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Italia, martedì 21 luglio 2009  

In Italia meno libertà economica. Anche se...

di Elia Pirone

 

 

Una zampetta fuori ed una dentro la gabbia dorata: la condizione economica dell'Italia?  (Foto di archivio)


Nell’Indice della Libertà Economica pubblicato ogni anno dalla Heritage Foundation, istituto di ricerca americano, l’Italia peggiora vistosamente passando dalla 64ª posizione dell’anno scorso alla 76ª.

Stando ai dati riportati da Heritage, il nostro Paese avrebbe vissuto una situazione socio-economica alquanto ambigua e contraddittoria con un miglioramento, seppur lieve, in quattro dei parametri base stabiliti dall’istituto di ricerca americano (libertà d’impresa, libertà dal fisco, libertà dalla corruzione e libertà monetaria).

Si rileva, tuttavia, un inequivocabile peggioramento nel settore “libertà dallo Stato”, che è attestata al 24,7% contro il 29,4% dell’anno passato.

Anche il parametro “libertà del lavoro (dal 74,5% del 2008 al 61,3% del 2009) costituisce un passo indietro per l’Italia.

Ciò che balza subito all’occhio, nell’osservare la classifica di Heritage Foundation, è la miglior posizione occupata, rispetto a noi, da Paesi come il Kirghizistan (74°), il Madagascar (73°), la Thailandia (67°), la Romania (65°), l’Uganda (63°) e l’Albania (62°).

Tuttavia, per onor di verità non ci si può esimere dall’effettuare una doverosa (e ovvia) precisazione.

 

La Heritage Foundation è un istituto americano che, all’interno del proprio sito www.heritage.org nel paragrafo “Our mission”, non nasconde di voler “formulare e promuovere politiche pubbliche conservatrici basate sui principi della libera impresa, sul governo limitato [testuale], sulla libertà individuale, sui valori tradizionali americani e su una forte difesa nazionale [testuale]...

 

Cosa si ricava da questo passo?

Sicuramente che l’Heritage è un istituto politicamente schierato con i Repubblicani e che fa propri i principi neoliberisti e ultracapitalisti che hanno tristemente caratterizzato gli USA in questi decenni.

Stando così le cose, c’è da chiedersi quanto i dati proposti possano essere considerati attendibili.

Di certo il punto di vista da cui si muove Heritage Foundation non collima nel modo più assoluto con la nostra impostazione sociale ed economica basata sulla socializzazione e la nazionalizzazione delle imprese, sulla valorizzazione delle piccole e medie attività.

 

La nostra visione delle cose non contempla affatto la “libertà” (se così si può chiamare un concetto che non ha nulla a che vedere con la libertà) assoluta del privato e la perdita delle funzioni di regolamentazione economica riservate allo Stato e ai suoi rappresentanti.

È ovvio che in Italia esiste un problema economico comune alla quasi totalità della comunità internazionale, ma non è altrettanto scontato che tale problema debba essere risolto eliminando quei fondamentali vincoli economico-sociali che intercorrono tra Privato, Impresa e Stato.

La soluzione, semmai, deve concretizzarsi seguendo la strada del buon senso, nazionalizzando imprese e banche altrimenti destinate a un futuro fallimentare per se stesse e dannoso per i cittadini e lottando affinché le risorse indispensabili e inalienabili per il nostro popolo rimangano pubbliche, a disposizione di ognuno di noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Voci dal territorio

 

Subiamo quotidianamente un'informazione di massa che cerca di imporci estrema soggettività nella selezione di ciò che va reso pubblico o meno e palesi prese di posizione di parte nel pubblicato: in pratica una sistematica manipolazione indotta che non lascia spazio ad alcun confronto, discussione, percezione né diversa o - perché no - opposta visione della realtà.

 

Nel nostro piccolo intendiamo innanzitutto contribuire a "ridare volto" ad un pezzo di terra laziale dimenticato e "dare voce" a chiunque vi appartenga: un progetto indubbiamente ambizioso, realizzabile solo attraverso la collaborazione di chiunque si senta e sia libero, indipendente, auto-controllato ed aperto al cambiamento nei propri pre-giudizi.

 

Per questo non accetteremo né eserciteremo censura (ma neppure tollereremo faziosità!), pretendendo in cambio null'altro che veridicità dei fatti ed onestà intellettuale nell’esporli, affinché avvenimenti, denunce e idee possano assumere la connotazione oggettiva più accettabile e condivisibile, su cui impostare auspicabili confronti.

 

Rifiutando di conseguenza il classico e generalizzato sistema detentore del "fare notizia", cercheremo di sostituirlo al meglio con una comunicazione basata piuttosto sul "dare notizia", la quale costruttivamente porti al "creare opinione", finalità che  - anche se troppo spesso negletta - rimane l'unica vera di un'informazione democratica.

 

Attraverso la pubblicazione del "rilevante" per la crescita del territorio e quindi necessario "rendere noto", qualunque ne sia la fonte, ci uniamo alla comune lotta di quanti - professionisti e amatori - si battono convintamente e senza ricercare gloria per l’affermazione di una società viva e sana, corretta e leale, formata da Cittadini responsabili e volenterosi.

 

Una tale società, infatti, anche se da molti dominanti poteri volentieri ritenuta "utopica", è - a nostro avviso - pienamente realistica anche se solo realizzabile dal basso, da persone, cioè, ancora capaci di produrre idee proprie, rinnegando e anzi contrastando qualsiasi tipo di manipolazione indotta da mass media, caste, sette massoniche, partiti politici e quant’altro.

 

Perché, come dice Mohandas Gandhi, "Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero" - ma dobbiamo prima "diventare noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere" - e Jean Guitton "La codardia è cercare l'approvazione non la verità, le decorazioni non l'onore, l'ascesa non il servizio, il potere non il bene dell'uomo"...

 

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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