotta guidata dalla Gran Bretagna e dalla Francia, da un lato e dalla
Germania dall'altro per l'egemonia mondiale, culminata nel terribile
conflitto del 1914-18 si era conclusa con una schiacciante vittoria
dell'Intesa; ma la vittoria non poteva nascondere che in realtà il
vecchio continente usciva dalla guerra in una posizione di dipendenza
economica e finanziaria da quella che non solo era ma ora appariva anche
essere la prima potenza del mondo: gli Stati Uniti, i salvatori delle
pericolanti fortune dell'Intesa del 1917.
Le perdite che le
parti contrapposte avevano subito erano state spaventose.
Secondo le
attendibili stime fatte dal Dipartimento della Guerra degli USA, i morti
ammontavano a 8.538.315.
Di questi, quelli del campo alleato erano : 1.700.000 per la Russia,
1.357.800 per la Francia, 908.371 per la Gran Bretagna (incluse le forze
dell'Impero), 650.000 per l'Italia, 126.000 per gli USA, 335.706 per la
Romania, 45.000 per la Serbia; in totale, compresi anche la Grecia, il
Portogallo e il Montenegro, il campo antitedesco aveva perduto 5.152.115
uomini.
Le perdite dello
schieramento raccolto intorno alla Germania ammontavano a 3.386.200 così
suddivise: 1.773.700 per la Germania, 1.200.000 per l'Austria-Ungheria,
325.000 per la Turchia, 87.500 per la Bulgaria.
Ai morti andavano aggiunti per entrambi i campi ben 21.219.452 feriti.
I mobilitati erano
stati 65.038.810, con un massimo per la Russia di circa 12 milioni e per
la Germania di 11 milioni.
L'Italia aveva
mobilitato 5.615.000 uomini, la Francia quasi 8 milioni e mezzo, la Gran
Bretagna (incluso l'Impero) quasi 9 milioni.
Come si vede,
l'Europa aveva subito perdite assolutamente micidiali.
E non basta a
questo punto tenere presente soltanto il numero dei morti e feriti;
bisogna pensare che questi erano nella quasi totalità uomini tra i 20 ed
i 40 anni.
La loro scomparsa o
invalidità significava la perdita di enormi energie umane, fisiche e
intellettuali.
Accanto alle
perdite umane, fonte di tante sofferenze morali, vi era poi la perdita
di gigantesche quantità di beni materiali.
I trasporti, i macchinari delle aziende erano stati sottoposti ad una
usura continua, senza la possibilità di provvedere adeguatamente al loro
rinnovo.
I bilanci di tutti gli Stati europei erano più o meno dissestati, i
debiti fortissimi.
Gli stessi Paesi
vincitori erano in debito soprattutto con gli Stati Uniti.
Inoltre la guerra
aveva modificato profondamente le correnti del commercio internazionale,
creando condizioni di debolezza per l'Europa.
I Paesi dell'Intesa,
mentre crollava il commercio intereuropeo, avevano aumentato in modo
fortissimo le proprie importazioni specie dalle Americhe, senza poterle
pareggiare con le proprie importazioni.
I due Stati che trassero maggior profitto da questa "eclissi"
dell'Europa furono le grandi potenze extraeuropee: Stati Uniti e
Giappone.
All'inizio di pagina
Le tensioni sociali nell'immediato Dopoguerra
Alle divisioni tra
Stati vincitori e Stati vinti, ai problemi derivanti dalla "balcanizzazione"
dell'Europa centro-orientale, con la formazione di Stati deboli e
satelliti, si aggiungeva la grande frattura derivante dalla nascita
della Russia bolscevica, considerata dalle borghesie di tutti i Paesi
come una minaccia da eliminare il più presto possibile.
Senonché la Russia bolscevica e la sua rivoluzione agivano, con richiami
potenti su notevoli strati del proletariato occidentale, che
attribuivano ai ricchi, ai capitalisti, la responsabilità della guerra,
delle sue immense sofferenze e distruzioni.
Quindi la crisi economica nei Paesi Europei assunse il carattere di una
grande crisi politica, di una acuta lotta di classe, di una divisione
profonda tra i gruppi e le classi sociali.
Una parte
importante delle forze socialiste si diede un'ideologia e obiettivi
apertamente rivoluzionari che in Germania, Ungheria e Italia provocarono
veri e propri tentativi di rivoluzione o crisi vicine alla rottura
dell'ordine costituito.
Le stesse organizzazioni socialiste riformiste, che rifiutavano il
bolscevismo e la prospettiva rivoluzionaria, accentuarono però
fortemente la loro pressione per ottenere riforme politiche e sociali.
Le ideologie liberali, entrate già in crisi tra la fine dell'Ottocento e
il 1914, subirono dovunque una eclissi profonda.
L'interventismo statale nell'economia ed il rafforzamento dell'esecutivo
avevano giganteggiato in guerra e rimasero più che mai in vigore: la
borghesia mise in soffitta le tradizionali rivendicazioni volte a
limitare il potere di intervento dello Stato, chiedendo, anzi, il deciso
intervento di uno Stato forte in tutte le questioni sociali, in difesa
dei propri interessi.
Ma dire intervento dello Stato significava dire rafforzamento dei poteri
burocratici, i cui vertici rimanevano privilegio delle classi alte.
Anche i Partiti tesero sempre più alla centralizzazione; ed erano ora
più saldamente controllati dalle loro burocrazie e direzioni.
A mano a mano che la loro base di massa e i corpi elettorali aumentavano,
il rapporto con gli iscritti ed i simpatizzanti tendeva a stabilirsi
sulla base di parole d'ordine semplificate che facevano appello in
misura crescente all'emotività.
Un'importanza sempre maggiore in questo quadro aveva la stampa.
I grandi organi di informazione, fatta eccezione per quelli del
movimento operaio, nella gran parte erano controllati direttamente dalla
grande finanza e dalla grande industria, che li usava come propri
strumenti di influenza presso i governi e per orientare in modo ad essi
favorevoli le masse.
L'informazione veniva così ridotta a "industria dell'opinione", soggetta
alla gestione e alla volontà dei grandi monopoli.
Un'altra componente della reazione antisocialista furono i movimenti,
variamente caratterizzati, del nazionalismo piccolo-borghese.
In Francia, Germania, Italia, Austria, Ungheria, Polonia e, in misura
minore, anche in Gran Bretagna, soprattutto nelle file della piccola
borghesia, presero piede ideologie nazionalistiche che individuavano
nella violenza il mezzo per risolvere i contrasti sociali.
Se in Francia i
nazionalisti agitavano orgogliosamente i frutti copiosi della vittoria,
se in Italia alimentavano invece il fuoco dell'insoddisfazione per una
vittoria "mutilata", nei Paesi vinti come la Germania essi chiamavano
alla rivolta contro le pace ingiusta e mitizzavano le glorie di un
esercito mai sconfitto sul campo, tradito invece all'interno dai "disfattisti"
in primo luogo i Socialisti.
Per acquistare prestigio tra le masse e dando sfogo alla propria miseria
materiale accentuata dalla crisi economica e all'indignazione verso i
grandi profittatori di guerra, i nazionalisti piccolo-borghesi
vagheggiavano di una società in cui anche il grande capitale fosse
soggetto agli interessi nazionali.
Altro tratto comune, già messo in evidenza prima della Guerra Mondiale,
erano l'antiparlamentarismo e l'antiliberalismo, poiché Parlamento e
libertà politiche e civili erano considerati quali responsabili
dell'ascesa del Socialismo e del " caos" sociale.
Infine, soprattutto
in Francia, Germania, Austria, Polonia i nazionalisti erano accesamente
antisemiti e denunciavano gli Ebrei come elementi antinazionali al pari
dei marxisti.
La Patria, L'Ordine
e la Famiglia (in Francia, Austria e Polonia anche la Religione)
costituivano le grandi autorità da ristabilire nella società in
disgregazione.
Strati influenti
della grande borghesia e dei poteri dominanti compresero ben presto che
nelle anime confuse di questi movimenti, quella essenziale non era
quella anticapitalistica bensì l'antisocialistica e antirivoluzionaria,
e si apprestarono a utilizzarla per i propri scopi di conservazione, con
aiuti finanziari e protezioni.
Le aspettative
delle grandi borghesie non furono deluse, poiché in effetti la piccola
borghesia autoritaria e violenta sempre più mise a tacere l'anima
anticapitalistica accentuando quella antisocialista, contro sia il
riformismo che il rivoluzionarismo.
In Germania come in
Italia la crisi del potere delle classi dirigenti non coinvolse però
tanto il potere in se, quanto piuttosto le forme e le tecniche del
potere.
In questo quadro va collocato il fallimento dei tentativi rivoluzionari
e il successo finale delle forze socialmente conservatrici che poterono
contare sugli effetti dell'azione dei movimenti piccolo-borghesi
nazionalisti in chiave anti-socialista.
Le forze rivoluzionarie sopravvalutarono la crisi del capitalismo
europeo in due sensi.
Il primo errore di
valutazione fu quello di ritenere che la perdita di peso del capitalismo
europeo fosse tale da determinare il tramonto del sistema stesso (teoria
"crollista").
Il secondo fu
quello di scambiare la crisi istituzionale soprattutto in Germania ed in
Italia come la crisi del potere in se della borghesia e della
conservazione.
Un elemento di grande importanza nel successo della strategia
controrivoluzionaria della borghesia in Paesi come la Germania e
l'Italia fu la divisione del movimento operaio, divisione che a sua
volta va considerata come un aspetto della forza egemonica complessiva
delle classi dirigenti.
Le tendenze rivoluzionarie sia in Germania sia in Italia, rimasero
sempre fortemente minoritarie e lo scacco cui andarono incontro entrambe
le tendenze del movimento operaio, quella riformistica e quella
rivoluzionaria, fu totale.
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L'Italia tra "vittoria mutilata" e "biennio rosso"
Per uno strano
paradosso apparente, l'Italia uscì dal grande conflitto mondiale da un
lato come una delle grandi potenze vittoriose, dall'altro in preda a una
crisi di enorme portata.
Il paradosso sta
nel fatto che, mentre all'esterno figurava come uno dei "grandi
vincitori", in realtà il nostro Paese si trovò nelle condizioni
socio-politiche di un Paese vinto.
Lo sforzo che gli
Italiani avevano sostenuto durante la guerra era stato gigantesco se
considerato dal punto di vista delle potenzialità interne ma, al tavolo
della pace, i veri "grandi europei" e gli statunitensi trattarono
l'Italia non da pari a pari bensì come una potenza di secondo rango,
gettando in uno stato di profonda frustrazione i gruppi che avevano
voluto e sostenuto l'intervento in guerra.
Inoltre, a differenza che in Francia e in Gran Bretagna, le masse
popolari non avevano sentito affatto la guerra come una guerra nazionale
e patriottica, bensì come una fonte di sofferenze ingiustificate volute
dalla classe dirigente.
Fu così che la polemica fra "neutralisti" e "interventisti" nel 1919
riprese violenta.
Presso gli
interventisti espansionisti e in larghi strati borghesi e di ex
ufficiali, si diffuse - appunto - quel senso di frustrazione nazionale
di cui si è detto e che li portò a ritenere di aver subito una "vittoria
mutilata".
I capi nazionalisti inasprirono le tensioni, e D'Annunzio, il "leader"
delle "radiose giornate di maggio" contando su una complicità di Comandi
Militari e sull'esasperazione nazionalistica degli ufficiali e delle
loro truppe, occupò Fiume con reparti militari ribelli, proclamandone
l'annessione all'Italia.
Era il primo caso di ribellione nella storia dell'Esercito.
Il Paese si divise tra entusiasti sostenitori di D'Annunzio e coloro, in
prima fila i Socialisti, che ne denunciarono l'imperialismo
militaristico.
L'atteggiamento, dunque, di fronte ai frutti della vittoria divideva le
classi e i gruppi sociali; ma questa divisione non era che un aspetto di
una divisione più generale profonda di natura socio-economica.
Il Dopoguerra vide, infatti, la società italiana profondamente mutata.
Anzitutto il bilancio dello Stato mostrava un deficit pauroso: nel
1918-19 il deficit ammontava a 23.345 milioni, mentre nel 1913-14 era di
214 milioni.
Il 1921 fu l'anno
che segnò una svolta decisiva nella crisi dello Stato liberale.
Fu l'anno in cui emerse chiaramente che la crisi non avrebbe avuto uno
sbocco fosse pure di riformismo autoritario, ma di destra.
Nel gennaio, al Congresso di Livorno, maturò la scissione del PSI con la
nascita del Partito Comunista d'Italia.
L'influenza dei Comunisti sul proletario rimase, però, inferiore a
quella del Partito Socialista e dei sindacati.
Mussolini da canto suo s'era reso esattamente conto che il movimento
operaio andava perdendo di slancio e nello stesso gennaio del 1921,
secondo la sua tipica tattica opportunistica, fece un'aperta professione
di fede nei valori "insostituibili" del capitalismo.
La crisi economica
nei primi mesi dell'anno fece sentire tutti i suoi effetti.
La produzione
industriale subì un forte ribasso, seguì una forte disoccupazione, con
una decisa volontà degli industriali di puntare su di un abbassamento
dei salari.
In questo quadro Giolitti, promotore di una mediazione fra le varie
forze politiche e sociali e di leggi che colpivano sul piano fiscale i
grandi profitti, era ormai sempre più sgradito agli industriali e agli
agrari, i quali invece guardavano con la massima simpatia a Mussolini e
alle sue squadre che, nel 1921, mettevano a sacco le sedi delle
organizzazioni dei lavoratori.
Settori influenti
dell'industria e degli agrari concessero forti finanziamenti ai Fascisti.
D'altra parte
Giolitti non era sostenuto neppure dai Socialisti, che vedevano tutte le
tolleranze del Governo verso i Fascisti e le loro imprese.
A questo punto
Giolitti fece sciogliere le Camere e indisse nuove elezioni, che ebbero
luogo nel maggio 1921.
Queste elezioni segnarono la piena accettazione del Fascismo negli
schieramenti della classe dirigente e il riconoscimento della loro
utilità nella lotto contro il Socialismo.
Come già nelle Elezioni Amministrative del 1920, furono formati "Blocchi
Nazionali" per far fronte ai due grandi partiti di massa, e i Fascisti
vi furono inclusi da Giolitti, convinto di poterli riassorbire e
condizionare.
I Socialisti da 156 seggi scesero a 122; i Comunisti ne ottennero 16; il
Partito Popolare salì a 107; i Partiti conservatori di varia sfumatura
ottennero 275 seggi (fra cui 35 Fascisti e 10 Nazionalisti).
Giolitti rinunciò a
favore il Governo, convinto di non disporre del necessario consenso: la
caduta, questa volta senza ritorni, del vecchio uomo politico liberale
indicava che lo Stato liberale si avviava inesorabilmente verso la sua
crisi decisiva.
All'inizio di pagina
L'avvento al potere del Fascismo in Italia
Mussolini entrò per la prima volta al Parlamento come uno dei 35
Deputati Fascisti eletti nei "Blocchi Nazionali".
Egli, alla testa di un movimento che nel 1921 andò depurandosi di certo
toni radicaleggianti che ne avevano caratterizzato le origini
ideologiche (si pensi ai toni "anticapitalistici"delle riforme indicate
nel programma del 1919), raccogliendo nelle sue fila elementi
apertamente reazionari, cercò di dare al Fascismo un volto che gli
consentisse di svolgere un ruolo in Parlamento.
Mussolini, in sostanza, intendeva a questo punto togliere al Fascismo la
caratterizzazione di mera "longa manus" della conservazione, da giocare
negli scontri nelle piazze e nelle strade.
Dopo alcune oscillazioni iniziali, giunse a precisare quella che sarebbe
stata una linea strategica apprestandosi a raccogliere in sede politica
i frutti delle violenze extraparlamentari.
Si diede, così, a stabilire migliori rapporti con il Vaticano,
l'Esercito, la Monarchia, rendendosi conto che il Fascismo non avrebbe
potuto diventare forza di governo, senza l'accettazione della Chiesa e
del Re , dietro di cui stava l'Esercito.
Al Congresso di Roma (novembre 1921) il Movimento Fascista, forte ormai
di 2.200 fasci e di oltre 300.000 iscritti, si trasformò in Partito
Nazionale Fascista.
Nel suo programma affermava che il Fascismo si presentava come la forza
che più di tutte le altre incarnava i "supremi interessi della nazione"; che la difesa dello Stato di fronte agli elementi di disgregazione era
suo compito fondamentale; che esso aspirava ormai al governo dell'Italia.
Nei confronti del Parlamento e della Monarchia si esprimeva una minaccia
potenziale, nel senso che si sottolineava che la loro funzione era
legata alla capacità di difendere i valori nazionali.
Il nuovo Partito si presentava sulla scena con una precisa connotazione:
mentre era un Partito presente in Parlamento era l'unico tra i Partiti a
disporre di una propria organizzazione armata da far valere, non solo
contro il Movimento Operaio ma anche contro il Parlamento che si desse
una eventuale maggioranza ostile al Fascismo.
Nell'ottobre del 1922 la crisi precipitò definitivamente.
Giolitti, considerata l'assoluta inconsistenza del Presidente del
Consiglio in carica Facta, iniziò trattative in varie direzioni, specie
con il Partito Popolare e con i Fascisti, tentando di formare un governo
di coalizione con queste forze: Don Sturzo si oppose e Mussolini avanzò
la richiesta di sei Ministeri, mirando a far valere tutta la forza del
Fascismo e approfittando del disorientamento degli avversari.
La posta era ormai per lui la presa del potere: per creare un ampio
consenso alla propria azione da parte degli industriali e della
Monarchia, in settembre aveva dichiarato che il Fascismo avrebbe
appoggiato una Monarchia forte, e che bisognava dare nuovo spazio
all'iniziativa degli imprenditori.
Intanto nel Partito Socialista, che era insieme con i Comunisti l'unica
reale forza antifascista, si arrivò ad una nuova scissione dopo quella
del 1921, con la formazione del PSU i cui maggiori esponenti erano
Turati, Treves, Matteotti.
Mentre uomini come Giolitti e Salandra si illudevano ancora di dare
spazio ai Fascisti nel quadro delle Istituzioni liberali, Mussolini
strinse i tempi.
Forti di una estesa organizzazione paramilitare, sotto la guida di un "Quadrumvirato"
formato da Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele
Bianchi, con la complicità di ampi strati dell'alta burocrazia e delle
alte sfere militari i seguaci di Mussolini si concentrarono il 24
Ottobre a Napoli.
Facta si dimise la sera del 26 Ottobre 1922.
Il 27 Ottobre "l'esercito delle Camicie Nere" entrò in azione e dispiegò
le sue forze nell'Italia settentrionale e centrale.
Il Re in un primo tempo parve orientato alla Proclamazione dello Stato
di Assedio (sera del 27), ma il giorno dopo rifiutò la firma al decreto
relativo.
Mussolini, appoggiato dalla Confindustria, era deciso a chiedere
l'incarico di formare il nuovo Governo.
Nel pomeriggio del 29, egli venne informato con un telegramma che il Re
accettava le sue condizioni.
La sera dello stesso giorno lasciò Milano, da dove non si era mosso per
essere prudentemente vicino alla frontiera nel caso che gli avvenimenti
assumessero una piega sfavorevole, e arrivò la mattina del 30 Ottobre a
Roma.
Il Ministero Mussolini assunse la forma di un Governo di coalizione, ma
in realtà era la diretta espressione della vittoria del Fascismo sulla
vecchia classe dirigente liberale.
Il 16 Novembre la Camera votò la fiducia al Governo Mussolini con 306
voti contro 116.
A favore votarono Bonomi, Giolitti, Orlando, Salandra e i
Popolari.
Era dominate la convinzione che il
Fascismo avrebbe rappresentato un Governo transitorio.
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Le Elezioni del 1924 e il delitto Matteotti
Il Fascismo dell'ottobre 1922 era giunto al potere con l'appoggio di
ampi strati delle classi dirigenti e forte delle Camicie Nere in armi.
Fra la fine del 1922 e il 1926 il Fascismo percorse un tratto decisivo
del proprio sviluppo.
La classe politica che aveva retto l'Italia per oltre mezzo secolo era
in rotta, sfiduciata, senza più il sostegno delle classi possidenti.
Il Movimento Operaio aveva subito una sconfitta storica; e Mussolini ne
era ben consapevole.
Giunto al governo il Fascismo disponeva ormai del controllo
dell'apparato dello Stato.
Eppure era ben lungi dall'essere del tutto solido.
Nell'ambito delle Istituzioni parlamentari, il nuovo Governo doveva
passare attraverso la fiducia della maggioranza parlamentare; inoltre,
nonostante la sconfitta subita il Proletariato militava pur sempre per
la grande maggioranza nelle Organizzazioni Politiche e Sindacali "rosse".
Il Fascismo, fra l'ottobre del 1922 e il 1926, agì così da liquidare le
Istituzioni liberali, la pluralità dei Partiti, la libertà di
organizzazione sindacale e affermare per contro un Regime
antiparlamentare fondato su di un Partito unico e sull'irreggimentazione
dei lavoratori in organizzazioni fasciste.
Il periodo 1922-26 fu il periodo di trapasso, durante il quale il
Fascismo usò autoritariamente delle Istituzioni ereditate dallo Stato
liberale per distruggere queste ultime e attuare una trasformazione
qualitativa delle Istituzioni dello Stato.
Come già nel 1921-22, anche in questi anni, Liberali, Popolari,
Socialisti e Comunisti non riuscirono ad opporsi al Fascismo e alla sua
trasformazione da Partito di Governo a Partito di Regime.
Nel dicembre 1922 sorse il Gran Consiglio del Fascismo, una sorta di
suprema direzione politica del Partito, con il compito di fungere da
trait d'union tra Partito e Governo.
Nel gennaio del 1923 le forze paramilitari fasciste vennero
definitivamente inquadrate.
Sorse la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (MVSN), una
organizzazione non statale, ma di Partito, il cui compito doveva essere
quello di proteggere "gli inevitabili ed inesorabili" sviluppi di quella
che veniva chiamata "la rivoluzione d'ottobre del Fascismo".
La nuova Legge Elettorale del 13 Novembre 1923 (Legge Acerbo) rivelò che
il Fascismo intendeva sanzionare sul piano parlamentare, con l'aiuto di
una "truffa" legale, la propria posizione di forza, a spese delle altre
forze politiche.
Questa legge stabiliva che la lista di maggioranza relativa che avesse
raggiunto il 25% dei voti, avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi della
Camera.
Alle Elezioni, fissate per l'aprile del 1924, un "listone" sotto il
diretto controllo del Gran Consiglio e di Mussolini, cui aderì la
maggioranza dei Liberali (Salandra, Orlando).
La minoranza dei Liberali (fra cui era Giolitti) presentò proprie liste;
fra gli oppositori "costituzionali" (chiamati così per distinguerli dai
Socialisti e Comunisti) vie erano Giovanni Amendola e Ivanoe Bonomi.
La campagna elettorale si svolse in un clima di violenze ed
intimidazioni contro tutti gli oppositori, con l'aperta complicità delle
Autorità dello Stato.
La forza preparò il consenso.
I Fascisti ed i loro alleati ottennero il 64,9% dei voti e 374 seggi.
I Liberali Indipendenti ebbero il 3,3%; gli "Oppositori
Costituzionali"
di Amendola e Bonomi il 2,2%; i Popolari il 9%; i Socialisti Unitari (Turati
e Matteotti) il 5,9%; i Socialisti ufficiali il 5%; i Comunisti (a
Venezia fu eletto Antonio Gramsci) il 3,7 %.
Il Fascismo aveva raggiunto così l'agognata maggioranza parlamentare; e
poco importava con quali mezzi.
Quando la Camera fu chiamata a ratificare la convalida delle Elezioni,
il Segretario Politico del Partito Socialista Unitario, Giacomo
Matteotti, in un forte discorso fece la cronistoria delle violenze
fasciste contro gli oppositori nel corso della campagna elettorale e
mise vanamente sotto accusa la validità dei risultati.
Questo discorso coraggioso fu la sua sentenza di morte: il 10 giugno
1924 Matteotti fu rapito e quindi assassinato da sicari fascisti.
La reazione nel Paese fu enorme; anche ampi strati della borghesia e
della piccola borghesia, che avevano sostenuto il Fascismo furono
disorientati ed anche nelle stesse file fasciste lo sbandamento era
grande.
Ma le Opposizioni, in piena crisi, non seppero andare oltre la condanna
politica e morale; il che confermò nei Fascisti la fiducia ormai di
vecchia data nella maniera forte.
Liberali delle varie correnti, Socialisti Riformisti, Massimalisti,
Popolari, CGL, respinsero la proposta avanzata da Gramsci di proclamare
lo sciopero generale.
Il modo in cui le Opposizioni si mossero ne dimostrò tutta la crisi
politica.
Il 18 giugno esse concertarono di agire in modo coordinato (solo i
Comunisti mantennero la loro libertà d'azione).
I Deputati che le rappresentavano decisero di non partecipare più ai
lavori della Camera (sempre chiusa) ritirandosi, secondo una definizione
di Turati, nell'"Aventino delle proprie coscienze".
Nacque così la Secessione dell'Aventino.
Gli Oppositori affermarono che sarebbero rientrati alla Camera solo
quando fosse stata restaurata la legalità e fosse stata abolita la
Milizia.
Era una chiara pressione specie sul Re, perché ritirasse la fiducia a
Mussolini.
Le speranze riposte nel Re caddero nel vuoto più totale e dimostrarono
il loro carattere del tutto illusorio.
Il 30 giugno Vittorio Emanuele III esortò alla "concordia", vale a dire
manifestò il proprio appoggio al Fascismo.
Il 12 novembre Mussolini, ormai sicuro di se, fece riaprire la Camera,
in cui rientrarono i Comunisti che avevano constatato il fallimento
dell'Aventino.
La Camera, in assenza degli Aventiniani, votò la fiducia a stragrande
maggioranza a Mussolini (ma votò contro Giolitti, il quale aveva infine
capito la vanità dei suoi progetti di "assorbimento" del Fascismo).
La via per la completa Fascistizzazione dello Stato era ormai aperta ed
il discorso del 3 gennaio 1925 tenuto da Mussolini alla Camera, quando
dichiarò come la forza fosse la sola soluzione quando fossero in lotta
due elementi irriducibili, aprì la strada ad ulteriori violenze ed
intimidazioni rivolte, in questa occasione, essenzialmente verso la
stampa.
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Le Leggi "fascistissime" e la fine dello
Stato Liberale
Il discorso di Mussolini alla Camera segnava, come abbiamo già segnalato,
di fatto se non ancora formalmente, la fine politica delle Opposizioni,
la fine del sistema liberale parlamentare e l'ormai raggiunta conquista
da parte del Fascismo del "monopolio politico".
La vita dei Partiti di Opposizione venne resa quasi impossibile.
Fu in quel momento che anche Croce tolse il precedente benevolo appoggio
al Fascismo.
Rispondendo ad un
Manifesto di intellettuali fascisti, redatto da
Gentile, nel quale si registrava la condanna a morte del Liberalismo e
della Democrazia, egli redasse, nell'aprile del 1925 un contromanifesto
(che ottenne una quarantina di firme) nel quale si esprimeva "fede" in
quel Liberalismo che aveva animato l'Italia del Risorgimento.
Il 20 luglio Amendola venne aggredito da Squadristi e percosso; sarebbe
morto l'anno dopo in esilio in Francia.
Fra gli atti innumerevoli di violenza fascista, è da ricordare la notte
di terrore (4 ottobre 1925) scatenata contro gli antifascisti a Firenze.
La trasformazione dello Stato Liberale Parlamentare dominato dai Fascisti in Stato e
Regime "Fascisti" fu realizzato per mezzo di una
serie di Leggi dette "fascistissime".
Una Legge del 24 dicembre 1925 stabilì, modificando lo Statuto del 1848,
fino ad allora in vigore, che:
la figura del Presidente del Consiglio
veniva mutata in quella di Capo del Governo;
che il Capo del Governo
sarebbe stato nominato e revocato dal Re e
che a loro volta i
Ministri
erano nominati e revocati su proposta del Capo del Governo;
che era il
Capo del Governo a decidere l'ordine del giorno del Parlamento.
Questi provvedimenti significarono un enorme rafforzamento del Potere
Esecutivo e l'esautoramento del Parlamento, ridotto a cassa di risonanza
della volontà del Capo del Governo, ormai rivestito dalle
caratteristiche di un Dittatore.
Un'altra legge, di poco precedente (26 novembre) aveva sottoposto tutte
le associazioni al controllo di Polizia.
Il 2 ottobre 1925 si era provveduto, con il Patto di Palazzo Vidoni, a
esautorare definitivamente la CGL, ufficialmente scomparsa nel gennaio
1927.
Le Commissioni Interne furono abolite e le Corporazioni Nazionali, cioè
i Sindacati Fascisti furono riconosciuti dalla Confederazione
dell'Industria come i soli rappresentanti dei lavoratori.
Nel febbraio, e poi nel settembre 1926, furono abolite le
Aamministrazioni Locali di nomina elettiva ed i Podestà, di nomina
governativa, sostituirono i Sindaci.
Nel novembre 1926 (a seguito del fallito attentato Zamboni) furono
annullati i passaporti, soppressi i giornali antifascisti, sciolti i
Partiti di opposizione.
Centoventi Deputati dell'opposizione furono privati del mandato
parlamentare.
Infine fu creato un "Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato" con
un collegio giudicante formato da "Consoli" della MVSN e presieduto da
un Generale; al tribunale fu affiancata anche una speciale polizia
politica, l'OVRA (Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione
dell'Antifascismo).
Venne instaurata anche la pena di morte.
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La Politica Economica del Fascismo
Il consolidamento progressivo del Fascismo fra il 1922 e il 1926 non
sarebbe potuto avvenire in modo così compiuto se esso non avesse goduto
dell'appoggio delle forze economiche, i cui interessi furono sostenuti
direttamente dal nuovo Governo.
Anzitutto fu invertita la tendenza, di cui si era fatto sostenitore
Giolitti nel 1920, di accrescere il peso delle tasse dirette.
Il Ministro delle Finanze, De Stefani, favorì l'aumento delle imposte
indirette, al fine di agevolare i capitalisti e gli investimenti privati
e in generale i ceti abbienti.
Pochi giorni dopo la "Marcia su Roma", il 10 novembre 1922, la Legge sulla
Nominatività dei Titoli (varata da Giolitti, ma rimasta poi inoperante)
venne ritirata da Mussolini, che fra l'altro ottenne la gratitudine del
Vaticano molto interessato a questa misura, per ragioni fiscali.
Il 20 Agosto del 1923 venne abolita la Legge sulle Successioni,
anch'essa introdotta da Giolitti, e le relative quote fiscali furono
drasticamente ridotte.
Ma il Governo Fascista andò oltre.
All'insegna di un "produttivismo" privatistico, che il Fascismo agitava
con il comprensibile consenso dei capitalisti, il Governo invertì, nei
suoi primi anni, quelle tendenze allo "statalismo" che Giolitti prima e
dopo la Guerra aveva sostenuto per conferire allo Stato leve di
controllo su certi settori e che, durante la Guerra, si erano ampiamente
(ma anche patologicamente) sviluppati; elementi che gli imprenditori
privati ora combattevano sotto la spinta dello smantellamento delle "bardature
di guerra" e della riconversione industriale.
Per venire incontro, in modo politicamente interessato, a queste
esigenze, Mussolini riprivatizzò l'industria dei fiammiferi e la rete
telefonica.
Così pure venne privatizzata l'assicurazione sulla vita.
Una misura significativa fu il salvataggio, agli inizi del 1923, del
Banco di Roma che si trovava in una situazione critica ed era
espressione diretta degli interessi finanziari vaticani.
In generale, dunque, la linea De Stefani andò incontro agli interessi
capitalistici in una fase in cui questi chiedevano una maggiore libertà
di iniziativa e minori carichi fiscali.
Fu questo il periodo in cui il Fascismo polemizzò contro lo statalismo e
in campo economico si caratterizzò come liberista.
Un aspetto di questo liberismo fu anche l'appoggio energico dato
all'aumento dei profitti dell'industria, nella quale i salari operai
subiranno tra il 1922 ed il 1925 un calo costante.
Il "connubio" fra Fascismo ed interessi capitalistici negli anni
iniziali del Governo Mussolini fu nettamente favorito dalla ripresa
economica che, in corrispondenza con la fase di espansione economica
mondiale in atto, si fece sentire anche in Italia.
In queste condizioni l'industria non tardò ad accelerare la produzione,
tanto che tra il 1922 ed il 1925, rispetto ad un indice base di 100 nel
1922, essa passava complessivamente a 116 nel 1923, 137,5 nel 1924, 157,
3 nel 1925, con una particolare accentuazione per l'industria
metallurgica che raggiunse nel 1925 l'indice di 193,3, quasi
raddoppiando la produzione.
Come si è detto questa tendenza generale alla ripresa non era certo
merito del Governo Fascista, poiché era in generale un aspetto della
ripresa internazionale; ma è indubbio che il Fascismo ne beneficiò
largamente ai fini del proprio consolidamento.
Questa ripresa però presentava un punto assai debole nelle sue precarie
basi finanziarie.
L'industria italiana dipendeva nelle sue produzioni largamente dalle
importazioni di materie prime dall'estero; mentre le esportazioni
rimanevano inferiori alle importazioni.
In questo quadro si inserì la politica di riduzioni salariali, per
contrarre i consumi.
La bilancia dei pagamenti era fortemente deficitaria; sicché i prestiti
esteri diventavano una impellente necessità.
Due dei maggiori veicoli di valuta estera pregiata, il turismo e le
rimesse degli emigrati, erano entrate in crisi, il primo per la non
favorevole situazione interna, il secondo per le leggi restrittive
internazionali, e specie statunitensi, sull'emigrazione.
Nel giugno del 1925 la grande Banca americana Morgan concesse un
prestito di 100 milioni di dollari allo Stato Italiano.
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Le caratteristiche dei Fascismi
Tra il 1919 ed il 1920 sorsero, dunque, in Italia e in Germania il
Movimento Fascista e quello Nazionalsocialista; movimenti che, in un
periodo di acuta crisi politica e sociale, intendevano opporsi tanto al
Socialismo quanto al Liberalismo.
Dopo essere rimasti per un certo periodo forze di scarso peso politico,
Fascismo e Nazionalsocialismo presero, infine, un peso tale che consentì
loro di annientare non solo il Movimento Operaio, con le sue Organizzazioni
Sindacali e i suoi Partiti, ma anche tutte le formazioni
delle altre tendenze fino a conquistare il monopolio della direzione
politica, con un carattere così radicale e globale che non aveva
precedenti nella storia contemporanea, assumendo forme totalitarie che
escludevano dalla sfera della direzione politica ogni altra corrente
reazionaria o comunque conservatrice come era stato, invece, nel caso
del bonapartismo e del bismarkismo.
La conquista del monopolio politico da parte dei Fascisti fu il prodotto
di circostanze nuove della lotta tra gruppi e classi sociali.
La lotta delle classi e dei Partiti, quando i Fascismi fecero irruzione
sulla scena, aveva ormai raggiunto, in conseguenza degli sviluppi del
parlamentarismo e del liberalismo, una dimensione estremamente ampia e
si esprimeva attraverso il suffragio universale.
In secondo luogo, e questo è l'aspetto più importante, a seguito della
crisi sociale e politica del Dopoguerra in Italia e in Germania, i
rapporti fra le classi e i Partiti si svolgevano nel quadro determinato
dalla presenza di un forte Movimento Operaio, un settore che aveva come
esplicito programma non soltanto profondi rivolgimenti sociali ma la
Rivoluzione e nel quadro di una correlativa crisi di autorità e di
capacità di direzione politica dei Partiti Conservatori agenti
nell'ambito del sistema liberale e parlamentare.
Di qui il tratto proprio dei Fascismi, cioè l'avversione contemporanea
verso il Socialismo, accusato di essere elemento disgregatore della
Nazione, e verso il Parlamentarismo ed Liberalismo, accusati di non
riuscire, in quanto strumenti istituzionali ed ideologici, ad unire le
forze "sane" del Paese contro il pericolo "rosso" e di mancare delle
basi necessarie per riunificare la società.
E di qui anche la missione "rigeneratrice" che si assegnarono i
Fascismi,
missione relativa a due obiettivi fondamentali:
ricostituire l'unità
organica della Nazione;
articolare questa unità secondo le differenze
sociali e quindi secondo principi gerarchici.
Senonché al fine di eliminare Socialismo, Liberalismo, Parlamentarismo,
si rendeva indispensabile non tanto fare un uso autoritario delle Istituzioni esistenti, quanto piuttosto eliminarle e consolidare una
nuova forma di "monopolio politico".
Il successo di una simile strategia non poteva darsi per semplice
espansione dei miti "ideologici" dei Fascismi.
Esso aveva come presupposto una perdita di fiducia all'interno di strati
importanti delle classi alte come il grande capitale, l'alta burocrazia,
le alte sfere dell'Esercito, verso i mezzi tradizionali di gestione
politica e di difesa degli interessi e dei privilegi sociali.
Senza una disponibilità di questi strati ad un mutamento qualitativo
della direzione politica, le forze fasciste non avrebbero potuto
certamente conquistare lo Stato.
Altro presupposto fu costituito dall'indebolimento del Movimento Operaio,
diviso nelle ali estreme fra Socialdemocrazia e Comunismo e dalla sua
crisi di strategia.
La conquista del potere da parte di Fascisti e di Nazisti fu
contrassegnata dal ricorso sistematico alla violenza, esercitata per
mezzo di formazioni paramilitari.
Dove il pericolo di mutamento sociale non si fece sentire con eguale
intensità e la borghesia liberale aveva una base più larga, il Fascismo
non si affermò (come in Gran Bretagna e in Francia).
In Italia, come abbiamo visto, il Fascismo giunse al potere all'inizio
degli Anni '20; in Germania il Nazismo all'inizio degli Anni '30.
L'uno sfruttando la crisi del primo Dopoguerra; l'altro soprattutto
quella determinata dagli effetti catastrofici della "grande depressione"
del 1929.
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Analogie e differenze tra Fascismo e Nazismo
Come si è visto si è finora parlato di "Fascismi" comprendendo in essi
tanto il Fascismo propriamente detto, cioè quello italiano, quanto il
Nazionalsocialismo; e se ne sono sottolineate le analogie che
coinvolgono gli aspetti essenziali dei due Movimenti e dei due Regimi.
Esistevano però delle differenze.
Il Fascismo italiano, fin dalle sue origini, ebbe una componente
repubblicana ed una monarchico-sabaudista.
Mussolini che, personalmente era stato accesamente repubblicano, finì
per accettare la Monarchia e stabilire con essa una alleanza quando si
rese conto che questa era necessaria alla sua ascesa al potere, al fine
di ottenere l'appoggio dell'alta burocrazia e dell'Esercito.
Comunque la componente repubblicana nel Fascismo permase, se pure
sotterranea, fino ad esplodere quando nel 1943 la Monarchia si separò dal
Fascismo, che divenne repubblicano.
Inoltre il Fascismo,che nei suoi esponenti culturali più prestigiosi,
era laicizzante, fin dalle sue origini ebbe anche una articolazione
interna cattolica.
Anche in questo caso Mussolini,che era stato un anticlericale risoluto,
stabilì una alleanza con la Chiesa clericalizzando il Fascismo, sicché
il Fascista medio sentiva come normale l'essere Fascista e Cattolico.
Il Fascismo poi ebbe due radici ideologico-politiche:
quella che
aggregava componenti Soreliane, Anarco-Sindacaliste, Combattentistiche,
"Populiste-Democratiche";
e quella decisamente di destra propria del
Nazionalismo dei Federzoni, Coppola, Corradini, Rocco.
Queste due anime si fusero nel Partito e nello Stato, lasciando aperte
però delle contraddizioni che emersero di volta, in volta.
Infine il Fascismo italiano era "statalista" e rintracciava appunto
nell'Etica dello Stato la forma unificante suprema della Nazione, senza
il ricorso ad elementi biologico-razziali.
In generale si può dire che il Fascismo italiano mancò di quella
compattezza monolitica che fu propria in grado assai più elevato del
Nazionalsocialismo.
Il Nazismo, salito al potere in una Repubblica, non ebbe mai il problema
di un rapporto con un centro di potere monarchico.
Allo stesso modo non ebbe gli ostacoli creati dalla presenza sul
territorio nazionale di un centro come il Vaticano.
Il nazismo stabilì compromessi con le Chiese Protestanti e Cattolica
soltanto da posizioni di forza e per fini strumentali.
Le sue componenti ideologiche furono fin dagli inizi più unitarie,
affondando le proprie radici nel Militarismo Prussiano, nel Razzismo Biologico e nella
Dottrina della Superiorità della Razza Ariana e quindi
nell'Antisemitismo (il Fascismo, in Italia, dove non esisteva un
problema ebraico, diventò razzista tardivamente e per imitazione del
Nazismo).
Nel Nazismo non era lo Stato, come abbiamo visto, il concetto unificante
supremo, bensì l'appartenenza ad una Comunità Mistico-Biologica, diretta
contro le minoranze razziali all'interno della Nazione (ebrei, polacchi)
e i "popoli inferiori".
In sintesi il Nazismo ebbe una compattezza assai superiore a quella del
Fascismo italiano e una forza espansiva nella società dotata di una
dinamismo senza paragone, più vasto e incisivo, che conferì ad esso un
carattere "totalitario" più integrale.
Come si vedrà, questo si espresse anche nel tentativo, in parte riuscito,
di creare una "moralità" nazista autonoma e diversa rispetto ai valori
tradizionali del Cristianesimo (mentre il Fascismo puntò sul connubio
fra il Cattolicesimo e la propria ideologia).
Va osservato, ancora, che il Nazismo, disponendo di uno Stato
industriale molto più progredito di quello italiano, e di una
conseguente maggior forza militare, fu in grado di assumere la
leadership dei Fascismi trasformando l'Italia in una sorta di satellite
della Germania.
Il Fascismo italiano ed il Nazismo, in quanto organizzazioni ed
ideologie, erano fondati su principi di gerarchia ed obbedienza degli
strati inferiori a quelli superiori.
Al vertice stava il "Capo", dotato dell'attributo dell'infallibilità.
Questa infallibilità, che spesso è stata presentata in termini di
elemento irrazionalistico, era al contrario affatto razionale rispetto
alla natura dei Fascismi e possedeva una profonda funzionalità interna.
Mussolini ed Hitler erano stati i fondatori delle Dottrine e coloro che
avevano portato i loro Movimenti e Partiti al successo e al potere, nel
quadro di una crisi profonda dei valori e delle Istituzioni precedenti.
I Partiti Fascisti, essendo di formazione recente, mancavano di altre
misure che non fossero quelle create soggettivamente dai loro Capi
carismatici.
In quanto fondatori e creatori di valori fascisti (in diversa dimensione,
come abbiamo già avuto occasione di analizzare) essi costituivano perciò
la misura vivente del "vero" e del "giusto" nell'ambito del nuovo ordine.
Poiché rifiutavano gran parte dei valori e delle regole di comportamento
elaborati dagli organismi politico-culturali che aveva eliminato, e
poiché al contempo erano in fase di creazione e poi di consolidamento
dei propri, i Fascismi delegarono ai loro "condottieri" (Duce e
Führer)
in modo integrale la sovranità con tutte le sue prerogative.
Il che ebbe una conseguenza essenziale anche nel determinare il tipo di
gerarchia.
La Gerarchia Fascista era affatto diversa da quelle proprie delle
società consolidate e perciò fondate su regole oggettivate e
universalmente riconosciute.
Essa era interamente mobile e soggetta all'arbitrio del Capo carismatico.
Nessun Gerarca Fascista aveva garanzie indipendenti dall'arbitrio dei Capi
Supremi fino a che questi conservassero una sufficiente forza di
comando.
Un simile rapporto fra i Capi e chi si trovava in posizione sottostante,
portava a rendere necessario il propagandare in modo incessante
all'interno delle Organizzazioni e al di fuori di esse gli obblighi di
fedeltà assoluta verso i Capi Supremi e le Gerarchie da loro create,
dando vita ad un gigantesco "culto della personalità".
Per questo la vita interna dei due Partiti acquistò un aspetto "militarizzato"
, ma in senso anzitutto politico-ideologico, e quindi tanto accentuato
quanto potenzialmente instabile per i poteri delle Gerarchie
medio-inferiori.
La militarizzazione venne estesa dai Partiti Fascisti all'intera società,
diventando una sorta di moralità collettiva di massa, particolarmente
idonea ad attuare l'integrale subordinazione dei lavoratori.
Questi due Paesi, e in special modo la Germania per la sua forza
industriale, aspiravano a modificare gli equilibri internazionali, ad
essi non favorevoli dopo la soluzione data alla pace seguente la Prima Guerra
Mondiale.
Pertanto una delle componenti essenziali della loro politica estera
diventò la volontà di preparare una nuova guerra, che mutasse il volto
geopolitico europeo e mondiale.
Di qui il fatto che il Fascismo fosse accentuatamente militarista e
imperialista; e che dovessero essere proprio la Germania e, in
sottordine, l'Italia ad assumere l'iniziativa che condusse alla Seconda
Guerra Mondiale.
Tanto il Fascismo quanto il Nazismo tedesco hanno seguito tre fasi di
sviluppo essenziali.
La prima è stata quella della lotta per il potere, condotta con una
combinazione di mezzi extraparlamentari e parlamentari; all'interno
della quale i primi servivano per dare forza ai secondi e costituivano
la base essenziale dell'espansione fascista: in questa fase acquistò
particolare evidenza il rapporto fra i Movimenti Fascisti e le forze
conservatrici che li appoggiavano.
La seconda fase è stata, dopo la conquista del potere, quella di un uso
"bonapartistico" dell'Autorità dello Stato, nel quadro del mantenimento
di libertà politiche sia pure limitate e della pluralità dei Partiti e
delle organizzazioni ereditate dal Regime Liberale precedente.
La terza fase è stata quella fondata sul "monopolio politico" ed ha
portato all'organizzazione del Regime a Partito Unico e allo Stato
fondato su di esso.
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Il Regime Totalitario in Italia
La liquidazione, nel 1925-26 dello Stato Liberale e delle sue
Istituzioni, attraverso le Leggi "fascistissime", che eliminarono la
pluralità dei Partiti; trasformarono il Parlamento in camera di
registrazione della volontà del Partito Fascista e in particolare di
Mussolini, posero fine alle libertà di organizzazione sindacale, alla
libertà di stampa, alle libertà personali, coincise con la costruzione
delle fondamenta di un ordine istituzionale e politico, di uno Stato che
acquistava a questo punto le caratteristiche di un "Regime".
Questo Regime, in sostanza, altro non era che il frutto di una stretta
integrazione fra lo Stato ed il Partito Fascista da un lato e fra lo
Stato e la società civile attraverso la mediazione del Partito
dall'altro.
Nel 1927 Mussolini inaugurò un corso "normalizzatore", il cui obiettivo
era quello di fare dello Stato fascistizzato l'elemento dominante.
Spettava ormai all'Autorità Statale di regolare la vita pubblica.
Il Partito rappresentava la colonna fondamentale dello Stato, ma
dovrebbe restare pur sempre a questo subordinato.
Nel gennaio del 1927 Mussolini proclamò il Prefetto la più alta autorità
delle Province.
L'Amministrazione Pubblica venne drasticamente epurata di tutti gli
elementi il cui pensiero e la cui attività fossero "in contrasto con le
direttive del Governo".
Accanto alla burocrazia, anche la scuola subì un processo di radicale
fascistizzazione: solo l'Università rimane per alcuni anni formalmente
non fascistizzata: ma nell'ottobre del 1931, dietro proposta del
filosofo e Professore universitario Gentile, anche ai Professori di
Università venne imposto un giuramento di fedeltà, con cui si faceva
obbligo di esercitare l'ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri
accademici col proposito di formare Cittadini operosi, probi e devoti
alla Patria e al Regime Fascista.
Su circa milleduecento Professori, solo tredici rifiutarono di giurare e
furono perciò dimessi.
A partire dal 1926 incominciò l'inquadramento sistematico, che si
perfezionò nel tempo, dei bambini, de ragazzi e dei giovani nelle
organizzazioni dell'Opera Nazionale Balilla.
La stampa e la radio furono soggette al più stretto controllo e alla
censura più rigorosa: nel 1937 l'intero settore della Propaganda di Regime venne riorganizzato con la costituzione del Ministero della
Cultura Popolare (MinCulPop) che teneva sotto il proprio controllo case
editrici, pubblicazioni periodiche e quotidiani, radio, cinema.
Anche lo sport dovette diventare "sport fascista".
Nel 1928 la Camera, destinata a sciogliersi alla fine di quello stesso
anno, varò una nuova Legge Elettorale e la riforma di se stessa.
I criteri erano semplici e tali da affermare pienamente il potere
assoluto del Fascismo.
Il Gran Consiglio del Fascismo avrebbe scelto 400 candidati, fra quanti
proposti dalle Organizzazioni del Mondo del Lavoro e altri elementi "attivi"
della Nazione.
Questi 400 candidati avrebbero costituito la "Lista Unica" Nazionale
presentata agli elettori per l'approvazione in blocco.
Gli elettori
avrebbero potuto rispondere con un sì o un no.
Il vecchio Giolitti, al Senato, dichiarò che questa legge segnava "il
decisivo distacco del Regime Fascista dal regime retto dallo Statuto" e
votò contro (morì poco tempo dopo il 17 luglio 1928).
Con questa legge, le Elezioni diventarono un semplice "plebiscito" che
il Governo aveva costruito a favore di se stesso.
Il 24 marzo 1929 si ebbero le Elezioni: la lista unica fu approvata con
8.506.576 sì, contro 136.198 no.
La nuova Camera fu del tutto esautorata dai nuovi compiti che, tra il
1928 e il 1929, vennero attribuiti al Gran Consiglio del Fascismo, cui
sarebbe spettata l'indicazione del Capo del Governo e dei Ministri, che
il Re avrebbe dovuto, a sua volta, ratificare: il monopolio politico del
Partito Fascista era ormai perfezionato al massimo.
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La Conciliazione tra Stato e Chiesa
Il risultato plebiscitario nelle Elezioni del 1929 era stato raggiunto
anche grazie all'invito della Chiesa a votare "sì"; invito che
suggellava uno storico accordo poco prima raggiunto fra lo Stato Fascista e la Chiesa, il quale aveva sancito la "conciliazione" tra le
due Istituzioni e chiuso l'annosa "Questione Romana" apertasi con Porta
Pia.
La Conciliazione ed i relativi atti giuridici furono firmati l'11
febbraio 1929, a conclusione di una serie di complesse trattative.
Il Concordato (che prevedeva anche un indennizzo da parte dello Stato
Italiano di un miliardo e 75 milioni di lire per la perdita da parte del
Vaticano, dei proventi dell'ex-Stato Pontificio) metteva in luce gli
interessi politici delle due parti: la laicità dello Stato, uscito dal
Risorgimento, veniva decisamente compromessa e si realizzava il vecchio
proposito di Mussolini di far diventare il Cattolicesimo un pilastro del
nuovo ordine politico.
Le clausole più importanti prevedevano:
la protezione dello Stato
Italiano al Clero nell'esercizio delle sue funzioni e il riconoscimento
del carattere "sacro" di Roma;
l'abolizione del placet regio sugli
Uffici e gli Enti Ecclesiastici.
I Vescovi sarebbero stati comunque
impegnati a giurare fedeltà allo Stato;
esonero dei chierici dal
servizio militare;
l'impegno dello Stato non mantenere negli uffici
pubblici sacerdoti "apostati";
riconoscimento di tutti gli effetti
civili del matrimonio religioso;
introduzione della
Dottrina Cattolica
nell'insegnamento scolastico;
riconoscimento delle
Organizzazioni
dipendenti dall'Azione Cattolica a patto che esse agissero "al di fuori
da ogni Partito Politico".
Mussolini divenne così, per la Chiesa Italiana, "l'Uomo della
Provvidenza".
Non tutti i contrasti, però vennero appianati con il Concordato: nel
1931 si aprì un forte conflitto al riguardo dell'azione dell'Azione
Cattolica sul terreno dell'educazione della gioventù.
Fu raggiunto un
accordo nel settembre dello stesso anno: l'Azione Cattolica rimaneva in
vita, ma con l'impegno di rimanere chiusa nell'ambito religioso e di
epurare le fila dagli Antifascisti o Non-Fascisti eventuali.
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L'Ordine Corporativo
L'ambizione di risolvere il conflitto tra capitale e lavoro, di avviare
tra padroni ed operai un corso di relazioni pacifiche, di abolire la
lotta tra le classi e introdurre "l'armonia sociale" aveva
caratterizzato sia il pensiero corporativo Cattolico sia quello Nazionalista.
Nell'aprile del 1927 il Gran Consiglio del Fascismo emanò la "Carta del
Lavoro", nella quale, attraverso 30 articoli, si enunciavano i principi
generali del Corporativismo considerato quale risposta del Fascismo al
Liberalismo e al Socialismo.
Il "benessere dei produttori" poteva realizzarsi solo nell'ambito di una
unità sociale garantita dallo Stato.
"Le Corporazioni costituiscono l'organizzazione unitaria della
produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi".
Accanto al riconoscimento che le classi operano in uno spirito di
reciproca collaborazione, si dichiarava esplicitamente che il
Corporativismo poggiava sul Capitalismo e sulla proprietà privata.
Il Sistema Corporativo, delineato nel 1927, trovò però la sua attuazione
giuridica soltanto nel 1934, dopo che la crisi del 1929 aveva investito
anche l'Italia.
Mussolini presentò nel 1934 il Corporativismo come una nuova via tra il
Capitalismo e il Collettivismo favorendo anche un dibattito interno di
una certa ampiezza sul tema.
Ma le tendenze alla "terza via" sostenute dall'ideologo Ugo Spirito e
dal sindacalista Rossoni, furono emarginate e battute proprio in un
periodo in cui il grande capitale finanziario e industriale utilizzò la
grande crisi per ristrutturarsi fortemente e ulteriormente accrescere la
propria potenza, anche se in stretta unione con lo Stato.
Quel che ne risultò non fu dunque il controllo sociale sulle imprese, ma
un'ulteriore concentrazione capitalistica favorita dallo Stato.
L'identificazione tra Partito e Stato, in questo senso, delineò
completamente il Sistema di Potere "Totalitario".
Il Partito dominava incontrastato.
Sul Partito a sua volta dominava il "Duce
del Fascismo", il quale aveva diritto di nomina e di controllo su tutti
gli Organismi del Partito e del Governo.
Il potere di Mussolini poteva essere messo in discussione solo se il
Gran Consiglio avesse assunto una iniziativa contro di lui.
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L'economia italiana nel Periodo Fascista
I primi anni del Governo Fascista erano stati contraddistinti, come si è
visto, da una politica economica accentuatamente liberistica, sotto la
guida del Ministro delle Finanze, De Stefani.
A partire dal 1925, con l'insediamento alle Finanze del Conte Giuseppe
Volpi di Misurata, il Fascismo inaugurò una linea di politica economica
ispirata ad un accentuato "interventismo" statalista.
Gli obiettivi diventarono la rivalutazione e la stabilizzazione della
lira al fine di diminuire il peso delle importazioni e mobilitare la
produzione sulla base delle risorse interne (nel 1925 fu lanciata la "Battaglia
del grano").
In complesso tra il 1920 ed il 1929, sull'onda dell'espansione mondiale,
l'Italia ebbe un incremento produttivo dell'industria di circa il 60%.
Il che giovò certamente al consolidamento del Fascismo al potere, in
quanto esso poté capitalizzare a proprio favore quella che era una
tendenza generale dell'economia mondiale.
La crisi del 1929 ebbe forti e dirette ripercussioni in Italia: la
produzione diminuì in misura notevole e la disoccupazione ebbe una
impennata e da circa 300.000 unità nel 1929 si passò nel 1933 ad oltre
un milione, provocando una diminuzione del reddito nazionale, che fino
al 1935 rimase inferiore a quello raggiunto all'inizio della grande
crisi.
Anche in Italia, come altrove, la grande crisi favorì l'ulteriore
concentrazione delle imprese, già iniziata come riflesso della
rivalutazione della lira.
In Italia questo processo di concentrazione e razionalizzazione si
accompagnò ed intrecciò con un accentuato carattere speculativo e
parassitario, nel senso di accordi fra le grandi imprese per il
controllo dei prezzi e la spartizione del mercato.
Questi sviluppi si realizzarono con l'appoggio del Governo, che nel 1933
varò una legge che consolidava e istituzionalizzava il sistema dei
monopoli, vietando il sorgere di nuovi impianti industriali senza
l'approvazione del Governo: legge che univa strettamente dirigismo
statale e interessi del grande capitale monopolistico, di cui erano
protagonisti il trust elettrico (Edison), quello chimico (Montecatini),
tessile (Snia Viscosa, protagonista della "seta artificiale"), meccanica
(Fiat, Ansaldo, Breda).
La Gradi Crisi indusse il Governo Fascista a mettere in cantiere anche
impegnativi programmi di lavori pubblici, il più importante dei quali fu
quello riguardante la Bonifica delle Paludi Pontine, diretta a
valorizzare, in quella zona, tutta un serie di terreni bisognosi di
intervento, per renderne possibile la messa in coltura e l'insediamento
della popolazione contadina (tra il 1931 ed il1934 si portarono alla
messa in valore circa 60.000 ettari e fondate le due Città "Rurali"
Fasciste di Littoria e Sabaudia).
L'azione più rilevante fu però condotta in campo industriale.
La crisi, con il crollo dei titoli azionari aveva colpito duramente le
grandi Banche, che a loro volta controllavano buona parte dell'Industria.
Fu allora che lo Stato intervenne con la finanza pubblica.
Nel novembre 1931 venne creato l'Istituto Mobiliare Italiano (IMI), un Ente di diritto pubblico, sostenuto dallo Stato al fine di integrare
l'azione di credito all'Industria.
Nel gennaio 1933 fu creato l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI),
il quale intervenendo nel salvataggio di Banche e Industrie venne
assumendo le caratteristiche di un grande Ente Bancario-Industriale a
carattere "misto", cioè in parte statale e in parte privato.
Lo sviluppo dell'IRI e la penetrazione dello Stato nel campo finanziario
e industriale fu tale che nel 1939 l'Italia era il Paese, fatta
eccezione per l'Unione Sovietica, che possedeva il più ampio settore di
industrie in possesso dello Stato.
Il che non significava, però, che si trattasse dell'affermazione
dell'interesse pubblico su quello privato.
Al contrario lo Stato agiva a sostegno del profitto privato, surrogando
là dove i privati non erano in grado di agire da soli e con diretto
interesse.
A partire dal 1934 il Fascismo, al fine di ridurre al massimo le spese
per le importazioni e rendere il più possibile autosufficiente il Paese
proclamò la Politica "Autarchica".
Dopo che nel 1935 il Regime si fu lanciato alla conquista dell'Etiopia,
con la conseguenza di essere sottoposto a sanzioni dalla Società delle
Nazioni, la battaglia per l'autarchia diventò preminente nella politica
economica del Fascismo, con una ripresa integrale della tradizionale
politica protezionistica.
Comunque la Politica Autarchica e il riarmo, che venne intensificato a
partire dal 1935, si risolsero in un ottimo affare per l'Industria Italiana, che se produceva a prezzi altissimi, era sul mercato interno
interamente protetta da ogni concorrenza.
I profitti salirono costantemente proprio dopo il 1935, anche se nel
complesso la produzione industriale ebbe, fra il 1929 ed il 1935, il più
basso sviluppo; un incremento del 15% inferiore a quello medio degli
altri Paesi dell'Europa Occidentale.
Nessun risultato di ampia portata ebbe la politica del Fascismo per
quanto riguardava la soluzione della Questione Meridionale: nel 1939
alla vigilia della guerra, il Sud era ancora in condizioni paurose,
senza che nessun mutamento sostanziale fosse intervenuto a migliorare i
rapporti sociali ed economici nella sue campagne.
Povero di risorse economiche, il Popolo Italiano venne esortato dal
Fascismo a crescere e moltiplicarsi, secondo la teoria che l'avvenire è
proprio degli Stati demograficamente forti (la popolazione passò dai
37.973.977 abitanti nel 1921, ai 42.438.104 del 1935).
Per sostenere la politica demografica, fin dal 1927, venne stabilita una
imposta sui celibi.
Furono esaltate e premiate le famiglie numerose e vennero loro assegnate
agevolazioni economiche, ai padri di molti figli fu data la priorità nei
posti di lavoro.
La destinazione prima della politica demografica del Regime era
l'Esercito: un esercito di "otto milioni di baionette" che doveva
secondo il Duce diventare sempre più numeroso.
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L'Opposizione
All'interno d'Italia ogni opposizione al Fascismo, dopo il 1926, era
diventata un delitto contro lo Stato.
Chi si opponeva andava incontro al Tribunale Speciale, alla condanna
alla prigione o al confino in zone sotto sorveglianza speciale.
Vi era però una notevole eccezione: Benedetto Croce, il filosofo
idealista di fama internazionale.
Dopo aver sostenuto il Fascismo fino a che questo parve un mezzo per
riportare l'ordine interno e fino a che si poteva ancora pensare ad un
suo carattere transitorio e quindi al riassorbimento nel vecchio Stato Liberale, Croce, come Giolitti, passò all'Opposizione quando vide che i
Fascisti stavano seppellendo il Liberalismo e costruendo un tipo di
Stato Totalitario senza ritorni.
Allora il Conservatorismo Liberale di Croce diventò opposizione al
Regime Fascista.
Si trattava però di un'opposizione essenzialmente culturale ed
intellettuale, senza alcuna diretta trasposizione in campo politico.
Una sorte ben diversa toccò ad un altro grande intellettuale italiano,
Gaetano Salvemini, ex-Socialista e già Interventista Democratico,
destinato a diventare uno dei più tenaci Antifascisti.
Esule dal 1925, dimissionario dall'insegnamento universitario, fu il
primo storico antifascista del Fascismo.
Oltre che sul piano intellettuale, Salvemini fu assai attivo nella lotta
degli esuli antifascisti.
Venne privato della
Cittadinanza Italiana e i
suoi beni furono confiscati.
Fra coloro che dovettero emigrare dall'Italia per opposizione al
Fascismo vi furono alcune fra le più eminenti personalità della politica
italiana:
l'ex-Presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti,
Luigi Sturzo, il capo del Partito Popolare,
Piero Gobetti, uno degli
intellettuali più brillanti della nuova generazione, morto a Parigi nel
1926 per i postumi di una bastonatura,
i Socialisti Riformisti Claudio
Treves e Filippo Turati (emigrato clandestinamente nel 1926),
il Socialista Pietro Nenni,
Carlo Sforza, ex-Ministro degli Esteri,
Carlo Rosselli ed Emilio Lussu fuggiti dal confino di Lipari nel 1929,
Palmiro
Togliatti, divenuto Segretario del Partito Comunista dopo l'arresto di
Antonio Gramsci nel 1926.
Un'eccezione fu Alcide De Gasperi, ultimo Segretario Politico del
Partito Popolare dopo Sturzo, il quale si era rifugiato in Vaticano.
L'opposizione più organica fu condotta dal Partito Comunista.
Questa maggiore organicità e solidità non fu frutto soltanto della
volontà antifascista dei singoli militanti del Partito e dei suoi Quadri
Dirigenti, ma anche, e in misura rilevante, del collegamento dei Comunisti
Italiani con un'organizzazione come l'Internazionale Comunista
e delle possibilità di collegamento che ne derivavano.
L'impegno dei Comunisti Italiani nella lotta contro il Regime fu tale
che il maggior numero di condannati dai Tribunali Fascisti fu di
appartenenti al Partito.
Mentre il Partito Comunista combatteva la sua battaglia contro il
Fascismo, e molti dei suoi militanti e dirigenti erano nelle galere o al
confino, Antonio Gramsci, condannato dal Tribunale Speciale a oltre 20
anni nel giugno del 1928, conduceva in carcere una meditazione di grande
importanza nella storia del pensiero politico e della cultura italiana,
avendo per oggetto i problemi della Rivoluzione Italiana ed
Internazionale, in rapporto alla storia d'Italia e d'Europa.
Frutto di questo lavoro furono i "Quaderni del carcere", uno dei
maggiori prodotti della cultura italiana dell'epoca.
Dal carcere Gramsci mantenne intermittenti contatti con il Partito e non
mancarono momenti di contrasto attorno al 1930, quando egli si oppose
alle scelte del Gruppo Dirigente Sovietico.
Gramsci morì nell'aprile del 1937, nella Clinica Quisisana di Roma, dove
era stato trasferito per la malattia contratta in carcere.
Gli esuli, i cospiratori, gli ideologi dell'Antifascismo, se riuscirono
a mantenere viva l'opposizione più all'estero che in Italia, non furono
però concretamente in grado di mettere in alcun modo in pericolo il
Regime Fascista, saldo per l'appoggio da parte delle grandi forze
economiche, della Monarchia, del Vaticano, per l'efficace repressione
contro gli oppositori condotta con tutti i mezzi di uno Stato moderno,
forte anche di un consenso difficilmente misurabile nella sua entità,
fra masse deluse dalle forze politiche prefasciste.
Ma un elemento giocava a favore dell'Antifascismo: il Fascismo nella sua
veste di Imperialismo, nella sua forma più aggressiva, avrebbe portato
il Paese alla catastrofe, per cui sarebbe stato compito
dell'Antifascismo salvare il Paese.
All'inizio di pagina
La rottura degli equilibri internazionali
Il periodo 1924.29 era stato contrassegnato da una non casuale
coincidenza con la ripresa economica mondiale, da un raggiunto
compromesso franco-tedesco e dalla speranza che la SDN potesse
costituire lo strumento per la composizione dei conflitti internazionali.
In Europa gli Anni '30 furono contraddistinti anzitutto dalla crisi della
Repubblica di Weimar e quindi dall'ascesa e dal consolidamento del
Regime Nazista, il quale con le sue iniziative pose fine definitivamente
all'equilibrio europeo e con il riarmo tedesco alterò i rapporti di
forza usciti da Versailles.
L'Italia Fascista, dopo aver oscillato in un primo tempo fra il timore
della rinascita della potenza tedesca e il desiderio di inserirsi negli
spazi aperti da questa per i propri scopi, finì per essere soggiogata al
carro del Nazismo e diventare, nella sostanza se non nell'apparenza, uno
Stato subordinato.
Toccò all'Italia, dopo che in Asia lo aveva fatto il Giappone, dare il
colpo di grazia alla Società delle Nazioni aggredendo nel 1935
l'Abissinia per realizzare la creazione dell'Impero.
Il "revisionismo" dei Trattati trionfò negli Anni '30, così da provocare,
quando furono superati i limiti, la Seconda Guerra Mondiale.
Ecco, dunque, le radici dell'aggressività di Giappone, Italia e Germania
che avevano l'obiettivo di allargare, secondo l'espressione cara ad
Hitler, il proprio "spazio vitale", cioè di accrescere la disponibilità
di materie prime e mercati, con la conquista di zone di influenza o la
sottomissione di Stati dipendenti o di Colonie.
Non a caso l'aggressività di questi Imperialismi portò i tre Paesi a
darsi un volto accentuatamente militarista e ad elaborare Teorie Razziste, che predicavano il diritto delle proprie razze a dominare
sulle razze inferiori; il Razzismo ebbe la funzione di offrire alle
masse una ideologia popolare che rendesse pronti i soldati a condurre
guerre di annientamento dei nemici.
Mentre il Giappone voleva creare un "ordine nuovo" in Asia, la Germania
mirava all'Est Europeo e l'Italia al Mediterraneo e ai Balcani.
Fu nel 1934 che l'Italia, e in particolare Mussolini, assunse la
determinazione di procedere alla conquista dell'Etiopia.
Gli ambienti della grande industria, pur scettici verso la Propaganda Fascista, erano per la loro parte favorevoli all'impresa coloniale
perché contavano sulle commesse statali di materiali necessari alla
guerra.
Calcoli non errati, poiché dopo lo scoppio della guerra, la produzione
salì di colpo e con essa i profitti nel 1935 e nel 1936.
All'inizio del 1935 l'Italia iniziò gli invii di truppe in Africa: fra
la primavera e l'autunno del 1935 si susseguirono trattative per una
composizione del contrasto italo-etiopico, ma non si raggiunse alcun
accordo.
Il 28 Settembre il Negus ordinò la mobilitazione generale.
Il 3 ottobre gli Italiani, senza dichiarare guerra, iniziarono
l'invasione dell'Etiopia.
Pochi giorni dopo (10-11 ottobre) la SDN, con 50 voti contro 4 condannò
l'Italia come aggressore.
Sul piano militare l'Etiopia non era in grado di resistere.
L'Italia aveva mobilitato con un'enorme larghezza di mezzi il proprio Esercito, perché il
Regime voleva una vittoria totale e strepitosa:
furono usati anche gas asfissianti e si procedette a bombardamenti di
grandi proporzioni.
Il 3 maggio 1936 il Negus fuggì in esilio; il 5 maggio Badoglio entrò in
Addis Abeba, il 9 maggio Mussolini proclamò la formazione dell'Impero e
Vittorio Emanuele III assunse il titolo di Re d'Italia e Imperatore
d'Etiopia.
Mentre l'Italia Fascista era impegnata nella guerra d'Africa e i suoi
rapporti con Gran Bretagna e Francia, in seguito alle sanzioni votate
dalla SDN (poi ritirate al termine della guerra) erano tesi, la Germania
Nazista prese l'iniziativa di occupare militarmente la Renania che era
stata smilitarizzata nel 1918.
La Guerra d'Etiopia e la rimilitarizzazione della Renania segnarono il
crollo reale della SDN.
Nell'estate del 1936 scoppiò in Spagna una Guerra Civile che creò enormi
conseguenze sulla politica internazionale mettendo di fronte Repubblicani
Antifascisti e Reazionari Fascisti sostenuti dall'Italia e
dalla Germania.
Questa Guerra Civile durò dal 1936 al 1939 e si concluse con la vittoria
della versione spagnola del Fascismo.
In quegli anni l'Italia si accostò definitivamente alla Germania.
Il comportamento, ancora una volta, di cedimento all'iniziativa dei Fascisti in Spagna da parte della Gran Bretagna, in primo luogo
largamente determinato dal timore che un'eventuale vittoria dei Repubblicani
Spagnoli si risolvesse a favore dei "Rossi" e della Francia
(nella quale le Elezioni del 1936 erano state vinte dal Fronte Popolare),
contribuì a dare la sensazione all'Italia e alla Germania che
esistessero tutte le condizioni per proseguire in una linea volta ad
alterare completamente i rapporti di forza in Europa e nel Mondo.
Il decennio 1930-1939 vide, così, questa completa alterazione dei
rapporti di forza in Europa e nell'Asia Orientale.
I fatti accaduti possono essere così elencati:
Conflitto Italo-Etiopico;
Guerra Civile Spagnola;
inglobamento nel Terzo Reich dell'Austria e dei
Sudeti,
distruzione della Cecoslovacchia,
aggressione su vasta scala
della Cina da parte del Giappone.
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Le Leggi Razziali
La stampa italiana aveva già fatto, qualche sortita contro gli Ebrei, ma
la campagna si intensificò nel 1938, subito dopo l'Annessione
dell'Austria da parte della Germania (Anschluss).
Premevano, dietro lo scudo del Nazionalismo Economico, le esigenze
totalitarie del Regime e motivi di omogeneità rispetto all'Alleato Tedesco.
La tendenza estrema filotedesca, mossa dalla passionalità faziosa, aveva
dunque buon gioco.
Nello stesso tempo, la pressione del gruppo centrale del Fascismo apriva
la strada a tutta una serie di rivendicazioni grandi e piccole, non
sempre dichiarate, che puntavano sull'assorbimento delle leve di potere
che i gruppi israeliti detenevano specialmente nel campo della finanza,
del commercio e della proprietà immobiliare, a Milano, Venezia, Trieste
e Roma.
Anche la Discriminazione Antisemita (la parola d'ordine era "discriminazione",
non "persecuzione") poteva costituire un buon affare: spianava la via ad
un ulteriore processo di concentrazione finanziaria.
In breve le tendenze razziste ed antisemite acquistarono il carattere di
un movimento organizzato ed ufficiale: e a tale scopo fu pubblicato
sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare, un "Manifesto della
Razza", redatto di "studiosi fascisti docenti nelle università italiane"
e si diede vita ad una nuova rivista "La difesa della razza" che
riprendeva nella testata il motivo di fondo che era via, via affiorato,
anche se con discontinuità nella Propaganda Fascista, dopo la conquista
dell'Etiopia, nella politica di separatismo e discriminazione razziale
emersa nel '36-'37.
Il "Manifesto" rivelava però il carattere composito del "razzismo
italiano", il disagio di una redazione incerta e affrettata, la
discrepanza fra istanze politiche e definizioni culturali.
Una tradizione "razzista" sul piano delle scienze naturali era, infatti,
in Italia del tutto estranea al più autentico tessuto della cultura
nazionale, e la critica neohegeliana aveva gettato in soffitta quegli
elementi sconnessi di etnologismo e biologismo razziale, che avevano
avuto qualche voga fra la fine dell'Ottocento e il principio del
Novecento.
Il gruppo dei firmatari del "Manifesto della Razza" era del resto,
nell'insieme, eterogeneo e squalificato, quanto sconosciuto al grosso
pubblico e del tutto raccogliticcio anche dal punto di vista del Partito.
Insomma, il Fascismo si muoveva anche in questo campo con estremo e pur
trasparente impaccio politico, sia nei confronti delle influenze e delle
pressioni germaniche, cui cercava di rispondere e corrispondere, sia nei
confronti della Chiesa, temendo evidentemente un secondo fronte
ideologico, e anche nei confronti dei sentimenti popolari, del tutto o
quasi estranei ad ogni ideologia e costume di tipo razzista.
Di qui l'esigenza di far passare l'iniziativa politica attraverso un
involucro culturale più o meno autorevole e di dargli un certo slancio
propagandistico.
La direzione della "Difesa della Razza" fu quindi affidata a Telesio
Interlandi, che manteneva la direzione del "Tevere" e del "Quadrivio", un
giornale di punta nella stampa quotidiana del Partito e una rivista che
civettava con la giovane "intellighenzia" letteraria, collegandola alla
politica del Ministero della Cultura Popolare.
Del resto Mussolini individuava negli Ebrei la fisionomia morale dei "borghesi".
C'è qui un tratto comune con il Nazionalsocialismo, con l'Antisemitismo
"moderno" della civiltà di massa contemporanea, ma la propaganda della "Difesa
della Razza", al contrario, si richiamava alla "Civiltà Cattolica" e
illustrava, regione per regione, l'Antisemitismo Cattolico del Medioevo
come una Tradizione Nazionale.
Veniva così, in primo piano, l'aspetto politico della questione.
Fra l'estate e l'autunno del 1938 furono emanati i primi provvedimenti
legislativi e amministrativi.
Innanzi tutto vengono colpiti gli Ebrei rifugiatisi in Italia
dall'Europa Centrale, nel corso degli ultimi anni;
in secondo luogo le
persecuzioni degli Ebrei Italiani sono attuate con limitazioni ("discriminazioni")
nei riguardi di Israeliti aderenti al Regime, benemeriti della causa
nazionale, iscritti in posizione dominante al Partito Fascista,
assimilati attraverso matrimoni misti ai cattolici, e così via.
Ne esce un inestricabile garbuglio, che il Gran Consiglio del Fascismo
sanziona, nonostante le critiche di Balbo e De Bono, nella sua riunione
del 6 ottobre 1938.
Accade anche il caso che la campagna antisemita serva a taluni gruppi di
finanzieri e di Gerarchi Fascisti per impossessarsi del controllo di
grossi gruppi economici, come è nel caso delle Assicurazioni Triestine (Gruppo
Morpurgo), che ora cade in mani al Gruppo Volpi delle Assicurazioni
Generali di Venezia.
Gino Olivetti, Presidente dell'Istituto Cotoniero Italiano, Cesare
Sacerdoti, Amministratore Delegato dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico,
Guido Segre, Presidente dell'Azienda Carboni Italiani furono costretti
ad abbandonare i loro posti.
Enrico Fermi, Premio Nobel per la Fisica, fu indotto a lasciare l'Italia
e molti furono gli universitari allontanati dall'insegnamento.
Gli Israeliti furono privati, soprattutto, delle proprietà immobiliari,
espropriate con indennizzo, quando non riuscirono ad intitolarle
tempestivamente e sicuramente a Cittadini di pieno diritto.
Per meglio sintetizzare il giudizio politico sulle Leggi Razziali vale
la pena riportare alcuni passaggi del Rapporto Confidenziale svolto da
Mussolini ai Gerarchi il 25 ottobre 1938 e rimasto segreto per molti
anni:
"... quando un Popolo prende coscienza della propria razza, al
prende in confronto di tutte le razze, non di una sola.
Noi ne avevamo
preso coscienza solamente nei confronti dei Camiti, cioè degli Africani.
La mancanza di dignità razziale ha avuto conseguenze molto gravi
nell'Amara.
È stato una delle cause della rivolta degli Amara.
Gli Amara non avevano nessuna volontà di ribellione al dominio italiano, non
avevano nessun interesse a farlo...
Ma, quando hanno visto gli
Italiani
che andavano più stracciati di loro, che vivevano nei
tucul, che
rapivano le loro donne, ecc., hanno detto:
Questa è una razza che porta
la civiltà?
E siccome gli Amara sono la razza più aristocratica
d'Etiopia si sono ribellati".
Anche prescindendo dal fatto che spesso i moventi psicologici di
Mussolini si stratificavano sulla base di episodi apparentemente
marginali (ma la Rivolta Etiopica era un fatto qualitativamente grave
per la coscienza del Duce) sembra proprio che in queste parole sia
sufficientemente delineato un elemento autoctono, componente essenziale
del Razzismo Fascista, come un razzismo della povera gente, con un
riferimento diretto alle matrici ideologiche di tipo piccolo-borghese
dell'Imperialismo Italiano.
Anzi, il fatto che Hitler, il Nazionalsocialismo e il Terzo Reich
fossero razzisti, ha spinto Mussolini ad una imitazione subalterna,
proprio per un motivo di prestigio nazionale.
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La Seconda Guerra Mondiale
La guerra che ha insanguinato il mondo fra il 1939 ed il 1945 è stata
"mondiale" e "totale" in un senso ancora più ampio e profondo di quanto
non fosse stata quella del 1914-18.
Anzitutto essa non soltanto ha coinvolto tutti i Continenti nel senso
della partecipazione alla guerra, ma ha visto le operazioni militari
dispiegarsi su di una scala e con una intensità senza precedenti.
In Europa, in Africa e in Asia, sugli Oceani e nei cieli.
In secondo luogo ha richiesto una mobilitazione di risorse materiali e
umane in una misura tale da superare qualsiasi paragone con il passato.
In terzo luogo, la guerra "totale" ha trascinato nel conflitto le
popolazioni civili in modo diretto.
Mentre la Prima Guerra Mondiale era stata combattuta dagli eserciti e la
popolazione civile si era limitata a sostenere lo sforzo militare dietro
i fronti, durante la Seconda Guerra Mondiale la popolazione civile è
stata massicciamente colpita dalle distruzioni su scala enorme dei
centri abitati, in conseguenza dei bombardamenti aerei, coinvolta nelle
operazioni belliche attraverso la Guerra Partigiana, costretta dallo
spostarsi dei fronti a giganteschi spostamenti collettivi e, infine, nei
Paesi sottoposti all'occupazione degli Eserciti Nazisti, Fascisti Italiani e
Giapponesi fatti oggetto di feroci persecuzioni di massa.
La lotta ideologica si intrecciò indissolubilmente con la lotta militare.
Coloro che furono maggiormente oggetto della violenza nazista in Europa
furono gli Ebrei che Hitler era deciso a estirpare senza arretrare di
fronte a nessun mezzo.
Fu così che, dopo avere, fino dalla presa del potere nel 1933 iniziato
in Germania la repressione brutale degli Ebrei, degli oppositori e di
altri soggetti ritenuti "inferiori" (omosessuali, zingari), nel corso
della guerra i Nazisti decisero di eliminare fisicamente tutti questi
soggetti che si potevano arrestare nei Territori occupati.
Un altro aspetto che la Prima Guerra Mondiale non aveva conosciuto fu
quello della Guerra Civile e della Lotta Partigiana.
In Jugoslavia, in Russia, in Francia, in Grecia, in Italia quando nel
1943 crollò il Regime Fascista, in Cina, in Olanda, in Norvegia e in
altri Paesi l'opposizione ai Nazisti e ai Fascisti diede origine al
fenomeno della lotta armata da parte di civili e militari dietro le
retrovie del nemico.
Una Resistenza che unì alle motivazioni militari motivazioni politiche e
istanze di rinnovamento economico e sociale.
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Il ruolo dell'Italia
In conclusione della prima parte di questo nostro lavoro esamineremo il
ruolo dell'Italia nel conflitto, soprattutto in relazione ai fatti che
portarono alla caduta del Regime Fascista.
L'Italia quando scoppiò la guerra nel settembre del 1939, era del tutto
impreparata militarmente, nonostante l'ideologia bellicista che aveva
caratterizzato il Regime sin dal suo sorgere.
Povero di materie prime, con un'industria ancora complessivamente debole,
provato dai consumi dei materiali bellici prima nella Guerra Italo-Etiopica e poi nella
Guerra Civile Spagnola, il Paese non era stato in
grado né finanziariamente, né tecnicamente di formare un Esercito pronto
a misurarsi non più con nemici di terzo o quart'ordine, bensì con Grandi
Potenze.
Molta parte delle armi leggere e dell'artiglieria risaliva ancora alla
Prima Guerra Mondiale.
Carri armati pesanti mancavano del tutto; e quelli medi e leggeri erano
non solo scarsi, ma anche di cattiva qualità.
La motorizzazione delle truppe, essenziale, in una guerra moderna era
insufficiente.
L'Aviazione era non soltanto carente nel numero, ma soprattuto incapace
d sostenere il confronto nelle prestazioni con i tipi di aerei in
dotazione alle Forze Armate di altre Potenze.
La Marina era l'arma più solida; eppure anch'essa difettava proprio in
quell'aspetto che ormai decisivo per una Marina tatticamente preparata:
il coordinamento con l'Aviazione (mancavano del tutto le portaerei).
Le scorte di munizioni e di materie prime, quanto mai carenti.
Le Forze Armate Italiane erano, insomma, comparativamente più deboli nel
1939 di quanto non fossero state nel 1914.
Nonostante questo quadro generale, i successi schiaccianti dell'Esercito
Tedesco e la repentina Capitolazione della Francia convinsero Mussolini
dell'opportunità di intervenire nel Conflitto.
La sensazione diffusa in quei giorni del giugno 1940 era che lo scontro
fosse già prossimo ad un epilogo.
L'Italia entrò in guerra il 10 giugno del 1940 , dopo circa otto mesi di
"non belligeranza".
La decisione della Gran Bretagna di proseguire la guerra anche da sola (con
l'aiuto, per il momento, esclusivamente economico degli Stati Uniti)
dimostrò ben presto che la guerra sarebbe stata ancora lunga.
La Battaglia d'Inghilterra, che si svolse nei cieli britannici nel corso
dell'estate, si concluse con uno scacco per l'Aviazione Tedesca.
Hitler decise allora di accantonare l'idea di uno sbarco sulle coste
inglesi per volgere verso Oriente le azioni di guerra.
Nel corso del 1941 si compirono le ultime Campagne Lampo delle Forze
dell'Asse.
Con l'Occupazione della Jugoslavia e della Grecia, Hitler tolse
l'Alleato Italiano dalle difficoltà in cui si era trovato attaccando sul
Fronte Greco-Albanese.
L'insuccesso della Battaglia d'Inghilterra aveva ormai reso chiaro che
le possibilità di vincere la guerra erano legate ai rifornimenti
alimentari e alla disponibilità di materie prime.
La Gran Bretagna poteva contare sul supporto offerto in misura sempre
più consistente dagli USA.
Il 22 giugno la Germania attacca l'URSS (cui era stata legata, dal 1939,
da un Patto di Non Aggressione che aveva portato alla spartizione della
Polonia, all'annessione da parte dei Sovietici delle Repubbliche Baltiche e alla
Guerra Russo-Finlandese, svoltasi mentre i Tedeschi
occupavano la Norvegia).
L'apertura del Fronte Orientale portò a trascurare altri scenari, che
dal punto di vista strategico erano altrettanto importanti.
In particolare in Africa Settentrionale, dove veniva inviato a comandare
le operazioni un Generale abile come Erwin Rommel, un maggior sostegno
di uomini e di mezzi avrebbe potuto portare le Forze dell'Asse a
controllare il Canale di Suez, minacciando così direttamente i
giacimenti di petrolio del Medio Oriente.
Senonché Hitler considerò sempre l'Africa un teatro di guerra secondario
e Mussolini preferì inviare le sue Armate nelle steppe russe piuttosto
che destinarle a rafforzare le posizioni in Libia e in Egitto.
Tali scelte si rivelarono ben presto disastrose.
Intanto, in Africa Orientale, giungeva al termine l'avventura coloniale
italiana.
Il 1942 fu l'anno di svolta nella Seconda Guerra Mondiale.
Le Forze
dell'Asse vennero gravemente sconfitte sui vari teatri di guerra.
In Africa Settentrionale, in Russia, nel Pacifico (dove con la battaglia
delle Isole Midway gli Americani riconquistarono la superiorità navale e
aerea sui Giapponesi, dopo il proditorio attacco di Pearl Harbour).
Gli Alleati dimostrarono di essere riusciti ad organizzare degli
apparati bellici estremamente efficienti.
I Comandi Militari dimostrarono di avere raggiunto ampiezza di visione
strategica e la capacità di allestire con rapidità perfette linee di
comunicazione fra i fronti e le retrovie, che si dimostrò decisiva per
il mantenimento delle posizioni via via, conquistate nelle successive
ondate offensive.
L'esito della Battaglia di Stalingrado, nel gennaio del 1943, dimostrò
come i fronti militari stessero crollando: nello stesso tempo, in Italia
crollava il fronte interno.
Un crollo mostrato in tutta la sua evidenza dagli scioperi che
spontaneamente si accesero nelle maggiori città, in marzo e aprile.
Gli industriali stabilirono contatti con l'estero riallacciando
relazioni, peraltro mai interrotte con interlocutori Inglesi e Americani.
Il Re, sostenuto dai vertici delle Forze Armate, pur tra mille
indecisioni e titubanze prepara la rimozione di Mussolini.
Lo sbarco alleato in Sicilia segnala l'urgenza di porre fine al Fascismo:
il bombardamento di Roma, avvenuto il 19 luglio 1943, rappresentò il
punto di rottura, di non sopportazione ulteriore.
All'inizio di pagina
La fine del Fascismo
A quel punto le acque, anche all'interno del vertice fascista, stavano
muovendosi vorticosamente.
Dino Grandi assunse l'iniziativa di mettere in minoranza, in una seduta
del Gran Consiglio del Fascismo (24-25 luglio 1943) Mussolini, su un
programma (eliminazione delle Strutture Totalitarie, ripristino dello
Statuto e riassunzione da parte del Re delle prerogative costituzionali)
che convergeva in sostanza con quello della Monarchia.
Il 25 luglio un Ordine del Giorno Grandi venne approvato a maggioranza
(19 sì, 7 no, una astensione - fra i sì anche quello di Ciano, il genero
di Mussolini).
Il Re, messo di fronte alla crisi del Regime, nominò il Maresciallo
Badoglio Capo del Governo, quindi fece arrestare Mussolini.
Nella notte tra il 25 ed il 26 luglio, in tutta Italia esplose
l'entusiasmo popolare.
Il Re assunse il comando delle Forze Armate.
La caduta del Fascismo faceva gravare sull'Italia la minaccia della
reazione tedesca.
I Tedeschi diffidavano della Monarchia e di Badoglio, nonostante questi
si fosse affrettato a dichiarare che l'Italia rimaneva fedele alle
alleanze.
Badoglio (constata l'assenza di reazione da parte dei Fascisti, che
aveva dimostrato il baratro venutosi a creare fra il Paese e il caduto Regime) costituì il 26
luglio una Governo di militari e alti burocrati
che procedette sia a smantellare gli apparati della Dittatura Fascista
sia ad organizzare la repressione, che in alcuni casi fu molto dura, con
morti e feriti di ogni manifestazione popolare.
Il disegno monarchico-badogliano puntava a ritornare al Regime
prefascista evitando una Costituente, lasciando intatte le Strutture Conservatrici in campo economico-sociale.
I Partiti Antifascisti, riemersi alla luce, erano rimasti di fatto
estranei al Colpo di Stato del 25 luglio.
Il loro problema dominante era quello di prendere posizione di fronte al
Programma di Badoglio.
I Socialisti e gli aderenti al Partito d'Azione, sorto dal Movimento
Giustizia e Libertà, si mostravano decisamente ostili alla Monarchia,
considerata complice del Fascismo;
i Comunisti dal canto loro
oscillavano fra la richiesta di un Governo formato dai Partiti Antifascisti e l'appoggio al
Ggoverno Badoglio in vista di far uscire
l'Italia dalla guerra;
i Liberali, infine, erano favorevoli in genere a
Badoglio.
Mentre i Tedeschi si apprestavano a mettere in atto l'Operazione "Valkiria"
al fine di assumere il controllo militare dell'Italia, Badoglio condusse
segretamente trattative segrete con gli Alleati, i quali però chiesero
la Resa Incondizionata: l'Armistizio fu firmato dal Generale Castellano,
a Cassibile in Sicilia l'8 Settembre 1943.
Il Re, Badoglio, la Corte, lo Stato Maggiore dell'Esercito, il Governo
abbandonarono Roma, e fuggirono prima a Pescara e poi a Brindisi.
La risposta dei Tedeschi fu fulminea.
Circondata Roma, la occuparono
dopo duri combattimenti contro reparti dell'Esercito cui si unirono
elementi popolari.
Fu il primo atto della Resistenza Italiana.
La sorte delle Truppe Italiane all'estero fu tragica:
gran parte di essi
fu deportata in Germania,
a Cefalonia e a Corfù i soldati italiani
furono sterminati dai Tedeschi,
in Grecia, Jugoslavia, Albania
Reparti Italiani poterono unirsi ai Partigiani.
Si salvò soltanto la flotta rifugiandosi a Malta.
Il Governo Badoglio dei "quarantacinque giorni" (25 luglio - 8 settembre
1943) aveva così portato l'Italia fuori dall'Alleanza Tedesca, ma in
modo talmente inefficiente da determinare una tragedia lasciando il
campo libero ai Tedeschi in tutto il Paese non occupato dagli Alleati e
determinando la catastrofe dell'Esercito Nazionale.
Dopo le gravi sconfitte militari dell'Asse del 1942 e della primavera
del 1943, era giunto il crollo del Fascismo e la sconfitta militare
italiana.
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Resistenza e Liberazione
La sorte dell'Italia Centro-Settentrionale dopo l'8 Settembre del 1943 e
la fuga del Re da Roma fu decisa dalla immediata occupazione tedesca.
Sotto la protezione e per volontà dei Nazisti il Fascismo risorse
immediatamente.
Gerarchi rifugiatisi in Germania provvidero subito a preparare un nuovo
Governo Fascista: Mussolini, liberato dalle SS a Campo Imperatore (12
settembre 1943) ripresa la guida del Neo-Fascismo.
Il Partito Fascista prese il nome di "Repubblicano" e il
Regime si
chiamò Repubblica Sociale Italiana: il Governo si formò ufficialmente il
23 Settembre.
Il Programma di Mussolini prevedeva la continuazione della guerra
accanto ai Tedeschi, la punizione dei traditori, il rinnovamento interno
del Fascismo in seno repubblicano e sociale.
Il primo Congresso del Partito si svolse a Verona nel novembre del 1943
e stabilì la punizione dei traditori del Gran Consiglio del 25 luglio:
Ciano, De Bono ed altri Gerarchi furono fucilati l'11 gennaio 1944.
A mano a mano che la sconfitta tedesca si profilava sempre più
inevitabile, la Repubblica di Salò (così denominata per aver stabilito a
Salò la sede alla Presidenza del Consiglio) mostrò il volto di un
fantoccio senza speranza.
Essa si trovò avvolta nell'odio della
popolazione, che vedeva i "Repubblichini" impegnati come bande di
terroristi al servizio dei Tedeschi nella repressione antipartigiana.
La Repubblica di Salò si rese inoltre complice dello sterminio degli Ebrei avviati dai
Tedeschi nei grandi Campi di Sterminio di Auschwitz,
Mauthausen, Buchenwald, Bergen Belsen, ecc.
Quando, nel febbraio del 1945, fu avviata la socializzazione delle
imprese era evidente che si trattava di una misura presa da chi, fra
poco, non avrebbe più avuto alcun potere.
Di contro al Governo Neo-Fascista stava il "Regno del Sud" con il Re e
Badoglio stabilitisi prima a Brindisi e poi (dopo uno sbarco degli
Alleati) a Salerno.
Il Governo Monarchico dichiarò guerra alla Germania ottenendo dagli Alleati la qualifica di "cobelligerante".
Nel Regno del Sud era urgente la formazione di un Governo in grado di
rappresentare i Partiti Politici Antifascisti che avevano ripreso in
pieno la loro attività: ma c'erano divisioni sul tema del riconoscimento
della Monarchia.
Risolse la situazione il ritorno in Italia del Segretario del Partito
Comunista, Palmiro Togliatti (27 marzo 1944).
13 giorni prima il
Governo Sovietico aveva riconosciuto il Governo Badoglio: Togliatti si espresse,
a Salerno, per l'unità di tutte le Forze Antifasciste, per
l'accantonamento della Questione Istituzionale alla fine della guerra,
alla formazione di un Governo di Unità Nazionale.
Dopo lo Sbarco di Anzio, Roma fu liberata il 5 giugno 1944 (il giorno
dopo gli Alleati sbarcarono in Normandia, nel corso di una delle più
imponenti manovre militari della storia, fornendo un decisivo impulso
alla vittoria).
Il Re trasferì i poteri e Badoglio si dimise.
Per designazione dei Partiti Ivanoe Bonomi, il 18
giugno 1944 un Governo formato da tutti i
Partiti della Coalizione Antifascista.
Intanto al Centro-Nord si sviluppava il Movimento Partigiano.
Il Nord fu la parte dove la Resistenza operò sino alla fine della guerra
contro la Repubblica di Salò, quindi la Lotta Partigiana si presentò
oltre che come lotta antitedesca anche come Guerra Civile.
Questa lotta durò dal settembre 1943 all'aprile 1945 e abbracciò un Movimento comprendente tutte le classi sociali, che raggiunse
nell'aprile del 1945 i 200.000 combattenti con 70.000 caduti.
In questi strati era diffusa la convinzione che la Resistenza Armata al
NaziFascismo, dopo il crollo del Regime sorto nel 1922, dovesse
costituire il preludio per una rottura del vecchio Stato, con il suo
centralismo burocratico, con il dominio del privilegio sociale.
Interpreti di queste esigenze erano le Formazioni Partigiane di
Sinistra: Garibaldi (Comuniste), Giustizia e Libertà (del Partito
d'Azione), Matteotti (Socialiste).
Accanto a queste stavano le
Organizzazioni di orientamento moderato: le "autonome", sostanzialmente
apartitiche, formate da militari in gran parte monarchico-badogliani, le
Organizzazioni DemoCristiane e i Partigiani Liberali.
Nell'Italia del Nord la Lotta Partigiana poté giovarsi di un vasto
appoggio popolare, tanto nelle città quanto nelle campagne.
Il proletariato urbano fu in prima linea.
Dopo scioperi nel Triangolo Industriale nell'inverno del 1943-44, si
ebbe un grande Sciopero Generale tra il 1 e 9 marzo 1944, che paralizzò
con chiari intenti politici e resistenziali, la produzione a Torino,
Milano, Genova.
Fu l'unico grande sciopero dell'industria nell'Europa occupata dai Nazisti, pagato a caro prezzo dalla classe operaia, con migliaia di
deportazioni nel campi di sterminio.
La Direzione Politica della Resistenza fu opera dei Comitati di
Liberazione Nazionale (CLN), i quali rappresentavano i Partiti Antifascisti, poggiando sull'unità che veniva dalla comune lotta, ma
anche riflettendo le inevitabili divergenze di strategia.
Nel gennaio del 1944 sorse il Comitato di Liberazione Nazionale Alta
Italia (CLNAI).
Un problema importante era quello della definizione dei rapporti tra il
CLNAI, il Governo del Sud e gli Alleati.
Questi ultimi, e fra loro specie gli Inglesi, erano preoccupati che nel
Nord i Partigiani potessero diventare un fattore di radicalizzazione
politica.
Per questo nel novembre del 1944 il Maresciallo Inglese Alexander,
dietro motivazioni militari, invitò di fatto le Forze Partigiane a
smobilitare in attesa che la Liberazione venisse dagli Eserciti Anglo-Americani: l'invito non fu accolto.
Nella stessa direzione andò un accordo del 7 dicembre 1944 fra i
Delegati del CLNAI e gli Alleati che, mentre riconoscevano solennemente
il Movimento Partigiano e l'autorità del Comitato, al tempo stesso
sottoponeva le Forze Partigiane, trasformate in Corpo Volontari della
Libertà (CVL) ad un Comando Militare Supremo con a capo un Generale
dell'Esercito Regolare Italiano, Raffaele Cadorna, affiancato dai Vice
Comandanti Luigi Longo, Comunista, e Ferruccio Parri, Azionista.
Accordo che impegnava le Forze della Liberazione ad accettare le
decisioni del G>overno Militare Alleato all'atto della Liberazione.
Poco dopo, il 26 dicembre 1944, anche il Governo Bonomi riconobbe il
CLNAI come proprio "Delegato" al Nord, quest'ultimo riconosceva nel
Governo del Sud il "solo Governo legittimo".
I Governi del Sud, prima Badoglio e poi Bonomi, avevano ottenuto dagli Alleati di costituire, con truppe regolari, un Corpo Italiano di
Liberazione.
Nel Nord le Forze Partigiane affrontarono i Tedeschi e le Bande Fasciste
in lotte dure e sanguinose, arrivando ad impegnare nell'ottobre del 1944
fino a 8 Divisioni Germaniche.
Un rilevante peso politico ebbero le "Repubbliche Partigiane",
costituite in località temporaneamente liberate (nelle Langhe, in
Valsesia, Val Maira, Montefiorino, Val d'Ossola) dove furono avviate
forme di governo popolare.
Nella durezza della Guerra Civile e contro i Tedeschi, le popolazioni
ebbero in innumerevoli casi a soffrire di atroci rappresaglie, la più
grave, accanto a quella delle Fosse Ardeatine, ebbe luogo a Marzabotto,
dove fra il 29 Settembre ed il 1 Ottobre 1944, furono trucidate oltre
1.000 persone.
L'Insurrezione Nazionale, dopo che già nel marzo si furono intensificati
gli scioperi, ebbe luogo il 25-26 aprile 1945.
Mentre le truppe motorizzate alleate iniziavano l'invasione della Valle
del Po, i Partigiani liberarono le grandi città del Nord, Genova,
Torino, Milano.
I Tedeschi si arresero o si ritirarono, la Repubblica di Salò si
disgregò.
Mussolini, dopo aver vagheggiato un'ultima resistenza in
Valtellina, fuggì travestito da soldato tedesco verso la Svizzera, con
una colonna germanica.
Riconosciuto dai Partigiani fu giustiziato il 28
aprile, su ordine del Comando del Comitato di Liberazione Nazionale.
La tragica avventura del Fascismo era finita, ma restavano in piedi
alcune Istituzioni del Regime e, soprattuto, erano ben presenti i
protagonisti dell'avventura di Salò che non avrebbero tardato a tentare
di rientrare all'interno del gioco politico.
All'inizio di pagina
Dal 25 luglio alla XII Disposizione Transitoria
Subito dopo il 25
luglio furono varate norme, configurate come temporanee dal Legislatore,
che si preoccupavano di impedire il risorgere del disciolto Partito Fascista.
In questo senso si
rammentano: la soppressione
del Tribunale Speciale per la Difesa dello
Stato (RDL 29/7/1943 n. 668),
del Partito Nazionale Fascista (RDL
2/8/1943, n. 704),
della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (RDL
2/8/1943, n. 705),
del Regime Corporativo (RDL 9/8/1943, n. 721).
L'opera di
rinnovamento proseguì con la punizione dei delitti fascisti e di
collaborazionismo, l'avocazione dei profitti di Regime e la repressione
delle attività neofasciste.
La nomenclatura "Sanzioni
contro il Fascismo" derivante dal primo provvedimento che disciplinò in
maniera organica la materia (D. Lgt. 27/7/1944, n. 159) riflette
approssimativamente il contenuto della Legislazione, che accanto a
sanzioni penali e amministrative, prevedeva anche le relative
fattispecie, oltre ad Istituti di diritto processuale, di diritto
tributario ed a norme regolanti al devoluzione allo Stato del patrimonio
delle disciolte Organizzazioni Fasciste.
Si prevedevano sanzioni, consistenti, alternativamente nella "casa di
lavoro", "colonia agricola", "confino di polizia" o nel "campo di
internamento" per coloro i quali commettevano atti diretti a favorire il
risorgere, sotto qualsiasi forma e denominazione, del disciolto Partito
Fascista od a esaltarne pubblicamente, con qualsiasi manifestazione
scritta o verbale, le persone, gli Istituti e le ideologie, ancorché il
fatto non fosse previsto come reato (Articolo 3, D. L. Lgt. 26/4/1945,
n. 149).
Veniva punito con la reclusione da dieci a venti anni il fatto di "chiunque
ricostituisce sotto qualsiasi forma o denominazione il disciolto partito
fascista ovvero ne promuove la ricostituzione" (D. L. Lgt. 26/4/1945,
n. 195).
L'entrata in vigore della Costituzione segnò la solenne affermazione del
divieto di riorganizzazione del Partito Fascista, sancita con la XII
Disposizione Transitoria e Finale, alla quale dedicheremo più avanti
particolare attenzione.
A questo punto interessa verificare come si realizzò una adeguata
sistemazione del vasto corpus legislativo inerente le "Sanzioni
contro il Fascismo".
Possiamo verificare tre punti principali:
a) i fatti di
promozione, organizzazione e partecipazione al Fascismo in periodo
monarchico e repubblicano;
b) i fatti di
intelligenza e collaborazione con i Tedeschi durante il periodo
dell'Occupazione Militare;
c) le attività
neofasciste (consistenti nella riorganizzazione del disciolto Partito
Fascista, nell'Apologia del
Fascismo e nel compimento di manifestazioni usuali al disciolto Partito
Fascista).
I fatti di promozione, organizzazione e partecipazione al Fascismo
furono variamente specificati nelle singole leggi sulle Sanzioni contro
il Fascismo, costituendo le fattispecie condizionanti di una serie di
conseguenze personali a contenuto sfavorevole:
la decadenza dei Senatori
(Art. 8 u.c. RDL 2/8/1943, n. 705), quale incapacità permanente
assimilabile nel contesto dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici;
la sospensione dei diritti elettorali e di altri diritti pubblici
soggettivi (coi caratteri alternativi di temporaneità e di permanenza).
Tali incapacità
vennero meno a seguito dell'entrata in vigore della Costituzione, che
proprio nel capoverso della XII Disposizione Transitoria, demandò alla
Legge Ordinaria di stabilire
le limitazioni temporanee (vi provvide la
L. 1453/1947);
la risoluzione del rapporto di pubblico impiego (che
trova applicazione nel D. L. Lgt. 159/1944) e per dirigenti di società di
capitale (Art. 8 c. 1 D. L. Lgt. 702/1945);
la cancellazione dagli
Albi Professionali, con norme analoghe alla risoluzione del rapporto di
pubblico impiego;
la radiazione da Accademie ed
Istituti Culturali;
l'avocazione dei profitti di
Regime;
il delitto degli alti
Gerarchi, di
natura dolosa (Art. 2 c. 1 D. L. Lgt. 159/1944) di natura dolosa
portava, se era riconosciuta l'aggravante, portava alla pena
dell'ergastolo, con privazione dei diritti elettorali, confisca dei beni
e la risoluzione del rapporto di lavoro privato, come quello di
organizzazione di Squadre Fasciste che avevano compiuto atti di violenza
e devastazione.
Egualmente, con l'ergastolo, erano puniti gli atti di collaborazionismo
con i Tedeschi dopo l'8 Settembre 1943.
La XII Disposizione Transitoria della Costituzione completò questo
quadro legislativo: ne fu data attuazione, in un primo tempo, con la
Legge 3/12/1947 n. 1546, poi sostituita dal disposto della Legge
20/6/1952, n. 645.
Esaminiamo allora, con attenzione, il contenuto della disposizione e le
forme concrete della sua applicazione legislativa.
All'inizio di pagina
La XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione
La Costituzione
Italiana nel prevedere, all'Articolo 49, che tutti i Cittadini hanno
diritto di associarsi liberamente in Partiti per concorrere con metodo
democratico a determinare la Politica Nazionale ha inteso negare una
forma generale di controllo sulle ideologie e sui programmi delle
formazioni politiche, informando l'intero assetto costituzionale al
Principio Pluralista.
L'Assemblea Costituente tuttavia, segnata dalla allora recente
esperienza del Partito Unico, ha preferito non lasciare spazio a quelle
formazioni politiche che, rappresentando un momento di continuità con
gli ideali del Partito Fascista, risultassero portatrici di valori
completamente antitetici rispetto a quelli contenuti nella nuova Carta
Fondamentale.
La regola generale
della libertà di associazione in Partiti Politici incontra, per tanto,
un'eccezione nel divieto della XII Disposizione Transitoria e Finale
della Costituzione di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto
Partito Fascista.
La legislazione attuativa di tale Disposizione, la Legge 20 Giugno 1952
n. 645 nota come "Legge Scelba" ha finito poi con il delineare
un'ipotesi più estesa, quella di un'associazione o un movimento che "persegue
finalità antidemocratica propria del Partito Fascista" non soltanto per
l'esaltazione, la minaccia e l'uso della violenza come metodo di lotta
politica, ma altresì per alcune ulteriori caratteristiche collegate ad
una precisa connotazione ideologica: fra queste il fatto di propugnare
la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o di
denigrare la Democrazia, le sue Istituzioni e i valori della Resistenza
o di svolgere Propaganda Razzista, ovvero di rivolgere la propria
attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri
del Partito Fascista o di compiere manifestazioni esteriori di carattere
fascista.
Il complesso delle disposizioni che mirano ad impedire la ricostituzione
del disciolto Partito Fascista si prestano ad una lettura che, dal
nostro punto di vista, vorremmo giudicare di tipo "estensivo".
Nella Disposizione Transitoria XII della nostra Costituzione e nella
relativa legislazione di attuazione si possono individuare due nuclei
fondamentali:
accanto ad un primo gruppo di disposizioni che sono il
prodotto di quella determinata situazione storica,
trovano spazio altre
disposizioni caratterizzate dall'elemento dell'astoricità, destinate ad
avere un valore indipendentemente dal contesto e dal momento storico.
In questo senso si può affermare che la XII Disposizione Ttransitoria
rappresenta un corollario di quel metodo democratico contenuto
nell'Art. 49.
L'Assemblea Costituente, in pratica, non avrebbe inteso vietare
solamente la ricostituzione del Partito Fascista in quanto tale, ma ha
inteso precludere la presenza, nell'ordinamento, di quelle formazioni
che utilizzano la violenza come metodo di lotta politica o si servano
dell'intimidazione quale mezzo per imporre le proprie decisioni o
neghino in radice il pluralismo proponendosi all'interno del sistema
come Partito Unico, rigettando lo strumento del dialogo quale forma del
libero confronto democratico.
A questo modo si individuano, all'interno dell'Ordinamento, una serie di
valori supremi, intangibili quali la non violenza, la tolleranza e il
pluralismo che rappresentano i pilastri fondamentali di una Repubblica
che, come la Costituzione proclama, voglia definirsi come democratica.
Egualmente merita di essere, ancora, segnalato l'Art. 3 della già citata
Legge 645/52 (poi sostituito dall'Art. 9 della Legge 152/75) secondo cui
"qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del
disciolto Partito Fascista, il Ministero per l'Interno, sentito il
Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni
dell'associazione, del movimento o del gruppo.
Nei casi straordinari di necessità ed urgenza, il Governo, sempre che
ricorra taluna delle ipotesi previste nell'Art. 1 adotta il provvedimento
di scioglimento e di confisca dei beni mediante Decreto Legge".
Come è noto, nel mentre la normativa in questione è stata applicata a
proposito del Movimento "Ordine Nuovo" (sciolto con Decreto Ministeriale
23 novembre 1973, in G. U. 23 novembre 1973, n. 302) non si è mai ritenuto
di doverla utilizzare nei confronti del MSI.
La vicenda del MSI
appare dunque fondamentale nella ricostruzione che si tenta di
realizzare attraverso questo nostro lavoro, proprio per capire gli
sbocchi della vicenda del Fascismo nella storia d'Italia e quale lascito
questa ha portato all'interno del nostro sistema politico.
Riprenderemo allora, un discorso, lasciato più addietro al momento della
nascita della Repubblica Sociale Italiana.
All'inizio di pagina
L'atto di nascita della Repubblica di Salò e la Carta di Verona
(17 novembre 1943)
Per chi ha vissuto
quell'esperienza, la Repubblica Sociale di Salò, è stato il tentativo
estremo di difendere la dignità e l'onore della Patria e la continuità
dell'Ideale Fascista.
Un tentativo vissuto sotto lo stretto controllo dell'Occupazione Nazista
in Italia.
Per molti ha rappresentato la possibilità di realizzare il Fascismo
delle origini, quello anticapitalista, antiborghese che rifiuta ogni
compromesso, con una forte impronta sociale, anche se con forti accenti
antisemiti e razzistici.
Il "Manifesto di Verona" emanato il 14 novembre 1943, durante il primo
Congresso del Partito Fascista Repubblicano (nato dalle ceneri del
Partito Nazionale Fascista) rappresenta l'atto di nascita della
Repubblica Sociale di Salò e ne definisce il Programma Politico ed i
Principi.
I 18 punti della Carta dichiaravano decaduta la Monarchia e convocavano
una Costituente.
Si tratta di un
passaggio molto importante al fine del nostro discorso, sul piano
complessivo, laddove si intende, analizzato a fondo il Regime Fascista,
cercare di individuarne alcuni esiti incidenti, sul piano politico, al
riguardo delle vicende dell'immediato Dopoguerra ed oltre, con la
presenza sulla scena, non solo politica, ma anche istituzionale del MSI.
Riprendiamo,
comunque, il filo del discorso analizzando sommariamente i punti
principali che componevano, appunto, la cosiddetta "Carta di Verona".
Vi si affermava
che la base della Repubblica Sociale e della dottrina
economica del Partito Fascista Repubblicano era rappresentata dal Lavoro
(Articolo 9);
che la proprietà privata, frutto di lavoro e di risparmio,
sarebbe stata garantita, ma non si sarebbe dovuta per ciò trasformare in
entità disgregatrice della personalità altrui, sfruttandone il lavoro (Articolo
10).
Tutto ciò che era di interesse collettivo, da un punto di vista
economico si sarebbe dovuto nazionalizzare (Articolo 11).
Nelle aziende sarebbe stata avviata e regolata la collaborazione tra
maestranze ed operai per la ripartizione degli utili e per la fissazione
dei salari (Articolo 12).
In agricoltura le terre incolte o mal gestite sarebbero state
riappropriate e riassegnate a favore di braccianti e cooperative
agricole (Articolo 13).
L'Ente Nazionale per la Casa del Popolo avrebbe avuto l'obiettivo di
fornire una casa in proprietà a tutti (Articolo 15).
Si sarebbe costituito un Sindacato dei Lavoratori, obbligatorio, e
avrebbe riunito tutte le categorie (Articolo 16).
Ma all'Articolo 7 stava scritto "gli appartenenti alla razza ebraica
sono stranieri.
Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica."
È stato Giano Accame, ideologo della Destra Italiana per un lungo
periodo nel Dopoguerra, a fissare i punti di collegamento tra la
Repubblica Sociale e il MSI (di cui analizzeremo in seguito la fase di
costituzione) proprio allo scopo di definire il distacco tra questi ed
il Fascismo del Ventennio, quello della "diarchia".
Scrive Accame:
"Sia la Repubblica Sociale che il Movimento Sociale,
sono una conferma di questo fondamentale dato di dignità del nostro Paese, non era possibile che di quella punta così elevata di consenso
che circondarono il Fascismo e Mussolini non rimanesse più niente.
Qualcuno doveva testimoniare.
Purtroppo la Repubblica
Sociale era caduta
nella trappola delle rappresaglie: le rappresaglie dei Fascisti contro i
Partigiani e la popolazione civile espressero troppo spesso una ferocia
gratuita a dispetto dei principi contenuti nella Carta di Verona".
Ecco il punto sul quale, come vedremo meglio in seguito, nasce il
Movimento Sociale Italiano: quello della testimonianza.
All'inizio di pagina
L'Amnistia Togliatti e la nascita del Movimento
Sociale Italiano
Durante i primi anni del dopoguerra gli ex Gerarchi Fascisti vivevano in
clandestinità ed erano latitanti cercati dalla Giustizia.
Tra questi vi era Giorgio Almirante, che visse un anno e mezzo in
clandestinità tra Milano e Torino, facendosi chiamare Giorgio Alloni.
Un altro latitante eccellente era Pino Romualdi, ex Vicesegretario del
Partito Fascista Repubblicano, il più alto in grado tra i Gerarchi
sopravvissuti alla caduta della Repubblica Sociale: su di lui pendeva
una condanna a morte.
Il 22 giugno 1946, Palmiro Togliatti, Ministro della Giustizia del primo
Governo De Gasperi, varò la prima Amnistia nella storia repubblicana.
L'intenzione del Segretario del PCI e Ministro del Governo era quella di
pacificare il Paese: l'obiettivo era quello di una amnistia "bipartisan", che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai
Partigiani, ma
in realtà pochissimi uomini della Resistenza beneficiarono del condono,
mentre, tra i circa diecimila che usufruirono del provvedimento
prevalsero i Gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a
disposizione per i migliori avvocati.
Sulla base di questo esito dell'Amnistia (altro punto fondamentale per
verificare la realtà concreta rappresentata dalla Disposizione Transitoria XII della Costituzione, della quale ci stiamo occupando)
nacque il Movimento Sociale Italiano (da notare che, nel futuro, i 2/3
della base parlamentare dell'MSI sarà costituita da parlamentari
amnistiati).
Il Movimento Sociale Italiano nasce ufficialmente il 26 dicembre 1946, ma ha origine da piccoli gruppi di natura eversiva, sempre sul
crinale della legalità, che nascono sia nella zona occupata dai Tedeschi,
sia in quella controllata dagli Alleati, dando vita a una sorta di
Resistenza a rovescio.
L'esempio più noto è quello del Gruppo del Principe Valerio Pignatelli
della Cerchiara che organizzò sabotaggi nelle retrovie alleate in
Calabria.
La creazione vera e propria del Partito fu preceduta da un intenso
dibattito su numerose riviste dell'area "post-fascista" che erano sorte
in quel periodo: "Rataplan", "Rosso e Nero", "Senso Nuovo", "Il pensiero
nazionale", "Meridiano d'Italia", "Brancaleone", "Fracassa", oltre al
più noto e diffuso "Rivolta Ideale", che divenne l'organo ufficioso del
neonato Partito, ma il MSI si affermò ben presto come il punto di
riferimento di tutto l'ambiente nostalgico.
Il Secolo d'Italia divenne ufficialmente giornale di Partito solo nel
1963, quando l'allora Segretario del MSI Arturo Michelini rilevò la
Società Editrice del giornale, divenendone Direttore.
"Il Secolo" era stato fondato a Roma il 16 maggio 1952, come giornale
indipendente di Destra da Franz Turchi.
Il Movimento Sociale si indirizzò da subito verso una scelta di tipo
legalitario, cercando di inserirsi nel nuovo contesto politico.
Il simbolo del Partito, scelto nel 1947, è la "Fiamma Tricolore",
l'emblema degli Arditi nella Prima Guerra mMondiale.
Il Movimento Sociale si presentò per la prima volta alle Elezioni del 18
aprile 1948 ottenendo il 2,1% alla Camera e sei Deputati.
All'inizio di pagina
La Legge Scelba e il dibattito interno al MSI
Torniamo allora alla Legge Scelba, attuativa della Disposizione Transitoria XII della Costituzione,
allo scopo di approfondirne i contenuti e verificarne l'impatto sulla
politica portata avanti dal Movimento Sociale.
Come abbiamo visto la "riorganizzazione del disciolto Partito Fascista", già oggetto proprio della XII
Disposizione Transitoria della
Costituzione Italiana, diventa Legge nel giugno 1952 attraverso la
promulgazione della cosiddetta "Legge Scelba", approvata dopo il
risultato delle Elezioni Amministrative del 1951 e del 1952, dove il
Movimento Sociale in alleanza con i Monarchici riesce ad avere successi
molto significativi soprattutto nel Mezzogiorno.
In alcune zone i Missini riescono a privare la DC di quasi un 7%, e ad
ottenere quasi il 14%.
L'Articolo 4 della Legge Scelba sancisce il reato di "Apologia di
Fascismo" commesso da chiunque: "la propaganda per la costituzione di
una associazione, di un movimento e di un gruppo avente le
caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del
disciolto Partito Fascista, oppure da chiunque pubblicamente esalta
esponenti, principi, fatti o metodi del Fascismo, oppure le sue finalità
antidemocratiche" costituiscono violazione di legge.
La Legge detta norme ben precise: si commette reato "quando una
associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore
a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del Partito Fascista,
esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta
politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla
Costituzione o denigrando la Democrazia, le sue Istituzioni e i valori
della Resistenza o svolgendo Propaganda Razzista, ovvero rivolge la sua
attività alla esaltazione di esponenti, principi fatti e metodi del
predetto Partito (Fascista N.d.R.) o compie manifestazioni esteriori di
carattere fascista".
Sono queste norme che agitano il dibattito all'interno del Movimento
Sociale, anche se va ricordato che fin dal 1946 Michelini propose al
Partito appena fondato di allearsi con la Democrazia Cristiana e di
avere una politica filo-statunitense: ma fu messo in minoranza prima da
Giorgio Almirante e poi da Augusto De Marsanich.
Ma, all'indomani delle Elezioni Politiche del 1953 (in cui il Movimento
raccolse il 5,8% dei voti) Michelini riuscì a farsi eleggere Segretario
Nazionale.
Durante la sua Segreteria cercò di far uscire il MSI dall'isolamento in
cui si era venuto a trovare, cercando alleanze, dapprima nuovamente con
la DC, poi con il Partito Liberale e con i Monarchici: in questa ottica
deve essere visto l'appoggio dato al Governo Tambroni, di cui ci
occuperemo immediatamente dopo.
Nel 1956 Michelini accettò l'Alleanza Atlantica e, successivamente,
negli Anni '60 si fece promotore di una interpretazione corporativistica
del capitalismo, attraverso la quale cercò contatti con le forze che
stavano costruendo il Centrosinistra, senza però ottenere risultati.
All'inizio di pagina
Il Governo Tambroni e i fatti di Genova
Durante la segreteria di Michelini i voti in Parlamento dell'MSI furono
determinanti a garantire il sostegno ad un governo monocolore DC guidato
da Fernando Tambroni (25/3/1960- 26/7/1960).
Il MSI aveva già votato la fiducia ai Governo Zoli e Segni II, ma
stavolta, nel caso del Governo Tambroni il suo voto fu determinante a
sostenere l'Esecutivo.
All'inizio del mese di maggio 1960 si diffuse la notizia che il
Movimento Sociale era in procinto di organizzare il suo Congresso a
Genova, città Medaglia d'Oro della Resistenza: la scelta di questa città
da parte dell'MSI era intenzionalmente provocatoria.
Da notare che Presidente del Congresso era stato indicato l'ex-Prefetto
Basile che, proprio a Genova, era stato indiziato di collaborazionismo
con i Nazisti.
Immediatamente la protesta in Liguria esplose in manifestazioni e
scioperi, ma a cavallo fra il giugno ed il luglio 1960 vi furono anche
in tutto il resto d'Italia violentissimi scontri di piazza con le Forze
dell'Ordine.
A Genova furono chiamati funzionari esterni della Polizia e dei
Carabinieri ed i Reparti Celere si trovarono di fatto ad ingaggiare nei
"carrugi" una sorta di guerriglia urbana coi manifestanti.
I manifestanti stavano prendendo il sopravvento costringendo la Polizia
a ripiegare e fu necessaria una soluzione politica per riportare
l'ordine.
Al MSI fu impedito di tenere quel Congresso; gli scontri successivi,
particolarmente a Roma (dove si trovarono direttamente coinvolti Parlamentari del PCI e del PSI) e Palermo non furono meno violenti e
provocarono una decina di morti, culminando nella strage di Reggio
Emilia il 7 luglio del 1960.
In seguito ai fatti di Genova il Governo Tambroni fu costretto alle
dimissioni il 26 luglio 1960.
L'esito di questa vicenda fu determinante per il dibattito interno al
MSI, portandolo ad una crisi con il successivo ritorno alla Segreteria
di Almirante.
Più importanti però furono gli esiti al riguardo dell'intero sistema
politico, che si articolò su due piani:
in relazione al ruolo di governo
dei Partiti su di una duplice "conventio ad excludendum", da una parte
riguardante il PCI e dall'altra il MSI (considerati, nella definizione
di Sartori, Partiti Antisistema nel quadro del "pluralismo centripeto"
che caratterizzava la Democrazia Italiana";
il secondo piano riguardò
invece la formazione di un cosiddetto "Arco Costituzionale" comprendente
anche il PCI (Partito firmatario della Costituzione, con un suo
esponente, Umberto Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente) ed
escludente il solo MSI.
Il risultato fu duplice:
da un lato, il MSI fu definitivamente escluso
dal concerto dei Partiti utilizzabili a formare Maggioranze in
Parlamento (anche se sottobanco si verificarono casi molto importanti di
collaborazione con la DC, o almeno con alcune sue parti, come nel caso
dell'elezione a Presidente della Repubblica di Leone nel 1971),
ma,
contemporaneamente, riconosciuto in quel ruolo di "testimonianza" al
quale si erano agganciati i suoi fondatori, rifiutando però l'insieme
dell'eredità del Regime Fascista.
Su questa base (nonostante tentativi svolti dall'estrema Sinistra a cavallo degli
Anni '70 di chiederne lo scioglimento) il MSI restò fuori
dal dettato della XII Disposizione Transitoria della Costituzione e
dalle sue applicazioni legislative, nelle quali incapparono invece, come
abbiamo visto, altri soggetti dell'estrema Destra italiana.
All'inizio di pagina
In conclusione: Antifascismo e Costituzione
Italiana
A questo punto è necessario interrogarsi sulla radice profonda della
Costituzione.
Uno de Padri Costituenti, Giuseppe Dossetti, metteva in luce la
rilevanza dell'evento globale che l'aveva ispirata:
"In realtà, la
Costituzione Italiana è nata ed è stata ispirata da un grande fatto
globale, cioè i sei anni della Seconda Guerra Mondiale.
Anche il più
sprovveduto o il più ideologizzato dei Costituenti non poteva non
sentire alle sue spalle l'evento globale della guerra testé finita.
Non poteva, anche se lo avesse cercato di proposito, in ogni modo,
dimenticare le decine di milioni di morti, i mutamenti radicali della
mappa del mondo, la trasformazione quasi totale dei costumi di vita, il
tramonto delle grandi culture europee, l'affermarsi del Marxismo in
varie regioni del mondo, i fermenti reali di novità in campo religioso,
la necessità impellente della ricostruzione economica e sociale
all'interno e tra le Nazioni, l'urgere di una nuova solidarietà e
l'aspirazione al bando della guerra.
Quindi l'acuirsi delle ideologie
appena ritrovate e l'asprezza dei contrasti politici fra i Partiti
appena rinati, lo stesso nuovo fervore religioso determinato dalla
coscienza resistenziale non potevano non inquadrarsi, in un certo modo,
in vasto orizzonti, al di là di quello puramente paesano, e non poteva
non inserirsi anche in una nuova realtà storica globale a scala
mondiale.
Insomma, voglio dire che nel 1946 certi eventi di proporzioni
immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per non
vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e le
esplicitazioni, anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte e per
non spingere, in qualche modo, tutti a cercare, in fondo, al di là di
ogni interesse e strategia particolare un consenso comune, moderato ed
equo.
Perciò la Costituzione Italiana del 1948, si può ben dire nata da
questo crogiolo ardente e universale, più che dalle stesse vicende
italiane del Fascismo e del Post-Fascismo;
più che dal confronto/scontro
di tre ideologie datare essa porta l'impronta di uno spirito universale
e, in un certo modo, trans-temporale".
(Don Giuseppe Dossetti: I Valori
della Costituzione)
Pur accettando la precisazione di Dossetti, che la Costituzione non è il
semplice prodotto di una Ideologia Antifascista, coltivata in Italia da
limitate élite politiche, ma nasce dalle dure lezioni della storia, non
si può disconoscere che il presupposto politico della Costituzione
Italiana è rappresentata dall'Aantifascismo.
Su questo punto occorre essere chiari.
La Costituzione Italiana è una Costituzione compiutamente Antifascista,
non perché è stata scritta da Antifascisti desiderosi di vendicarsi dei
lutti subiti; al contrario per voltare definitivamente pagina rispetto
alla triste esperienza del Fascismo e della guerra, hanno sentito il
bisogno di rovesciare completamente le categorie che avevano
caratterizzato il Fascismo.
Come il Fascismo era alimentato da uno spirito di fazione ed assumeva la
discriminazione come propria categoria fondante (sino all'estrema
abiezione delle Leggi Razziali), così i Costituenti hanno assunto
l'eguaglianza e la universalità dei Diritti dell'Uomo come fondamento
del loro ordinamento.
Come il Fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una
concezione totalitaria (monistica) del potere, così i Costituenti hanno
concepito una struttura istituzionale fondata sulla massima
distribuzione, articolazione e diffusione dei Poteri.
Come il Fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali,
così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro
invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.
Come il Fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al
disprezzo del Diritto Internazionale ed alla convivenza con la guerra,
così i Costituenti hanno negato in radice la politica di potenza,
riconoscendo la supremazia del Diritto Internazionale e ripudiando le
nozze antichissime con l'istituzione della guerra.
La validità della XII Disposizione Transitoria della Costituzione, la
cui permanente validità abbiamo cercato di dimostrare attraverso questo
nostro lavoro, sta dunque nei fondamenti dell'architettura del sistema
che l'intera Costituzione definisce.
Se i Principi Fondamentali della Costituzione, come abbiamo cercato di
dimostrare, sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal
Fascismo, è l'architettura del sistema che fa la differenza ed impedisce
che, ove mai giungano al Governo Forze Politiche caratterizzate da
cultura o aspirazioni antidemocratiche (come sta avvenendo nell'attuale
congiuntura politica) queste Forze possano realizzare una trasformazione
autoritaria delle Istituzioni, aggredendo il Pluralismo Istituzionale
(per esempio l'indipendenza della Magistratura) o il sistema delle
autonomie individuali e collettive (libertà di espressione del pensiero,
libertà di associazione, diritto di sciopero).
La Costituzione, insomma, rende impossibile ogni forma di "dittatura
della maggioranza".
Proprio per questo motivo, da circa quindici anni, si reiterano i
tentativi per modificarla che ancora risultano all'ordine del giorno: la
Costituzione è vissuta come un impaccio, una serie di vincoli fastidiosi,
di cui sbarazzarsi per restaurare l'onnipotenza dei decisori politici.
Opporsi a questo disegno è un nostro dovere e c'è un solo mezzo per
opporsi: applicare e difendere la Costituzione Repubblicana di cui la
Disposizione Transitoria XII che vieta la ricostituzione del Partito Fascista è parte integrante, non cancellabile."
All'inizio di pagina

L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
La Loggia Massonica "Propaganda Due"
Meglio conosciuta come
“P2”, è riconducibile dagli anni '60 agli inizi degli anni
'80 alla Destra radicale e si
prefigge, tra l'altro, di influire sulle strutture dello
Stato attraverso un “golpe” non dichiarato
e, quindi, non percepibile dal Paese, al fine di escludere la
Sinistra socialista da ogni partecipazione di governo.
L’allora
Presidente della Repubblica Sandro Pertini arriva a definirla “un'associazione a delinquere”.
La lista degli iscritti alla "P2"
Nel
1981, nel corso di indagini sul presunto rapimento di
Michele Sindona,
i magistrati
sequestrano a
Licio Gelli
nella sua Villa Wanda una lista di circa 1.000 nomi, la quale
rappresenta una sintesi di varie liste.
Quella qui sotto riportata segue fedelmente quegli elenchi
di appartenenti alla P2, così come resi pubblici dalla
Presidenza del Consiglio a due mesi dalla loro scoperta e come
successivamente riportati nella Relazione Finale ai Presidenti di
Camera e Senato presentata il 12 luglio 1984, a conclusione dei
lavori triennali (!) della Commissione Parlamentare d’Inchiesta
sulla Loggia Massonica P2, la cosiddetta
"Relazione Anselmi"
dal Presidente della Commissione, la Deputata Democristiana Tina
Anselmi, nel libro primo, tomo primo, alle pagine da 803 a 874 e
da 885 a 942, e nel libro primo, tomo secondo, alle pagine
213 e seguenti e 1126 e seguenti.
L'autenticità della lista
Innumerevoli
e concordanti riscontri confermano l'autenticità ed attendibilità
della lista.
Viene comunque
avanzata l'ipotesi che la lista sia incompleta,
in quanto mancherebbe ad esempio un “vertice occulto” di
importanti personaggi interconnesso con la Loggia attraverso lo
stesso Licio Gelli, il quale già nel 1976 indirettamente
conferma in una sua intervista il numero degli iscritti a
circa 2.500.
I contenuti e la "struttura" della lista
Sempre stando a Licio Gelli, ne avrebbe lui stesso distrutto gli
originali durante la sua fuga a Caracas, ma, anche considerando
questa una “bozza”,
rende bene l’idea di quali
categorie
siano rappresentate tra i
932 iscritti
riportativi:
- 44 Parlamentari
- 2 Ministri di Governo
- 1 Segretario di Partito
- 22 Generali dell'Esercito
- 8 Ammiragli della Marina Militare
- 4 Generali dell'Aeronautica Militare
- 12 Generali dei Carabinieri
- 5 Generali della Guardia di Finanza
oltre a:
- ufficiali di raghi inferiori e sottufficiali
- alti funzionari dei vari Servizi Segreti,
- magistrati,
- funzionari pubblici,
- direttori,
- giornalisti,
- imprenditori
ovvero, per essere
precisi, in totali per categoria:
- 208 Militari e Forze dell’Ordine [!? - Nota della Redazione]
- 67 Politici
- 52 alti Dirigenti Ministeriali
- 49 alti Dirigenti Bancari
- 47 Industriali
- 38 Medici
- 36 Docenti Universitari
- 28 Commercialisti
- 27 Avvocati
- 27 Giornalisti
- 23 Dirigenti Industriali
- 18 Imprenditori
- 18 Magistrati
- 17 Liberi Professionisti
- 12 Responsabili di Attività Varie
- 12 Presidenti di Società Private
- 12 alti Dirigenti di Società Pubbliche
- 11 Segretari Particolari Politici
-
10 Responsabili di Associazioni Varie
- 10 alti Dirigenti R.A.I.
- 10 alti Responsabili di Enti Assistenziali ed
Ospedalieri
- 9 Diplomatici
- 8 Dirigenti di Compagnie Aeree
- 8 Dirigenti Comunali
- 8 Presidenti di Società Pubbliche
- 7 Architetti
- 7 Funzionari Regionali
- 6 Antiquari
- 6 Dirigenti di Compagnie di Assicurazione
- 6 Dirigenti Editoriali
- 4 Direttori di Alberghi
- 4 Consulenti Finanziari
- 4 Editori
- 4 Notai
- 3 Scrittori
- 2 Provveditori agli Studi
- 2 Sindacalisti
- 1 Commerciante
Legittime riserve
In nome di un’onestà
mentale da tempo perduta a partire dagli strati “alti” della nostra
società, va sottolineato come
la lista contenga anche
i nomi di alcune persone che, dopo la
sua scoperta nel 1981, si dichiareranno mai “interpellate”
o mai “iniziate”,
ovvero che ne prenderanno pubblicamente le distanze.
Nonostante ogni legittima e possibile riserva, i fatti e le
responsabilità venuti alla luce
grazie alla scoperta della lista rimangono gravi, integri ed
inconfutabili sia in ambito politico che finanziario e massmediatico!
La storia della P2 è
ancora tutta da scrivere...
All'inizio di pagina

L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
Il "Piano di Rinascita Democratica"
della Loggia Massonica Propaganda Due
Il Piano viene trovato nel 1982
nel doppiofondo di una valigia appartenente a Maria Grazia Gelli,
figlia del Gran Maestro Licio Gelli e sequestrato insieme ad un
memorandum sulla situazione politica
in Italia.
È successivamente pubblicato
nella esatta forma qui di seguito
riportata negli
Atti della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla Loggia
Massonica P2
- IX Legislatura, Allegati alla relazione serie II: documentazione
raccolta dalla Commissione Volume terzo Documenti citati nelle
relazioni Tomo VII-bis, Doc. XXIII n. 2-quater/3/VII-bis, pp.
611-625.
Il “Piano di Rinascita Democratica” si presenta con evidenza quale
parte essenziale del programma della P2:
descrive in sufficiente dettaglio una
strategia di completa
penetrazione degli apparati democratici italiani,
allo scopo di assimilarli in un
nuovo sistema di “autoritarismo
legale”
sviluppato partendo dal
sistematico e progressivo
controllo dell’informazione,
sia di Stato che di massa.
Questo
piano di
“golpe soft”
formula un chiaro
obiettivo centrale
nel programmare azioni
di Governo,
comportamento politico ed
economico,
riforme legislative
in un succedersi che si spinge fino a
modificare la stessa Costituzione della Repubblica Italiana,
al fine di
“…rivitalizzare
il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la
Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai
partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori…”.
Il Piano a grandi linee
Lasciato smorzare lo scandalo della scoperta della P2
senza di fatto altro che
plateali giochi di corte, atto di
estrema piattitudine politica, etica e morale da parte delle classi
dirigenti italiane
in ogni ambito della società ed in modo
particolare dei Governi a succedersi, il Piano di Rinascita
Democratica non solo “sopravvive”, ma inizia a trovare
puntuale,
palese attuazione nel corso degli
anni nell’evoluzione o “involuzione”, che dir si voglia,
della vita
politica del Paese:
a livello istituzionale, economico, imprenditoriale e
- soprattutto e senza possibilità di
paragoni con alcun altro Paese “democratico” al mondo -
mediatico.
Due
blocchi, due “partiti”
– bipolarismo ovvero “bipartitismo”
Si “semplifica” la scena politica al fine di un migliore
“controllo”: Partito Socialista Italiano, Partito Socialista
Democratico Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Liberali di
sinistra e Democratici Cristiani progressisti accorpati da una parte
e dall’altra Democratici Cristiani conservatori, Liberali e
Democratici della Destra Nazionale…
La proiezione futura – trent'anni dopo oggi attuale – ci porta
rispettivamente al
Partito Democratico da una parte e dall’altra il
Popolo della
(o “delle”)
Libertà,
il cui
leader
Silvio Berlusconi risulta documentatamente
iscritto
alla P2, con il numero 625, e
piduisti in entrambe le formazioni:
interessante notare come l’avvio del “cambiamento” o “rinnovamento”
o come lo si voglia chiamare sia stato dato dagli “oppositori” di
Berlusconi –
tutt’un gioco?
"Libera" informazione pressoché
azzerata
–
scalata ai mass media.
“Acquisizione”
-
e, quindi, controllo - dei maggiori quotidiani, “liberalizzazione”
-
e, quindi, controllo - delle emittenti televisive, con quelle
private che dilagano nel Paese passando da regionali a nazionali e
quelle pubbliche sistematicamente smembrate e ricomposte a proprio
tornaconto: di conseguenza la formazione di una qualsivoglia "opinione pubblica"
viaggerà da ora in poi e chissà per quanto su
monorotaia.
All'inizio di pagina
Il testo integrale
(Pagina 1 di 15)
Premessa
1. L'aggettivo democratico sta a significare che
sono esclusi
dal presente piano ogni
movente od intenzione anche occulta di rovesciamento
del sistema.
2. Il piano tende
invece a
rivitalizzare il sistema attraverso la
sollecitazione di tutti gli
istituti
che la Costituzione prevede e disciplina, dagli
organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa,
ai sindacati, ai cittadini elettori.
3.
Il piano si articola in una sommaria indicazione di
obiettivi, nella elaborazione di
procedimenti - anche alternativi - di
attuazione ed infine nella elencazione di
programmi a breve, medio e lungo termine.
4. Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi
a medio e lungo termine prevedono
alcuni ritocchi alla Costituzione -
successivi al restauro del libero gioco delle
istituzioni fondamentali - che, senza intaccarne
l'armonico disegno originario, le consentano di
funzionare per garantire alla nazione ed ai suoi
cittadini libertà e progresso civile in un contesto
interno e internazionale ormai molto diverso da
quello del 1946.
All'inizio di pagina
(Pagina 2 di 15)
Obiettivi
1.
Nell'ordine vanno indicati:
a.
i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla
DC ed al PLI (con riserva
di verificare la Destra Nazionale);
b. la stampa,
escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello
di
giornalisti attraverso una selezione
che tocchi soprattutto: Corriere della Sera, Giorno,
Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma,
Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia
per i quotidiani; e, per i periodici: Europeo, Espresso,
Panorama, Epoca, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana.
La RAI-TV non va dimenticata;
c. i sindacati,
sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto
di leva
per ricondurli alla loro naturale
funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione
di una libera associazione dei
lavoratori;
d. il Governo,
che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella
qualità degli
uomini da preporre ai singoli
dicasteri;
e. la magistratura,
che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e
scrupolosa applicazione delle leggi;
f. il Parlamento,
la cui efficienza è subordinata al successo dell'operazione sui
partiti
politici, la stampa ed i sindacati.
2. Partiti politici, stampa e
sindacati costituiscono oggetto di
sollecitazioni possibili sul
piano della manovra di tipo
economico-finanziario.
La disponibiltà di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra
sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati
di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.
Governo, Magistratura e Parlamento
rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo
il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono
necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze
reciproche, come si vedrà in dettaglio in sede di elaborazione dei
procedimenti.
3. Primario obiettivo e
indispensabile presupposto
dell'operazione è la costituzione di
un club (di natura rotariana per l'etereogenità
dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli,
operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni
liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e
selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40
unità.
Gli uomini che ne fanno parte debbono
essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore
morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di
garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere
dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche
nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è
stabilire subito un collegamento valido con la massoneria
internazionale.
All'inizio di pagina
(Pagina 3 di 15)
1.
Nei confronti del
mondo politico
occorre:
a. selezionare gli uomini
- anzitutto - ai quali può essere affidato il compito di
promuovere la rivitalizzazione di
ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio, Mancini,
Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI:
Orlandi e Amadei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e
Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale
(eventualmente): Covelli);
b. in secondo luogo valutare se le
attuali formazioni politiche
sono in grado di
avere ancora la necessaria
credibilità esterna per ridiventare validi strumenti di azione
politica;
c. in caso di risposta
affermativa, affidare ai prescelti
gli strumenti finanziari
sufficienti - con i dovuti controlli
- a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi
partiti;
d.
in caso di
risposta negativa usare gli strumenti
finanziari stessi per l'immediata
nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra
PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altra sulla
destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali e democratici della
Destra Nazionale).
Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs
promotori composti da uomini politici ed esponenti della società
civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino
l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di
collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere
inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente
disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle
consuete e fruste chiavi ideologiche.
Altrimenti il rigetto da parte della
pubblica opinione è da ritenere inevitabile.
2. Nei confronti della stampa
(o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti
finanziari non può, in questa fase,
essere previsto nominatim.
Occorrerà redigere un elenco di
almeno 2 o 3 elementi per ciascun quotidiano o periodico in modo
tale che nessuno sappia
dell'altro.
L'azione dovrà essere condotta a
macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non più di 3 o 4 elementi
che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisti dovrà essere affidato il compito di
"simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in
entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
All'inizio di pagina
(Pagina 4 di 15)
In un secondo tempo occorrerà:
a.
acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b.
coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una
agenzia centralizzata;
c.
coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d.
dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna ex art. 21
Costit.
3. Per quanto concerne i
sindacati la scelta prioritaria è fra
la sollecitazione alla rottura,
seguendo cioè le linee già esistenti
dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi
agevolare la fusione con gli autonomi in una libera confederazione,
oppure, senza toccare gli autonomi, acquisire con strumenti
finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali
confederali allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno
dell'attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a.
restaurazione della libertà individuale nelle fabbriche e aziende in
genere per
consentire l'elezione
dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del
voto;
b.
ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di
collaboratore del fenomeno
produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di
interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e
governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva
integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini
dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno
clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la
bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei
lavoratori. Anche in termini di costo è da prevedere un impiego di
strumenti finanziari di entità inferiori all'altra ipotesi.
4.
Governo, Magistratura e
Parlamento
È evidente che si tratta di obiettivi
nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in
varia misura a seconda delle circostanze.
È comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole
circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono - salvo che per
la
[continua a pagina 5]
All'inizio di pagina
(Pagina 5 di 15)
[continua da pagina 4]
Magistratura - da escludere essendo i
procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai
partiti, alla stampa ed ai sindacati, con la riserva di una più
rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti è
facile estendere lo stesso modus operandi
già previsto per i partiti politici.
Per la Magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna
(la corrente di magistratura indipendente
della Ass. Naz. Mag.) che
raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni
moderate.
È sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico
ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter
contare su un prezioso strumento già operativo nell'interno del
corpo anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che
riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento
di equilibrio della società e non già di eversione.
Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull'ascesa
al Governo di un uomo politico (o di una équipe) già in sintonia con
lo spirito del club e con le sue idee di "ripresa democratica", è
chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte
accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il
programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale
all'attuazione dei procedimenti sopra descritti.
In termini di tempo ciò significherebbe la possibilità di ridurre a
6 mesi ed anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il
presupposto della disponibilità dei mezzi finanziari.
Programmi
Per programmi s'intende la scelta, in
scala di priorità, delle numerose operazioni da compiere in forma
di:
a.
azioni di comportamento politico ed economico;
b.
atti amministrativi (di Governo);
c.
atti legislativi;
necessari a ribaltare - in
concomitanza con quelle descritte in materia di procedimenti -
l'attuale tendenza al disfacimento delle istituzioni e, con essa,
alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano
più secondo gli schemi originali.
Si tratta, in sostanza di
"registrare" - come nella stampa in tricromia - le funzioni di
ciascuna istituzione e di ogni organo relativo in modo che i
rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le
attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e
indebolimento dello Stato.
All'inizio di pagina
(Pagina 6 di 15)
A titolo di esempio, si considerino due fenomeni:
1.
lo spostamento dei
centri di potere reale del Parlamento ai sindacati e
dal Governo ai
padronati
multinazionali con i correlativi strumenti di azione
finanziaria.
Sarebbero sufficienti
una buona legge sulla programmazione che rivitalizzi
il CNEL ed una nuova struttura dei Ministeri
accompagnate da norme amministrative moderne per
restituire ai naturali detentori il potere oggi
perduto;
2.
l'involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10
anni quale risultante di una giusta politica
di ampliamento dell'area di istruzione pubblica, non
accompagnata però dalla predisposizione di corpi
docenti adeguati e preparati nonché dalla
programmazione dei fabbisogni in tema d'occupazione.
Ne è conseguenza una
forte e pericolosa disoccupazione intellettuale -
con gravi deficienze invece nei settori tecnici -
nonché la tendenza ad individuare nel titolo di
studio il diritto al posto di lavoro.
Discende ancora da
tale stato di fatto la spinta all'equalitarismo
assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare
il diritto allo studio superiore per i più
meritevoli) e, con la delusione del non inserimento,
il rifugio nella apatia della droga oppure
nell'ideologia dell'eversione anche armata.
Il rimedio consiste:
nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo:
titolo di studio = posto di lavoro; nel predisporre
strutture docenti valide; nel programmare, insieme
al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno
umano; ed infine nel restaurare il principio
meritocratico imposto dalla Costituzione.
Sotto molti profili, la definizione
dei programmi intersecherà temi e notazioni già contenuti nel
recente Messaggio del Presidente della Repubblica - indubbiamente
notevole - quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, però,
ad indicare terapie più che a formulare nuove analisi.
Detti programmi possono essere resi esecutivi - occorrendo - con
normativa d'urgenza (decreti legge).
a.
Emergenza e breve termine
Il programma urgente comprende, al pari degli altri, provvedimenti
istituzionali (rivolti cioè a "registrare" le istituzioni) e
provvedimenti di indole economico-sociale.
a1) Ordinamento giudiziario
le modifiche più urgenti investono:
-
la responsabilità civile
(per colpa) dei magistrati;
-
il divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque
investiti di
procedimenti giudiziari;
-
normativa per l'accesso in carriera (esami psico-attitudinali
preliminari);
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(Pagina 7 di 15)
-
a modifica delle norme in tema di facoltà di
libertà provvisoria
in presenza dei
reati di eversione
- anche tentata - nei confronti dello Stato e della Costituzione,
nonché di violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a
mano armata, si sequestro di persona e di violenza in generale.
a2)
Ordinamento del Governo
i
legge sulla Presidenza del Consiglio
e sui Ministeri (Cost. art. 95) per
determinare competenze e numero (ridotto, con eliminazione o quasi
dei Sottosegretari);
ii
legge sulla programmazione globale
(Costit. art. 41) incentrata su un
Ministero dell'economia che ingloba le attuali strutture di
incentivazione (Cassa Mezz. - PP.SS. - Mediocredito - Industria -
Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle
forze sociali sindacali, imprenditoriali e culturali e su procedure
d'incontro con il Parlamento e le Regioni;
iii
riforma dell'amministrazione
(Costit. articoli 28-97 e 98) fondata sulla teoria
dell'atto pubblico non amministrativo, sulla netta separazione della
responsabilità politica da quella amministrativa che diviene
personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero) e sulla
sostituzione del principio del silenzio-rifiuto con quello del
silenzio-consenso;
iiii
definizione della riserva di legge nei limiti voluti e
richiesti espressamente dalla
Costituzione e individuazioni delle aree di normativa secondaria
(regolamentare) in ispecie di quelle regionali che debbono essere
obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi cornice.
a3)
Ordinamento del Parlamento
i
ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere
(funzione politica alla CD
e funzione economica al SR);
ii
modifica (già in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza
al principio del
rapporto (Costit. art. 64) fra maggioranza-Governo da un
lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza
assemblearistica;
iii
adozione del principio delle sessioni temporali in funzione
di esecuzione del
programma governativo.
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b.
Provvedimenti economico-sociali
b1)
abolizione della validità legale
dei titoli di studio (per sfollare le università e dare
il
tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i
precetti della Costituzione);
b2)
adozione di un
orario unico nazionale
di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17)
salvi i turni necessari per gli impianti a ritmo di 24 ore,
obbligatorio per tutte le attività pubbliche e private;
b3)
eliminazione delle
festività infrasettimanali
e dei relativi ponti (salvo 2 giugno -
Natale - Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7
giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;
b4)
obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato, i
turni di festività
- anche per
sorteggio - in tutti i periodi
dell'anno, sia per annualizzare l'attività dell'industria turistica,
sia per evitare la "sindrome estiva"
che blocca le attività produttive;
b5)
revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:
i
revisione delle aliquote
per i lavoratori dipendenti aggiornandole al tasso di
svalutazione 1973-76;
ii
nettizzazione
all'origine di tutti gli stipendi e i salari della P.A. (onde
evitare gli
enormi costi delle relative partite di giro);
iii
inasprimento delle aliquote
sui redditi professionali e sulle rendite;
iiii
abbattimento delle aliquote
per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche
e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare indirettamente
la ricerca pura ed il relativo impiego di intellettualità;
v
alleggerimento delle aliquote
sui fondi aziendali destinati a riserve,
ammortamenti, investimenti e garanzie, per sollecitare
l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto.
vi
reciprocità fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto
ai valori dichiarati
ed accertati;
b6)
abolizione della nominatività dei titoli azionari
per ridare fiato al mercato
azionario e sollecitare meglio l'autofinanziamento delle aziende
produttive;
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b7)
eliminazione delle partite di giro
fra aziende di Stato ed istituti finanziari di
mano pubblica in sede di giro conti reciproci che si risolvono - nel
gioco degli interessi - in passività inutili dello stesso Stato;
b8)
concessione di
forti sgravi fiscali
ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei
capitali dall'estero;
b9)
costituzione di un
fondo nazionale per i servizi sociali
(case - ospedali - scuole -
trasporti) da alimentare con:
i
sovrimposta IVA sui consumi voluttuari (automobili - generi di
lusso);
ii
proventi dagli inasprimenti ex b5) iii;
iii
finanziamenti e prestiti esteri su programmi di spesa;
iiii
stanziamenti appositi di bilancio per investimenti;
v
diminuzione della spesa corrente per parziale pagamento di stipendi
statali
superiori a L. 7.000.000 annui con speciali buoni del Tesoro al 9%
non commerciabili per due anni.
Tale fondo va destinato a finanziare un programma biennale di spesa
per almeno 10.000 miliardi.
Le riforme di struttura relative vanno rinviate a dopo che sia stata
assicurata la disponibilità dei fabbricati, essendo ridicolo
riformare le gestioni in assenza di validi strumenti (si ricordino i
guasti della riforma sanitaria di alcuni anni or sono che si
risolvette nella creazione di 36.000 nuovi posti di consigliere di
amministrazione e nella correlativa lottizzazione partitica in luogo
di creare altri posti letto).
Per quanto concerne la realizzabilità del piano edilizio in presenza
della caotica legislazione esistente, sarà necessaria una legge che
imponga alle Regioni programmi urgenti straordinari con termini
brevissimi surrogabili dall'intervento diretto dello Stato; per
quanto si riferisce in particolare all'edilizia abitativa, il
ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese
ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il
metodo migliore per rilanciare questo settore che è da considerare
il volano della ripresa economica;
b10)
aumentare la redditività del
risparmio postale
elevando il tasso al 7%;
b11)
concedere
incentivi prioritari
ai settori:
i
turistico;
ii
trasporti marittimi;
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iii
agricolo-specializzato
(primizie-zootecnica);
iiii
trasporti marittimi;
v
energetico
convenzionale e futuribile (nucleare - geotermico - solare);
vi
industria
chinmca fine e metalmeccanica specializzata di trasformazione;
in modo da sollecitare investimenti in settori ad alto tasso di mano
d'opera ed apportatori di valuta;
b12)
sospendere
tutte le licenze ed i relativi incentivi per impianti di
raffinazione
primaria
del petrolio e di produzione siderurgica pesante;
c.
Pregiudiziale
è che ogni attività secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e
gestore
un Governo deciso ad essere non già autoritario bensì soltanto
autorevole
e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.
Così è evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate
per ripulire il paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e
dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la
Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in
carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o
condurre una vita comoda.
Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia
restituita la
facoltà di
interrogatorio d'urgenza
degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata
eversione dell'ordinamento, nonché di violenza e resistenza alle
forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico,
di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in
generale.
d. Altro punto chiave è l'immediata costituzione di una
agenzia
per il coordinamento della
stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e
della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la
pubblica opinione media nel vivo del Paese.
È
inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a
Panorama, Espresso ed Europeo sulla formula viva del "Settimanale".
Medio e lungo termine
Nel presupposto dell'attuazione di un programma di emergenza a breve
termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi
un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che mentre per
quanto riguarda i problemi istituzionali è possibile fin d'ora
formulare ipotesi concrete, in materia di interventi
economico-sociali, salvo per
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quel che attiene pochissimi grandi temi, è necessario rinviare nel
tempo l'elencazione di problemi e relativi rimedi.
a.
Provvedimenti istituzionali
a1)
Ordinamento giudiziario
i
unità del Pubblico Ministero
(a norma della Costituzione - articoli 107 e 112
ove ilP.M. è distinto dai Giudici);
ii
responsabilità del Guardasigilli
verso il Parlamento sull'operato del P.M.
(modifica
costituzionale);
iii
istruzione pubblica dei processi
nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di
fronte ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto
istruttorio con i relativi e connessi pericoli ed eliminando le
attuali due fasi d'istruzione;
iiii
riforma del Consiglio Superiore della Magistratura
che deve essere
responsabile
verso il Parlamento (modifica costituzionale);
v
riforma dell'ordinamento
giudiziario
per ristabilire criteri di selezione per
merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le
funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante,
ridurre a giudicante la funzione pretorile;
vi
esperimento di
elezione
di magistrati (Costit. art. 106) fra avvocati con 25 anni di
funzioni in possesso di particolari requisiti morali;
a2)
Ordinamento del Governo
i
modifica della Costituzione per stabilire che
il Presidente del Consiglio è
eletto dalla Camera
all'inizio di ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto
attraverso l'elezione del successore;
ii
modifica della Costituzione per stabilire che i
Ministri perdono la qualità di
parlamentari;
iii
revisione della legge sulla
contabilità dello Stato
e di quella sul
bilancio dello
Stato
(per modificarne la natura da
competenza
in
cassa);
iiii
revisione della legge sulla
finanza locale
per stabilire - previo consolidamento
del debito attuale degli enti locali da riassorbire in 50 anni - che
Regioni e Comuni possono spendere al di là delle sovvenzioni statali
soltanto i proventi di emissioni di obbligazioni di scopo (esenti da
imposte e detraibili) e cioè relative ad opere pubbliche da
finanziare, secondo il modello USA. Altrimenti il concetto di
autonomia diviene di sola libertà di spesa basata sui debiti;
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(Pagina 12 di 15)
v
riforma della
legge comunale e provinciale
per sopprimere le provincie e
ridefinire i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli
finanziari. ;
a3)
Ordinamento del Parlamento
i
nuove leggi elettorali,
per la Camera, di tipo misto (uninominale e
proporzionale secondo il modello tedesco), riducendo il numero dei
deputati a 450 e, per il Senato, di rappresentanza di 2° grado,
regionale, degli interessi economici, sociali e culturali,
diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello
dei senatori a vita di nomina presidenziale, con aumento delle
categorie relative (ex parlamentari - ex magistrati - ex funzionari
e imprenditori pubblici - ex militari ecc.);
ii
modifica della Costituzione per dare alla
Camera preminenza politica
(nomina
del Primo Ministro) ed al
Senato preponderanza economica
(esame del bilancio);
iii
stabilire norme per effettuare in uno
stesso giorno ogni 4 anni le elezioni
nazionali, regionali e comunali (modifica costituzionale);
iiii
introdurre la categoria delle
leggi organiche
(come in Francia) riservata ai
codici, alle norme in materia di organizzazione dell'esecutivo, del
pubblico impiego e degli ordinamenti giudiziario e militare, da
approvare in Aula e con maggioranza qualificata;
v
stabilire che i
decreti-legge sono inemendabili.
a4)
Ordinamento di altri organi istituzionali
i
Corte Costituzionale:
sancire l'incompatibilità successiva dei giudici a cariche
elettive od in enti pubblici; sancire il divieto di sentenze
cosiddette addittive (che trasformano la Corte in organo
legislativo di fatto);
ii
Presidente della Repubblica: ridurre
a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilità
ed
eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale);
iii
Regioni: modifica della Costituzione
per ridurre il numero e determinarne i confini
secondo criteri geoeconomici più che storici.
b.
Provvedimenti economico sociali
b1)
Nuova legislazione antiurbanesimo
subordinando il diritto di residenza alla
dimostrazione di possedere un posto di lavoro od un reddito
sufficiente (per evitare che saltino le finanze dei grandi Comuni);
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b2)
nuova legislazione urbanistica
favorendo le città satelliti e trasformando la
scienza urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci
suburbani;
b3)
nuova legislazione sulla stampa
in senso protettivo della dignità del cittadino (sul
modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anni i
bilanci nonché le retribuzioni dei giornalisti;
b4)
unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali
ed assistenziali in un unico
ente di sicurezza sociale
da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i
costi attuali;
b5)
disciplinare e moralizzare il
settore pensionistico stabilendo:
i
il divieto del pagamento di pensioni prima dei 60 anni salvo casi di
riconosciuta
inabilità;
ii
il controllo rigido sulle pensioni di invalidità;
iii
l'eliminazione del fenomeno del cumulo di più pensioni;
b6)
dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando
la vita dei sindacati
limitando il diritto di sciopero nel senso di:
i
introdurre l'obbligo
di preavviso
dopo avere espedito il concordato;
ii
escludere i servizi pubblici
essenziali (trasporti; dogane;
ospedali e cliniche;
imposte; pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il
corretto svolgimento;
iii
limitare
il diritto di sciopero alle
causali economiche
ed assicurare comunque
la libertà di lavoro;
b7)
nuova legislazione sulla
partecipazione dei lavoratori alla proprietà
azionaria
delle imprese e sulla cogestione (modello tedesco)
b8)
nuova legislazione sull'assetto
del territorio
(ecologia, difesa del suolo, disciplina
delle acque, rimboschimento, insediamenti umani);
b9)
legislazione
antimonopolio
(modello USA);
b10)
nuova legislazione
bancaria
(modello francese);
b11)
riforma della
scuola
(selezione meritocratica - borse di studio ai non abbienti -
scuole
di Stato normale e politecnica sul
modello francese);
b12)
riforma
ospedaliera e sanitaria
sul modello tedesco.
c.
Stampa
Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare i bilanci
deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio
RAI-TV.
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Organigramma
Economia e
Finanza
- Governatore Banca d'Italia
- Direttore Generale B.ca It.
- Presidente IRI (e finanziarie dipendenti)
- Dir. Gen. "
- Presidente ENI (e finanziarie dipendenti)
- Dir. Gen. "
- Presidente e Dir. Gen. Enti di gestione PP.SS. (EGAM - EFIM -
Cinema - Terme)
- Presidente Cassa Mezzog.
- Dir. Gen. "
- Presidente IMI
- Dir. Gen. "
- Presidente Mediobanca
- Dir. Gen. "
- Presidente Italcasse
- Dir. Gen. "
- Presidente Mediocredito Centrale
- Dir. Gen.
"
- Presidente ICIPU
- Dir. Gen. "
- Presidente INA
- Dir. Gen. "
- Presidente INPS
- Dir. Gen. "
- Presidente INAM
- Dir. Gen. "
- Presidente INADEL
- Dir. Gen. "
Magistratura
- Primo Pres. Corte Cass.
- Proc. Gener. " "
- Avv. Gener. " "
- Pres. C.A.
- Proc. Gen. C.A.
- Pres. Trib.
- Proc. Repubbl.
- Cons. Istrutt.
Roma
Milano
Torino
Venezia
Bologna
Firenze
Napoli
Bari
Catanzaro
Palermo
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Pubblica Amministrazione
- Presidente Consiglio di Stato
- Presidente Corte dei Conti
- Procuratore Generale Corte dei Conti
- Ragioniere Generale dello Stato
- Segretario Generale Ministero Affari Esteri
- Segretario Generale Programmazione
- Capo della Polizia
- Direttore Generale FF.SS
- Direttore Generale PP.TT
- Direttore Generale ANAS
- Direttore Generale Tesoro
- Direttore Generale II.DD.
- Direttore Generale II. Indir.
- Direttore Generale UTE
- Direttore Generale fonti d'energia
- Direttore Generale produzione industriale
- Direttore Generale valute
- Direttori Generali istruzione
elementare
secondaria 1° grado
superiore
tecnica
professionale
universitaria
Corpi Militari
- Capo S.M. Difesa
- Capo S.M. Esercito
- Capo S.M. Marina
- Capo S.M. Aeronautica
- Com.te Arma CC.
- Capo S.M. Guardia Fin.
- Com.ti Regioni Territoriali Eserc.
- Com.ti Zone Aeree
- Com.ti Dipartim. Mil. Maritt.
- Com.te Guardie PS
- Com.te Guardie Forestali
- Com.te Guardie Carcerarie
- Com.te SID.
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L'attuale è il secondo tentativo, a
distanza di un secolo, di
instaurare una "Dittatuta della Maggioranza" in Italia: la
nostra Democrazia - per quel che valga, ma pur sempre Democrazia - è in pericolo! (Grafica della Redazione)
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