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Capranica, Viterbo, giovedì 2 settembre 2010

La Laika Repubblica dell’Avvenire, che si mostri Gentile!

di Doriana Goracci

 

 

"Viva Tripoli Italiana!" - altri tempi... (Foto di archivio)

 


Se i due, tre, quattro - il codazzo delle retrovie è lungo - insieme vanno, vanno anche gli editoriali in merito alla visita del Capo arabo Gheddafi.

 

Mi ha colpita uno in particolare, de La Repubblica che è sempre pronta negli scoop come pronto è l’Avvenire, che richiama realisticamente all’Aldilà da venire: su Italia bella, mostrati gentile!
 


Stando ai titoli e ai sottotitoli, sembra che siano tutti d’accordo e probabilmente è così:

“I Vescovi sulla visita di Gheddafi ‘Uno show che diventa boomerang.

Il giorno dopo i festeggiamenti per il trattato di amicizia tra Libia e Italia, non si placano le critiche.

L’Avvenire: “Incresciosa messa in scena”.

Zaia (Lega): “Inviti a islamizzazione? Vada a farli a casa sua”.
 

Gheddafi è un furbo e l’altro gli bacia le mani… - vergogna!

Poi andando avanti e alle conclusioni ecco bello cotto il piattino finale, ripeto proposto dalla Repubblica made Avvenire:

“Direi che farebbe meglio ad attenersi ai temi dell’accordo economico commerciale sottoscritto tra Italia e Libia”.

 

Zaia, comunque, riserva parole di elogio per lo scambio economico tra i due Paesi.

“È un buon accordo – dice Zaia – vantaggioso e il Governo ha lavorato bene, basti pensare che Maroni ha convinto Tripoli a fermare gli sbarchi clandestini”.

 

Al di là delle osservazioni su quanto organizzato per la visita di Gheddafi in Italia, Zaia racconta del suo incontro con Gheddafi:

“È una persona di straordinario acume – rileva -. Saranno quegli occhi da beduino, ma esercita un carisma eccezionale”.

 

Pensate che va avanti?

No l’articolo finisce così, su questa frase ad effetto, perché colpisca dentro e sono tutti colpiti dal beduino e le sue vergini ancelle.
 

 

 

Quanto a Tripoli avevo già scritto poco più di un anno fa:

 

 

Ricordi al Bel Sole di Tripoli

 

Ce l’ha messa tutta mia madre, una vita, a fare intendere alle mie sorelle e a me che nonno non era un fascista.

 

Era nata a Tripoli, lei, il padre e il nonno.

Da parte materna, avevano avuto i natali in Egitto e in Marocco da almeno tre generazioni.

 

Racconti partiti da quel magnifico affabulatore di nonno Umberto, per fare omaggio col nome al Re, come la sorella che si chiamava Italia: i viaggi sul Rex, i caffè di Nizza, la bisnonna che disse no all’altare, le vergate della maestra sulle mani per fare i “pesciolini” a tutte tranne alla nipote reale, i matrimoni , la casbah con i martelli che battono rame e argento, le nuotate al porto, il calesse, feste da ballo, aromi di spezie e cuscus, Venera la balia, gli amori degli ufficali, la lavandaia araba, i maltesi, corse a cavallo, il terremoto…

 

Ma quali colonizzatori, erano commercianti di legname gli uni e laterizi gli altri, qualcuno prima degli anni ‘40 aveva esagerato (si narra di uno zio che conservava un orecchio nel portafoglio staccato ad un capo arabo), il battesimo di mia madre con Graziani come padrino, la capacità di mio nonno cresciuto in una famiglia di atei che nascose battesimo e comunione e poi diventò l’interprete di Balbo…

 

E mia madre scrisse un libro per sé e per noi di “memorie”, con gli occhi dell’infanzia, il diario di una piccola italiana fuggita per sempre da Tripoli, dalla Libia: gli Inglesi bombardavano, divenne una piccola giovane profuga, italiana.


Il riscatto avvenne a Roma quando la sua famiglia fascista, erano in tre, ospitò in casa per un anno una famiglia di quattro persone: erano Ebrei.
Insieme alla musica che ha amato quanto le figlie e il marito, per fortuna riposa e non vede e non sente: non ha avuto mai voce e dignità di pubblicazione il racconto della sua Tripoli.
 

Si è affannata lei e loro e tutti a farci capire quanto gli Italiani si sentivono rappresentati dal Duce, attaccati a una radio a sentire il Verbo, sentirsi parte dell’ Italia, sentirsi dentro.
Andò sotto il Balcone mio nonno e disse a Tripoli di ascoltarlo: urlò prima di tutti Viva l’Italia!

Fu la liberazione, un tripudio di massa.

Proseguì lei con l’amica Renata a camminare giù verso Roma, da Monteverde per andare al Conservatorio di Santa Cecilia, con timori non da poco…

C’erano soldati e truppe di “colore”… magari alle faccette nere lei c’era un po’ più abituata.

Era rimasta sola a raccontare in famiglia quell’incrocio spettacolare di arabo spagnolo francese e siciliano, la vitalità degli Italiani, il riscatto dalla vergogna dell’occupazione e il postumo odio di Gheddafi: noi, io non capivo, non sapevo, non vedevo, non avevo mai vissuto il disonore…

 

E digitando oggi il suo nome , tante volte chissà… scopro che è rimasta traccia di lei sulla rete, per aver partecipato come oratrice ad un convegno, dal nome emblematico: “Quasi tutto ancora da vivere” e una presentazione di “una gustosa divagazione fantastico-poetica sui piaceri dell’immaginazione o, se volete su sussurri e grida della fantasia” .

Ho ascoltato per almeno venti anni il Racconto, alternato a quello asciutto e fatto di terra dai nonni contadini toscani, profughi a Roma per un portierato, comunisti.

Tutti questi intimismi li avevo già chiamati Fascismo di ritorno.

Mi affanno, ci affanniamo a mostrare le Odierne Vergogne, di una Tripoli che spedisce e ci manda, di un’Italia che rimanda e spedisce il Razzismo , la Mafia, il Fascismo, e continua a campare con gli Affari internazionali.

Dicono che si comincia a superare un passato fatto di sangue e stragi, di intolleranze e odio, che stiamo diventando sempre più buoni e comprensivi, dicono e ancora dicono e ci mostrano il sole dell’ Avvenire.

Un presente mai diventato così chiaro.

Ce la dicono e ce la mettono tutta per farci capire quanto siamo comprensivi e giusti, quanto sia doveroso punire chi sia profugo, chi scappa.
Ce la mettono tutta e pubblicano tutto, quello che possa farci scordare, cosa significa essere umani e vivere in Terra come tali.

Quasi tutto ancora da vivere, forse c’è una speranza per i sussurri e le grida della fantasia.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nel nostro piccolo intendiamo innanzitutto contribuire a "ridare volto" ad un pezzo di terra laziale dimenticato e "dare voce" a chiunque vi appartenga: un progetto indubbiamente ambizioso, realizzabile solo attraverso la collaborazione di chiunque si senta e sia libero, indipendente, auto-controllato ed aperto al cambiamento nei propri pre-giudizi.

 

Per questo non accetteremo né eserciteremo censura (ma neppure tollereremo faziosità!), pretendendo in cambio null'altro che veridicità dei fatti ed onestà intellettuale nell’esporli, affinché avvenimenti, denunce e idee possano assumere la connotazione oggettiva più accettabile e condivisibile, su cui impostare auspicabili confronti.

 

Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che  - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.

 

Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.

 

Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.

 

Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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