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Bracciano, Roma, mercoledì 17 novembre 2010

 

 

                                                                                                     

 

 

I  N     M  E  M  O  R  I  A

 

 

                                                                                                     

 

 

Sutri - Ricordando l'eccidio di Sutri ovvero la strage dei giovani Sardi”

di Massimo Perugini

 

 

Il piccolo monumento a memoria dell'eccidio di Sutri del 17 novembre 1943. (Foto © Massimo Perugini)

 

 

14 novembre 1943: il 21enne Virgilio Andreotti torna a Capranica trasportando sulle spalle un sacchetto di grano acquistato a Monteromano.

 

Passa una camionetta con un paio di soldati tedeschi ed un interprete milanese, un tal Mario Manetti, che lo fanno salire a bordo.

 

Il Manetti raggira il giovane e lo porta a Capranica dove Andreotti lo conduce da suoi giovani amici, Salvatore Alessi di 20 anni e Antemio Baldi di 21 anni, che gli consegnano delle armi nascoste.

 

 

Scatta la trappola: i tre giovani vengono arrestati, condotti rapidamente a Bracciano e lì sbattuti nelle provvisorie "carceri" del Comando S.S., vale a dire le cantine del palazzo di "Peppe" Bresciani in Via S. Francesco d'Assisi, quello adiacente all'attuale Ufficio Postale.

 

Dopo tre giorni di torture e dopo essere probabilmente così riusciti a farli cadere in contraddizione, caricato l'Alessi su un camion, una cinquantina di S.S. tornano a Capranica dando inizio ad un rastrellamento che si conclude con l'arresto di 18 ex soldati sardi sbandati, i quali dopo gli eventi dell'8 settembre, tentato invano di imbarcarsi per raggiungere la loro Sardegna, avevano trovato ospitalità presso aziende agricole locali.

 

Dopo averli brutalmente percossi a bastonate, li rinchiudono nella "Casa del Fascio" da dove vengono prelevati nel tardo pomeriggio e caricati su un camion scoperto che prende la Cassia in direzione Roma, camion a sua volta scortato da un'altro camion con a bordo truppe delle S.S. e da due motociclette con sydecar e mitragliatrice.

 

Superato l'abitato di Sutri, il convoglio gira a destra verso di Bassano di Sutri - ora Bassano Romano - finché dopo circa un chilometro si ferma, fa scendere i prigionieri e li incolonnando in fila indiana.

 

Uno di loro all'improvviso tenta la fuga scatenando una sparatoria anticipata che però permetterà a Rinaldo Zuddas di fuggire e nascondersi nel vicino ruscello, sotto una fitta siepe di rovi.

Tutti gli altri cadranno colpiti dalle raffiche e freddati con una rivoltellata in fronte.

 

 

Nonostante le gravi ferite riportate alle braccia, di cui uno spezzato, ed alle gambe, calato il buio, Zuddas scende la corrente del ruscello e raggiunge la strada nelle vicinanze del bivio: lì incontrerà un carro che lo trasporterà prima a Sutri, dove avrà primi soccorsi, e poi all'Ospedale di Ronciglione.

 

Il giorno dopo, di nascosto, i giovani corpi dei soldati sardi a dell'Alessi verranno trasportati con una "barrozza" al Cimitero di Sutri.

 

 

Questi i nomi dei ragazzi sardi:

 

Giovanni Mezzettieri, Giovanni Mulas, Salvatore Cossiga, Gavino Pilo ed Antonio Me detto Nino, tutti di 20 anni ed originari di Ploaghe, in Provincia di Sassari;


Giuseppe Deroma e Sebastiano Pinna, ambedue di 22 anni e provenienti da Osidda, in Provincia di Nuoro;

Giuseppe Canu (o Concu) di anni 23, di Dorgali, in Provincia di Nuoro;
 

Piero Contini appena diciannovenne, Pasqualino Mereu di 20 anni, Piero Barcellona anche lui di anni 20, ed Efisio Piras di 26 anni, tutti di Oristano;
 

cinque ignoti, di cui uno successivamente riconosciuto come Emilio Coni di 24 anni di Ales, Provincia di Oristano.

 

 

Di seguito i volti - alcuni ancora da bambino - di dodici dei diciassette giovani soldati sardi trucidati a Sutri:

 

 

 

Giovanni Mezzettieri di 20 anni di Ploaghe, Sassari

 

 

 

Giovanni Mulas di 20 anni di Ploaghe, Sassari

 

 

 

Salvatore Cossiga di 20 anni di Ploaghe, Sassari

 

 

 

Gavino Pilo di di 20 anni di Ploaghe, Sassari

 

 

 

Antonio Me detto "Nino" di 20 anni di Ploaghe, Sassari

 

 

 

Giuseppe Deroma di 22 anni di Osidda, Nuoro

 

 

 

Sebastiano Pinna di 22 anni da Osidda, Nuoro

 

 

 

Giuseppe Canu (o Concu) di 23 anni da Dorgali, Nuoro

 

 

 

Pasqualino Mereu di 20 anni di Oristano

 

 

 

Piero Barcellona di 20 anni di Oristano

 

 

 

Efisio Piras di 26 anni da Oristano

 

 

 

Emilio Coni di 24 anni di Ales, Oristano

 


Boezio Ansuini, all'epoca Aviere Scelto a Vigna di Valle, ha riconosciuto la foto di Pasqualino Mereu, suo commilitone con il quale aveva un rapporto amichevole, ed anche di Efisio Piras, se pur con minore certezza.

 

 

 

Le lapidi sul monumento a ricordo della "strage dei Sardi" del 17 novembre 1943. (Foto © Massimo Perugini)

 

 

A Bracciano, il 21 novembre successivo, i giovani Andreotti e Baldi vengono anche loro fatti salire su un camion tedesco e condotti verso Trevignano.

 

Dopo qualche chilometro, il camion imbocca Via del Monte (poco dopo l'attuale Camping "Oliveto") per far lì scendere i due prigionieri, forse dicendo loro che sono liberi...

 

Entrambi rimangono freddati da raffiche di mitra sparategli alle spalle.

 

Questi giovani verranno sepolti in una "carbonara", sotto un leggero strato di cenere nera: solo dopo qualche giorno sarà finalmente permesso a Rosina "la fioraia" e a Giulio "Stoppetta" Ambrogi di riesumarli.

 

Li trasportano su una carretta a mano fino al Cimitero di Bracciano, dove Rosina, come sua amorevole e misericordiosa consuetudine, provvederà a lavarne i corpi e a ricomporli.

 

Saranno "provvisoriamente" tumulati in quel cimitero il 30 novembre seguente, ma dovranno passare quasi cinque anni prima che, con Decreto Prefettizio n.402 e n. 501, l'11 aprile 1948 potranno tornare alla natia Capranica.

 

 

Testimoni di quei tristi eventi hanno raccontato la loro esperienza, come Boezio Ansuini e Amedeo Gentilucci, che personalmente videro sia le fosse scavate che i corpi dei caduti.

 

Preziosa è la testimonianza di Giacomo Di Filippo, che portato dal suo amichetto abituale,  figlio del custode del Cimitero, Mario Pio Gaggioli (il quale poco dopo sarà ucciso dallo scoppio di un ordigno bellico), si ricorda di aver visto dalla finestra della Cappella del Cimitero, i corpi dei due giovani, distesi nudi su due tavoli, perforati da vari colpi che avevano lasciato dei grossi buchi sul loro torace - quindi fori "d'uscita" delle pallottole, a conferma della loro uccisione di spalle.

 

La più "anziana" fra le Guardie Comunali, Franco Di Giovandomenico, ricorda che il vecchio Capo-Guardia Angelo Gaggioli, fratello del su citato Mario Pio, gli mostrò le foto dei corpi trivellati conservate nell'Archivio Comunale.
 

 

Questo eccidio sarà oggetto di Rapporto da parte della Compagnia dei Carabinieri Reali di Viterbo, documento datato 14 luglio 1945 e protocollato dal Comando Generale il successivo 24 dicembre.

 

Resterà sepolto in un armadio, chiuso a chiave e protetto da una cancellata, insieme ad altri 694 fascicoli fino al 1994, quando vengono "scoperti" dal Procuratore Militare Franco Intelisano e Franco Giustolisi ne presenterà successivamente il Registro all'allora Capo dello Stato, Carlo Azelio Ciampi.


Sarà chiamato l'ARMADIO DELLA VERGOGNA, l'armadio che conteneva i fascicoli con la descrizione completa di tutti gli eccidi compiuti dalla soldataglia nazista assecondata dai collaboratori fascisti.

 

Su tutti i fascicoli spiccava appunto il timbro vergognoso "PROVVISORIA ARCHIVIAZIONE", inventato da un Procuratore Militare asservito alla logica politica del momento...

 

 

 

Approfondimento

da "Per non dimenticare" di Massimo Perugini

 

 

L’attuale parroco di S. Stefano a Bracciano, don Nicola Fiorentini, nativo di Capranica,  ricorda quel che avviene nel suo paese quel giorno:

 

“Ero in vacanza presso la mia famiglia, in quanto seminarista nella basilica de “La Quercia”, e quel mattino stavo passeggiando, insieme al parroco e suo fratello, lungo la Cassia, quando dei soldati  tedeschi, che da qualche tempo lavoravano come meccanici nella vicina officina campale, ci avvisarono di metterci al sicuro in quanto sarebbero arrivati i soldati “cattivi”.

 

Ritornammo subito alla casa parrocchiale, giusto in tempo per assistere all’arrivo di numerosi camion pieni di “SS” che iniziarono a perquisire le abitazioni, mentre altre  squadre si aggiravano nel paese sparando contro  tutte le  persiane non serrate. 

 

Su segnalazione di un delatore (la taglia era molto allettante), cercavano un gruppo di  partigiani, che altro non erano che ex soldati, “sbandati” dopo l’8 settembre, rimasti nella zona perché impossibilitati a raggiungere la loro Sardegna, in quanto priva di collegamenti,  e che si erano adattati a sbarcare il lunario lavorando come braccianti agricoli nelle varie tenute del luogo.

 

Catturati i 18 “sbandati”, le “SS” li costrinsero a salire sugli autocarri per trasportarli poco oltre Sutri, sulla strada che porta a Bassano Romano, a circa un chilometro dal bivio, dove,  fattili scendere dai camion, li trucidarono sul greto del torrente.”

 

 

Lo stesso giorno Tocchi Elvio, di 15 anni, sta lavorando al terreno del padre, nella campagna lungo la strada che dalla Cassia conduce a Bassano Romano:

 

Stavo accudendo le vacche nel nostro terreno, quando vidi sopraggiungere sulla strada un autocarro tedesco, con il cassone pieno di ex avieri italiani, scortato da due motociclette con sidecar armate di mitragliatrice: le seguii con lo sguardo, mentre superavano il punto dove mi trovavo finché si fermarono poche centinaia di metri oltre.

 

Passati pochi minuti sentii lunghe raffiche di mitraglia, seguite, pochi minuti dopo, da sporadici spari di pistola.

 

La contadina, che dal casale poco distante aveva visto tutta la scena, iniziò ad urlare disperata e, non appena i soldati se ne furono andati, corremmo entrambi sul luogo dell’eccidio: a fianco della strada, sul greto del torrente [in località Montefosco], giacevano i corpi dei nostri avieri falciati senza misericordia dalle raffiche di mitra.

 

Non soddisfatti, i Tedeschi avevano trivellato le fronti di quei poveri ragazzi con un colpo di pistola sparato a bruciapelo per poi, a dimostrazione di massimo disprezzo, addirittura sigillarne i fori di entrata della pallottola con una carta da gioco napoletana, sicuramente presa dal mazzo che uno degli sventurati aveva con se.

 

Un paio di loro avevano evidentemente tentato la fuga nel campo adiacente, arato da poco, ma neppure saltato il reticolato, furono fulminati da una raffica cadendo bocconi dentro un solco: due SS andarono a rivoltarne i corpi con i piedi e spararono con la pistola mirando alla fronte, poi la solita carta da gioco a suggellare il misfatto.

 

Soltanto uno dei prigionieri riuscì a sottrarsi all’eccidio: benché colpito alle gambe e alle braccia era riuscito a rotolare e scivolare giù nel torrente, nascondendosi dentro delle fitte “fratte” di rovi lungo la sponda: riuscì a percorrere in quelle condizioni circa un chilometro  ed infine, privo di forze, fu soccorso da un allevatore romano proveniente da Bassano, tale Amando Diotallevi, che riuscì a trasportarlo sul suo carro fino a Sutri, nascondendolo  in una cesta sotto alcune le pelli di pecora.

 

I corpi degli altri sventurati rimasero lì all’addiaccio per tutta la notte, mentre sul luogo dell’eccidio si abbatteva un nubifragio scrosciante: solo l’indomani Giovanni Colantoni poté andare a caricare con grande fatica tutti quei cadaveri sulla propria barrozza deponendoli poi all’interno del Cimitero di Sutri.

 

Durante la notte, qualche misero, e non per sciacallaggio, aveva comunque già tolto a tutti gli scarponi e a qualcuno persino la giacchetta...”

 

Voglio ricordare quei nomi perché, come racconta il nostro più importante testimone, Boezio Ansuini, ancora oggi ha un nitido ricordo di alcuni di questi suoi commilitoni a Vigna di Valle, la maggior parte dei quali, appunto, ex avieri di origine sarda già di servizio insieme a lui presso il non lontano idroscalo:

 

- Salvatore Alessi

- Pietro Barcellona

- Giuseppe Canu

- Piero Contini

- Salvatore Cossiga

- Nino Me

- Pasqualino Mereu

- Giovanni Mezzettiri

- Giovan Battista Mulas

- Gavino Pilo

- Efisio Piras

- Giuseppe Deroma

- Sebastiano Pinna

- più cinque di loro rimasti senza nome, come riportato sulla lapide che li commemora

al monumento poi eretto sul luogo dell’eccidio.

 

 

Pochi anni fa è stato possibile conoscere il resoconto della Compagnia dei Carabinieri Reali di Viterbo datato 14 luglio 1945 e protocollato dal Comando Generale il 24 dicembre dello stesso anno:

 

“A Capranica il 17 novembre 1943 furono uccisi [omessi paternità, maternità e l’elenco dei testimoni riportati nei verbali] ALESSI Salvatore, nato nel 1922; BALDI Antemio, nato nel 1921; ANDREOTTI Virgilio, nato nel 1922; PILU Gavino; ME Nino; MESTIERI Giovanni; CORRIGA Salvatore; MULA Giovanni; CONTINI Pietro; BARCELONE Piero; NEREU Pasqualino; PIRAS Efisio; MELONI Mario; DEROMA Giuseppe; PINNA Sebastiano; CANU Giuseppe; MELONI Salvatore; RIU Giuseppe; MANCA Francesco; ZUDDAS  Fernando.

 

Questi i fatti. 

 

Il 14 novembre 1943 un maresciallo tedesco delle SS giunto a Capranica condusse a Bracciano Alessi Salvatore, Baldi Antemio ed Andreotti Virgilio, ritenuti responsabili di possedere delle armi. 

 

Nelle prime ore del 17 novembre successivo giunsero a Capranica il maresciallo che aveva preso i suddetti tre giovani in unione all’Alessi con altri militari delle SS e un interprete nativo della Toscana di cui non è stato possibile conoscere il nome, i quali rastrellarono dei giovani sardi, sbandati a Capranica, riuscendo a catturarne 18. 

 

Nel pomeriggio dello stesso giorno i predetti giovani, l’Alessi compreso, con autocarro furono condotti verso Roma. 

Giunti al bivio di Bassano di Sutri [oggi Bassano Romano], fatti scendere dall’automezzo furono uccisi con due raffiche di mitragliatrice e abbandonati sul posto. 

 

Uno di essi, e precisamente lo Zuddas ultimo elencato, rimase ferito a una gamba e a un braccio e trasportato a Sutri prima e all’ospedale di Ronciglione poi ove riuscì a guarirsi. 

 

Il 21 successivo nel territorio di Bracciano furono fucilati il Baldi e l’Andreotti.

Si sconoscono i motivi di tale barbarie.”

 

Questo verbale, insieme a centinaia di altri che denunciano immani crimini commessi da militari Tedeschi e loro degni collaboratori in camicia nera, viene tenuto a lungo nascosto nel cosiddetto “armadio della vergogna”, sottratto alla giustizia dai “nostri” governanti, nel vergognoso ideale di una nazione asservita, oltraggiando e giustiziando così una seconda volta decine di migliaia di vittime innocenti!

 

Il Procuratore Militare che “inventa” la famosa formula di “archiviazione provvisoria” con cui sono di fatto sepolti nell'oblio detti fascicoli, farà una splendida carriera, coronando la sua “preziosa” opera quale testimone dell’incenerimento dei fascicoli del vergognoso  scandalo “SIFAR”: deceduto qualche anno dopo, sua moglie richiederà ed otterrà il riconoscimento della sua morte per “cause di servizio”, a seguito dell’inalazione dei fumi dei fascicoli!...

 

Tornando ai nominativi nel rapporto dei Carabinieri, ce ne sono di aggiuntivi, non presenti sulla lapide del monumento, tutti risultati nomi di copertura usati dagli sbandati per nascondere la propria identità: comunque, per testimonianza diretta dell’unico superstite, Zuddas, si ha la certezza che una delle cinque vittime anonime sia tale Emilio Coni da Ales.

 

 

A riguardo dei soldati allo sbando, molti dei quali finiscono altrettanto miseramente come quelli trucidati a Sutri, vale la pena citare le “gesta” di un missionario saveriano di San Gavino, Padre Luciano Usai - amico personale del Vice Presidente della Repubblica Sociale Italiana Francesco Maria Barracu - il quale ama ostentare sul petto medaglie naziste e fasciste insieme al crocefisso rosso e che, con tranelli ed inganni, tenta la ricostruzione di Reparti combattenti sardi da schierare a fianco dei Nazisti: il suo personale insuccesso forse il motore dell’odio contro i corregionali sbandati.

 

Il 23 giugno 1944 questo “padre” capeggerà il paracadutamento su suolo sardo, precisamente nei pressi di Is Arutas, Cabras, di un manipolo di spie, destinate ad operazioni d’intelligence con i germanici e, forse, al sabotaggio, per facilitarne il ritorno nell’isola: finiscono tutti catturati e processati, ma Usai, condannato a trent’anni di reclusione nonostante la richiesta pena di morte, uscirà dal carcere solo sette mesi dopo, tornando in libertà grazie alla famosa amnistia Togliatti del 1947.

 

Quanto sopra verrà pubblicato nel 1993 dalla rivista Almanacco di Cagliari, in cui Dino Sanna ricostruirà dettagliamene l’eccidio di Montefosco, la più triste località di Sutri.

 

 

A Bracciano, il Comando delle sanguinarie Schutzstaffel, meglio conosciute come “SS”, si trova nella palazzina costruita da Giuseppe Bresciani, detto “Mastro Peppe”, all’inizio di Via San Francesco d’Assisi, a fianco dell’odierno Ufficio Postale.

 

Diversi braccianesi vengono rinchiusi per diversi giorni dentro le sue buie cantine e, cosa più amara, si racconta che molti dei “carcerieri”  risultassero essere addirittura nostri “bravi” paesani.

 

Amedeo Gentilucci, a conferma del racconto della madre riguardo a Baldi ed Andreotti uccisi sulla strada di Trevignano, racconta che lui stesso ne ha visti i corpi nei pressi dell’attuale Camping Uliveto, dove vengono poi sepolti temporaneamente, e di ricordarsene i nomi: successivamente, come suo solito, interverrà l'amorosa pietà di Rosina la fioraia, la quale, insieme a Giulio Ambrogi detto “Stoppetta”, trasporteranno le povere salme al Cimitero di Bracciano su una carretta di legno spinta a mano - trascorsi circa cinque anni i resti dei due verranno di nuovo riesumati, con Decreti  Prefettizi  n. 402 e n. 501, per essere traslati a Capranica, loro paese natio degli sventurati.

 

Anche Boezio Ansuini, ricorda di aver visto le due fosse vuote, scavate nella nera carbonara, proprio nel luogo indicato da Amedeo Gentilucci.

 

Don Nicola Fiorentini riferisce anche il caso sfortunatissimo di una povera contadina di Capranica, colpita mortalmente dal serbatoio di riserva di un caccia americano, il quale, sganciato dall'aereo andrebbe a cadere altrove se all’ultimo momento non urtasse contro i fili di un traliccio ad alta tensione, deviando traiettoria a centrare la malcapitata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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