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La Tuscia Romana I musei del territorio Il Piccolo Museo del Lavoro di Bracciano, Roma Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale Pagina in costruzione: rinnovare volentieri la pagina con il browser per essere sicuri di visualizzarne la versione più recente |
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Il lavoro |
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In questa pagina Il lavoro come sforzo e sofferenza Il lavoro come diritto-dovere sociale
Pagine correlate
Le
Arti e i Mestieri
Luciano Russo – Una presentazione
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Il lavoro come maledizione |
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La Bibbia,
"espressione di Dio attraverso i suoi Profeti ed Apostoli",
racconta del primo lavoro umano
in assoluto:
Genesi 2, 15 "Guadagnerai il pane con il sudore della fronte" Genesi 3, 19;
- ad Eva "Partorirai i tuoi figli con dolore" Genesi 3, 16.
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Il lavoro come sforzo e sofferenza |
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La parola "lavoro" - dal latino labor - ha il significato primario di "fatica".
Ancora oggi dialetti italiani come il Napoletano utilizzano "fatica" e "faticare" per lavoro e lavorare, come in "andare a faticare" per "andare a lavorare", o come il Siciliano ed il Piemontese che usano "travagghio" e "travagghiare" rispettivamente "travaj" e "travajè", tutti dal Francese travailler (in Francese antico "soffrire"), lo spagnolo trabajar, il portoghese trabalhar e il catalano treballar, da cui anche l'italiano "travaglio" genericamente come "pena" e in particolare come "dolore" del parto.
Il lavoro - soprattutto quello manuale - è stato a lungo considerato nelle civiltà Mediterranee e non solo una condanna a vita legata al proprio stato sociale, riservato o a schiavi e prigionieri o strati comunque medio-bassi dell'ordine sociale.
Nel mondo
antico, quello greco-romano ad
esempio, lavoro manuale e lavori pesanti
erano riservati agli
schiavi, ai prigionieri di
guerra, ai condannati per
colpe gravi: una delle
precondizioni per l’espansione militare e commerciale di Roma è
anche quella di poter contare su molti schiavi e prigionieri per
la realizzazione delle loro grandi opere in ogni parte del mondo
allora conosciuto - il “Civis Romanus” non si abbassava a fare
il lavoro dello schiavo. |
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Il lavoro come sfruttamento |
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Dalle più antiche civiltà ad oggi la storia del lavoro - attività centrale nella società umana come tale - è una storia di sfruttamento: nel Mondo Greco-Romano ed in quello Medievale Europeo abusare del lavoro dei più per arricchire pochissimi è una accettata "tradizione" che si materializza spesso in aperta o malmascherata schiavitù e commercio schiavista.
In una civiltà tradizionale, infatti, la schiavitù è sempre presente come "istituzione", fino ai nostri giorni, in tempi più "moderni" magari non più teoricamente giustificata, pur sempre praticamente operata, magari diversamente etichettata, a secondo delle epoche opportunamente regolamentata e controllata dallo Stato, che fa comunque del lavoratore il modulo base di un ben consolidato sistema di servaggio in cui, oltre al degrado dell'uomo-schiavo altrettanto si degrada l'uomo-padrone.
Il servo dipende dal suo padrone ed il padrone stesso diventa dipendente dal suo servo, perdendo irrimediabilmente entrambi la propria essenza di uomini realmente liberi: unica differenza le ricchezze ed i beni materiali accumulati.
E non stiamo parlando di tempi e luoghi lontani: anche le "masse" delle economie avanzate di tutto il mondo che quotidianamente si affannano per strada, in ufficio o in fabbrica, negli stadi, nei tribunali, negli ospedali o nelle discoteche altro non sono che moltitudini di schiavi, magari anche "ricchi", sicuramente illusi di essere liberi: schiavi del sistema. |
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La schiavitù |
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La schiavitù, in tutte le sue origini e le varianti di schiavi "formali" e "di fatto", è un fenomeno che indiscutibilmente e documentatamente caratterizza l'intera storia dell'uomo.
Lo "schiavismo" è il sistema sociale ed economico fondato sulla schiavitù, la condizione per cui da persona libera un individuo diventava proprietà o schiavo di un altro individuo, il quale ha diritto di vita e di morte su di lui e sulla sua famiglia, incluso il diritto a sfruttarne il lavoro senza compenso: schiavi si diventa perdendo la propia libertà - ad esempio per cattura in guerra o per debiti insoluti - o si nasce se figli di schiavi.
Una almeno qualche conoscenza della storia dello
schiavismo antico e moderno è necessaria
e preziosa per una analisi critica
del monopolizzante sistema capitalistico attuale
e della
nostra cosiddetta "democrazia occidentale",
quale involucro ideale del capitalismo stesso.
La schiavitù viene ampiamente praticata
e culturalmente accettata dalla maggior parte
delle Civiltà Antiche, regolata da consuetudini
e poi leggicome qualsiasi altra pratica economica, vedi ad esempio la
Civiltà Greca, gran parte della
cui economia si basa sugli schiavi (nella stessa "democratica" Atene ci sono
spesso più schiavi
che uomini liberi!). e quella Romana,
la quale, con le sue ininterrotte guerre di conquista per l'acquisizione di nuovi
territori e schiavi, rappresentare la società schiavistica per
eccellenza, in cui il lavoro non
retribuito rappresenta una delle componenti essenziali
dell'economia.
A partire dal Medioevo la "servitù della gleba" va a legare giuridicamente ai proprietari terrieri i contadini, appunto servi della gleba, i quali coltiveranno le campagne pagando un fitto qualora a possederle siano famiglie private, le cosiddette "decime" - il dieci per cento cioè di tutto quello che si raccoglie - se di proprietà di un appartenente al Clero o di un Ente Ecclesiastico, con in più l'obbligo a prestare determinate corvée, prestazioni gratuite di servizi stagionali ovvero una tassa annuale.
Servi della gleba si è per nascita, una condizione questa, come per la plebe romana, cui non ci si può sottrarre, anche se è molto ciò che distingue la servitù della gleba dalla schiavitù: i servi non sono considerati "cose" ma persone, cui si riconosce il diritto alla proprietà privata, anche se esclusivamente di beni mobili, il diritto a prendere moglie ed avere figli cui lasciare un'eredità.
Il feudatario non ha di conseguenza formale diritto sulla vita del servo della gleba, ma questo può essere in pratica "venduto" insieme alla terra ed i suoi servizi sono assolutamente obbligati, pur se precisamente definiti e non genericamente onnicomprensivi come nel caso della schiavitù: il feudatario non ha diritto ad ucciderlo ma a rendergli la vita un inferno, quello sì.
Questo aspetto reale della servitù della gleba medievale rimarrà pressocché invariato quasi fino ai nostri giorni: il "latifondo" è ancora espressione di potere assoluto sulla povera gente, da cui "latifondismo", sistema sociale ed economico in cui piccole ma potenti caste nobiliari ed istituzionali vivono e vegetano sfruttando sudore e sangue di poveri "mezzadri", intere famiglie che per generazioni zappano dalla mattina alla sera per un tozzo di pane, curando sterminati areali agricoli in cambio di un misero vitto ed alloggio.
Essenziale rimane comunque come la schiavitù antica e la servitù della gleba medievale non siano affatto legate a concezioni razziste, considerazione supportata dal fatto che la quasi totalità degli schiavi antichi e dei servi della gleba medievali siano di origine europea.
Questi fenomeni saranno
alla base della formazione delle borghesie moderne e del loro moderno
"capitalismo predatore" radice del futuro
"imperialismo" dei secoli a venire,
cioè l'ineludibile, incontrollata e violenta espansione del capitale supportata
militarmente dagli Stati dominanti del mondo
a spese di quelli politicamente, economicamente (e quindi militarmente)
più deboli, quel patto di ferro tra Stato e
Grande Capitale in cui ancora oggi è quest'ultimo a dettare la
strategia globale: affari e finanza diventano interessi
primari di Stato - il resto non conta e tutto è di conseguenza
giustificabile e giustificato.
Nasce da qui tra il XVII ed il
XVIII secolo quel pensiero di inferiorità
morale e psichica dei "Negri", i "Neri",
e la loro inferiorità "razziale",
pensiero che accomunerà molte Chiese
con il mondo massonico-occultistico-spiritistica
diventando addirittura di gran moda e resterà alla base del nascente nazionalismo
americano quale "patrimonio culturale" di
quella giovane, rampante borghesia: nel 1861, all'epoca cioè della Guerra di
Secessione Americana, nei soli Stati
Uniti si conteranno circa quattro milioni di schiavi africani,
ma, oltre alle generiche e propagandistiche "condanne" dello schiavismo
da parte di alcuni politici, non una singola parola scritta verrà spesa
al riguardo, né nella loro Dichiarazione di Indipendenza né nella loro Costituzione.
Con la tarda abolizione formale della schiavitù non cambieranno però capitalismo e razzismo ed il medesimo spirito animerà il trattamento del lavoro salariato, in pratica ancora oggi surrogato del vecchio sistema in cui milioni e milioni di uomini e donne "formalmente liberi" sono costretti a vendere la propria forza lavoro come una merce e al prezzo del compratore, anzi grati se mai ne compri. |
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Il lavoro minorile |
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Anche se già dall'antichità e attraverso tutte le epoche storiche numerosi sono i riferimenti che testimoniano svariate forme di sfruttamento del lavoro dei bambini e dei ragazzi legato alla schiavitù o al lavoro agricolo e di allevamento, per non parlare delle violenze e degli abusi perpetrati contro loro e contro le donne, è tuttavia con la cosidetta "Rivoluzione Industriale" che il lavoro minorile viene sfruttato sistematicamente su larga scala.
Con il processo d'industrializzazione, iniziato in Inghilterra alla fine del 1700, si capisce presto quale enorme profitto possa venire dalla manodopera infantile: senza possibilità di ribellarsi e senza alcuna difesa dei loro diritti i bambini vengono da subito costretti negli ambienti malsani delle miniere e delle "fabbriche-carceri" dove lavorano, dormono e mangiano.
Child work viene definito il lavoro minorile "leggero", quello in altre parole consente al minore di partecipare all'economia familiare senza effetti negativi sul suo sviluppo, ad esempio non ostacolandone l'istruzione: in Paesi molto poveri dove le entrate degli adulti non bastano a mantenere la famiglia è generalmente accettato che i genitori mandino a lavorare i propri bambini - anche molto piccoli.
Child labour è il concetto che comprende invece le forme peggiori di lavoro minorile, preferendo l'impiego di ragazzi lavoratori e ragazze lavoratrici in attività economico-produttive anche di beni di esportazione - a basso costo e spesso in condizioni disumane - verso i Paesi industrialmente sviluppati, solo perché non protetto e sottoretribuito, lavoro a pieno titolo pesante, che ostacola seriamente lo sviluppo fisico, psichico, sociale e morale dei minori coinvolti non consentendogli ad esempio di accedere all'istruzione.
Quello che succedeva per necessità dettate dalla povertà, dalla miseria materiale e culturale,
dall'esigenza di sopravvivere anche nel
nostro Paese alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento - con
bambini mandati nei campi, "nelle filande" o a "a servizio" succede
ancora oggi in tutto il mondo e troppi
sono i bambini che, invece di giocare e andare a scuola, continuano ad essere sfruttati:
le loro piccole mani intrecciano più velocemente i nodi dei tappeti
e cuciono più agevolmente i palloni di
cuoio, i loro piccoli corpi si muovono con più facilità nelle strette e
basse gallerie delle miniere,
vivono e quindi scavano e selezionano quasi incessantemente i rifiuti delle
discariche, sono braccianti instancabili
come formichine nelle grandi piantagioni,
nelle cave, nelle fornaci,
nelle fabbriche di carbonella,
nelle attività edili,
nei laboratori di giocattoli, di fiammiferi,
di sigari e sigarette,
di fuochi
d’artificio, nuotano a sciami lungo i fondali per far confluire i pesci verso le reti,
sono venditori di successo di dolcetti, frutta
e giornali, chiedendo l'elemosina
commuovono...
Il cammino per il riconoscimento dei Diritti dell'Infanzia è tuttora lungo e difficile: se considerevole è il numero dei Paesi che almeno ufficialmente dichiarano di voler rispettare i bambini, ce ne sono molti di più che "tradizionalmente" considerano del tutto normale farli lavorare, anche dove la legge li protegge, e sfruttarli clandestinamente per trarre maggior profitto e da questi secondi Paesi i primi importano.
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Il lavoro come diritto-dovere sociale |
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Il lavoro in senso lato è qualsiasi attività produttiva che comporti il dispendio di energie fisiche o intellettuali per raggiungere uno scopo preciso e tali attività lavorative vengono oggi esplicate nella società esercitando un "mestiere" o una "professione" a soddisfare non solo i bisogni individuali ma anche quelli collettivi della comunità.
Lavorare significa
oggi soprattutto impiegare il proprio tempo
per "produrre" traendone un vantaggio generalmente economico, da
cui "occupato" per chi ha
lavoro e "disoccupato" per chi non ne abbia, ma anche utilizzare
la propria forza e la propria consapevolezza
per realizzare se stessi,
utilizzando quei potenziali individuali e di gruppo capaci di
realizzare benefici non solo materiali, ma anche all’ambiente
sociale e naturale.
- l'Italia è una
Repubblica democratica fondata sul lavoro; - la Repubblica impone al Cittadino il dovere di contribuire con il proprio lavoro al progresso della società; - il lavoratore sarà per questo retribuito proporzionalmente alla quantità e alla qualità del suo lavoro; - tale retribuzione deve poter assicurare al lavoratore a alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. |
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