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Voci dal territorio Notizie, articoli e commenti - formato testi doc ed immagini jpg - proposti a notiziario@tusciaromana.info |
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Gli eventi del mese
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Trevignano Romano, Roma, giovedì 10 settembre 2009 Rubare allo Stato è forse peccato?
A Cesare quel che è di Cesare - e a me?... (Foto di archivio)
In molti se lo saranno chiesto più di una volta, soprattutto in particolari occasioni, magari proprio quando lo Stato ci ha imposto il pagamento di qualche “onere” ritenuto ingiusto, ed è questo che, secondo noi, fa scattare la molla, o meglio, il dubbio: ma se rubo, faccio peccato?
A rigor di logica, per chi nella vita segue la Dottrina Cattolica, indubbiamente la colpa c’è, anche perché il settimo comandamento cita testualmente: non rubare.
Vista così non ci sarebbe scampo, perché il Padreterno non fa distinzioni tra ladro e derubato, ma quello che ci preme sottolineare è che se chi ruba è un uomo, per lui c’è la punizione divina, ma non abbiamo notizia se, quando ruba lo Stato, interviene qualche Autorità Superiore a condannare l’autore.
È vero che lo Stato non entra armato di pistola nelle case e fa razzia di quello che trova, ma è comunque con altre armi che perpetra lo stesso reato, tipo la carta bollata o le sentenze dei tribunali, tanto per citarne alcune e senza andare ad impantanarsi nella melma dei tributi più o meno dovuti e sottratti a piene mani a chiunque abbia la sventura di capitargli a tiro.
Lo Stato non fa distinzioni, dicevamo, e quando colpisce lo fa alla cieca, pur di mietere l’intero raccolto.
Tutto questo per dire che la maggior parte delle volte riteniamo ingiuste alcune imposte governative [ecco perché si chiamano così, n.d.r.] perché il nostro sguardo volge all’erba del vicino che, oltre a essere più verde, molto spesso non viene colpita dalla falce dello Stato, soprattutto se il vicino ha le “conoscenze” giuste.
Non sappiamo quanti peccano, ma continuiamo a pensare che rubare così comunque è un peccato che non va confessato, anche perché quando ruba lo Stato a chi lo confessa?
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Tuscia Romana online |
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Voci dal territorio
Subiamo quotidianamente un'informazione di massa che cerca di imporci estrema soggettività nella selezione di ciò che va reso pubblico o meno e palesi prese di posizione di parte nel pubblicato: in pratica una sistematica manipolazione indotta che non lascia spazio ad alcun confronto, discussione, percezione né diversa o - perché no - opposta visione della realtà.
Nel nostro piccolo intendiamo innanzitutto contribuire a "ridare volto" ad un pezzo di terra laziale dimenticato e "dare voce" a chiunque vi appartenga: un progetto indubbiamente ambizioso, realizzabile solo attraverso la collaborazione di chiunque si senta e sia libero, indipendente, auto-controllato ed aperto al cambiamento nei propri pre-giudizi.
Per questo non accetteremo né eserciteremo censura (ma neppure tollereremo faziosità!), pretendendo in cambio null'altro che veridicità dei fatti ed onestà intellettuale nell’esporli, affinché avvenimenti, denunce e idee possano assumere la connotazione oggettiva più accettabile e condivisibile, su cui impostare auspicabili confronti.
Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.
Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.
Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.
Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...
La Redazione
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