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Piansano, Viterbo, sabato 1 agosto 2009  

Quando la Tuscia è sull'orlo del disastro occorre     la forza della ragione

di Antonio Mattei - Fonte: La Loggetta, Notiziario di Piansano e la Tuscia, Aprile-Giugno 2009

 

 

No all'Eolico Pesante! (Foto di archivio)

 

I possibili scenari dello viluppo economico di zona richiedono conoscenze e ponderazione.

E una cultura della “polis” non degenerata.

Tra gli amministratori pubblici come tra i singoli cittadini.


 

Le elezioni amministrative nel nostro Comune sono andate come sono andate e lasciamo volentieri i commenti a politologi e dietrologi nostrani di vocazione.

C’è solo un punto sul quale riteniamo doveroso intervenire, ed è quello della tanto discussa questione eolica (l’eufemismo di “parco” è una beffa, suona offensivo alle capacità di comprendonio di ogni comune cittadino), questione che, al di là dei programmi elettorali nei singoli settori di intervento, ha dato a questa campagna un peso e un’impronta del tutto particolari.

 

Erano decenni che su un tema di interesse generale non si vedeva un coinvolgimento così acceso, perlomeno in una consistente frangia della popolazione.

Segno indubbio di accresciuto senso civico - sebbene non così capillare e maturo come sarebbe sperabile - ma anche della portata della novità in sé, che trascende di gran lunga l’ordinaria problematica amministrativa.

 

È successo dunque che l’una lista ha insistito nel proporre l’attuazione del Progetto Eolico presentato dalla società Etruria Energy, ossia l’installazione di trenta torri eoliche di circa 130 metri nell’intero territorio comunale (26 kmq), mentre la lista antagonista ha fatto propria la campagna del comitato “No Eolico”, autonomamente costituitosi, sostenendo la necessità di rivedere il progetto e proponendo in alternativa la realizzazione di un impianto fotovoltaico a minore impatto ambientale.

 

La disputa si è infervorata soprattutto perché il Consiglio Comunale aveva adottato all’unanimità una deliberazione di iniziale adesione alla soluzione eolica, a patto però che si rispettasse la distanza di almeno quattro chilometri dal centro abitato (il che, data la limitatezza del territorio, avrebbe reso veramente esigua e inappetibile l’area utilizzabile).

 

Tale deliberazione era stata riconfermata all’unanimità in una seconda Assemblea Consiliare del febbraio scorso, e ciononostante il progetto di Etruria Energy, redatto in palese difformità dal vincolo imposto (addirittura sono previste torri a meno di un chilometro dall’abitato, che praticamente ne risulta assediato), ha avuto le prescritte approvazioni in sede sia provinciale sia regionale.


Come mai?, ci si chiede.

Perché, se Giunta e Consiglio ne erano formalmente all’oscuro, Etruria Energy rivendica la piena validità del progetto, sostenendo che una qualificata rappresentanza comunale ne era comunque a conoscenza ed anzi è stata protagonista attiva del processo autorizzatorio?

(Capite che vuol dire?, che qualche autorevole Amministratore Comunale non solo non avrebbe rispettato e fatto rispettare il mandato consiliare, ma addirittura lo avrebbe deliberatamente prevaricato stravolgendolo; il che sarebbe di una gravità inaudita).

 

Sull’intera vicenda s’è tenuta a fine gennaio un’infocata Assemblea Popolare indetta dallo stesso Comune (durante la quale il Sindaco ha pubblicamente ammesso di non aver mai promosso quella preventiva campagna di informazione e sensibilizzazione che pure era prevista nella convenzione tra Comune e società), e alla vigilia delle elezioni si è assistito a comizi-conferenze su eolico e fonti di energia rinnovabile in genere.

 

Nel frattempo l’avvocatura di Italia Nostra ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Viterbo per individuare eventuali responsabilità penali, e, insieme con altre associazioni ambientaliste, in via amministrativa ha ottenuto dal competente Assessorato Regionale l’assicurazione di un riesame dell’intero procedimento alla luce delle linee guida che dovranno informare l’atteso Piano Energetico Regionale.
 

Stavano così le cose quando il risultato elettorale del 6-7 giugno ha riconfermato alla guida del Comune la stessa maggioranza fautrice dell’eolico.

La quale, è da ritenere, si sentirà ora legittimata dal consenso popolare a dare finalmente attuazione al progetto tanto discusso.

 

E proprio su questo sentiamo di dover fare alcune considerazioni, denunciando subito il penosissimo disagio di chi si vede costretto ad intervenire in una guerra tra poveri, tra “polli di Renzo” che si beccano in assenza di una regolamentazione della materia in un piano regionale o nazionale, se non europeo-comunitario.

 

Il piccolo Ente locale, o il singolo cittadino, è lasciato sostanzialmente solo di fronte a problemi più grandi di lui, che muovono interessi giganteschi e per i quali non ha alcuna specifica preparazione e tutela.

 

Entrando dunque in argomento, intanto va detto che lo scarto di soli 93 voti tra le due liste (876 contro 783) ripropone l’immagine di un elettorato sostanzialmente diviso a metà, specie se in confronto alla schiacciante maggioranza tra le due liste analoghe nelle amministrative di cinque anni fa.

Ciò che dovrebbe suggerire quantomeno cautela e rispetto nella “gestione della vittoria” (sono gli stessi rapporti umani e sociali all’interno di un piccolo centro ad esigerlo).

In secondo luogo, nelle competizioni elettorali a livello locale entrano in ballo com’è noto fattori complessi: personalismi, nepotismi, clientelismi, favoritismi,... e via con tutti gli “ismi” che poi significano tutti la stessa cosa, e cioè interessi strettamente personali che prevalgono su quello collettivo, comprese le spregiudicatezze manipolatorie dei più scaltri che, per ciò stesso, certamente non premiano i migliori.

Ciò significa che questo risultato finale è solo in parte direttamente riferibile alla questione eolica, per quanto grande possa essere la sua portata.

Piuttosto rappresenta una valutazione complessiva dell’operato dell’Amministrazione uscente, oltre che la sommatoria dell’“indice di gradimento” dei singoli candidati.

Quanti, tra gli elettori, si saranno recati a votare essendo disinformati o del tutto disinteressati alla storia... “com’è?... dei mulini a vento?”.

Perciò la vittoria elettorale - che va nettamente riconosciuta e rispettata - certamente non va interpretata come un “via libera” puro e semplice alla realizzazione di un progetto che - coinvolgendo l’intero territorio e l’intera popolazione anche per il futuro - richiama invece la coscienza di ognuno ad un approfondimento delle conoscenze e a valutazioni quanto più possibile ponderate.

Quand’anche fosse, le idee non sono giuste per il solo fatto di essere maggioritarie; né sbagliate solo perché condivise da un minor numero di persone.

La loro forza poggia sulla ragione, quel “ben dell’intelletto” che appunto distingue l’uomo tra gli esseri viventi.

E questo ci porta a insistere su alcuni punti-chiave che appunto sull’onestà intellettuale e sulla capacità di raziocinio fanno leva.
 

 

Riassumendo brutalmente quanto esposto in precedenti articoli da Paolo De Rocchi in maniera più che circostanziata, non si tratta di essere nemici del progresso.

Sulla necessità della ricerca di fonti energetiche alternative all’atomo e al petrolio non c’è mai stata divergenza di vedute.

 

Si tratta di valutare quale soluzione può essere più adatta alla nostra realtà, e ai dati scientifici raccolti c’è poco da girarci intorno: nell’Alto Lazio non si registrano condizioni di vento - per durata e intensità - tali da assicurare una produzione di energia elettrica appena
significativa.

 

Dunque non si contribuirebbe che in maniera del tutto insignificante al miglioramento climatico del pianeta e al fabbisogno energetico nazionale, mentre si avrebbe localmente un impatto paesaggistico e ambientale sconvolgente, perché in un’area ristretta come la nostra, trenta torri eoliche da centotrenta metri significano semplicemente imporre al territorio una inconcepibile “vocazione lunare”.
 


Perché dunque non è stata scartata subito tale soluzione?

Per un motivo semplicissimo (altro che fantomatici posti di lavoro e ricchezza per tutti): perché per impiantare tali torri le società versano nelle casse dei Comuni considerevoli somme di denaro, provenienti a loro volta da un giro economico-finanziario di sovvenzioni pubbliche talmente appetibili da attirare in molte parti d’Italia l’attenzione della mafia.

 

Si pensi, nel nostro caso, che oltre alla somma una tantum di 30.000 euro ad installazione avvenuta, al comune andrebbero ogni anno 2.000 euro per megawatt installato, ossia 120.000 euro (2.000 x 60), più un’altra quota forse ancor più consistente legata alla reale produzione di energia, che ovviamente non è in alcun modo prevedibile e costante (anche per gli inevitabili periodi di fermo per malfunzionamenti e manutenzione) ma che, calcolando ipotetiche 1.400 ore/anno di producibilità per 60 MW al 2,5% del valore dell’energia prodotta al netto dell’IVA, significa comunque un’entrata complessiva davvero straordinaria, di cui il Comune potrebbe disporre ogni anno per tutta la durata di esercizio delle torri e utilizzarla come meglio crede, non essendo tale introito vincolato ad alcuna specifica finalità.

 

L’offerta, capirete, fa gola, perché i Comuni si dibattono tra croniche ristrettezze di bilancio, e trarre qualche vantaggio dall’enorme business che ruota intorno all’eolico può tranquillamente assicurare la programmazione di opere e servizi ai cittadini.

Ma, ancora una volta, c’è da ragionarci su e porsi alcuni interrogativi. Intanto, non si capisce l’“incaponimento” sull’eolico e la riluttanza a prendere in considerazione la soluzione del fotovoltaico, che troverebbe tutti d’accordo con generale soddisfazione, non avendo praticamente alcun impatto ambientale o quasi.

Non un fotovoltaico accessorio e “di riserva”, come si adombra in qualche proclama tanto per chiudere il discorso, ma come scelta principale e significante, tra l’altro orientata in un settore delle energie alternative suscettibile di interessantissimi sviluppi tecnologici e commerciali.

 

Anche per l’installazione degli impianti fotovoltaici ci sarebbero dei ritorni economici (sia pure di minore entità, data la ridotta appetibilità dei cosiddetti certificati verdi, ossia delle sovvenzioni pubbliche), e con estrema facilità se ne potrebbe proporre l’adozione ai privati cittadini che già dispongono di strutture utilizzabili, tipo tetti e terrazze, coperture di capannoni, superfici poco sfruttabili per le colture, ecc.

Lo stesso Comune è proprietario di circa 25 ettari di terreno, perlopiù concentrati tra la Valle dell’Omo Morto e le Piane del Cerbone, che solitamente vengono dati in affitto per la semina e che in gran parte potrebbero essere destinati proprio all’installazione di tali impianti.

 

Impianti che non sarebbero in alcun modo visibili (se non andandovi a ficcare il naso, trovandosi nella zona delle macchie a sud-est del territorio), e il giorno in cui si decidesse di smantellarli basterebbe estrarre dal terreno i paletti di ancoraggio, che non abbisognano di alcuna opera in cemento o calcestruzzo né di sconvolgenti movimenti terra per strade e collegamenti.

 

Sarà che la differenza con gli impianti eolici è fin troppo evidente per sembrare vera, ma cosa costa studiarne la concreta fattibilità?


Per tornare invece alla “pioggia d’oro” derivante dall’eolico, viene naturale chiedersi: quanto può durare questa “sussistenza”?

E soprattutto, quali prospettive di sviluppo può offrire, una volta che avremo riempito il nostro fazzoletto di terra con trenta torri di centotrenta metri, e magari avremo fatto da apripista ad altri Comunelli vicini nelle stesse condizioni?

 

Perché il problema vero è questo: il futuro della nostra terra e dei suoi abitanti.

Un futuro che sempre più riconosciamo nella valorizzazione di ciò che abbiamo di più prezioso: il territorio, con le sue bellezze paesaggistiche, i tesori archeologici e architettonici da inserire in circuiti turistici integrati, le produzioni tradizionali da adattare sapientemente alle moderne dinamiche economiche.

 

Una prospettiva difficile, perché tutta da inventare; che come tutte le visioni di ampio respiro richiede intelligenza, fantasia e coraggio, oltre che tempi mediamente lunghi e un indispensabile "gioco di squadra", ma che riteniamo l’unica che possa restituire senso e dignità alle popolazioni e ad un’Amministrazione Locale che, come volgi intorno lo sguardo, sembra vivacchiare ovunque nel controllo del proprio orticello, nella ricerca assillante del consenso e dei mezzi per mantenerlo.

 

È come se a un figlio si volesse far dimenticare la perdita della madre coprendolo di regali.

“Vi daremo lo scuolabus, e la piscina, e gite, e ricchi festeggiamenti... - sembra di sentir dire - Alle torri ci si farà l’occhio e magari vi sembrerà anche che aggiungano al paesaggio un tocco di modernità...”.

Il modello generalmente invidiato è quello di Montalto di Castro, “risarcito” per la presenza della Centrale ENEL con un mare di soldi che non riesce neppure a spendere.

Ne abbiamo visto uno squallido anticipo proprio in questi giorni, con Etruria Energy che sponsorizza infiorate di San Bernardino e tornei di calcetto!
 

 

“Fatti non parole” è stato lo slogan della Lista uscita vincitrice dal confronto elettorale.

Ossia un attivismo innegabile e senza dubbio apprezzabile (che non è da tutti), ma che appunto sembra dettato da una tattica di controllo di gestione, piuttosto che ispirato da lungimiranza strategica di promozione.

 

Di più.

 

Sembra di vedervi il riflesso di una imperante concezione partitica dell’Amministrazione Locale, l’asservimento di una microcomunità a logiche di potere che - complice un sistema elettorale maggioritario che non sapremmo dire quanto adatto ai piccoli centri - in nome di una presunta efficienza esaspera quei rapporti umani che da sempre costituiscono il vero tessuto socio-culturale delle piccole comunità.

 

Dilemma antico e domanda retorica: il paese come terra di conquista di “scuderie” e dottrine partigiane, o una comunità civile ricca di potenzialità, che “viene prima” e sa crearsi gli strumenti adatti di autogoverno?

Così che la ricerca del bene comune con l’apporto di tutti, che dovrebbe costituire imperativo morale per le istituzioni per prime, diventa una poesiola per bambini.

 

Non è anche da qui che deriva quella disaffezione alla “politica” da tutti lamentata?

Ossia quel fastidio verso una forma degenerata della cultura della “polis”, che da indispensabile strumento di costruzione della convivenza civile imperversa ora come criterio unico di discriminazione su ogni aspetto della vita dei consociati?
 

 

Ecco, se queste sono le tanto vituperate “parole” contrapposte ai “fatti”, noi crediamo ancora nelle “parole”.

Che in realtà non escludono i “fatti”, ma li finalizzano ad una superiore concezione di progresso.

Fior di economisti parlano di “felicità sostenibile”, ossia della necessità di combattere crisi economica e inquinamento globale con strategie che guardano al profitto ma anche all’ambiente.

Una condizione “nella quale il progresso si misura non quantitativamente ma qualitativamente...

Ciò che cresce non è la quantità di beni, ma la capacità di goderne; non l’avere, ma l’essere; una dimensione non fisica, ma propriamente culturale, che non incide sugli equilibri ecologici”.

 

Ma se non saremo in grado neppure di riconoscere e salvaguardare i nostri “talenti”, da quali balocchi potremo mai aspettarci di sentirci a posto con la coscienza, una volta che avremo svenduto la nostra terra a quello che in Germania - la nordica Germania, che nelle torri eoliche ha battuto la testa da un pezzo - chiamano “il delirio dei mulini a vento”?

 

La posta in gioco è troppo alta.

Non si tratta di giudicare una qualsiasi opera pubblica: una strada, la pavimentazione di una piazza, una fontana...

Qui si tratta di ipotecare lo sviluppo dell’intero territorio, e non ci si può fidare nemmeno della atavica “saggezza contadina” collettiva, ammesso che nelle ultime generazioni ce ne sia rimasta qualche briciola.

 

Del resto era anch’essa talmente deformata da secoli di subalternità da diventare furbizia bertoldesca, cinismo, capacità di arrangiarsi pensando al “particulare”, piuttosto che all’interesse generale.

 

Non ci si dovrà inchinare alla volontà popolare, come si dice, solo perché maggioritaria.

Né subirla passivamente.

Ma contrastarla.

Con dolore e sgomento, ma con ogni mezzo lecito.

Segretamente sperando che il risveglio della ragione - quando sarà - non ci restituisca una terra, la nostra, irriconoscibile.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.

 

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Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

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