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La Storta, Roma, giovedì 11 novembre 2010  

 

 

      S   P   E   C   I   A   L   E        “ M   I   G   R   A   N   T   I ”      

 

 

Caritas Diocesana - Povertà, Spiritualità, Mondialità: Un Mondo di Rifugiati in fuga da conflitti e persecuzioni

Fonte: "Informazione Caritas" della Diocesi di Porto-Santa Rufina, La Storta, Roma

Su segnalazione di Iris Novello

 

 

Quando anche noi...: emigranti italiani verso l’America ai primi del Novecento. (Foto di archivio)

 


La Caritas Diocesana di Porto-Santa Rufina, con sede a La Storta, ci segnala:

 

Povertà, Spiritualità, Mondialità
Un Mondo di Rifugiati in fuga da conflitti e persecuzioni
 

È proprio una geografia in perenne evoluzione quella degli sfollati e rifugiati che nelle aree più martoriate del pianeta cercano quotidianamente scampo da conflitti, persecuzioni e altre situazioni insopportabili.
 

Secondo l’annuale Rapporto dell’ACNUR, l'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, il numero di persone “sradicate” in modo violento dal suolo natale o comunque dalle aree abituali di residenza ha di nuovo raggiunto i peggiori livelli degli anni Novanta.

 

 

 

 

Popolazioni africane in fuga. (Foto di archivio)

 


Il mondo si riscopre “invaso” dai rifugiati

Da www.avvenire.it
 

 

Gli “sradicati” nel mondo erano nel 2009 almeno 43,3 milioni, di cui oltre 15 milioni i rifugiati.

In certe aree particolarmente critiche, le cifre ufficiali sono probabilmente ben al di sotto dei drammi reali.

 

Le più grandi diaspore di rifugiati restano quella afghana (quasi 2,9 milioni) e irachena (circa 1,8 milioni).

Non sorprende, dunque, che i maggiori Paesi mondiali di destinazione siano i limitrofi Pakistan, Iran e Siria, tutti oltre il tetto di un milione di rifugiati accolti.

 

 

Fra la selva di dati inquietanti, uno in particolare mostra che le maggiori piaghe umanitarie del Pianeta, soprattutto in Medio Oriente e in Africa, stentano sempre più a cicatrizzarsi: nel 2009, solo per 251 mila rifugiati si è aperta la strada di un ritorno in patria e nelle regioni d’origine.

 

Si tratta del riflusso più basso dell’ultimo ventennio, dopo una lunga fase in cui la media sembrava attestarsi attorno a un milione di rientri l’anno.
 

Questa spaventosa aritmetica rischia ancor più diaggravarsi, ha sostenuto l’ex Premier Portoghese Antonio Guterres, a capo dell’ACNUR:

"I rifugiati in esilio da almeno 5 anni rappresentano ormai la maggioranza.

Questa percentuale è destinata a crescere.

I maggiori conflitti, come in Afghanistan, in Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo non lasciano intravedere speranze di soluzione".

 

In altri Paesi martoriati, la cronicizzazione dell’insicurezza ha raffreddato tante speranze:

"I conflitti che sembravano orientarsi verso una fine ostavano trovando una soluzione, come nel Sudan meridionale o in Iraq, restano in un vicolo cieco".

 

 

 

Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. (Foto di archivio)

 


Sugli oltre 43 milioni di “sradicati”, circa un terzo aveva ottenuto l’anno scorso lo status internazionale di rifugiato.

 

Ma in Paesi come ad esempio Colombia, Somalia e Repubblica Democratica del Congo, resta altissimo il numero di fuggiaschi che non hanno oltrepassato le frontiere nazionali, cercando scampo nei territori più vicini.

Nel 2009 questi rifugiati interni sono cresciuti del 4%, raggiungendo su scala planetaria il livello record di 27,1 milioni.

 

Come negli anni passati, il rapporto ACNUR sfata la visione ancora diffusa di masse incalcolabili di profughi pronti a puntare verso i Paesi occidentali.

Solo in minima misura i viaggi e le aspirazioni di sfollati e rifugiati coprono un raggio intercontinentale.

 

Il Sudafrica è lo Stato al mondo che riceve la maggiore pressione in termini di richieste d’asilo.

Coinvolto da tempo nei negoziati soprattutto contro l’instabilità nella regione dei Grandi Laghi, il Sudafrica ha ricevuto l’anno scorso 222 mila richieste d’asilo o di protezione sotto lo status di rifugiato, quasi un quarto del totale mondiale.


Alla fine del 2009 il Governo Sudafricano registrava ancora 310 mila casi pendenti in fase di studio.

Cifre di un altro ordine rispetto all’Europa, con 39 mila casi allo studio in Germania, 35 mila in Francia, 12 mila nel Regno Unito, 4 mila in Italia e più di 3 mila in Spagna.

 

Ma i rapporti cambiano se si considera l’accoglienza complessiva: nel 2009 il Sudafrica offriva ospitalità a 48 mila rifugiati, contro 594 mila in Germania, 270 mila nel Regno Unito, 196 mila in Francia, 55 mila in Italia e 4 mila in Spagna.

 

Fra gli altri dati che non mancheranno di far riflettere, uno proviene dagli Stati Uniti.

Benché le statistiche restino lacunose, gli States avrebbero assicurato da soli nell’ultimo decennio oltre la metà delle 1,3 milioni di naturalizzazioni di rifugiati registrate del mondo.
 

 

 

 

Papa Benedetto XVI. (Foto di archivio)

 

 

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la 97ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 16 gennaio 2011


Da www.cattoliciromani.com

 


La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato offre l'opportunità di pregare affinché i cuori si aprano all'accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità, colonne per la costruzione di una pace autentica e duratura.

 

Se il Padre ci chiama ad essere figli nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo: UNA SOLA FAMIGLIA UMANA.
La strada è la stessa, quella della vita, ma le situazioni che attraversiamo in questo percorso sono diverse: molti devono affrontare la difficile esperienza della migrazione.

 

Il fenomeno della globalizzazione comporta un'umanità che diviene sempre più interconnessa.

Il senso profondo di questo processo epocale è dato proprio dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene.

Tutti fanno parte di una sola famiglia e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la Dottrina Sociale della Chiesa.

Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione.

 


La fraternità umana è l'esperienza di una relazione che accomuna, di un legame profondo con l'altro.

Assunta e vissuta responsabilmente, essa alimenta una vita di comunione e condivisione con tutti, in particolare con i migranti; sostiene la donazione di sé agli altri, al loro bene, al bene di tutti, nella comunità politica locale, nazionale e mondiale.


È in questo contesto che vaconsiderato il diritto ad emigrare.

La Chiesa lo riconosce ad ogni uomo, nel duplice aspetto dipossibilità di uscire dal proprio Paese e possibilità di entrare in un altro.

Al tempo stesso, gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità umana.

Gli immigrati hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l'identità nazionale.

 

La presenza della Chiesa, quale Popolo di Dio in cammino nella storia in mezzo a tutti gli altri popoli, è fonte di fiducia e di speranza.

 

 

È in modo particolare la Santa Eucaristia a costituire una sorgente inesauribile di comunione per l'intera umanità.

Grazie ad essa, il Popolo di Dio abbraccia ogni nazione, tribù, popolo e lingua (Ap. 7,9) non con una sorta di potere sacro, ma con il superiore servizio della carità.

L'esercizio della carità è criterio che prova l'autenticità delle celebrazioni eucaristiche.
 

Nei confronti delle persone che fuggono da violenze e persecuzioni, la Comunità Internazionale ha assunto impegni precisi.

Il rispetto dei loro diritti, come pure delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale, favoriscono una convivenza stabile ed armoniosa.

 


La solidarietà si alimenta alla riserva d’amore che nasce dal considerarci una sola famiglia umana e, per i fedeli cattolici, membri del Corpo Mistico di Cristo: ci troviamo infatti a dipendere gli uni dagli altri, tutti responsabili dei fratelli e delle sorelle in umanità e, per chi crede, nella fede.

 

Quanti sono forzati a lasciare le loro case o la loro terra saranno aiutati a trovare un luogo dove comune, senza dimenticare la dimensione religiosa della vita.

 


Un particolare pensiero vorrei rivolgere agli studenti esteri.

Si tratta di una categoria socialmente rilevante in prospettiva del loro rientro, come futuri dirigenti, nei Paesi d’origine.

Essi costituiscono dei ponti culturali ed economici tra questi Paesi e quelli di accoglienza, e tutto ciò va proprio nella direzione di formare una sola famiglia umana.

 

È questa convinzione che deve sostenere l'impegno a favore degli studenti esteri e accompagnare l'attenzione per i loro problemi concreti, quali le ristrettezze economiche o il disagio di sentirsi soli nell'affrontare un ambiente sociale e universitario molto diverso, come pure le difficoltà di inserimento.

 

Appartenere a una comunità universitaria significa stare nel crocevia delle culture che hanno plasmato il mondo moderno.

 

Nella scuola e nell'università si forma la cultura delle nuove generazioni: da queste istituzioni dipende in larga misura la loro capacità di guardare all'umanità come ad una famiglia chiamata ad essere unita nella diversità.

 


Il mondo dei migranti è vasto e diversificato.

Conosce esperienze meravigliose e promettenti, come pure, purtroppo, tante altre drammatiche e indegne dell'uomo e di società che si dicono civili.

 

Per la Chiesa, questa realtà costituisce un segno dei nostri tempi, che porta in evidenza la vocazione dell'umanità a formare una sola famiglia, e al tempo stesso le difficoltà che invece la dividono e la lacerano.

 

Non perdiamo la speranza, e preghiamo insieme Dio, Padre di tutti, perché ci aiuti ad essere, ciascuno in prima persona, uomini e donne capaci di relazioni fraterne.
 

 

 

 


Dossier Statistico Immigrazione in Italia 1991-2010
Venti anni per una cultura dell’altro

Introduzione al XX Rapporto sull’Immigrazione Caritas/Migrantes
 

 

La prima edizione del Dossier (1991) fu voluta da Mons. Luigi Di Liegro, allora Direttore della Caritas di Roma.

 

L’iniziativa esprimeva la sensibilità della Comunità Ecclesiale nei confronti di un “segno dei tempi” nel quale si configuravano le linee del cambiamento in atto in Italia, in Europa e nel mondo.

La raccolta andava incontro alle esigenze degli operatori sociali, dei funzionari pubblici e dei giornalisti; nel giro di pochi mesi si rese necessaria una ristampa, per la quale l’allora Ministro del Lavoro, Sen. Franco Marini, predispose un’introduzione, raccomandandone la diffusione.

 

 

Da allora il rapporto con le strutture pubbliche è stato molto stretto, ma nell’ambito della autonomia propria del mondo socio-pastorale e della sua funzione critica e propositiva.

Sono aumentate le pagine del Rapporto, che ha suscitato spesso l’apprezzamento di altri Paesi dove non è disponibile un sussidio così completo.

 

In Italia invece è stata avvertita talvolta una reazione di disappunto, quasi che la Chiesa Cattolica abbia praticato un’invasione di campo occupandosi delle statistiche sull’immigrazione.

 

In realtà questa ricerca, nata per rimediare a una carenza, non è avulsa dai compiti pastorali, perché la missione della Chiesa si compone sia di evangelizzazione e testimonianza della Fede Cristiana, sia di promozione umana e sostegno sociale.

 

Con questo progetto culturale è stato messo a disposizione un sussidio di larga diffusione per favorire una conoscenza del fenomeno migratorio libera da pregiudizi culturali e contrapposizioni partitiche.

 


Di fondamentale supporto è stata la rete di migliaia di operatori pastorali, a loro volta collegati conaltre realtà sociali e di ricerca.

È stata questa la base che ha consentitodi arricchire l’osservazione sulle dimensioni nazionali e regionali del fenomeno migratorio.

 

Caritas e Migrantes hanno sempre raccomandato ai redattori di seguire una metodologia scientificamente corretta e socialmente stimolante, ricavando le ipotesi a partire dalle stesse fonti statistiche.

In vent’anni sono state distribuite centinaia di migliaia di copie del Dossier e sono state organizzate migliaia di presentazioni.

 

Questo 20° anniversario cade in una fase complessa e problematica, come attestano i tre argomenti dell’introduzione (crisi, criminalità e integrazione), che costituiscono un ricorrente motivo di contrapposizione tra gli Italiani e di avversione agli immigrati.

 


Nel 2009 gli effetti negativi della crisi sono stati crollo della produzione, diminuzione dei posti di lavoro, incremento delle migrazioni interne.

In questo contesto, in cui le previsioni di nuove assunzioni dall’estero sono andate diminuendo, non solo si è ridotto l’afflusso degli immigrati, ma molti di essi sono stati licenziati e costretti a lasciare il Paese o ad entrare nell’irregolarità.

 

Gli immigrati hanno catalizzato i malumori, quasi fossero loro all’origine di questi mali, che invece hanno altre cause.

L’occupazione degli stranieri è aumentata solo in quei settori considerati non appetibili dagli Italiani, come per le donne nel comparto dei servizi alle persone.

 


Questo andamento è stato evidenziato anche dall’ultima regolarizzazione, chiusa a settembre 2009 con quasi 300 mila domande: basti pensare che in Lombardia, nel 2015, le persone con oltre 65 anni saranno tre milioni, un milione in più rispetto al 2010, con un fabbisogno esponenziale di assistenza.

 

Ci dobbiamo chiedere se gli immigrati siano il problema o non piuttosto un contributo per la sua soluzione.

Essi svolgono una funzione complementare e favoriscono migliori opportunità occupazionali per gli Italiani.

Venendo essi a mancare, l’Italia sarebbe in grado di affrontare il futuro o, al contrario, ne risulterebbe impossibilitata?

È quanto ci è stato ricordato il primo marzo 2010 dal primo “sciopero degli stranieri”.

 


Non è in discussione la necessità di regole per il loro inserimento bensì la funzionalità di tali regole, ad esempio in relazione alle procedure riguardanti l’incontro tra datore di lavoro e lavoratore o il tempo messo a disposizione per la ricerca di un nuovo posto di lavoro.

 

Non sembra affatto opportuno mandare via lavoratori che già si sono ben inseriti e che potrebbero ritrovare il posto dopo la crisi; desta un certo stupore che diversi Enti Locali abbiano destinato fondi per questi allontanamenti, con scarsa efficacia.

 

È auspicabile, invece, estendere i rimpatri assistiti anche a favore degli irregolari, come raccomandato dalla stessa Commissione Europea, ridimensionando così i lucrosi affari del traffico di esseri umani e l’enorme diffusione del mercato del lavoro non regolare.

 


Ma l’immigrazione non comporta solo aspetti positivi.

 

Con il notevole aumento dei flussi migratori si è rafforzato l’atteggiamento di diffidenza da parte della popolazione italiana, mostratasi maggiormente propensa ad attribuire agli immigrati la causa della criminalità, prendendo particolarmente di mira prima i Marocchini, poi gli Albanesi e attualmente i Romeni.

 


Per gli Albanesi è stato mostrato che la loro stigmatizzazione è continuata per forza di inerzia anche quando, stabilizzatisi i flussi, la loro rilevanza nelle statistiche criminali risultava fortemente ridimensionata; il ritmo d’aumento delle denunce contro cittadini stranieri è molto ridotto rispetto all’aumento della loro presenza; il tasso di criminalità addebitabile agli immigrati venuti ex novo nel nostro Paese risulta più basso rispetto a quello riferito alla popolazione già residente; Italiani e stranieri hanno nel complesso un tasso di criminalità simile.

 


Queste linee interpretative non devono portare ad “abbassare la guardia”, bensì a vincere i preconcetti e a investire maggiormente sulla prevenzione e sul recupero, coinvolgendo i leader associativi degli immigrati, come avvenuto con positivi risultati tra i Senegalesi.
 

L’immigrazione sta acquisendo un carattere sempre più stabile.

Il Governo ha proposto un piano per l’integrazione, “IDENTITÀ E INCONTRO”, modello italiano lontano sia dall’assimilazione che dal multiculturalismo.

 

Nel documento vengono individuati percorsi imperniati su diritti e doveri, responsabilità e opportunità, in una visione di relazione reciproca, facendo perno sulla persona e sulle iniziative sociali e individuando cinque assi di intervento: l’educazione, il lavoro, l’alloggio, l’accesso ai servizi, l’attenzione ai minori.

 

Nel documento si trovano aperture apprezzabili riguardo al pubblico impiego, diversi rilievi critici rispetto a quanto è stato fatto nel passato, l’individuazione di linee di impegno e specialmente il criterio che quanto proposto vada monitorato nella sua concreta efficacia.

 


In Italia, nel 2009, è rimasto sprovvisto di adeguata copertura il Fondo Nazionale per l’Inclusione Sociale e questa carenza va recuperata, tanto più che la capacità di spesa delle famiglie, italiane e immigrate, si è notevolmente contratta, e che gli immigrati rendono al sistema pubblico più di quanto assorbono in termini di servizi e assistenza.

 


Continua a essere più difficoltoso per gli immigrati l’accesso ai servizi.

Tra la popolazione immigrata regolare solo il 68% è iscritto al SSN, e questo spiega anche perché per essi vi siano più ricoveri in stato d’urgenza.

 

Le madri straniere sono state escluse dal beneficio del bonus bebé, i capifamiglia stranieri hanno trovato più difficile accedere ad altri benefici sociali.

 

Si può concludere che integrazione e opportunità vanno di pari passo, in un intreccio di doveri ma anche di diritti.

 


L’auspicio è che il piano proposto dal Governo venga inteso come un supporto, superando i pregiudizi e spianando la via ai nuovi Cittadini dei quali l’Italia ha bisogno per andare incontro al suo futuro: un orientamento, questo, suggerito sia dall’analisi sociale, sia da una cultura AUTENTICAMENTE EVANGELICA.
 

 

 

Approfondimenti

 

Clicca sull'icona sopra o sul titolo di seguito per scaricare e/o stampare la Introduzione al Dossier Statistico Immigrazione in Italia 1991-2010 - Venti anni per una cultura dell’altro di Caritas e Migrantes

 

Clicca sull'icona sopra o sul titolo di seguito per scaricare e/o stampare la Scheda di Sintesi del Dossier Statistico Immigrazione in Italia 1991-2010 - Venti anni per una cultura dell’altro di Caritas e Migrantes


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che  - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.

 

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Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.

 

Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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