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Calcata, Viterbo, lunedì 4 gennaio 2010  

Il vero significato della Befana: l’“Epifania della natura”

di Paolo D’Arpini

 

 

"La caccia di Diana" – Domenico Zampieri detto il Domenichino, 1697 – Roma, Galleria Borghese

 

Conosciamo tutti il significato che la religione cattolica ha dato alla festività dell’Epifania, ma forse non tutti sappiamo che dietro la presunta storpiatura che ha trasformato il termine Epifania in “Befana”, c’è una serie di tradizioni antiche che sono riuscite, faticosamente, a sfidare i millenni ed a giungere fino a noi.


L’origine della Befana è nel mondo agricolo e pastorale.

Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura di Madre Natura.

 

In questa notte Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa.

Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova.
 

Per meglio capire questa figura dobbiamo andare fino al periodo dell’antica Roma.

Già gli antichi Romani celebravano l’inizio d’anno con feste in onore al dio Giano (e di qui il nome Januarius al primo mese dell’anno) e alla dea Strenia (e di qui la parola strenna come sinonimo di regalo).

 

Queste feste erano chiamate Sigillaria; ci si scambiavano auguri e doni in forma di statuette d’argilla, o di bronzo e perfino d’oro e d’argento.

Queste statuette erano dette “sigilla”, dal latino “sigillum”, diminutivo di “signum”, statua.

 

Le Sigillaria erano attese soprattutto dai bambini che ricevevano in dono i loro sigilla (di solito di pasta dolce) in forma di bamboline e animaletti.

Questa tradizione di doni e auguri si radicò così profondamente nella gente, che la Chiesa dovette tollerarla e adattarla alla sua dottrina.

 

 

In molte Regioni italiane per l’Epifania si preparano torte a base di miele, proprio come facevano gli antichi Romani con la loro focaccia votiva dedicata a Giano Bifronte nei primi giorni dell’anno.

 

Un'altra usanza antichissima e caratteristica è l’accensione del ceppo, grosso tronco che dovrà bruciare per dodici notti.

È una tradizione risalente a forme di culto pagano di origine nordica: essa sopravvive dall’antico rito del fuoco del solstizio d’inverno [come pure il fuoco del solstizio d'estate o tipico falò scandinavo del Midsommardag o, letteralmente, Giorno di Mezza Estate - Nota della Redazione], con il quale si invocavano la luce e il calore del sole, e si propiziava la fertilità dei campi.

E non è un caso se il carbone che rimane dopo la lenta combustione, che verrà utilizzato l’anno successivo per accendere il nuovo fuoco, è proprio tra i doni che la Befana distribuisce (trasformato chissà perché in un simbolo punitivo).
 

Anche questa tradizione è ancora conservata in alcune Regioni d’Italia, con diverse varianti: a Genova viene acceso in alcune piazze, e l’usanza vuole che tutti vadano a prendere un tizzone di brace per il loro camino; in Puglia il ceppo viene circondato da 12 pezzi di legno diversi.
In molte famiglie, il ceppo, acceso la sera la sera della Vigilia, deve ardere per tutta la notte, e al mattino le ceneri vengono sparse sui campi per garantirsi buoni raccolti.
 

In epoca medioevale si dà molta importanza al periodo compreso tra il Natale e il 6 gennaio, un periodo di dodici notti dove la notte dell’Epifania è anche chiamata la “Dodicesima notte” [la cosa perdura nella tradizione nordeuropea dove l'Epifania viene chiamata Trettondagen o, letteralmente, Il Tredicesiomo Giorno - Nota della Redazione].

 

È un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, quello che viene subito dopo la seminagione.

È un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno.

In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati la dea Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne.
 

 

Nell’antica Roma Diana era non solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale.

 

All’inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la Chiesa le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana!

Diana, da buona dea della Caccia, della Luna, della fecondità e delle partorienti, diventa così una divinità infernale, che con le sue cavalcate notturne alla testa delle anime di molte donne stimola la fantasia dei popoli contadini (anche la Befana è spesso ritratta con la Luna sullo sfondo).
 

Di qui nascono i racconti di vere e proprie streghe, dei loro voli e convegni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno.

Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe.

 

E così presso i Tedeschi del nord Diana diventa Frau Holle mentre nella Germania del sud diventa Frau Berchta.

Entrambe queste “Signore” portano in sé il bene e il male: sono gentili, benevole, sono le dee della vegetazione e della fertilità, le protettrici delle filatrici, ma nello stesso tempo si dimostrano cattive e spietate contro chi fa del male o è prepotente e violento.

Si spostano volando o su una scopa o su un carro, seguite dalle “signore della notte”, le maghe e le streghe e le anime dei non battezzati.
 

La Festa della Dodicesima Notte ispirò tra gli altri William Shakespeare il quale scrisse la omonima commedia, che ebbe la prima rappresentazione il 6 Gennaio del 1601 al Globe Theatre di Londra.
E ancora: La Dodicesima Notte, Malvolio e la Contessa di Daniel Maclise.
 

Strenia, Diana, Holle, Berchta

Da tutto questo complesso stregonesco, ecco che finalmente prende il volo sulla sua scopa una strega di buon cuore: la Befana.

 

Valicate le Alpi, la Diana-Berchta presso gli Italiani muta il suo nome e diventa la benefica Vecchia del 6 gennaio, la Befana, rappresentata come una strega a cavallo della scopa, che, volando nella dodicesima notte dopo Natale, lascia ai bambini dolci o carbone.

Come Frau Holle e Frau Berchta, la Befana è spesso raffigurata con la rocca in mano e come loro protegge e aiuta le filatrici.
 

Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell’antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità da certe streghe da tregenda (spostamento); una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta.

 

Ancora oggi un po’ ovunque per l’Italia si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il Maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso: il 6 gennaio si accendono i falò, e, come una vera strega, anche la Befana viene qualche volta bruciata…
 


Frau Holle e le sue compagne…

Ecco le Belle che mi piacerebbe incontrare la dodicesima notte…
 

"Cara, dolce Dulcinea,

è già parecchio che non ti scrivo ed un po’ mi vergogno per averti trascurata tu che sei per me il simbolo dell’amore e della bellezza.
 

La notte della fine anno, da quando son tornato al mio castello, ho riscoperto la tradizione della bruciatura della “Pupazza”, come simbolo di un qualcosa di vecchio che viene distrutto per lasciar posto al nuovo.

 

Questa Pupazza doveva essere vestita con pezzi di abiti provenienti da tutti gli abitanti del castello.

Ma sinceramente non ero molto contento di questa immagine, mi sembrava troppo legata al rogo delle nostre donne sciamane e sante, bruciate come streghe nel Medioevo cristiano.

 

Decisi perciò di festeggiare l’ultimo giorno dell’anno con una passeggiata notturna nella natura che finisce poi in un Tempio, che è una grotta, con il fuoco acceso e con canti magici…

Tutto ciò assomiglia enormemente ad un viaggio iniziatico di ritorno alle origini naturali ed alla comunione orgiastica con le forze primordiali della vita.
 

Altrettanto feci con la ricorrenza dell’Epifania.

Invece di immaginare una vecchiaccia che scende dal camino a portare carbonella e fuliggine, pensai ad una “sfilata delle befane”, tutte belle e sane!

 

Così per diversi anni a Calcata-Mancia abbiamo festeggiato con queste tradizioni.

Da quando venni ad abitare in questa valle che mi venne l’ispirazione di ripristinare la festa pagana chiamata “Befana”.

 

La feci rivivere come una processione di donne in costume, tutte bellissime, sia pur mascherate e vestite di stracci per non farsi riconoscere dal volgo ignorante.

Queste belle donne scendevano dal piano del paese nuovo sino al vallone del paese vecchio, dove anticamente c’era la tradizione del Sabbat, e qui in un orgiastico raduno offrivano i loro doni ai maschietti, anziani o bambini che fossero.

Poi una delle Befane, la più bella e dolce, veniva scelta dal popolo ed era incoronata 'Regina delle Befane'.
 

Conservo ancora delle immagini fotografiche di questa festa, che di religioso nel senso cristiano del termine aveva ben poco, alcune befane giungevano in calesse, altre seguivano a piedi ancheggiando.
Ma le cose belle durano sempre poco e questa consuetudine della processione delle belle Befane rivisse solo per alcuni anni e poi ritornò nel limbo dei ricordi ancestrali.

 

L’anno scorso di tutte le befane attese solo due sono giunte ad evocare quelle fate: Laura Lucibello che impersonava la Befana degli animali, che ha distribuito cibo alle bestie della Valle del Treja, e Bianca Dones, dolce fatina befanina con le calze, la sciarpa ed il berretto rosso ed il sorriso felino da donna intrigante, che ha rallegrato il cuore dei bimbi e dei più grandicelli, come me, che vedevano in lei la dispensatrice dell’amore….
 

Ti ho raccontato questo piccolo segreto, mia Dulcinea, affinché tu sappia quanto mi manchi
Tuo,

Don Chisciotte (alias Paolo D’Arpini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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