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La Tuscia Romana

I musei del territorio

Il Museo Territoriale del Lavoro e dell'Industria della Tuscia Romana

Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo e Massimo Perugini: la Redazione ringrazia gli autori per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Passo dopo passo - Il "Piccolo Museo"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

Per Aspera

La casta politico-amministrativa

Non siamo eterni

Il Piccolo Museo del Lavoro della Terra, delle Arti e Mestieri e dell'Industria

Un bene culturale

La definizione ufficiale di "beni culturali"

I "beni"

La "cultura"

La cultura cosiddetta "alta"

Cultura, storia e futuro

Il nostro presente

La "cultura" come paesaggio o ambiente naturale umanizzato

 

  Pagine correlate 

Pagina di origine

Verso un museo del lavoro e dell'industria

Il museo virtuale

Il museo diffuso

"Tenutelle Vendonsi"

Giuseppe Rossi - Pioniere, aviatore, imprenditore

Massimo Perugini – Una presentazione

Luciano Russo – Una presentazione

 

  Approfondimento 

La "Via delle Acque"

L'acquedotto industriale del Ducato di Bracciano

Attività produttive a Bracciano nel XVIII secolo

Progetti

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

Per Aspera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casta politico-amministrativa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La gestione della res publica, notoriamente da oltre mezzo secolo in accelerante decadenza, nel macro come nel micro mostra ormai senza pudori il suo avanzato stato di putrefazione.

 

Ignoranza, miopia ed opportunismo: di analisi della nostra evoluzione - o involuzione - culturale non si vede l'ombra, di lungimiranza nella pianificazione con verifiche che garantiscano il raggiungimento di obiettivi eccellenti - se mai esistiti - neppure a parlarne, di sinergia delle azioni pubblico-private in spirito di servizio per la crescita sociale, culturale ed economica dell'intera comunità scordiamocene pure...

 

Stradominano al contrario immediati ed insaziabili appetiti di potere, interessi economici superficiali, di breve termine e maldestramente camuffati con continue ed eccessive dosi di retorica necrocosmetica, interessi ridotti ad "affari", interessi "di gruppo" sì ma dei soliti pochi e dei loro affiliati, insane "fazioni" che, come cani rabbiosi, si contendono l'osso: per usare un eufemismo, regna insomma una radicata incompetenza politico-gestionale.

 

 

La "vocazione culturale-turistica del territorio" è stata ribadita da tutti e alla nausea a partire dagli anni Sessanta: l'originario Piano di Sviluppo del Litorale (e relativo entroterra) a Nord e a Sud di Roma, per quanto concerne la Tuscia Romana per decenni dimenticato o taciuto da generazioni di politici, è stato rimasticato in una lunga serie di progetti illustrati con elettoralmente opportune scadenze in convegni di esperti e conferenze dagli ospiti illustri, costati già un sacco di soldi senza essere neppure mai realizzati...

 

Ci si sarebbe aspettati che le risorse venissero indirizzate con priorità ad una migliore gestione della memoria collettiva, del paesaggio e delle eccellenze, dando vita a rilevanti progetti - infrastrutture, servizi ed allestimenti - al fine di stimolare la rispettosa e prolungata frequentazione dei luoghi, anche grazie ad una cultura dell'accoglienza basata su ri-educazione degli abitanti, formazione delle necessarie professionalità e cura premurosa e costante dei luoghi.

 

In altre parole la creazione di un sistema museale ambientale-storico diffuso - l'insieme della natura e dell'opera umanizzante - con itinerari di lettura e godimento del territorio, lavorando in parallelo per la restituzione al paesaggio dei "beni culturali" naturali sviliti o depredati e ai luoghi di memoria dei "beni culturali" storici da essi trafugati o trasferiti altrove.

 

Inutile - o forse no - sottolineare come inoltre tale sistematica opera di "recupero culturale" a salvaguardia e valorizzazione dei "beni culturali" locali e territoriali avrebbe dovuto avere come ovvi e dichiarati primi beneficiari i titolari cittadini residenti: questo "patrimonio" gli appartiene, anche se gestito - in delega - da Stato, Regione, Provincia, Comune, Enti, Agenzie o chi altri!

 

 

Al contrario la cosiddetta "offerta culturale-turistica" viene ancora spesso e volentieri ridotta a simboliche ripulite estemporanee, nel contesto assolutamente bizzarre, ma regolarmente solennizzate con autoglorificanti "inaugurazioni" a segnare il pomposo inizio mediatico dell'ennesimo nulla di fatto, e degradata a spettacoli, feste, sagre e mercatini degni del più classico panem et circenses romano e secondo i modelli più tipici del turismo "mordi e fuggi", per cercare di mantenere distrattamente appagati i cittadini durante lo stadio vegetativo fra due consultazioni alle urne e statisticamente alti i numeri dei visitatori, a costo di riempici di "fagottari" a disastroso discapito dei - rari nantes - turisti sul serio, cioè "paganti".

 

Il fatto è che se non siamo più neppure coscienti dell'autentico patrimonio "culturale" del nostro territorio, come faremo ad apprezzarlo, tutelarlo, valorizzarlo e fruirlo appieno noi per poi imparare a farlo conoscere adeguatamente e saperlo offrire al godimento altrui?

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

Non siamo eterni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nostra esistenza è "un'affacciata di finestra", poetizzò sul letto di morte il padre del carissimo mastro Giovanni Vecchiotti: nessuno di noi è eterno, eppure in molti viviamo, ci comportiamo ed agiamo come se lo fossimo.

 

Gli amici, sostenitori e collaboratori Lidio Gasperini e Bruno Panunzi, entrambi co-fondatori dell'Associazione Forum Clodii, ci hanno inaspettatamente lasciato a breve intervallo e, purtroppo, gran parte dei risultati del loro lavoro è andato perduto per sempre: molte delle conoscenze acquisite durante una vita di studi e grazie a decennali appassionate ricerche sono state infatti solo in piccola parte idoneamente o affatto documentate o altrimenti trasmesse - una incolmabile perdita di competenza culturale per l'intera comunità!

 

Identica cosa disgraziatamente dicasi delle nozioni, delle esperienze, delle abilità e delle produzioni di tante altre persone "di cultura" locale e territoriale.

 

 

"Credo nella tradizione orale" ripeteva fiducioso Bruno Panunzi: ma intanto le generazioni che ci hanno immediatamente preceduto vanno rapidamente scomparendo e portano via con sé tutto un mondo da molti degli abitanti di oggi mai condiviso, da altri più o meno volutamente dimenticato, dai più del tutto ignorato, da alcuni misconosciuto o addirittura disprezzato.

 

I pochi "nativi" rimasti vanno quasi impercettibilmente diluendosi nel dilagare di nuovi "forestieri" che rimangono estranei fruitori di periferici dormitori popolari e piccoloborghesi ghetti di casupole, capanne e capannoni, entrambi disseminati con assoluta noncuranza a pelle di leopardo sul paesaggio contaminandolo fino a saturazione, le distinte espressioni sociali delle tradizionali famiglie locali, già colorite di una vita schiettamente paesana, impallidiscono ad un irriconoscibile anonimato e i luoghi-simbolo anche più "sacri" decadono ingiustamente anemici dell'interesse cittadino finendo troppo facili prede di scempi, sfigurati e stuprati senza che alcuno più neppure batta ciglio...

 

 

Per fortuna del territorio, resistono ancora dei "cultori della cultura" - quelli che della parola "competenza" hanno compreso e messo in pratica il significato di "saper fare, voler fare e fare" - più numerosi senza dubbio nella Media ed Alta Tuscia Romana.

 

Da noi vale l'operato di entusiasti come Sandro Becchetti, per testimoniare con amorevole crudezza la realtà sociale, politica e culturale di un antico mondo contadino in poche generazioni quasi dissoltosi nel nulla sul nostro territorio, o Massimo Perugini e Irvando Sgreccia, per salvare in extremis le ultime testimonianze dirette di genuina cultura locale, o Angela Carlino Bandinelli, per far rivivere piccole e grandi storie rimaste e date per morte in archivi, o Luigi Felluca, per conservare storica traccia della metamorfosi dei luoghi e premurosa memoria dei giochi d'infanzia, o Germano Lucci e Socrate Pontanari, per ricondurci assiduamente a confortanti immagini dell'umile una volta discretamente meraviglioso intorno a noi, o Renzo Senatore, per catturare paesaggi, atmosfere, volti ed angoli ormai in via di estinzione, o Giuseppe Curatolo, per ridarci, "curiosatore di campagna e di rovine", la consapevolezza di una terra diamantata che ormai calpestiamo con obliosa indifferenza, o Pino Pontuali, per farci tornare, grazie alla voce sua e del suo rinato organetto, a gioie di vivere d'altri tempi, insieme così lontani e vicini, così poveri eppure incredibilmente ricchi!

 

 

Comunque sia, è su questo poco e quanto ancora potrà essere "raschiato dal fondo" nelle nostre comunità, identificato e documentato, che anche nella nostra in molti sensi "Bassa" Tuscia Romana cercheremo di costruire una testimonianza sistematizzata e leggibile del "nostro" tempo e della "nostra" presenza, affinché quel filo, che fortunosamente ancora ci lega alle fasi evolutive recenti di ambiente, società, storia e cultura, non finisca irrimediabilmente spezzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Piccolo Museo del Lavoro della Terra, delle Arti e Mestieri e dell'Industria

                 

 

 

Anche parlando con i rispettivi rappresentanti di altri ben più importanti ed ufficialmente riconosciuti luoghi eccellenti di memoria del territorio, viene da tutti confermata la di per sé già chiaramente percepita immagine di un totale fallimento: non da ultimo quello finanziariamente causato del cosiddetto "Sistema Cerite-Tolfetano-Sabatino" - economico, ambientale, museale e turistico - in verità nelle intenzioni Cerite-Tolfetano-"Braccianese", cui però il Comune di Bracciano mai ha aderito.

 

 

Date le circostanze ci vediamo costretti, nostro malgrado dopo trent'anni di unilateralmente benevoli e costruttivi approcci, ad abbandonare per il momento qualsiasi ulteriore tentativo di collaborazione con chi, per ruolo istituzionale, sarebbe chiamato a sostenerci e guidarci: passiamo ad una navigazione a vista, senza più carte né rotte - si salvi chi può e salviamo quel che si può!

 

Se e dove approderemo non lo sappiamo, ma le limitatissime forze ed i modestissimi mezzi a nostra disposizione li dedicheremo al compimento di una missione da noi sentita come dovuta, facendo della solitaria traversata motivo di orgoglio, crescendo dal basso, come in fondo tutte le cose più autentiche e destinate a durare.

 

 

Il Piccolo Museo del Lavoro della Terra, delle Arti e Mestieri e dell'Industria diventerà, se mai realizzato, un ulteriore libero luogo di libera memoria che, proprio perché nel suo piccolo non dipendente da asservaggi di tipo clientelare, potrebbe comunque contribuire a divulgare e promuovere essenziali valori dimenticati ed ispirare e motivare giovani e future generazioni di cittadini a disfarsi di quei condizionamenti, ormai quasi considerati inevitabili, che rischiano di limitarli nei loro slanci civili e culturali o, al peggio, precluderli, ovvero fargli credere di dover rimanere preclusi, da ogni legittima aspettativa di qualità della vita sul proprio territorio.

 

Altrimenti ci avremo almeno provato e... "après nous le déluge"!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un bene culturale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A piena ragione considereremo le pur modeste collezioni e la loro esposizione divulgativo-didattica nel Piccolo Museo del Lavoro un "bene culturale" al pari di altri.

 

Vale la pena quindi soffermarsi sul concetto di "beni culturali", di cui tanto si parla ma ben poco si capisce - non di rado anche da parte degli stessi addetti ai lavori.

 

 

Dato che lo status di bene culturale viene attribuito formalmente da Autorità preposte, sembra scontato che si tratti di "musei, monumenti e reperti" di vario genere.

 

Nell'immaginario collettivo dovrebbero essere infatti "testimonianze del passato di importanza artistica e/o valore civile" e, quali segni distintivi della nostra "civiltà", rappresentare il nostro "patrimonio o eredità culturale".

 

 

Cercheremo qui di approfondirne la portata per chi la voglia intendere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La definizione ufficiale di "beni culturali"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Decreto Legislativo 31 marzo 1998, n. 112 - "Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato
alle Regioni e agli Enti locali, in attuazione del Capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59"
, pubblicato in Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 92 del 21 aprile 1998 - riporta al
Capo V del Titolo IV, "Beni e attività culturali", le seguenti definizioni:
 

"Titolo IV - Servizi alla persona e alla comunità
Capo V - Beni e attività culturali

Art. 148 - Definizioni
 

1. Ai fini del presente decreto legislativo si intendono per:

a)
"beni culturali", quelli che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, demo-etno-

antropologico, archeologico, archivistico e librario e gli altri che costituiscono testimonianza avente valore di civiltà così individuati in base alla legge;
 

b) "beni ambientali", quelli individuati in base alla legge quale testimonianza significativa dell'ambiente

nei suoi valori naturali o culturali;
 

c) "tutela", ogni attività diretta a riconoscere, conservare e proteggere i beni culturali e ambientali;
 

d) "gestione", ogni attività diretta, mediante l'organizzazione di risorse umane e materiali, ad assicurare la

fruizione dei beni culturali e ambientali, concorrendo al perseguimento delle finalità di tutela e di valorizzazione;
 

e) "valorizzazione", ogni attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e conservazione dei beni

culturali e ambientali e ad incrementarne la fruizione;
 

f) "attività culturali", quelle rivolte a formare e diffondere espressioni della cultura e dell'arte;
 

g) "promozione", ogni attività diretta a suscitare e a sostenere le attività culturali."
 


L'articolo del D. L. definisce quindi "beni culturali" anche
"quelli che compongono il patrimonio [...] demo-etno-antropologico [...] e gli altri che costituiscono testimonianza avente valore di civiltà".

 

Anche se si perde poi in una distinzione fra beni "culturali" ed "ambientali" a nostro parere di non-esperti alquanto arbitraria, se contestualmente passa di seguito a definire questi ultimi come "testimonianza significativa dell'ambiente nei suoi valori [...] culturali".

 

 

Allora cos'è un "bene" e, soprattutto, cos'è "cultura"?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I "beni"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Bene" è semplicemente una cosa da qualcuno considerata di valore - qualcosa che porti oggettivo o soggettivo beneficio a chi la possegga, quindi cara e preziosa: un valore che può essere di diversa natura.

 

Una cosa può avere valore economico, quando il bene arricchisce materialmente.

È quello più ovvio, più riconoscibile e riconosciuto da tutti, nell'ambito di ampi contesti sociali o addirittura a livello planetario.

 

Ma può anche avere valore morale, che arricchisce in senso immateriale.

Molto più difficile da definire, specialmente se le conoscenze al riguardo, il grado di sensibilità ed i parametri di valutazione necessari a rendere la cosa apprezzabile non siano ancora o non siano più collettivi, comuni cioè a tutti i membri del gruppo sociale cui si appartiene.
 

 

Trattandosi di qualcosa di materiale, come ad esempio metalli e pietre preziosi o immobili, il loro valore economico sarà indiscusso e facilmente determinabile, anche perché ne abbiamo creato metodi ed unità di misura.

 

Ma se parliamo di cose immateriali, come, sempre ad esempio, "libertà", di sicuro non sarà altrettanto facile, proprio per la varietà delle definizioni dategli dai vari sottogruppi sociali e dai singoli.

 

Nel primo caso ovviamente perché il valore dichiarato e percepito è quello di un bene "tangibile", mentre nel secondo di uno "intangibile", cioè solo "culturalmente" determinabile.

 

 

Quali sono oggi i nostri "beni culturali"?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La "cultura"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La parola "cultura" deriva dal verbo latino colere, letteralmente "coltivare", "curare", "gestire al meglio".

 

Il concetto di "cultura" è all'origine estremamente limitato e concreto e riferisce molto specificamente alla "cura dei campi", cura cioè verso quel lembo di terra fisica del cui patrimonio vitale e riproduttivo, essenziale per la nostra stessa sopravvivenza, siamo come comunità sia fiduciari che beneficiati.

 

Solo più tardi si estenderà indirettamente al "culto", cioè la "cura verso gli dei", ma sempre con legami indissolubili alla terra fisica, che da madre ci nutre e provvede a tutti gli altri nostri bisogni: forze quindi protettrici e garanti del nostro successo nel mantenere la terra fertile e con noi generosa, nel difenderla dai nemici che vorrebbero sottrarcela, dai disastri che potrebbero distruggerla.

 

 

Sotto questi aspetti il più antico concetto di "cultura" si dimostra pressoché universale.

 

Le popolazioni indigene delle Americhe - chiamati "Indiani" solo perché creduti da Colombo abitanti delle agognate "Indie" - ne forniscono uno dei tanti esempi.

 

Prima del suo approdo nelle Antille del 1492 popolano e abitano il continente per oltre 20.000 anni (il loro Paleolitico risale a ben 9.500 anni prima del nostro anno zero, il Neolitico a 6.000 anni, a 3.600 la loro "cultura" del mais) e riferiscono da tempi immemorabili a "Madre Terra", tramandano la semplice quanto solida filosofia de "la vita è cultura" e del proprio esistere esaltano la meravigliosa essenza inneggiando "lo straordinario vive nel comune".

 

 

In Occidente, fino alla nascita di Antropologia ed Etnologia, "cultura" qualifica in Filosofia come nelle Scienze quel "patrimonio" complesso di conoscenze, credenze e comportamenti acquisibile esclusivamente attraverso un apprendimento dovuto ad educazione e/o formazione.

 

La "cultura classica" - sia la paidèia greca che l'humanitas romana - ha però come obiettivo la realizzazione di una umanità "aristocraticamente" libera, che esclude schiavi e persone appartenenti a ranghi sociali "inferiori", ottenibile solo grazie a particolari studi detti appunto "arti liberali".

 

Tale concetto di "cultura personale" di classe, nel senso di "essere coltivati" dedicandosi a studi di erudizione riservati ad una élite, perdurerà attraverso Medioevo e Rinascimento fino al XVI secolo.

 

 

Nel '700 l'Illuminismo fa distinzione fra "civiltà" (Zivilisation, dal latino civilitas, civilis da civis "cittadino") e "cultura" (Kultur), quest’ultima intesa come patrimonio "comune", "universale" nel senso di "non riservato ai dotti", concetti in seguito unificati dal Positivismo nella Sociologia e nell'Antropologia Culturale fino a diventare sinonimi.

 

La nuova tesi è che siano le società ad evolversi civilmente e culturalmente e che tutti gli individui, proprio in quanto membri di una società, diventino partecipi della sua "cultura", cioè del suo patrimonio "sociale" di conoscenze e ideologie, credenze e fantasie, simboli e valori che vanno a determinare i loro modi di comportarsi e di agire.

 

 

Gli etnologi che durante le esplorazioni del secondo Ottocento incontrano popolazioni fino allora del tutto isolate, possono constatare come anche le più selvagge e primitive mai vivano in uno "stato di natura", ma siano comunque caratterizzate da una loro cultura "primitiva".

 

Ne deducono come sia "proprio della specie umana" il crearsi una cultura e che questa venga piuttosto trasmessa socialmente che geneticamente: un "complesso insieme di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume, capacità e abitudini" acquisiti dagli individui in quanto appartenenti ad una società "organizzata".

"Cultura" definirà da ora in poi appunto
la più alta "forma di organizzazione" umana - il cui concetto di "universalità" acquista dimensioni generalizzanti - comprensiva di tutti gli elementi "distintivi" della specie, l'insieme cioè di comportamenti tradizionali sviluppati progressivamente, accumulatisi ed evolutisi quale "eredità sociale" attraverso la trasmissione storica dei "valori" propri di una società.
 

 

Oggi il concetto di cultura più universalmente condiviso comprende, oltre alle conoscenze fondamentali trasmesse di generazione in generazione, anche la sintesi delle dinamiche tra "ambiente naturale" e "opere umanizzanti", arrivando a definire "regioni e paesaggi culturali".

 

"Cultura" è in altre parole la nostra capacità e le originali modalità di "adattamento all'ambiente" e "adattamento dell'ambiente" nell'ambito di uno specifico territorio geo-sociale, con tutte le conseguenze che ne ricadono sul nostro particolare, se non unico, modus vivendi collettivo e, di conseguenza, individuale.

 

 

Sembrerebbe quadrare, se non fosse per quel continuo "ricicciare" di velleitarie élite - "culturali" solo su autonomina - che, al pari di speziali dal coltello d'oro, si dedicano ancora ad "affettare" la cultura in strati.

 

In quale fetta di società sarà mai la cultura "autentica"?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La cultura cosiddetta "alta"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vero elemento cancerogeno della cultura cosiddetta "alta" è che ne presupponga una "bassa".

 

 

La cultura "alta" viene associata ad una "ufficializzata universalità" come qualcosa di decisamente distante da noi nel tempo (ma molto spesso anche nei luoghi) e per pura sublimazione appartenente ad una "tradizione umana" totalmente generalizzata - come ad esempio la musica cosiddetta "classica".
 

La cultura "bassa" evoca invece il non-istituzionale e la contemporaneità, novità e sperimentazioni con necessario carattere di "particolarità", tutto ciò che fa parte dell'"innovazione" di cui siamo capaci, il saper  cioè inventare nel presente di ciascuna generazione quel futuro che diventerà comune passato, insomma la nostra "storia": ad esempio la musica rock, di rottura e fortemente limitata ad uno specifico ambito culturale nel sorgere.
 

 

È però storicamente noto come movimenti innovativi - artistici e non - vengano regolarmente considerati inaccettabili o addirittura scandalosi dalle Istituzioni e dalle elité "culturali" di siascuna epoca: si sviluppano "dal basso", con modalità quasi catacombali ed in vera o presunta contrapposizione al già esistente.

 

Questo finché, col passar del tempo e vinta nonostante tutto popolarità, non siano "elevati" a opere e stili "universalmente accettati", fino a venir etichettati come "comune patrimonio" ed integrati nella storia dell’arte, acquistando improvviso anche altissimo valore economico e venendo, se oggetti, conservati nei principali musei o, se opere teatrali e musicali, eseguite sulle più famose scene internazionali.

 

 

Altrettanto comune è il non dare rilevanza ad oggetti di ordinaria utilità nel quotidiano, siano essi destinati ad attività professionali e produttive o alla nostra vita privata.

 

Questo almeno fino a che non vengano sostituiti da nuove mode o tecnologie e, col tempo, diventino prima "curiosità", poi "cimeli" ed infine veri e propri "reperti", testimonianze cioè di un modo di vivere e lavorare di una generazione, importanti non soltanto per le loro caratteristiche fisiche, estetiche o di funzionamento, ma soprattutto per il loro valore appunto di "testimonianze".

 

Tali oggetti o tecniche di solito denominate "tradizionali" raccontano in realtà non solo modi di produrre allora innovativi, ma anche modi di vivere insieme e di organizzarsi tipici della società che li ha prodotti ed usati, rispecchiano modi di pensare ed agire collettivamente ed individualmente ormai scomparsi: sono, in altre parole, "culturalmente caratterizzanti" di un'epoca, dello status di intere classi sociali e dei singoli, delle relazioni fra individui e gruppi in tempi più o meno lontani da non dimenticare.

 

Al contrario, vanno gelosamente conservati ed accuratamente documentati per poter meglio comprendere il nostro odierno presente - ed ogni futuro presente - come fase evolutiva di un passato.

 

Al contrario, vanno amorosamente trasmessi come parte integrante di un prezioso patrimonio alle future generazioni, affinché anche ad esse siano forniti i migliori presupposti possibili per crearsi con successo un proprio futuro senza perdite di già acquisita competenza.

 

 

A questo punto rimane la questione - intuitivamente superflua, eppure da non pochi ancora posta - se i "beni culturali" appartengano alla cultura "alta" o "bassa"...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cultura, storia e futuro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tesi che i "beni culturali" debbano essere esclusivamente selezionati da una cultura "alta" crea, per chi ancora la sostenga e la propaghi, indubbie complicazioni.

 

La cultura "alta" infatti appartiene necessariamente alla storia, sia perché lo status di "bene culturale" viene sempre attribuito a posteriori, sia perché i criteri di valutazione per riconoscerne l'"universalità" sono per definizione legati ad una "memoria collettiva dell'umanità".

 

 

Ora l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura nella Conferenza di Città del Messico del 1982 dà della cultura una interpretazione molto "più" antropologica e di carattere molto "meno" universale, cioè più intimamente connessa a specifici "gruppi di persone" - non importa quanti ne siano di numero i membri - e meno relativa ad una "umanità" genericamente rappresentata.

 

L'UNESCO asserisce infatti che la cultura sia soprattutto il "complesso di 'caratteristiche distintive' spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali che attengono ad una società ovvero ad un gruppo sociale".
 

E questo è tutt'altro tipo di "cultura": estremamente limitante e insieme esaltante di una "peculiarità", che fa in primo luogo riferimento ad una determinata "diversificazione evolutiva", da conoscere e divulgare, tutelare e valorizzare perché anch'essa - per quanto minima ed "insignificante - parte essenziale di una preziosa e non sostituibile "bio-diversità" sociale.
 

 

Se i cosiddetti "beni culturali" a loro volta fanno - ed eccome se lo fanno! - altrettanto riferimento ad una "cultura" così antropologicamente definita, a costituire "testimonianza avente valore di civiltà", mettiamo allora l'ultimo chiodo nella bara e chiariamo cosa si intenda per "civiltà".

 

Una "civiltà" non è affatto qualcosa di universale, ma fortemente "particolare", con accento addirittura sull'"unicità", né ininterrottamente continua, ma decisamente "limitata nel tempo", cioè storicamente definibile e necessariamente definita.

 

Quindi se con civiltà si intenda il complesso degli aspetti culturali - sociali e spirituali, spontanei e organizzati - relativi a una collettività in una data epoca storica, beni culturali diventano tutti i beni - morali ed economici - legati a quella collettività in quel determinato intervallo di tempo, a comprendere non solo la cultura del nostro passato "remoto" ma anche quella del nostro passato "recente" e del nostro presente.

 

 

In altre parole, "beni culturali" sono tanto il patrimonio culturale da noi ricevuto quanto l'eredità culturale che saremo capaci di lasciare.

 

"Patrimonio" ed "eredità" richiamano ad un passaggio di generazione in generazione tanto di valori tangibili - economici - quanto intangibili - morali - i quali, soltanto se inscindibilmente integrati, insieme vanno a costituire l'eredità di un popolo o di una popolazione, in una più ricca ed articolata prospettiva di trasmissione culturale da passato a futuro: non solo ciò che le donne e gli uomini di ciascun momento storico fanno ma - e soprattutto - i "perché" siano spinti a farlo.
 


Infine: alla così ampiamente interpretabile espressione italiana (di chi altri se no?)
"beni culturali" corrispondono i più assertivi e molto meno equivocabili vocaboli, tra loro pienamente equivalenti, di "patrimoine" in Francese, "patrimonio" in Spagnolo ed "heritage" in Inglese.

 

Un caso?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il nostro presente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali le conseguenze qui-e-adesso per i nostri comportamenti ed azioni?

 

 

Stando alla logica, se i "beni culturali" facessero davvero unico riferimento alla cultura "alta" la prima conseguenza sarebbe dunque che debbano venire "dal passato", vadano conservati "inalterati", abbiano un valore "già riconosciuto" come memoria visibile di una società...


Per questi stessi motivi
nulla di nostro, appartenente alla "bassa" cultura, cioè "recente ed attuale", andrebbe curato e valorizzato perché mai potrebbe comunque avere riconoscimento di bene culturale (!?).

 

 

Preferiamo allora piuttosto ridefinire in modo più appropriato i "beni culturali" come tutto ciò che sia di fondamentale importanza per determinare l’identità e trasmettere la memoria di un gruppo di persone - noi compresi - in un presente fatto anche di immediato passato ed imminente futuro!

 

Perché la nostra "cultura bassa", leggici pure le nostre "attività culturali", la loro promozione ed organizzazione, il loro apprezzamento e finanziamento, la loro predisposizione e gestione, sono di fatto le premesse indispensabili per la creazione di "nuovi beni culturali".
 

 

La si può pensare come si vuole, ma nella cultura "bassa" di oggi c'è anche quella "alta" di domani!

 

Perché questo è il continuo evolvere ciclico della vita e della cultura: se è vero che senza passato non ci sarebbe stato presente, altrettanto vero è che senza presente non ci sarà futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La "cultura" come paesaggio o ambiente naturale umanizzato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Natura e uomo hanno ininterrottamente concorso nei tempi lunghi, medi e brevi della storia a plasmare il nostro ambiente in un habitat - un "paesaggio" fisico, antropico, biologico ed etnico, dal francese paysage e l'italiano paese - le cui caratteristiche "culturali" offrono oggi gratuite e numerose opportunità di forte ulteriore sviluppo - anche economico! - per le comunità locali.

La variegata
continuità del tessuto territoriale, intercalata da frequenti monumenti naturali ed umani di varia natura ed epoca, la quasi totalità dei quali di alto valore culturale, costituisce un ottimo presupposto per la creazione ed il successo di reti di fruizione culturale-turistica che uniscano in sé ambiente naturale, luoghi di eccellenza, luoghi di memoria e centri storici.

 

 

Sedimentazione della natura e stratificazione dell'opera umanizzante su di essa sono però arrivate a formare un conglomerato, un corpo eterogeneo di tale complessità che ha bisogno di venire districato nelle sue componenti di trasformazione ed organizzazione per poter essere reso "leggibile": il paesaggio così valorizzato diventerebbe di indubbia superiore attrazione dal punto di vista sia culturale al suo interno che turistico all'esterno.

Ma
chi rende allo stato di fatto manifesta ed apprezzabile questa potenziale offerta?

Chi si dedica ad arricchire di qualità scientifica con attività di studio e di ricerca e a divulgare e promuovere idoneamente questo patrimonio di cui dovremmo essere al tempo stesso custodi gelosi ed intraprendenti gestori?

 

 

Per cominciare, l'azione del Piccolo Museo si rivolgerà innanzitutto alle scuole di tutti i livelli!

I bambini, i ragazzi e i giovani porteranno la loro stimolata curiosità e acquisita conoscenza nelle rispettive famiglie e questo risveglierà un interesse ed un entusiasmo già da soli sufficienti a rimettere in moto quegli atrofizzati, minuscoli ma essenziali ingranaggi nel meccanismo sociale di una comunità per saper aprirsi o tornare al genuinamente "culturale".

 

Siamo infatti che convinti occorra dedicarsi all'accessibilità intellettuale ed emotiva dei luoghi prima che fisica, contribuire a ri-creare cioè la voglia di andarci e la capacità di goderli.
 

Per farsi venire la voglia di andarci occorre prima imparare a ri-conoscere nei luoghi quanto abbiano da trasmetterci, come per diventare capaci di goderli bisogna prima imparare a "leggerli" in tutte le loro intimamente intrecciate dimensioni.

 

Solo attraverso un lento cammino di ri-educazione fino alla diretta e profonda esperienza dei luoghi, un viaggio di scoperta, avventura e meraviglia, fatto di nozioni ed associazioni, sensazioni ed emozioni, sentimenti ed interazioni, sarà possibile ri-dialogare con un mondo a noi reso piatto ed estraneo dalla povera o deformata immagine che ce n'è data, se alcuna.

 

C'è da imparare di nuovo a conoscere le caratteristiche dei luoghi, le cause delle loro palesi e nascoste qualità, la loro contestualità e reciproca dipendenza - come la pressoché generale e contemporanea vicinanza a mare, laghi e monti che fa di ogni angolo del nostro territorio un unico articolato sistema - e   ri-conoscerne gli abbondantissimi segni che su di esso testimoniano i processi naturali ed umani che vi si sono succeduti da tempi lontanissimi ad oggi.

 

Anche questa re-alfabetizzazione deve tornare a far parte di un bagaglio culturale d'obbligo, personale di ciascun membro delle nostre comunità, collettivo di ciascuna comunità, condiviso da tutte le comunità locali in quanto appartenenti ad un medesimo territorio.

 

 

Il museo come "luogo di conoscenza" e "di memoria", quindi "di apprendimento", è ancora oggi troppo spesso sterilmente introverso nelle sue attività, quando per definizione qualsivoglia "iniziativa" culturale (non importa da chi o da quale luogo "inizi", ma obbligatoriamente se parta da un luogo "di eccellenza"!) dovrebbe essere per sua natura e finalità sempre volta all'esterno a favore del paesaggio culturale circostante.

Viene altrimenti da interrogarsi seriamente su quale sia
l'utilità pubblica di un museo o di un parco.
 

 

Il Piccolo Museo non vedrà quindi la conservazione, valorizzazione e divulgazione dei propri beni come fine a se stesso, ma mirerà, attraverso le sue proposte e progetti, alla promozione di tutto il patrimonio diffuso nel grande paesaggio culturale di cui fa parte.

 

Perché crediamo fermamente nella latente capacità, intrinseca anche a realtà marginali "di provincia" come la stragrande maggioranza di quelle del territorio della Tuscia Romana, di sviluppare in sinergia una rinnovata crescita culturale, economica e produttiva - distribuita e sostenibile - fondata sulle rispettive peculiarità della propria qualità della vita, la validità dei propri valori tradizionali e la ricchezza dei propri patrimoni culturali locali - naturali e umani.

 

Continuiamo a creare cultura tutti insieme.
Noi siamo la
società, noi la cultura e la nostra storia.

 

Il senso del nostro attimo possiamo solo trovarlo (o ritrovarlo, se perduto) nel nostro contesto storico.

Il senso del nostro lavoro solo nel nostro contesto culturale.

Il senso del nostro privato solo nel nostro contesto sociale.

Il senso del nostro locale solo nel nostro contesto territoriale.
 

 

Senza anche oggi un "noi" fatto di te e di me non esiste più società, cessa la storia e muore la cultura, quella cultura che chiamiamo "nostra" perché fatta di noi e di questa terra, una cultura che non può avere né comparti né livelli, che o c'è - o non c'è.
 

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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