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La Tuscia Romana

I musei del territorio

Il Piccolo Museo del Lavoro di Bracciano, Roma

Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

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Il lavoro – Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

L'industrializzazione del nostro territorio

Gli effetti delle tre rivoluzioni industriali

Prima della prima rivoluzione industriale

La seconda rivoluzione industriale nella "Conca d'Oro"

Gli effetti della terza rivoluzione industriale

La rivoluzione industriale in Italia

La persa prima rivoluzione industriale

La seconda rivoluzione industriale e le guerre

La terza rivoluzione industriale - dal "boom" economico alla crisi delle crisi

 

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Pagina di origine

Il lavoro

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L'industrialismo

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Le Arti e i Mestieri

 

Luciano Russo – Una presentazione

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

 

L'industrializzazione del nostro territorio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli effetti delle tre rivoluzioni industriali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Struttura proposta

 

I tre periodi di forti cambiamenti, sia positivi che negativi:

 

- la "proto"-industrializzazione a fine Seicento - primi decenni del Settecento con l'acquedotto industriale 

Orsini-Odescalchi dalla Manziana al Lago di Bracciano, ad alimentare solo a Bracciano un "fornaccio", sette ferriere, la famosa cartiera, diversi mulini e grandi terrazzamenti "sotto rocca" adibiti ad orti, [ma va anche fatta una seria ricerca sul resto del territorio!];

 

- dalla ferrovia Roma-Viterbo, imposti del legname e transumanza di fine Ottocento alla industrializzazione

e successiva ricerca d'avanguardia con a Vigna di Valle la nascita ai primissimi Novecento dell'Aviazione Italiana e poi lo sviluppo, soprattutto fra le due Guerre Mondiali, dell'Aeronautica Militare, dai dirigibili agli idrovolanti e il primo osservatorio metereologico;

 

- i negativi effetti della vicinanza a e dipendenza da Roma, la piaga del pendolarismo, la dilagante ed

incontrollata urbanizzazione della Capitale con una conseguente e devanstante "terza colonizzazione" della Tuscia Romana.]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Prima della prima rivoluzione industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Borgo di Bracciano è sotto il dominio dei Prefetti di Vico dal Medioevo  al 1407, quando, in lotta con il Senato Romano per il possesso del Castello, si sostituisce loro la Famiglia Orsini che lo possiederà per quasi tre secoli, fino al suo acquisto cioè da parte di Livio Odescalchi nel 1696: l’ampliamento dell'antica Rocca avviene per iniziativa di Napoleone Orsini e risale al XV secolo, poi il Borgo verrà innalzato a Ducato da Pio IV nel 1560 e del XVI secolo sono infatti i lavori di trasformazione ed abbellimento dei Giardini del Castello ad opera di Giacomo del Duca, il quale lavora anche al Casale di Vigna Grande, sul Lago di Bracciano proprio vicino alla foce del Rio della Fiora.
 

 

 

L'Acquedotto Traiano


Le
acque del Braccianese sono note fin dall'Antichità sia per la loro bontà che la loro abbondanza, una delle ragioni per cui in Epoca Romana Nerva, Marcus Cocceius Nerva poi, all'assassinio di Domitianus, Imperator Nerva Caesar Augustus dal 96 al 98 dC, padre adottivo di Marcus Ulpius Trajanus, decide di farvi costruire  quello che poi sarà inaugurato nel 109 e conosciuto come l'Acquedotto "Traiano", il penultimo degli undici grandi acquedotti romani che vanno a rifornire di acqua potabile Roma Antica, servendo ciascuno una sua zona urbana, un imponente condotto idrico questo dedicato ad alimentare la Regio XIV Transtiberim, corrispondente all'incirca agli odierni Quartieri Romani di Trastevere e Borgo.

 

Dal Caput Aquae o "Prima Sorgente" della Fiora l'acquedotto capta e convoglia lungo un percorso di 14 chilometri a seguire le sponde dell'allora Lacus Sabatinus, oggi Lago di Bracciano, anche le ricche acque sorgive che tutte scaturiscono dalle pendici  settentrionali ed orientali delle circostanti colline vulcaniche ad alimentare il bacino imbrifero del lago, come quelle delle sorgenti del Grugnole, di Cesarano e del Fosso della Spina e della Ferriera: dalla Manziana ai Bagni di Vicarello, o Aquae Apollinares Veteres, di qui a Trevignano Romano e poi fino ad Anguillara Sabazia le acque vengono fatte confluire verso il collettore principale, a nord del lago, fra Vicarello e Trevignano Romano, da dove l’acquedotto inizia poi il suo percorso nel canale di trasporto vero e proprio fino alla Capitale.

 

Lasciato il Lago di Bracciano, l'Acquedotto segue per un primo tratto le Via Clodia (oggi "Braccianese") e la Consolare Cassia quindi l'Aurelia e raggiunge Roma entrando dall’antica Porta Aurelia, oggi Porta S. Pancrazio al Gianicolo, dopo un percorso di oltre 32 chilometri - proprio lì un castello di distribuzione, rinvenuto nel 1850 a Villa Lais nelle vicinanze della Porta, mostra ancora le tubature originali con su annotati i nomi degli utenti, tra cui appunto la dimora dell'Imperatore Traiano in persona: ma le acque dell’originale acquedotto romano non si limitano ad essere destinate ad usi domestici, anzi, sfruttando a Trastevere la particolarità del notevole balzo di quota dal Gianicolo, vengono già dall'antichità destinate a fornire forza motrice ad una catena di mulini per grano edificati  in serie lungo le pendici del colle seguendo un modello organizzativo già definibile "pre-industriale".

 

 

 

 

L'Acquedotto dell'Acqua Paola

 

L'acquedotto Traiano, già troncato da Goti e Longobardi durante i ripetuti assedi barbarici di Roma, rimane solo in parte utilizzato per tutto il Medioevo, fino a che Papa Paolo V per garantire l’approvvigionamento idrico ai Palazzi di S. Pietro in Vaticano non lo fa restaurare completamente nel 1608-1609 - riutilizzandone tratti traianei ma anche modificandolo per aumentarne la portata, come immettendovi ad esempio anche acqua del Fiume Arrone, emissario del Lago di Bracciano, nei pressi di Anguillara Sabazia, soluzione che rimane ancora nel condotto attuale, correndo però rischi di salubrità - un'operazione complessa che richiede ed occupa un nutrito gruppo di esperti, molti architetti, sotto la guida di Giovanni Fontana, per cui la "nuova" infrastruttura papale sarà da ora in poi denominata "Acquedotto dell’Acqua Paola", con dettagli ancora oggi ammirabili quali il "Fontanone del Gianicolo" di Giovanni Fontana e Carlo Maderno, la grande fontana di mostra vicino a S. Pietro in Montorio.
 

Di questi ultimi anni è una scoperta incredibile, il ritrovamento del Caput Aquae dell'originario Acquedotto Traiano al confine fra i Comuni di Manziana e Bracciano, uno stupefacente "ninfeo", artisticamente e per importanza storica del tutto paragonabile al Canopo di Villa Adriana o al Ninfeo di Egeria nel Triopo di Erode Attico sull’Appia Antica: il Caput Aquae - oggi nascosto da una grotta artificiale, opera inizio 1700 degli Odescalchi - è un ninfeo con volte colorate in blu egizio di straordinaria bellezza, una cappella centrale, forse dedicata al dio della sorgente o alle ninfe, con due due vasche laterali per raccogliere l’acqua prima di incanalarla nel condotto dell'acquedotto, locali la cui caratterizzante ampia volta viene fedelmente riportata nell'immagine, con la figura semisdraiata di un dio fluviale "sotto un grande arco" affiancato da colonne, sulla moneta commemorativa che Traiano fa coniare per autocelebrare la conclusione dell'opera costruita peraltro tutta a proprie spese.
 

 

 

 

L'Acquedotto industriale Orsini-Odescalchi


Durante la prima metà del Seicento
Paolo Giordano II Orsini Duca di Bracciano contribuisce a far vivere al territorio un periodo di mai prima goduta prosperità, favorendo l’economia cittadina con l'introduzione di opifici come ferriere e cartiere e promuovendo attività edilizie di particolare intensità attraverso l'opera dell’Achitetto Orazio Torriani, cui negli Anni Trenta si deve la progettazione e la costruzione del Palazzo della Comunità, oggi Palazzo Comunale, e della Chiesa con annesso Convento cosiddetto della Visitazione per conto dell'Ordine delle Clarisse ed inoltre del restauro ed ampliamento della Chiesa "Collegiata" (
cioè di particolare importanza perché, pur non Sede Vescovile e, quindi, non "Cattedrale", vi è istituito un "Collegio" o Capitolo di Canonici, titolo che mantiene anche quando il Collegio cessi), poi dedicata a Santo Stefano Protomartire ma alle sue origini medievali di dimensioni e dignità molto più modeste quale semplice cappella annessa alla Rocca dei Di Vico, che ora viene munita anche di nuovo campanile.

 
Dopo un successivo
periodo di decadenza, il Ducato viene acquistato da Livio I Odescalchi, nipote di quel Benedetto Odescalchi appena elevato al Papato con il nome di Innocenzo XI, non prima però di aver effettuato una personale accurata ispezione preventiva al territorio del circondario: il Principe si fa subito promotore di iniziative imprenditoriali non senza vantaggi per la Comunità, come portare abbondante acqua potabile corrente fin nel centro cittadino, con lo scopo preciso di far rifiorire l'economia già sotto gli Orsini legata agli opifici, secondo un preciso piano di ricostruzione delle fabbriche e dell'intero patrimonio edilizio esistente.


Carlo Buratti, architetto di fiducia di don Livio, si impegna anche nei lavori di committenza della Comunità e degli Enti Religiosi locali e sovrintende dunque ai lavori sul Palazzo della Comunità (del 1701 è il primo intervento di manutenzione della facciata affidato al Capomastro Muratore Giovan Battista Fontana) e cerca invano di stabilizzarne il teatro interno, opere in concomitanza delle quali viene eseguita una serie di non pianificate trasformazioni eseguite dal Mastro Fabbricatore Filippo Vignoli, lavori poi proseguiti da Baldassarre Odescalchi almeno fino al 1724, quando gli affreschi di Francesco Celoni sembrerebbero concluderli.


Ma le
opera magna intraprese nel Braccianese a cavallo fra il Seicento e il Settecento sono quelle idrauliche, a riprendere ed ulteriormente valorizzare quanto già realizzato dagli Orsini, su cui sia Livio I Odescalchi che il suo successore Baldassarre Erba-Odescalchi - figlio cadetto, cioè maschio non pimogenito, di Antonio Maria Erba, nipote quindi di Lucrezia Odescalchi e Alessandro Erba, poi adottato da Livio - puntano fortemente per una rinascita economica del Ducato: occorre ricordare come un tale ambizioso progetto non sia solo frutto di personali visioni di progresso commerciale dei Principi-banchieri, ma faccia naturale parte delle tendenze che vanno a svilupparsi in un contesto socio-economico di grave crisi economica, in cui lo stesso Stato della Chiesa non investe più in grandiose - maestose quanto costose - opere civili e religiose, ma sceglie piuttosto di provvedere ad attrezzare la Campagna Romana delle mancanti necessarie infrastrutture, quali strade, porti e acquedotti, opere di pubblica utilità insomma per la maggior parte delle quali è responsabile l'allora Prefetto della Sacra Congregazione del Buon Governo, Cardinal Giuseppe Renato Imperiali, promotore di una dinamica attività edilizia in tutta la Provincia Romana.
 

All'ingegneria  idraulica l’architetto barocco Carlo Fontana dedica nel 1696 il suo "Utilissimo trattato delle acque correnti”, un manuale più pratico che teorico “dove le scienze dimostrative possino unirsi con l'Esperienze, e la Teorica si possa con la Pratica congiungere", nel cui Primo Libro dedica ampio spazio all'applicazione pratica della progettazione degli acquedotti con un'analisi storica dei maggiori condotti idrici di Età Romana, una dettagliata descrizione di tutti gli aspetti tecnici di cui tenere conto in simili realizzazioni e le per l'epoca disponibili migliori soluzioni a tali problematiche, mentre il Secondo Libro tratta delle applicazioni idrauliche nell'arte delle fontane e dei giochi d’acqua per ville e giardini e il Terzo Libro la diretta analisi dell'imponente progetto idraulico di fine Seicento di ripristino e potenziamento dell'Acquedotto Traiano, quello dell'Acqua Paola, a lui assegnato fra il 1682 e il 1714: il volume raccoglie “narrative, sommari, accessi e memoriali” collegate all'approvvigionamento di altre 1.000 once d'acqua dal Lago di Bracciano ad incrementare il pre-esistente flusso di acque sorgive del condotto, evidenziando gli errori tecnici compiuti ma soprattutto le soluzioni da lui adottate per correggerli.

Oltre all'approvvigionamento idrico dell'Acqua Paola dal Lago di Bracciano,
Carlo Fontana esegue nel 1692 il restauro dell'antico acquedotto dai Monti della Tolfa al porto di Civitavecchia, completato da Filippo Leti nel 1702, progetta il ripristino dell'antico Porto Neroniano di Anzio, mai realizzato perché risultato troppo caro, e la rimessa in opera dello Scalo di Ripa Grande nel cuore di Roma, coadiuvato nel 1695 da Matthia de Rossi, il quale muore però lo stesso anno e viene sostituito dal figlio di Carlo, Francesco Fontana, nel suo incarico di Architetto dell'Acqua Felice fra il 1695 e il 1708 pubblicando quest'ultimo, sulle orme del padre, una “Relazione sullo Stato Vecchio, e Nuovo dell'Acqua Felice con la notizia del suo accrescimento nel presente anno 1696”, i cui disegni esplicativi arricchiscono splendidamente la sua sistematica analisi della storia dell'acquedotto e la descrizione dell'intero intervento, mentre l'Architetto Filippo Barigioni opera nel 1722 sull'approvvigionamento idrico di Albano, poi di Nepi e Sutri nel 1725, infine di Ronciglione nel 1726 e nel 1731 anche delle fontane pubbliche di Nepi, Sutri e Corneto, vicino a Tarquinia.


È lecito dedurre come il nostro
Carlo Buratti si avvalga quasi sicuramente della medesima formazione idraulica legata all'intera cerchia fontaniana, forse ottenuta proprio affiancando personalmente Carlo Fontana nella sua attività tecnica, quando inizia i suoi innumerevoli sopralluoghi il quel di Bracciano nel 1682: perché è qui che affronterà sulle proprie gambe il suo primo vero progetto idraulico nel 1698, allorché don Livio Odescalchi, dopo neppure due anni dal suo acquisto del Ducato dalla Famiglia Orsini, si appresterà ad approvvigionare l'antico Borgo di acqua corrente potabile, sempre con il primario intento però di far rifiorire l'economia cittadina legata agli opifici di cartiere e ferriere, sia a proprio vantaggio che quello della Comunità.

 

 

 

 

La ricca documentazione dell'Archivio Odescalchi permette di ricostruire in dettaglio sia la costruzione che i costi dell'acquedotto eseguito dal Buratti per gli Odescalchi e comunque quanto positivamente l’iniziativa del Principe venga accolta dalla popolazione di Bracciano, la quale nel 1702 decide di partecipare alle spese dell'opera con un contributo spontaneo di 2.500 scudi alle maestranze, come pure le mappe del cosiddetto "Catasto Gregoriano" - o, più correttamente, Catasto Piano-Gregoriano, primo catasto "piano", cioè di tipo "particellare" moderno dello Stato Pontificio, a sostituire il precedente Catasto Alessandrino a tradizionale veduta "tridimensionale" dei cabrei - a loro volta ne consentono la ricostruzione dell'intero tracciato extra-urbano, dalla Manziana a Pisciarelli alla Doganella fino a Bracciano. 


La nuova macchina idrica porterà nel
centro cittadino di Bracciano ben 500 once d'acqua captata dalle sorgenti ai confini con la Manziana, tra cui prima fra tutte quella del Rio della Fiora, seguendo un percorso di chilometri, sia attraverso canali sotterranei che lunghe serie di arcate con due imponenti ponti in muratura, ad archi a tutto sesto di classica tipologia antico-romana, nel superare due depressioni: l’acquedotto inizierà nella Macchia della Fiora, si svilupperà in un primo tratto sotterraneo da cui uscirà nella zona dell'Acqua Praecilia per attraversare il Vallone di Bocca di Lupo e tornare subito dopo in galleria riemergendo a percorrere il Ponte Novo al Prato del Gallo e raggiungere infine in ipogeo la zona di Santa Lucia ai Cappuccini dove si collegherà al troncone cittadino - questo realizzato solo dopo la morte di Livio I da Baldassarre Odescalchi - per alimentare opifici, la fontana poi eseguita da Mario Asprucci nella grande piazza antistante il Palazzo della Comunità (l'attuale Piazza IV Novembre), altri opifici e orti fino a defluire nelle acque del Lago di Bracciano.

 

Dell'opera extra-urbana, certamente attribuibile al Buratti, rimangono oggi perfettamente conservati la botte principale realizzata ampliando un precedente bottino costruito dagli Orsini, i tre ordini di arcate di Bocca di Lupo sul fosso e alcuni tratti di arcate però fatiscenti e trascurate, ad esempio sulla Braccianese-Clodia nella zona di Bracciano Nuova in direzione Manziana, ma degli originari venticinque arconi del Ponte al Prato del Gallo restano soltanto pochi ruderi, mentre dei resti dell'ultimo troncone cittadino si continua senza vergogna né pubblico-amministrativa né privata a fare scempio, come pure degli opifici oggi o distrutti o irriconoscibilmente deturpati, salvo una piccola parte di una ferriera ancora in uso se solo per hobby da uno degli ultimi discendenti dell'importata famiglia di fabbri del Principe Odescalchi, i Pomponi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vuoto storiografico riguardante le attività economiche - e in particolare imprenditoriali - dei territori del  Centro-Italia può essere in parte spiegato con lo scarso rilievo per la storia economica dato negli archivi privati delle Familiari Aristocratiche dai rispettivi committenti e dai produttori stessi della documentazione, a sua volta derivante anche da un certo "pudore" per l'imprenditorialità mostrato dalle famiglie gentilizie ovvero dalla loro scarsa consapevolezza della sua importanza.


I
documenti connessi alle attività economico-inprenditoriali di maggior rilievo - quelle che in tempi più recenti si accumuleranno negli archivi di banche, industrie e società - in precedenza si ritrovano infatti quasi esclusivamente in quelli familiari nobiliari, che però ne conservano quasi soltanto dati riguardanti la stretta gestione di beni agrari e urbani.

 

Questi archivi costituiscono una importantissima fonte di documentazione per la storia economica e sociale necessaria per una più approfondita indagine sulle innovazioni agronomiche ed industriali promosse dal Seicento-Settecento in poi.

 

 

La storia delle attività proto-industriali sviluppate in ambito aristocratico romano andrebbe senz'altro approfondito molto più che non sia stato finora fatto in chiave sociale ed economica, anche se i temi di storia economica contenuti nella documentazione pribata di queste famiglie sono più spesso e quasi esclusivamente quelli di rendite fondiarie derivanti dal sistema feudale e rendite finanziarie intrecciate ad inevitabili indebitamenti anche con catastrofiche conseguenze.


Si dovrebbero sistematicamente individuare tutti i
tentativi, gli episodi ed i successi di attività proto-industriali in ambito aristocratico, come ad esempio proprio cartiere e fonderie, per verificarne e allo stesso tempo delimitarne la presenza certa, accanto alle tradizionali rendita nobiliari, di coraggiosi investimenti innovativi, come accade a Bracciano.

La vera
novità del tempo nell'ambito delle famiglie patrizie romane è l'introduzione di nuove prospettive e stili di vita, appunto come quelli portati dai Pallavicini di Genova, e dagli Odescalchi di Como: questi "nuovi" nobili portano a Roma una cultura decisamente progressiva ed un concetto di nobiltà che non disdegna attività imprenditoriali, innestandola sulla qui tradizionalmente dominante ideologia del nobile-economo.

 


Fortunatamente per il nostro territorio della
Tuscia Romana tra gli altri i ricchi archivi Altieri e Odescalchi ci aiutano a tenere insieme gli aspetti economici e politici, anche perché connessi al potere papale: così l'archivio Altieri, che in parte coincide con il pontificato di Clemente X, nato Emilio Bonaventura Altieri, dal 1670 al 1676, contiene ordini ed istruzioni per le ferriere di Monterano, saldaconti, inventari e un libro mastro del ferro per il decennio dal 1673 al 1683, così pure l'archivio Odescalchi, al tempo di
Benedetto Odescalchi, Papa Innocenzo XI, successore di Clemente X dal 1676 al 1689, riporta dei molti opifici di Bracciano, la fonderia o "fornaccio", che alimenta una "ferrareccia", un magazzino cioè del ferro o "bottega di ferrarecce", vale a dire di oggetti ed arnesi in ferro specialmente ad uso agricolo, come, all'inizio del Settecento, una serie di esperimenti balistici effettuati su iniziativa di Livio I Odescalchi dato il suo interesse anche per la tecnologia, la catena di ferriere specializzate, i mulini e, qualche decennio dopo, anche la coltivazione di olivo e cotone, e ancora la cartiera che, per prima in Italia, introduce intorno al 1770 il cilindro all'olandese.

 

 

Per approfondire visita volentieri in questo portale le pagine già dedicate all'Acquedotto Odescalchi, come:
 

- La "Via delle Acque"

- L'acquedotto industriale del Ducato di Bracciano

- Attività produttive a Bracciano nel XVIII secolo

- Progetti

 

 

 

 

Il ritrovamento del Caput Acquae dell'Acquedotto Traiano

Il
Caput Aquae dell’Acquedotto Traiano alla sua prima e più importante sorgente rimane dimenticata e sconosciuta nei secoli fino ai nostri giorni, finché due cittadini britannici, Mike e Ted O’Neill, dovendo preparare una serie di documentari televisivi sugli antichi acquedotti romani non vanno a ricercare il condotto traianeo lungo il Lago di Bracciano e vengono accompagnati dall’Architetto Giuseppe "Bebi" Curatolo, appassionato studioso del settecentesco Acquedotto industriale Odescalchi di Bracciano, alle sorgenti che alimentano la conduttura cittadina di Bracciano.


In un'area di campagna tuttora selvatica del
Comune di Manziana una grotta artificiale, oggi brutto rudere abbandonato e quasi del tutto nascosto da rigogliosa vegetazione, ma già destinata a cappella mariana nel primo Settecento restaurata dai Principi Odescalchi, mostra una grande struttura a volta con due antichi ambienti laterali a crociera per accogliere le sorgenti, le cui acque vengono allora dirottate a rifornire la Bracciano Ducale, come ancora avviene oggi anche se attraverso moderne pompe da due pozzi contigui della portata giornaliera totale di ben 50.000 metri cubi.

La successiva cappella cristiana sovrastante -
caso non unico nel circondario, anzi più regola pensando che quasi ogni tempio mariano si fonda su uno pagano di epoca romana e spessissimo questo a sua volta su un luogo di culto etrusco - fa perdere nel tempo la memoria storica del loro uso antico collegato all'originario Acquedotto Traiano: il monumento si rivela uno stupefacente ninfeo all’origine delle prime sorgenti dell’acquedotto con una cappella centrale dedicata al dio del fiume o alle sue ninfe, affiancato da due bacini dalle stroardinarie volte in blu egizio, con alla base sistemi a blocchi di filtraggio a raccogliere le acque sorgive in due laghetti prima di incanalarle nell’acquedotto.

Per ricostruire un'immagine realistica della
imponente architettura di questo straordinario monumento rimasto segreto per secoli, la struttura originale raggiunge in altezza le rispettabili dimensioni minime di una decina di metri, tutte in opus lateritium o latericium ed opus reticulatum di fattura molto raffinata, i cui ambienti dalle volte a botte e a crociera, pozzi e cunicoli di captazione tutti convergono verso l'imboccatura dell'iniziale canale sotterraneo dell’acquedotto oggi suggestivamente percorribile perché povero di acqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La seconda rivoluzione industriale nella "Conca d'Oro"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

Per approfondire visita volentieri in questo portale le pagine già dedicate a Vigna di Valle, come:

 

- Le origini con i dirigibili

- Nasce qui anche la meteorologia italiana

- Dopo gli idroplani arrivano gli idrovolanti

- Idroscalo Militare Sperimentale tra le due Guerre

- L’Era Balbiana e gli “anni d’oro”

- La Regia Aeronautica – tra primati, crociere e trasvolate

- L'Italia all'avanguardia

- La caccia ai Primati

- Le prime Crociere Individuali

- Le Spedizioni Polari

- L'epopea delle Crociere Collettive

- Bracciano – Aeroscalo nazionale, europeo ed intercontinentale

- La Seconda Guerra Mondiale

- La fine di un sogno che non finirà mai

 

- Il travagliato cammino verso un Museo Areonautico

- "Il Museo di Vigna di Valle – Un gioiello da valorizzare"

- L’Aeronautica Militare Italiana – Unintroduzione

- "Lago sulle rotte dell'Imperial Airways"

 

- "Un piccolo spazio personale"

- "Volare necesse est!"

- Eppur si vola!

 

- Una doverosa pausa su Pietro Badoglio

- Diario di guerra del territorio della Tuscia Romana 1943-1944

- Un prigioniero che scotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gli effetti della terza rivoluzione industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La rivoluzione industriale in Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La persa prima rivoluzione industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Durante la Prima Rivoluzione Industriale l'Italia non esiste ancora come Nazione ma la penisola è ancora completamente frammentata, con vaste regioni sotto dominazione straniera - come il Lombardo-Veneto governato dall'Impero Austro-Ungarico e il Meridione del Regno delle Due Sicilie dalla Spagna - mentre il resto risulta suddiviso in Stati e Staterelli - Regno di Sardegna con Savoia, Piemonte e Sardegna, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Ducato di Lucca, Gran Ducato di Toscana, Repubblica di San Marino, Stati Papali con Romagna, Marche, Umbria, Stato Pontificio di Roma, Pontecorvo e Benevento.

 

 

Le prime locomotive a vapore in Italia non sono italiane ma di costruzione inglese, francese e belga e la loro importazione è un grave onere per gli Stati Pre-Unitari prima e per la neo-Nazione poi, così verso la seconda metà del XIX secolo se ne inizia la costruzione propria di modelli molto semplici, pur non riuscendo a liberarsi subito e del tutto dall'importazione, che continuerà da fabbriche bavaresi e prussiane almeno fino ai primi decenni del XX secolo.

La produzione e l'uso di locomotive a vapore da noi ha però vita più breve che in altri Paesi, data la necessità di
importare il carbone, così già 1905 le neo-costituite Ferrovie dello Stato sviluppano progetti che soprattutto negli Anni Venti portano alla produzione di macchine elettriche prima a trazione trifase e dal 1928 a corrente continua.

 

 

 


La prima ferrovia italiana è la
Napoli-Portici, nel Regno delle Due Sicilie, inaugurata nel 1839 dai Borboni con un primo tratto, che poi sarà integrato nella futura Napoli-Nocera-Castellammare, un tronco di poco oltre i sette chilometri, a doppio binario, privo di scambi alle estremità ma con piccole piattaforme girevoli, su cui una locomotiva Bayard può se da sola raggiungere i 60 km/h e 50 km/h con al traino un piccolo convoglio - il Regno delle Due Sicilie è il tredicesimo Stato al mondo a dotarsi di una linea ferroviaria e soltanto 14 anni dopo la prima in assoluto in Gran Bretagna:

- 1825, Gran Bretagna: Stockton-Darlington
 

- 1830, Stati Uniti d'America, Charleston-Hamburg
- 1832, Francia, Saint-Étienne-Lione
- 1834, Irlanda, Dublino-Kingstown
- 1835, Belgio, Bruxelles-Malines
- 1835, Regno di Baviera, Norimberga-Fürth
- 1836, Canada, La Prairie-Saint John
- 1837, Russia, Pietroburgo-Tzarskoe Selo

Cuba, L'Avana-Bejucal

Regno di Sassonia, Lipsia-Althen

- 1838, Austria, Vienna-Floridsdorf

Regno di Prussia, Berlino-Potsdam

- 1838, Austria, Vienna-Floridsdorf

- 1839, Regno delle Due Sicilie, Napoli-Portici

Olanda, Amsterdam-Haarlem


- 1840, Regno Lombardo-Veneto,  Milano-Monza
- 1844, Granducato di Toscana, Pisa-Livorno
- 1846, Ducato di Lucca, Pisa-Lucca

Ungheria, Pest-Vác

- 1847, Danimarca, Copenaghen-Roskilde

Svizzera, Zurigo-Baden

- 1848, Regno di Sardegna, Torino-Trofarello

Spagna, Barcellona-Mataro


- 1851, Perù, El Callao-Lima
- 1853, India, Bombay-Thana
- 1854, Norvegia, Oslo-Eidsvoll

Australia, Melbourne-Port Melbourne

- 1857, Egitto, Il Cairo-Alessandria d'Egitto

Stato Pontificio, Roma-Frascati

Argentina, Buenos Aires-San José de Flores


- 1860, Sudafrica, Durban-The Point

- 1872, Giappone, Tokio-Yokohama
- 1876, Cina, Shangai-Wu Sung

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La seconda rivoluzione industriale e le guerre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La terza rivoluzione industriale - dal "boom" economico alla crisi delle crisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A partire dagli Anni Cinquanta e Sessanta, l’Italia diventa protagonista di una tale crescita record nella produzione nazionale da essere denominata il "miracolo economico" con un picco tra il 1958 e il 1963: la insolita buona economia porta con se il ritardato "progresso" contribuendo a trasformare rapidamente quanto radicalmente - e a dire il vero in bene ma anche in male - la vita degli Italiani che mai hanno prima conosciuto tanto "benessere".

Uno dei principali fattori che aprono alla "svolta" è certamente la
fine del protezionismo di stampo fascista ora sostituito un sistema liberista
che almeno in questo periodo iniziale temporaneamente rivitalizza la produttività dell'industria italiana, anche grazie al "Piano Marshall" nel Dopoguerra e poi all'adesione dell'Italia al M.E.C. - il "Mercato Comune Europeo" - nel 1957.

 

Lo Stato interviene fortemente, vorrebbe tra l'altro smantellare l'AGIP - l'Azienda Generale Italiana Petroli fondata dal Regime Fascista nel 1926, dandone incarico a Enrico Mattei, figura centrale del sistema industriale nazionale e internazionale, ma sotto la sua guida l'azienda viene invece riorganizzata e nel 1953 nasce l'ENI - l’Ente Nazionale Idrocarburi: nella visione strategica dell'imprenditore il nuovo Ente dovrebbe diventare lo "strumento dei popoli poveri contro i popoli ricchi" e in pratica l’Italia una guida per i Paesi del Terzo Mondo: appoggiando i movimenti nazionalistici africani ed asiatici, il nostro Paese potrebbe ricevere in cambio concessioni per estrarvi petrolio, lasciando un più che equo 75% dei profitti dello sfruttamento dei giacimenti ai legittimi proprietari per la (ri)costruzione dei propri Stati, conquistando allo stesso tempo l'Italia ed i suoi alleati industriali quote di mercato a contrastare così il quasi monopolio delle multinazionali petrolifere.
Nemmeno a dirlo Mattei, già dal 1948 al 1953 parlamentare convinto della
"sinistra" democristiana, finisce "misteriosamente" male: nel 1962 l'aereo su cui viaggia viene fatto esplodere in volo
, questo accertato  definitivamente nel 2005.

 

 

 

 

A parte i "grandi giochi politici" di vaticana demo-teo-crazia è il Meridione comunque a fornire coi suoi poveri cristi la manodopera basso costo che fa ripartire l'Italia ed arricchire il solito Nord (di fanta-"Padania" ancora non si parla).

 

In contrasto all'euforico ottimismo generale infatti la Sinistra italiana esprime forti preoccupazioni: già nel 1951 viene forzatamente avviato un vero esodo dal Sud, che troverà la sua fine soltanto un quarto di secolo dopo, paesi decimati e intere genti costrette ad abbandonare in massa le proprie case ed affetti "in cerca di fortuna al Nord", cioè in città del Settentrione italiano come Milano, Torino e Genova, ma anche in quelle d'oltralpi, nell'Europa Continentale, come in Germania, Svizzera e Belgio - ancora alto livello di povertà, terre scarsamente fertili ed estremamente frammentate su cui mai verranno fatti i necessari investimenti di aggregazione ed ammodernamento, il prezzo ancora e di nuovo pagato dal Meridione, questa volta alla "industrializzazione del Paese", ma quasi esclusivamente nel suo Nord.


Lo
sviluppo dell’industria segna il definitivo declino dell'agricoltura con un drastico spopolamento di circa tre milioni dalle campagne verso le città in meno di dieci anni , non più l'agonia ma la morte di tutto uno sfaccettato, localmente peculiare mondo rurale da millenni caratterizzante il nostro Paese, nonostante la Politica continui a parlare proprio di quanto sia necessario per uno Stato moderno "incentivare e sviluppare il settore agricolo": il malcelato senso di colpa e forse la vergogna per andare a rafforzare invece di colmare il divario tra un Nord già arricchitosi a spese di un Sud depredato all'Unificazione, nel 1957 viene emanata una legge "pezza" che obbliga le aziende a partecipazione statale ad investire fino al 60% in Regioni meridionali "per creare nuove aree industriali" (quelle stesse insomma che, passato l'imbarazzo, verranno poi regolarmente chiuse ad una ad una fino ai nostri giorni - vedi ad esempio la FIAT e l'Olivetti).

 
In quei giorni anche nella
FIAT - Fabbrica Italiana Automobili Torino - fa il suo ingresso il concetto di "multinazionalità" accompagnato da un sistema di produzione a costi decrescenti, massimo sfruttamento degli impianti, allargamento del mercato di riferimento, competitività a livello internazionale: un modello di sviluppo insomma caratteristico del miracolo economico italiano Anni Sessanta, applicato anche alla Olivetti, la quale, con i suoi impianti di lavorazione automatizzati, raggiunge ottimi risultati di mercato dapprima con macchine da scrivere e calcolatrici, passando poi all'elettronica, Personal Compute e stampanti (suo è il primo PC del 1964!).

 

 

 

 

Con il sorprendente sviluppo industriale di mezzo secolo fa l'Italia lascia finalmente il suo ruolo di "Paese di Serie B" in Europa, fino ad allora scomoda eredità quale Nazione perdente nella Seconda Guerra Mondiale e quasi indelebile marchio a seguito dell'Era Fascista: niente paura però, la vocazione rimane ed ancora una volta non per nulla stiamo oggi disperatamente annaspando sulla linea di galleggiamento per non riaffondare del tutto trascinando con noi il resto d'Europa...

 

Che la società cambi radicalmente a seguito della terza rivoluzione indiustriale non c'è dubbio, che le "condizioni di vita" migliorino davvero con un già di per se nei decenni a seguire discutibile reale aumento del reddito medio della popolazione rimane però fortemente opinabile, a meno che l’acquisizione di "beni di lusso" come automobile, televisore, elettrodomestici vari e "telefonini" (ne deteniamo il primato mondiale!?)non venga innalzata ad indicatore di "progresso".

Il "boom" dell'economia si dimostrerà purtroppo una bolla di sapone, anche per la
totale incapacità politica di gestire il temporaneo successo industriale, la cementificazione di un Partito al potere per 50 anni - dal 1944 al 1994 - inoltre al servizio più o meno esplicito e più o meno incondizionato di uno degli Stati nello Stato, una classe dirigente sempre più ruffiana, ingorda, miope, ed incompetente se non addirittura fraudolenta e criminale, imbastardita da palesemente tollerate Logge Massoniche, "amici dli amici" e "parenti di" in un sistema spudoratamente clientelare, che alla fine quasi del tutto si fa forte di inguaribili nostalgici messianici, soggetti "orgogliosamente" eversivi, pifferai magici, cercatori di fortuna ed indagati: solite crisi finanziarie "Made in USA" a parte, la nostra italiana è una crisi sistemica innata e permanente tutta nostra ed evidentemente ci sta bene così perché guai a chi ce la tocca: beh, allora da veri Italiani, da bravi Cristiani e da fedeli Cattolici Romani non ci resta che cantare - Al Melech Ne'eman, "Il Signore nostro Re è affidabile!", ovvero "amen", e, perché no,
הללויה, alleluia, "Lodiamolo" (e, tutti in coro, "Sempre sia lodato")!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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