Portale

Prima pagina | Mappa

 

Turismo & tempo libero

Prima pagina | Mappa

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Tuscia Romana

I musei del territorio

Il Piccolo Museo del Lavoro di Bracciano, Roma

Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

Pagina in costruzione: rinnovare volentieri la pagina con il browser per essere sicuri di visualizzarne la versione più recente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

Il lavoro come maledizione

Il lavoro come sforzo e sofferenza

Il lavoro come sfruttamento

La schiavitù

Il lavoro minorile

Il lavoro come diritto-dovere sociale

 

  Pagine correlate 

Cosa contraddistingue l'uomo?

La Terra

Le Arti e i Mestieri
L'Industria

 

Luciano Russo – Una presentazione

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

 

Il lavoro come maledizione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Bibbia, "espressione di Dio attraverso i suoi Profeti ed Apostoli", racconta del primo lavoro umano in assoluto:

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden,
perché lo coltivasse e lo custodisse".

Genesi 2, 15

Poi c'è la piccola clausola dell' "albero della conoscenza del bene e del male" da cui
Adamo non dovrà mangiare, la quale viene infranta dopo la separazione dei sessi causa il serpente tentatore con la collaborazione di Eva, da cui la conseguente espulsione dal Paradiso Terrestre dei due accompagnata rispettivamente da ben precise e distinte maledizioni:

- ad Adamo

"Guadagnerai il pane con il sudore della fronte"

Genesi 3, 19;

 

- ad Eva

"Partorirai i tuoi figli con dolore"

Genesi 3, 16.


Non proprio un buon inizio!...

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Il lavoro come sforzo e sofferenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La parola "lavoro" - dal latino labor - ha il significato primario di "fatica".

 

Ancora oggi dialetti italiani come il Napoletano utilizzano "fatica" e "faticare" per lavoro e lavorare, come in "andare a faticare" per "andare a lavorare", o come il Siciliano ed il Piemontese che usano "travagghio" e "travagghiare" rispettivamente "travaj" e "travajè", tutti dal Francese travailler (in Francese antico "soffrire"), lo spagnolo trabajar, il portoghese trabalhar e il catalano treballar, da cui anche l'italiano "travaglio" genericamente come "pena" e in particolare come "dolore" del parto.

 

Il lavoro - soprattutto quello manuale - è stato a lungo considerato nelle civiltà Mediterranee e non solo una condanna a vita legata al proprio stato sociale, riservato o a schiavi e prigionieri o strati comunque medio-bassi dell'ordine sociale.

 

Nel mondo antico, quello greco-romano ad esempio, lavoro manuale e lavori pesanti erano riservati agli schiavi, ai prigionieri di guerra, ai condannati per colpe gravi: una delle precondizioni per l’espansione militare e commerciale di Roma è anche quella di poter contare su molti schiavi e prigionieri per la realizzazione delle loro grandi opere in ogni parte del mondo allora conosciuto - il “Civis Romanus” non si abbassava a fare il lavoro dello schiavo.

Anche la cosiddetta
"cultura del lavoro manuale" introdotta dal Cristianesimo in Europa, fatta eccezione per la parentesi del Monachesimo e dell'"Ora et Labora", nulla di fatto ha contribuito al reale sviluppo economico delle popolazioni, ma piuttosto al quasi esclusivamente allo sproporzionato arricchimento della Chiesa e della sua Gerarchia.

Ancora oggi il
sistema delle Caste in India, pur abolito formalmente dalla Costituzione nel 1948, vige ancora di fatto nella vita quotidiana, soprattutto delle campagne, fondato proprio sulla divisione dei lavori fra i gruppi sociali, ciascuno con i suoi diritti ed i suoi doveri: anche qui, il "bramino" non farà mai i lavori del "paria"...

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

Il lavoro come sfruttamento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalle più antiche civiltà ad oggi la storia del lavoro - attività centrale nella società umana come tale - è una storia di sfruttamento: nel Mondo Greco-Romano ed in quello Medievale Europeo abusare del lavoro dei più per arricchire pochissimi è una accettata "tradizione" che si materializza spesso in aperta o malmascherata schiavitù e commercio schiavista.

 

In una civiltà tradizionale, infatti, la schiavitù è sempre presente come "istituzione", fino ai nostri giorni, in tempi più "moderni" magari non più teoricamente giustificata, pur sempre praticamente operata, magari diversamente etichettata, a secondo delle epoche opportunamente regolamentata e controllata dallo Stato, che fa comunque del lavoratore il modulo base di un ben consolidato sistema di servaggio in cui, oltre al degrado dell'uomo-schiavo altrettanto si degrada l'uomo-padrone.

 

Il servo dipende dal suo padrone ed il padrone stesso diventa dipendente dal suo servo, perdendo irrimediabilmente entrambi la propria essenza di uomini realmente liberi: unica differenza le ricchezze ed i beni materiali accumulati.

 

E non stiamo parlando di tempi e luoghi lontani: anche le "masse" delle economie avanzate di tutto il mondo che quotidianamente si affannano per strada, in ufficio o in fabbrica, negli stadi, nei tribunali, negli ospedali o nelle discoteche altro non sono che moltitudini di schiavi, magari anche "ricchi", sicuramente illusi di essere liberi: schiavi del sistema.

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

La schiavitù

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La schiavitù, in tutte le sue origini e le varianti di schiavi "formali" e "di fatto", è un fenomeno che indiscutibilmente e documentatamente caratterizza l'intera storia dell'uomo.

 

Lo "schiavismo" è il sistema sociale ed economico fondato sulla schiavitù, la condizione per cui da persona libera un individuo diventava proprietà o schiavo di un altro individuo, il quale ha diritto di vita e di morte su di lui e sulla sua famiglia, incluso il diritto a sfruttarne il lavoro senza compenso: schiavi si diventa perdendo la propia libertà - ad esempio per cattura in guerra o per debiti insoluti - o si nasce se figli di schiavi.

 

Una almeno qualche conoscenza della storia dello schiavismo antico e moderno è necessaria e preziosa per una analisi critica del monopolizzante sistema capitalistico attuale e della nostra cosiddetta "democrazia occidentale", quale involucro ideale del capitalismo stesso.
 

 

La schiavitù viene ampiamente praticata e culturalmente accettata dalla maggior parte delle Civiltà Antiche, regolata da consuetudini e poi leggicome qualsiasi altra pratica economica, vedi ad esempio la Civiltà Greca, gran parte della cui economia si basa sugli schiavi (nella stessa "democratica" Atene ci sono spesso più schiavi che uomini liberi!). e quella Romana, la quale, con le sue ininterrotte guerre di conquista per l'acquisizione di nuovi territori e schiavi, rappresentare la società schiavistica per eccellenza, in cui il lavoro non retribuito rappresenta una delle componenti essenziali dell'economia.
 

 

A partire dal Medioevo la "servitù della gleba" va a legare giuridicamente ai proprietari terrieri i contadini, appunto servi della gleba, i quali coltiveranno le campagne pagando un fitto qualora a possederle siano famiglie private, le cosiddette "decime" - il dieci per cento cioè di tutto quello che si raccoglie - se di proprietà di un appartenente al Clero o di un Ente Ecclesiastico, con in più l'obbligo a prestare determinate corvée, prestazioni gratuite di servizi stagionali ovvero una tassa annuale.

 

Servi della gleba si è per nascita, una condizione questa, come per la plebe romana, cui non ci si può sottrarre, anche se è molto ciò che distingue la servitù della gleba dalla schiavitù: i servi non sono considerati "cose" ma persone, cui si riconosce il diritto alla proprietà privata, anche se esclusivamente di beni mobili, il diritto a prendere moglie ed avere figli cui lasciare un'eredità.

 

Il feudatario non ha di conseguenza formale diritto sulla vita del servo della gleba, ma questo può essere in pratica "venduto" insieme alla terra ed i suoi servizi sono assolutamente obbligati, pur se precisamente definiti e non genericamente onnicomprensivi come nel caso della schiavitù: il feudatario non ha diritto ad ucciderlo ma a rendergli la vita un inferno, quello sì.

 

Questo aspetto reale della servitù della gleba medievale rimarrà pressocché invariato quasi fino ai nostri giorni: il "latifondo" è ancora espressione di potere assoluto sulla povera gente, da cui "latifondismo", sistema sociale ed economico in cui piccole ma potenti caste nobiliari ed istituzionali vivono e vegetano sfruttando sudore e sangue di poveri "mezzadri", intere famiglie che per generazioni zappano dalla mattina alla sera per un tozzo di pane, curando sterminati areali agricoli in cambio di un misero vitto ed alloggio.

 

Essenziale rimane comunque come la schiavitù antica e la servitù della gleba medievale non siano affatto legate a concezioni razziste, considerazione supportata dal fatto che la quasi totalità degli schiavi antichi e dei servi della gleba medievali siano di origine europea.

 


Terminate definitivamente le Guerre Crociate, all'inizio dell'età moderna - alla scoperta cioè dell'America nel 1942-1493 - la
cattura e il commercio di schiavi sono fenomeni largamente diffusi in tutto il Bacino Mediterraneo, a seguito di azioni di pirateria e guerra corsara sopratutto fra le crescenti potenze mercantili marittime delle Repubbliche di Genova e di Venezia ed i piccoli regni semiautonomi sulla Costa Nord-Africana: a tali "attività" si dedicano alacremente sia Cristiani che Musulmani e non avendo solo come oggetto il nemico "infedele", ma indiscriminatamente anche appartenenti alla medesima religione, tanto che proprio per commercio di schiavi cristiani il Papa lancia ripetute scomuniche sia contro Veneziani che Genovesi.

È però con la
colonizzazione del Nuovo Mondo che il commercio di uomini esplode a dimensioni "industriali" toccando i massimi storici nel XVIII secolo: l'illimitato accesso a manodopera coatta garantita con l'istituzione dello schiavismo è il fattore su cui viene di fatto progettata e concepita l'intera colonizzazione delle Indie.

I
Portoghesi avviano per primi il florido commercio con capisaldi nel Golfo di Guinea e spingendosi lungo la Costa Occidentale e Australe Africana, con coltivazioni sperimentali di canna da zucchero nelle Isole Canarie, Azzorre e a Madeira, e nel 1621 viene fondata la famigerata "Compagnia Olandese delle Indie Occidentali", ad affiancare la preesistente "Compagnia delle Indie Orientali" operante in India e in Indonesiana,

 

Questi fenomeni saranno alla base della formazione delle borghesie moderne e del loro moderno "capitalismo predatore" radice del futuro "imperialismo" dei secoli a venire, cioè l'ineludibile, incontrollata e violenta espansione del capitale supportata militarmente dagli Stati dominanti del mondo a spese di quelli politicamente, economicamente (e quindi militarmente) più deboli, quel patto di ferro tra Stato e Grande Capitale in cui ancora oggi è quest'ultimo a dettare la strategia globale: affari e finanza diventano interessi primari di Stato - il resto non conta e tutto è di conseguenza giustificabile e giustificato.

Quando la colonizzazione americana dall'Area Sud-Americana e Caraibica si sposterà verso quella Nord-Atlantica sarà l'
Inghilterra ad espandere le sue colonie tra cui le tredici più tardi daranno vita agli Stati Uniti: peculiare del commercio schiavista anglosassone è lo spingersi fino all'elaborazione di un sistema ideologico e dottrinale per dimostrare sia "scientificamente" che teologicamente la bontà e legittimità dell'istituto della schiavitù, una operazione di pura e semplice criminalità organizzata avallata dallo Stato.

 

 

Nasce da qui tra il XVII ed il XVIII secolo quel pensiero di inferiorità morale e psichica dei "Negri", i "Neri", e la loro inferiorità "razziale", pensiero che accomunerà molte Chiese con il mondo massonico-occultistico-spiritistica diventando addirittura di gran moda e resterà alla base del nascente nazionalismo americano quale "patrimonio culturale" di quella giovane, rampante borghesia: nel 1861, all'epoca cioè della Guerra di Secessione Americana, nei soli Stati Uniti si conteranno circa quattro milioni di schiavi africani, ma, oltre alle generiche e propagandistiche "condanne" dello schiavismo da parte di alcuni politici, non una singola parola scritta verrà spesa al riguardo, né nella loro Dichiarazione di Indipendenza né nella loro Costituzione.

Di fatto sarà anzi proprio lo
schiavismo uno dei "servo-motori" che contribuirà a mettere il moto il volano dell'economia degli Stati Uniti delle origini, una economia destinata sì successivamente a dominare il mondo sul presupposto di esseri umani ridotti a "merce", "oggetti" venduti e acquisti, beni ereditabili!

 

Con la tarda abolizione formale della schiavitù non cambieranno però capitalismo e razzismo ed il medesimo spirito animerà il trattamento del lavoro salariato, in pratica ancora oggi surrogato del vecchio sistema in cui milioni e milioni di uomini e donne "formalmente liberi" sono costretti a  vendere la propria forza lavoro come una merce e al prezzo del compratore, anzi grati se mai ne compri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

 

Il lavoro minorile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche se già dall'antichità e attraverso tutte le epoche storiche numerosi sono i riferimenti che testimoniano svariate forme di sfruttamento del lavoro dei bambini e dei ragazzi legato alla schiavitù o al lavoro agricolo e di allevamento, per non parlare delle violenze e degli abusi perpetrati contro loro e contro le donne, è tuttavia con la cosidetta "Rivoluzione Industriale" che il lavoro minorile viene sfruttato sistematicamente su larga scala.

 

Con il processo d'industrializzazione, iniziato in Inghilterra alla fine del 1700, si capisce presto quale enorme profitto possa venire dalla manodopera infantile: senza possibilità di ribellarsi e senza alcuna difesa dei loro diritti i bambini vengono da subito costretti negli ambienti malsani delle miniere e delle "fabbriche-carceri" dove lavorano, dormono e mangiano.

 


Il lavoro infantile e minorile è purtroppo ancora oggi un
fenomeno di carattere sociale ed economico che coinvolge esseri umani di età compresa fra i 5 e i 15 anni praticamente in tutti i continenti: principalmente interessati sono i Paesi detti "in via di sviluppo" o "non sviluppati" ma non assente neppure nei Paesi Europei e Nord-Americani, quindi anche in aree ricche di risorse e con un’economia florida, in cui però il reddito pro capite è molto basso e sempre più numerose sono le persone in stato di povertà.

 

Child work viene definito il lavoro minorile "leggero", quello in altre parole consente al minore di partecipare all'economia familiare senza effetti negativi sul suo sviluppo, ad esempio non ostacolandone l'istruzione: in Paesi molto poveri dove le entrate degli adulti non bastano a mantenere la famiglia è generalmente accettato che i genitori mandino a lavorare i propri bambini - anche molto piccoli.

 

Child labour è il concetto che comprende invece le forme peggiori di lavoro minorile, preferendo l'impiego di ragazzi lavoratori e ragazze lavoratrici in attività economico-produttive anche di beni di esportazione - a basso costo e spesso in condizioni disumane - verso i Paesi industrialmente sviluppati, solo perché non protetto e sottoretribuito, lavoro a pieno  titolo pesante, che ostacola seriamente lo sviluppo fisico, psichico, sociale e morale dei minori coinvolti non consentendogli ad esempio di accedere all'istruzione.



Questo
selvaggio sfruttamento del lavoro minorile, che da ricordare nel mondo colpisce oltre 250 milioni di persone (61% in Asia, 32% in Africa e 7% in America Latina) per quasi 180 milioni dei quali le mansioni che svolgono sono direttamente pericolose per la salute fisica, morale e mentale, tanto pericolose da costituire una grave violazione dei loro diritti: una vita da schiavi - una vera vergogna!

 

Quello che succedeva per necessità dettate dalla povertà, dalla miseria materiale e culturale, dall'esigenza di sopravvivere anche nel nostro Paese alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento - con bambini mandati nei campi, "nelle filande" o a "a servizio" succede ancora oggi in tutto il mondo e troppi sono i bambini che, invece di giocare e andare a scuola, continuano ad essere sfruttati: le loro piccole mani intrecciano più velocemente i nodi dei tappeti e cuciono più agevolmente i palloni di cuoio, i loro piccoli corpi si muovono con più facilità nelle strette e basse gallerie delle miniere, vivono e quindi scavano e selezionano quasi incessantemente i rifiuti delle discariche, sono braccianti instancabili come formichine nelle grandi piantagioni, nelle cave, nelle fornaci, nelle fabbriche di carbonella, nelle attività edili, nei  laboratori di giocattoli, di fiammiferi, di sigari e sigarette, di fuochi d’artificio, nuotano a sciami lungo i fondali per far confluire i pesci verso le reti, sono venditori di successo di dolcetti, frutta e giornali, chiedendo l'elemosina commuovono...

In Italia sono circa 300 mila quelli oggi lasciano la scuola per andare a lavorare, secondo l’ISTAT "solo" circa 150.000 bambini e ragazzi tra i 7 e 14 anni - quasi 15.000 tra i 7 e i 10 anni, oltre 65.000 tra gli 11 ed i 13 anni e 70.000 di 14 anni - di cui ben oltre 30.000 letteralmente "sfruttati" (i più sfruttati i quattordicenni): quasi il 20% lavorano in bar, ristoranti ed alberghi, il 15% circa in negozi e quasi altrettanti nelle campagne.
 

 

Il cammino per il riconoscimento dei Diritti dell'Infanzia è tuttora lungo e difficile: se considerevole è il numero dei Paesi che almeno ufficialmente dichiarano di voler rispettare i bambini, ce ne sono molti di più che "tradizionalmente" considerano del tutto normale farli lavorare, anche dove la legge li protegge, e sfruttarli clandestinamente per trarre maggior profitto e da questi secondi Paesi i primi importano.


Nonostante i progressi compiuti sulla via dell’
abolizione effettiva del lavoro minorile da parte dei competenti Organi delle Nazioni Unite e dalle Istituzioni nazionali dei rispettivi Paesi, il problema resta gigantesco, planetario e crescente: non si possono fare sconti - il lavoro di persone sotto i 14 anni va considerato illegale!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Il lavoro come diritto-dovere sociale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro in senso lato è qualsiasi attività produttiva che comporti il dispendio di energie fisiche o intellettuali per raggiungere uno scopo preciso e tali attività lavorative vengono oggi esplicate nella società esercitando un "mestiere" o una "professione" a soddisfare non solo i bisogni individuali ma anche quelli collettivi della comunità.

 

Lavorare significa oggi soprattutto impiegare il proprio tempo per "produrre" traendone un vantaggio generalmente economico, da cui "occupato" per chi ha lavoro e "disoccupato" per chi non ne abbia, ma anche utilizzare la propria forza e la propria consapevolezza per realizzare se stessi, utilizzando quei potenziali individuali e di gruppo capaci di realizzare benefici non solo materiali, ma anche all’ambiente sociale e naturale.

Non a caso la
Costituzione Repubblicana stabilisce in Italia che:
 

- l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro;
- la Repubblica riconosce a tutti i Cittadini il
diritto al lavoro ;

- la Repubblica impone al Cittadino il dovere di contribuire con il proprio lavoro al progresso della società;

- il lavoratore sarà per questo retribuito proporzionalmente alla quantità e alla qualità del suo lavoro;

- tale retribuzione deve poter assicurare al lavoratore a alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina