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Calcata, Viterbo, venerdì 3 settembre 2010

“Cosa non si fa per ‘il bene del popolo’?!” ovvero come alienare i beni pubblici spacciando l'operazione per un risanamento economico...

di Paolo D’Arpini

 

 

"RES PVBLICA - RES POPVLI" - Sopra una delle monete di Bruto con la scritta "LIBERTAS". (Foto di archivio)

 

Dopo l'assassinio di Cesare nel 44 aC, sia Bruto - Marcus Junius Brutus - che Cassio sono costretti a fuggire dall'Italia, Bruto in Grecia e poi Macedonia, dove fa coniare un gran numero di monete, sottolineando su tutte "Libertas", "Victoria", la causa repubblicana e la liberazione della Patria dal tiranno.

 

La "Libertas" - la concezione repubblicana cioè della libertà dalla tirannia - tradizionalmente cara alla famiglia dei Bruti, ha forti legami storici addirittura con gli inizi di Roma: un patrimonio di famiglia, creato dagli antenati di Bruto, famosi difensori della libertà e tirannicidi molto prima dell'assassinio di Cesare, come Lucius Iunius Brutus, capostipite delle Gens Junia, che secondo la leggenda romana scaccia Tarquinio il Superbo da Roma e proclama la Repubblica Romana divenendone nel 509 aC il primo Console, e Gaius Servilius Structus Ahala, di origine etrusca, che nel 439 aC uccide Spurius Maelius, nascondendo il pugnale sotto l'ascella (da cui il cognomen Ahala/Axilla) quando questi mostra di mirare alla monarchia "Sp. Maelius regnum appetens interimitur".

 

La crescente potenza di un singolo grazie a corruzione su larga scala non è proprio cosa nuova nella nostra storia: riguardo a simili circostanze politiche già Cicerone scrive "una dittatura è nell'aria" (Cicero, Epistulae ad Atticum 4.18)...

 


Dallo spreco del debito pubblico al pagamento coatto obbligato: l'alienazione di beni immobili, l'interruzione di servizi sociali e la decadenza democratica... al “servizio” del popolo!

Nuda e cruda la verità della condizione sociale ed economica nella quale la nostra società viene a trovarsi ed un'analisi impietosa sulla corrente amministrazione della “cosa pubblica” e sullo stato della “democrazia” in Italia.
 


Ormai si da per scontato che non sia più possibile tornare ad un sistema democratico in cui il popolo elegge liberamente i suoi rappresentanti.
Sono i “rappresentanti” ormai organizzati in “partiti” che decidono chi deve essere eletto a svolgere le funzioni amministrative.

Gli elettori debbono limitarsi a mettere una crocetta sulle schede segnalate dalle coalizioni ed i Governi salgono al potere in forme precostituite.

Un altro aspetto dell'incapacità popolare di esprimersi direttamente nell'esercizio democratico é la vanificazione del sistema referendario, di fatto esautorato completamente di ogni “validità” decisionale e legislativa su fatti di interesse pubblico.

L'Italia ha impiegato un centinaio di anni a consolidare la sua unità, accogliendo anche i beni immobili (preesistenti negli Stati antecedenti la sua costituzione) e questa ricchezza monumentale e territoriale ha consentito alla cittadinanza di poter godere dei beni pubblici nella loro interezza.
 


Ora, in seguito al malgoverno ed alla cattiva amministrazione consolidata, i cittadini non possono far nulla di fronte al continua alienazione dei beni immobili e smantellamento di servizi primari essenziali, svenduti per tappare buchi finanziari provocati da un sistema di spesa basato sullo sperpero...

Insomma alla fine pagano sempre i cittadini, non solo con il continuo aumento della pressione fiscale e con l'alienazione dei beni che vengono tolti all'uso civile, ma anche con la perdita di ogni possibilità di esprimere un parere sulla gestione pubblica...

Ora siamo giunti ad una crisi irreversibile che ha un solo sbocco possibile... la bancarotta e lo sfacelo sia morale che materiale di una società, in precedenza bellamente definita “del benessere” ( o dei consumi).
 


La società umana é passata dalla selvaticità alla barbarie e dalla barbarie alla civiltà.

Dalla civiltà ora scende alla decadenza, dalla decadenza alla barbarie e dalla barbarie ritorneremo alla selvaticità?

Ma forse ho svicolato troppo dal tema iniziale e vi invito quindi a leggere le considerazioni di Danilo D'Antonio sulla situazione politica presente.

 


“La perdita del bene pubblico”
 


Quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia divenne una Repubblica democratica e la sovranità passò al popolo, politici e docenti universitari umanisti, non appena superato il drammatico momento storico, avrebbero dovuto iniziare a darsi da fare per comprendere cosa questa trasformazione, da Monarchia a Repubblica, da un Monarca al Popolo sovrano, da Autoritarismo a Democrazia, significasse ed avrebbe dovuto comportare.

In particolare i docenti universitari, sulla cultura impartita dai quali poggiano tutti gli altri componenti di un popolo compresi gli stessi politici, avrebbero dovuto porsi diverse domande sul senso del vivere in una Repubblica e quali trasformazioni questo avrebbe dovuto indurre nella appena rinata società italiana.

Evidentemente il corpo accademico non dovette avere però gran simpatia per questa nuova forma di organizzazione democratica, perché la consapevolezza, che il disporre di una Res Publica avrebbe comportato una gestione collettiva della stessa, manca ancora oggi a tutti noi oltre che, a quanto pare, agli stessi emeriti "statali".
 


Ed infatti fu, è stata ed è tuttora l'assunzione a vita in ruoli centrali pubblici, che automaticamente trasforma chiunque in uno "statale", a far sì che la condivisione democratica del potere, conquistata nientemeno che a seguito di una Guerra Mondiale, rimanesse circoscritta al solo ambito di governo, mentre il ben più corposo, ricco potere esecutivo e funzionale rimase ed è ancora, ahituttinoi, nelle mani degli "statali".

Ma la mancanza dello sviluppo di un maturo pensiero repubblicano causò un blocco evolutivo anche in un altro settore economico-politico.
Venendo il concetto di Cosa Pubblica mantenuto in disparte, non poté essere seguita una politica di mantenimento e persino di accrescimento dei beni collettivi, pubblici o comuni che li vogliamo chiamare.

Non avendo i docenti umanisti messo in risalto il senso ultimo della parola "repubblica": proprietà collettiva, perché altrimenti i loro stessi poteri, privilegi e redditi avrebbero dovuto immediatamente essere restituiti al popolo, la nostra società non poté evitare un ripetuto debilitante impulso alla privatizzazione.
 


È stato così che i beni della Collettività (non dello Stato, come preferiscono ancora oggi dire gli "statali", ma della Repubblica), comprese diverse attività economiche e gli stessi terreni di proprietà del Popolo Italiano (non del Demanio, come storicamente si dice, ma della Repubblica) sono stati ceduti, spesso svenduti ai privati.

Così sventuratamente facendo è venuta a mancare sia una res publica (centrale e regionale) da amministrare saggiamente, sia è sparita lentamente anche quel poco di democrazia che era stata conquistata a prezzo di così tanto sangue.

Sì, perché, non disponendo più i Governi della Repubblica di una
Res Publica da gestire, si sono subito rivolti verso la Res Privata, mettendovi sopra le mani in vario modo.

Proprio per questo malefico meccanismo vediamo svilupparsi quell'economia privata ad alta commistione statale che sprizza corruzione da tutte le parti e quella limitazione della potestà dei Cittadini sui loro stessi beni (vedasi ad esempio l'istituto di Parchi e Riserve) che ha compromesso rispettivamente l'evoluzione della nostra economia ed i diritti e libertà della persona.

Se i docenti universitari avessero insegnato ai loro studenti senso e contenuti concreti di una Repubblica, per i Governi sarebbe stato facile accrescere la proprietà pubblica, tanto produttiva quanto immobiliare, e gestire questa nel migliore dei modi.

Al contrario, mancando nelle Università, anche con l'arrivo dei docenti di sinistra, "statali" anch'essi, gli importanti insegnamenti sul carattere di condivisione del potere (decisionale, esecutivo e funzionale) necessariamente insito in una Repubblica, non c'è stato scampo dalla privatizzazione di beni importanti regalati agli ultra-ricchi e dalla gestione coatta di tanti beni modesti della gente comune.
 


E così ora ci troviamo in una situazione di grande complessità che però si chiarisce e districa immantinente scoprendo l'infausto ruolo di stoppisti dell'evoluzione avuto dai docenti universitari umanisti, di destra quanto di sinistra, nelle cui indegne mani è ancora ostaggio la nostra per questo gracile cultura.

Vi ringrazio e saluto tutti calorosamente, ricordando che una società non può avanzare oltre la propria cultura.

Se si ferma questa si ferma anche la società.

Se permettiamo alla cultura di muoversi sarà invece tutto un fermento di genuino rinnovamento.

La domanda da porci è: quando le pubblicazioni alternative, non-violente e pacifiste, ecologiste, associazioniste e progressiste, si degneranno di raccontare tutto ciò ai loro ignari lettori?

Quanto a lungo chi scrive su tali giornali e riviste pretenderà mantenere il buio su tutto ciò facendo permanere in un confuso avvilimento ed in una vieppiù pericolosa condizione il nostro Paese?
 


Danilo D'Antonio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Subiamo quotidianamente un'informazione di massa che cerca di imporci estrema soggettività nella selezione di ciò che va reso pubblico o meno e palesi prese di posizione di parte nel pubblicato: in pratica una sistematica manipolazione indotta che non lascia spazio ad alcun confronto, discussione, percezione né diversa o - perché no - opposta visione della realtà.

 

Nel nostro piccolo intendiamo innanzitutto contribuire a "ridare volto" ad un pezzo di terra laziale dimenticato e "dare voce" a chiunque vi appartenga: un progetto indubbiamente ambizioso, realizzabile solo attraverso la collaborazione di chiunque si senta e sia libero, indipendente, auto-controllato ed aperto al cambiamento nei propri pre-giudizi.

 

Per questo non accetteremo né eserciteremo censura (ma neppure tollereremo faziosità!), pretendendo in cambio null'altro che veridicità dei fatti ed onestà intellettuale nell’esporli, affinché avvenimenti, denunce e idee possano assumere la connotazione oggettiva più accettabile e condivisibile, su cui impostare auspicabili confronti.

 

Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che  - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.

 

Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.

 

Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.

 

Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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