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La Tuscia Romana

I musei del territorio

Il Piccolo Museo del Lavoro di Bracciano, Roma

Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

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Il lavoro – Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

L'"industrialismo"

Industrialismo ed urbanizzazione

L'esplosione demografica

Provincialismo, regionalismo e localismo

Industrialismo - ideologie e politica

Capitalismo

Imperialismo

Colonialismo

Socialismo

Anarchismo

Comunismo

Il Neo-Liberismo

Industrialismo e costume

Pauperismo

Consumismo

Distruzione dell'ambiente

La "globalizzazione"

Finanza ed economia

Economia ed ecologia

Il ritorno alle origini

La qualità della vita nel nostro futuro

 

  Pagine correlate 

Pagina di origine

Il lavoro

L'industria

L'industrializzazione del nostro territorio

La Terra
Le Arti e i Mestieri

 

Luciano Russo – Una presentazione

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

 

L'"industrialismo"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra "industrializzazione" e "industrialismo" esistono convergenze ma anche molte divergenze: gli inevitabili e a volte auspicabili mutamenti correlati al processo di industrializzazione per lo "sviluppo economico" dei Paesi e l'"evoluzione sociale" delle loro popolazioni sono una cosa, lo sfruttamento indiscriminato ed a oltranza di tali cambiamenti tecnologico-finanziari porta invece inesorabilmente a prepotenti e spesso violente pressioni che non trasformano per migliorare, ma deliberatamente schiacciano in molti casi per annullare le pre-esistenti e per molti aspetti ancora valide strutture sociali di tipo "tradizionale" - in altre parole il modo di ripensare la società viene alla fine "adattato" a principale vantaggio solo di alcuni, spesso di pochi.

 

 

Non è mai esistita e non esiste infatti una fase "pre-industriale" di stasi nella società e non è certo  l'industrializzazione a portarvi tutte le dinamiche solo "rivoluzionando" a livello tecnologico e finanziario - vi sono sempre state, come vero non è che dopo questo periodo di transizione tutto finisca tranquillo e perfettamente ri-ordinato, come se si passasse ad uno stato di quiete o nuova stasi "post-industriale": da stasi a stasi, o addirittura "regresso" sociale?

 

A parte che le culture "pre-industriali" non sono tutte uguali e uniformi dappertutto, sembra molto strano che in una prospettiva di "industrialismo" le si riesca a portare in tutte le loro diversità ad un comune punto di arrivo, come se ri-disegnate e ri-prodotte "in serie" (così tipicamente "industriale"!), come se dopo la tempesta tutti i mari finiscano nella medesima bonaccia...
 

E alla fine della storia Chiesa e politica sognano una società dove il controllo delle tensioni sia totale, dove si assorba al meglio qualsiasi messa "sotto sforzo" della gente e l'accettazione passivamente regni, dove non esistano e soprattutto non si tollerino forze "disequilibranti": né l'industrializzazione né, tantomeno, l'industrialismo sono pie opere di carità cristiana.

Ad una analisi un po' più attenta tanto la
società pre-industriale, quella che si industrializza quanto la già industrializzata hanno decisamente una cosa in comune: mostrano la medesima tendenza conservatrice al controllo dei cittadini.

 

 

Una genuina e positiva industrializzazione "fatta per l'uomo" e "a misura d'uomo" dovrebbe iniziare con un graduale e lungo processo di preparazione ed accompagnamento verso la moderna velocità dei mutamenti, ottimizzando l'utilità del precedente patrimonio socio-culturale e migliorando le esperienze di servizio delle istituzioni socio-amministrative pre-industriali, costruendo cioè un ponte verso una nuova e migliore società, quella industriale ma nel rispetto dell'uomo e dell'ambiente.


Ma in fondo
"chi" industrializza "perché" lo fa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Industrialismo ed urbanizzazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La stragrande maggioranza della popolazione prima della Rivoluzione Industriale è dedita all’agricoltura nelle campagne e bene o male autosufficiente, con la nascita e lo sviluppo delle fabbriche viene indotta o, meglio, costretta a spostarsi in massa nelle città: la creazione di grossi centri produttivi avviene esclusivamente per andare incontro alle nuove necessità dell’industria, per nulla tenendo conto delle persone o della loro salute ed incolumità,  trasformando in pochi decenni tranquilli e puliti piccoli borghi di campagna in bulimici centri di produzione sporchi e fumanti - un nuovo mondo quello industriale, inquinato ed inquinante, cui ex-contadini ed ex-artigiani, in sempre crescente numero disoccupati e disperati, vengono nonostante tutto attratti a cercar lavoro perché ormai l'unico economicamente trainante.

 

 

In tali centri, che sorgono di norma intorno a fabbriche, la popolazione aumenta esponenzialmente senza peraltro che vi corrisponda un minimo di pianificazione, adeguamento o razionalizzazione a livello di sviluppo urbanistico, quindi espandendosi senza interruzione ed in modo caotico, convertendo in abitazioni qualsiasi spazio libero per soddisfare la pressante domanda da sovrappopolazione, da cui inoltre un aumento speculativo - non regolato, smisurato ed incontrollato - dei fitti: le nuove cosiddette "città industriali" finiscono in pochi anni per essere circondate da periferie sub-urbane senza fine, squallide, buie, maleodoranti e malsane, specialmente nel periodo che precede quelle scoperte medico-scientifiche le quali introdurranno i primi standard igienico-sanitari - sfruttamento, malattie e criminalità le dominano.

Soltanto negli ultimi decenni del XIX secolo le Amministrazioni Locali di queste grandi città avviano dei primi significativi
interventi di ristrutturazione urbanistica, come ad esempio quella di Parigi, che prevede il sistematico abbattimento di interi quartieri poi sostituiti da nuove zone urbanisticamente più moderne, razionali e funzionali: mettere ordine in simili enormi, caotiche aree urbane diventa la necessità di tutti Paesi industrializzati per poterle controllare e gestire, sviluppandovi per la prima volta reti stradali, fognarie e servizi pubblici.

 

 

Alla fine del XIX secolo l’industria arriva quasi a sostituire l’agricoltura e milioni di persone si affollano ormai in enormi centri industriali in condizioni igieniche molto discutibili e spesso direttamente pericolose, con stabilimenti male areati e a malapena illuminati, lavori altamente rischiosi, orari pesantissimi e salari estremamente magri: e se questo vale per tutti peggio degli altri stanno le donne ed i minori, le cui condizioni di lavoro sono senz'altro da definirsi come molto vicine a quelle di schiavitù.

 

E tutti questi lavoratori vivono in grandi città, le cui le condizioni igieniche in Europa e ovunque lasciano anch'esse all'epoca molto a desiderare, almeno fino a che nel corso dell’Ottocento non vengono costruiti "moderni" sistemi di distribuzione di acqua corrente e di evacuazione di rifiuti attraverso fognature (vale a dire quelle primarie opere di "urbanizzazione" adottate dai Romani più di duemila anni fa!), si organizzano i primi sistemi di trasporto pubblico di massa a collegarne i quartieri - cosiddetti tram, a cavalli poi elettrici, e ferrovie metropolitane.

 


L'esodo di così ingenti masse dalle campagne alle città è senz'altro uno dei fenomeni indiretti causati dal processo di industrializzazione che provoca la
trasformazione più drastica della società e dei rapporti sociali.

 

L'"occupazione" e il "reddito" vanno a determinare la collocazione delle persone nella nuova scala sociale cittadina: ai tradizionali nobili e prelati si aggiungono ora ricchi "borghesi" e cresce a dismisura il numero di domestici, artigiani, operai e poveri.

 

La netta distinzione tra lavoro e "tempo libero" fa nascere e crescere esponenzialmente una nuova vera e propria industria dello svago e dei divertimenti, con novità come il circo, l’operetta, il calcio, il cinema, mentre anche nei Paesi più progrediti altrettanto moderni sistemi di istruzione pubblica fanno fatica ad affermarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'esplosione demografica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il complesso insieme di scoperte ed invenzioni stimolate o promosse dalla Rivoluzione Industriale permette  di migliorare le condizioni igienico-sanitarie e alimentari di almeno parte delle popolazioni dei Paesi industrializzati e, nel giro di alcuni decenni, di abbattere l'alto tasso di mortalità infantile e nello stesso tempo di innalzare notevolmente l'età media della popolazione e le aspettative di vita individuali.

 

 

 

 

Verso fine dell'Ottocento la Rivoluzione Industriale innesca in Europa dinamiche socio-economiche tali da portare in tempi relativamente brevi ad un notevolissima crescita della popolazione: una produttività agricola in aumento da più regolare e migliore nutrimento, i progressi in ambito igienico-sanitario contribuiscono ad abbattere i tassi di mortalità innalzando l'età media, storicamente ricorrenti calamità come peste, colera e carestie varie vengono sostanzialmente ridotte o estinte, sono tutti fattori che contribuiscono in pochi decenni ad un esponenziale incremento della popolazione, una vera "esplosione demografica".

Basti dire che negli
ultimi due secoli, a partire cioè dalla Prima Rivoluzione Industriale:

 

- la popolazione europea cresce di quattro volte,

- la speranza di vita passa dai 25-35 ad oltre 75 anni,

- la natalità media scende da 5 a meno di 2 figli per donna,

- la mortalità raggiunge il suo minimo storico con il 10 per mille.
 


L'esplosione demografica che segue alla Prima Rivoluzione Industriale contribuirà sostanzialmente allo sviluppo economico della Seconda Rivoluzione Industriale, spingendo sempre più verso quel
"consumismo" che così tanti nuovi e gravi problemi sociali e politici provocherà, legati soprattutto ad un troppo disordinato, troppo rapido e troppo sfruttato concentramento di persone nelle città, alla fortemente iniqua distribuzione delle risorse e ai tragicamente epocali fenomeni migratori da tutta l'Europa verso Nord e sud America.

 

 

Le grandi trasmigrazioni continentali, il nuovo fenomeno sociale, sono rese possibili dalla rivoluzione dei trasporti e già dagli inizi Ottocento avvengono i primi spostamenti di massa di popolazioni europee verso le Americhe e l'Oceania, basti pensare a quelli degli Inglesi e degli Irlandesi, costretti ad abbandonare le campagne ormai totalmente cambiate dall'industrializzazione.

 

Il fenomeno torna e si accentua a fine secolo e a cavallo del successivo, fra il 1880 e il 1914, quando milioni e milioni di emigranti lasciano per sempre l'Italia Meridionale, la Penisola Balcanica e i Paesi dell'Europa Orientale, fuggendo da e abbandonadosi dietro condizioni di vita ancora semi-feudali attratti negli Stati Uniti d'America dalla quasi messianica promessa di migliori condizioni economiche per se e per i propri figli, promessa confortata dalla lunga fase di grande sviluppo industriale del Paese, il cui mercato necessita acutamente di manodopera nell'edilizia urbana, nelle grandi costruzioni stradali e negli ambiziosi progetti ferroviari coast-to-coast.

Le trasmigrazioni richiedono coraggio e comportano inevitabilmente difficili
strappi e sacrifici culturali, molto dolorosi sì ma, nonostante tutto, ben compensati dal benessere materiale e dalle forme partecipative democratiche di una più moderna civiltà, contribuendo a formare ex novo società multietniche, come quelle di, oltre a Stati Uniti d'America, Argentina e Australia.

 

Vedendo i vergognosi comportamenti odierni di Paesi nel passato di grandi migrazioni come l'Italia di fronte ai nuovi fenomeni migratori specialmente dai Paesi Arabi ed Africani, viene da domandarsi quanto corta sia la memoria storica collettiva di tale gente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Provincialismo, regionalismo e localismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Industrialismo - ideologie e politica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La società industriale "di massa" costringe gli Stati - non senza ritrosie - ad adattare in modo anche drastico le proprie istituzioni e a concedere un coinvolgimento popolare alla vita politica: le "masse" (non certo un bel termine) entrano infatti prepotentemente e stabilmente nella storia, un traguardo già oggetto di ripetuti tentativi tutti però risultati in episodiche affacciate - vedi ad esempio la Rivoluzione Francese e gli innumerevoli "moti" che variamente "rivoluzionari" accompagnano tutto l'Ottocento - sfociando in termini decisamente più duraturi nel cosiddetto "suffragio universale", un autentico strumento di impatto e trasformazione anche se ancora declinato tutto al maschile.

 

Così in una società di massa soprattutto le rapidamente accresciute fila della nuova classe "operaia" nelle fabbriche non possono organizzarsi altrimenti all'acquisita partecipazione alla vita sociale e politica che in organizzazioni di massa: questo agli inizi entusiasta, dinamico, speranzoso, rivendicante, allo stesso tempo idealista e pragmatico "movimento operaio" dà vita a "Sindacati", che per mettere pressione sui "padroni" accompagnano e sostengono le proprie - sacrosante! - rivendicazioni con potenti scioperi, cui aderiscono vere "masse" anche di milioni di lavoratori, e "Partiti", "di massa" naturalmente, tra cui primo fra tutti il Partito Socialista, capace di unire i lavoratori e dar loro quella forza incisiva sulla vita politica necessaria per  ottenere miglioramenti e riforme a livello nazionale, seguiti poi da "movimenti cattolici" (?) sotto la spinta di Papa Leone XIII il quale, segregato nel suo Vaticano, a partire dal 1878 e a cavallo dei due secoli, cerca di far recuperare alla sua sminuita Chiesa un ruolo non solo sociale ma anche apertamente politico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitalismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche se la parola "capitalismo" acquista nuovi significati in ciascuna epoca storica, in generale sta a indicare quelle pratiche economiche istituzionalizzate in Europa tra il XVII e il XIX secolo che danno diritto ad agire come "persone giuridiche" o società nella compra-vendita di "beni capitali", cioè scambi di cosiddetta "ricchezza finanziaria" - capitale fisico o reale, beni di capitale ivi compresi terra, lavoro e mezzi di produzione, e capitale finanziario -  in un mercato tenuto libero da controlli statali, diritto questo teoretizzato a giustificare sia la proprietà privata come tale ed in particolare di capitali che l'eliminazione di qualsivoglia regolamentazione pubblica, dando possibilità di accumulare e concentrare ricchezza convertibile in denaro e quindi re-investibile, in un regime economico e produttivo caratterizzato da sempre crescente potenza, monopoli più o meno palesi e sfrenate speculazioni.

Volendo poi semplificare al limite il significato della parola capitalismo è un
sistema economico in cui i beni capitali appartengono a privati, un fenomeno economico-politico-sociale, una ideologia creata per difendere la pretesa "naturale superiorità" di tale sistema.
 

 

 

 

Storicamente il sistema finanziario alla base dello sviluppo avviato dalla Rivoluzione Industriale, cioè controllo di capitali, fabbriche e produzione, va presto a concentrarsi sempre più nelle mani di sempre più pochi, grandi società e privati, a diretto danno di tutte le altre aziende più piccole e, quindi, più deboli dando così vita ai primi "monopoli".

La borghesia della Prima Rivoluzione Industriale, composta di
imprenditori indipendenti fortemente individualisti, viene sostituita nella finanza da organizzazioni più anonime, le cosiddette "società per azioni", le quali arrivano presto a dominare l'industria, il commercio e le banche: la stessa gestione della fabbrica e soprattutto il rapporto tra padrone e operai cambia drasticamente, le rivendicazioni sindacali dovranno essere portate avanti "interloquendo" non più con persone ma con "consigli di amministrazione", che a loro volta rappresentano azionisti le cui responsabilità sono spesso anonimamente "collettive".

I principi della
libera concorrenza vegono totalmente alterati da coalizioni e concentrazioni sia industriali che commerciali, come i "cartelli", associazioni di fatto di imprese produttrici di beni simili tenute segrete, che si dividono fra loro il mercato autoassegnandosene zone o segmenti per bloccare la concorrenza esterna, i quali poi si trasformano in "pool" se dotati di organi di controllo interni, ovvero in "trusts" qualora si fondano per ridurre i costi di produzione ad eliminare la concorrenza e migliorare i profitti attraverso il mantenimento dei livelli dei prezzi in regime di monopolio.

Ma la forma più aggressiva di
concorrenza aggressiva, soprattutto a contrastare attori stranieri sul mercato, è il cosiddetto "dumping", cioè la  vendita a prezzi inferiori a quelli di costo sui mercati esteri compensata da una proporzionale maggiorazione dei prezzi di quei beni sul mercato interno o di riferimento: nasce così il "nazionalismo economico" pronto a degenerare in aperto "protezionismo", ovvero una  guerra "doganale" come quella iniziata dai produttori tedeschi nel 1879 che sfocerà nella "Grande Guerra" 1914-1918.

 

 

Questo in macro-contesti storici anche fin troppo studiati, descritti e analizzati, dimenticando spesso che tutto nasce da e si nutre di micro-realtà, perché ogni società è costituita da individui che la natura umana fa tendere a chiudersi in se stessi, nel proprio egoismo, a soddisfare i propri bisogni e desideri invidiando gli eventuali successi altrui, quindi il Capitalismo, come filosofia di vita ancor prima che come sistema economico, attecchisce più che facilmente nella società che ci siamo plasmati a nostra immagine e somiglianza, proprio dando alla singola persona, all'"io", l'illusione di poter realizzare ogni suo sogno ed appagare ogni sua voglia, anche la più inconfessabile, un'illusione mediaticamente sostenuta da modelli culturali di tipo "ricco è bello": il Capitalismo rende di fatto possibile comprare non solo i corpi ma le anime dei nostri simili, addirittura comprare per soldi dall'Istituzione Chiesa ufficiale indulgenza plenaria per un posto in Paradiso...
 

Il Capitalismo sembra oggi aver forse definitivamente annientato quel Socialismo rivoluzionariamente fatto di "noi", alla base stessa del vero Cristianesimo, della sua dottrina, innanzitutto sociale: restano le Socialdemocrazie nordeuropee scandinave, società in cui a tutti si cerca di dare reali pari opportunità, in cui l'equità si cerca di garantirla con sistemi fiscali progressivi e tasse su patrimoni e rendite, non "beneficenza" dei ricchi.

 

Così il popolare nuovo concetto odierno di "Capitalismo" si intreccia e quasi fonde con quelli antichi come dell'egoismo individuale, quelli da secoli pseudo-cristiani come di presunta condivisione di "valori morali" perbenisti, quelli "moderni" come di inevitabile "globalizzazione": e la cosidetta "Alta Finanza" - mostratasi troppe volte di ben altra bassa lega - viene lasciata galoppare senza briglie in un clima generale di "liberoscambismo", "neo-liberalismo" e "neo-liberismo", mentre inesistenti "crisi" ci terrorizzano e paralizzano, spingendoci ad essere ancora di più "homini lupi".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Imperialismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vladimir Iljitj Lenin scrive:

"L'imperialismo sorge dall'evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del Capitalismo in generale.

Ma il Capitalismo diviene imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché [... si ha] la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza [...].

Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell'imperialismo, si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del Capitalismo."

 

 


Lo smisurato
potere economico derivante dalla concentrazione della proprietà sui mezzi di produzione industriale cerca e ottiene da subito sia collaborazione che protezione dal potere politico, per assicurarsi da un lato l'accrescimento del capitale e dall'altro il controllo frenante se non repressivo delle masse dei lavoratori: le decisioni dei Governi vengono così sempre più condizionate dai crescenti interessi economici e finanziari delle banche, le quali presto non si limitano più ad investire risparmi nello sviluppo industriale, ma lo condizionano attraverso la concessione di crediti.

I profitti derivanti dai capitali dapprima investiti in progetti industriali nazionali vengono re-investiti in ancora più
ambiziosi progetti all'estero, una serie di opere colossali finanziate in Paesi sottosviluppati, che finiscono per condizionarne la politica sia interna che estera, in cambio di quelle preziose materie prime necessarie all'industria dei Paesi di origine, manodopera a basso prezzo ed inltre come obbligo contrattuale l'acquisto di macchinari industriali: una vera trappola, micidiale per i Paesi debitori, ma capace di creare reali fortune per il Paese creditore, come nel caso eclatante del capitale britannico investito nei Paesi del cosiddetto Commonwealth - l'Impero Britannico.
 


La concentrazione industriale porterà ad una divisione dei nuovi mercati mondiali in
zone economiche e di scambio commerciale strategiche, in collaborazione e competizione fra loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Colonialismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'origine politico-culturale va trovata in quei fenomeni di espansione territoriale già tipici nell'Antichità, l'occupazione di terre ben oltre i confini della propria Nazione per trarne vantaggi economici: vedi l'Impero Ateniese che in Grecia conquista la supremazia marittima sull'Egeo costringendo le città che vi si affacciano ad alleanze forzate e controllando anche zone costiere del Mar Nero da cui ottenere le materie prime necessarie al mantenimento della sua flotta, o l'Impero Cartaginese capace di sottomettere molte delle Popolazioni Nordafricane ed Iberiche sfruttando al massimo le miniere d'oro spagnole, o l'Impero Romano che, attraverso la strategia del "Divide et impera", sfrutta rivalità fra popolazioni e tribù frammentandone la capacitá di difesa per assoggettarne i ricchi e vasti territori con modeste risorse militari e poi controllarli fondandovi proprie città, o la nuova ondata di conquiste e saccheggi che seguono le spedizioni oceaniche di esploratori, imponendo con la violenza la sovranità politica di piccoli Stati Europei su territori lontani anche estesissimi, dominandoli economicamente attraverso il sistematico sfruttamento delle loro immense risorse naturali, della loro forza lavoro a costo quasi nullo e dei loro mercati per un commercio di ritorno.

 

Ma il colonialismo va ben oltre, costruendo logiche artificiose a legittimarne il fenomeno, come la falsa convinzione, non di rado ancorata negli stessi testi sacri della Cristianità, che i colonizzatori portino ai colonizzati valori, etica e cultura occidentali ben superiori a quelli locali pre-esistenti, giustificandone in tal modo tutte le nefandezze impunemente commesse nel cercare di abbattere con qualsiasi mezzo ogni resistenza delle popolazioni autoctone ed il susseguente loro imposto stato di quasi schiavitù o comunque asservaggio: tale dominio coloniale di Stati europei su territori extraeuropei viene mantenuto durante l'intera età moderna a partire dal XVI secolo ufficialmente fino alla seconda metà del XX secolo, ma di fatto, pur sotto altre forme, ancora in atto come Neo-Colonialismo malamente camuffato con ormai fin troppo note etichette di "civilizzazione" ovvero "modernizzazione" ovvero "democratizzazione"...

 

 


Gli
Stati Uniti d'America sono ex colonie, come il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda e così via che ad un certo punto si ribellano al trasferimento di ricchezza dai propri territori colonizzati che inibisce il loro sviluppo economico - questi gli Stati Europei con i loro rispettivi periodi colonialisti:

 


- il
Colonialismo Spagnolo è il primo dal 1493 al 1808

(Hispaniola, Nordamerica sud-occidentale, Florida, ben 13 Stati del Sudamerica)


- il
Colonialismo Portoghese
dal 1505 e al 1815

(Brasile, Coste Africane del Golfo di Guinea, Angola, India Occidentale, Timor, Macao, Isole nell'Oceano Atlantico)


- il
Colonialismo Olandese dal 1619 al 1949

(Indonesia - Batavia o Giacarta, Piccole Antille, Nordamerica - Manhattan New Amsterdam oggi New York)

 


- il
Colonialismo Francese in tre fasi

 

il primo colonialismo dal 1608 al 1783

(Nordamerica - Nuova Francia, Québec, Regione dei Grandi Laghi, pianura del Mississippi, Louisiana, Saint-Domingue e altre isolette nei Caraibi, Guiana Francese, India Occidentale, ma con il Congresso di Vienna del 1815 gran parte delle colonie vanno alle potenze europee vincitrici)
 

il secondo colonialismo dal 1830 al 1859

(Algeria, Vietnam, Guiana Orientale, Senegal, Gabon, Isole di Tahiti e la Reunion)
 

il terzo colonialismo dal 1860 al 1962

(Africa Occidentale - Senegal, Marocco, tutta l'Africa Occidentale Sahariana, Mauritania, Costa d'Avorio, Congo Belga, Madagascar, Laos, Cambogia, Nuova Caledonia, autorità commerciale ed economica in molti porti e fiumi cinesi)

 


- il
Colonialismo Britannico in tre fasi

 

il primo colonialismo dal 1607 al 1783

(Nordamerica - Virginia, Nordamerica Orientale, Nuova Scozia, Terranova, Terra di Rupert, Bahamas, Giamaica, Belize, gran parte delle Piccole Antille, con il Trattato di Parigi riconosciuta l'indipendenza degli Stati Uniti d'America)
 

il secondo colonialismo dal 1753

(Sudafrica, Canada, India, Ceylon, Malesia, Australia, Nuova Zelanda, Malta, Gibilterra, Guiana Occidentale e isole atlantiche)

 

il terzo colonialismo dal 1870 al 1956

(si mantengono i precedenti possedimenti con nuovi insediamenti commerciali in Cina come Hong Kong, Bechuanaland/Botswana, Rhodesia/Zambia, Uganda, Kenya, Somalia Settentrionale, Egitto, Sudan, Nigeria, Costa d'Oro, Sierra Leone, Gambia, Yemen, Kuwait, Birmania, Papua, Brunei e arcipelaghi polinesiani)

 


- il
Colonialismo Russo dal
1581 al 1915

(Siberia, Alaska, Asia Centrale, Caucaso)


- il
Colonialismo Tedesco dal
1870 al 1918

(Africa Centrale e Meridionale, Camerun, Namibia, Togo, Tanzania, teste di ponte in isole dell'Oceano Pacifico, intera zona settentrionale di Papua Nuova Guinea e Arcipelago di Bismarck in Cina)

 


- il
Colonialismo Italiano in tre fasi

 

il primo colonialismo dal 1869 al 1905

(Corno d'Africa - Eritrea, Somalia)

 

il secondo colonialismo dal 1911 al 1912

(Tripolitania, Cirenaica, Isole del Dodecaneso)

 

il terzo colonialismo dal 1935 al 1943

(Abissinia oggi Etiopia)

 

 

 

 


 

Duramente criticato nella storia il comportamento alquanto ambiguo della Chiesa Cattolica anche a questo riguardo, non essendosi mai decisamente opposta alle brutalità dei colonizzatori europei, a partire da quelle dei cattolicissimi Spagnoli e Portoghesi nelle Americhe, anzi ben vedendo le arbitrarie conquiste territoriali e lo sfruttamento delle popolazioni da parte delle Potenze coloniali come occasioni di evangelizzazione di nuove terre e popoli: non a caso quindi ma in modo sistematico la nuova diffusione del Cattolicesimo arriva a giustificare ufficialmente addirittura documentati eccidi di indigeni inermi da parte dei colonialisti, come quello del primo vero "Olocausto" Americano, un genocidio consumato e legittimato ai danni degli Indios anche nel nome di Dio, salvo eccezioni di personale eroismo soprattutto ad opera di Gesuiti e Domenicani, purtroppo nel contesto storico isolate ed episodiche, tra cui la più nota quella di Mboboré nel Paraguay del 1641, una vera battaglia durata otto giorni in cui giovani missionari gesuiti difendono con le armi le popolazioni Guaranì minacciate dagli schiavisti.

 

Il film inglese "The Mission", La Missione, del 1986 con Robert De Niro come protagonista, è ad esempio basato sugli eventi che circondano il Trattato di Madrid del 1750, con cui la Spagna cede parte del Paraguay cosiddetto "Gesuita" al Portogallo: il narratore del film, "Altamirano", corrisponde al vero Padre Gesuita andaluso Luis Altamirano, inviato dall'allora Superiore Generale Ignacio Visconti in Paraguay nel 1752 proprio per sovrintedere al trasferimento di tali territori, in tutto sette missioni a Sud ed Est del Rio Uruguay, tra cui São Miguel das Missões: il pattuito compenso pro capite per i 30.000 Guarani schiavizzati è stabilito a circa 1 peso (!) mentre coltivazioni, bestiame e edifici vengono valutati tra i 7 e i 16 milioni di pesos...

Con la libertà narrativa propria dei film, diversi avvenimenti storici vengono fusi e le scene finali della battaglia ricreano fedelmente proprio la difesa anche con armi da fuoco dell'altra e più antica Missione, quella del Rio Paranapanemá sulle suggestive cascate Guairá, combattuta a terra e da barche sul fiume dagl'indigeni Guarani organizzati, istruiti e comandati da Missionari Gesuiti oltre un secolo prima - proprio la Battaglia di Mboboré che riesce a mettere almeno temporaneamente fine alle scorrerie del conqueror Paulista
 


Tanto per citare delle
cifre in questo nostro mondo di statistiche e di zero virgola zero zero qualcosa nelle fluttuazioni di cambio e Borse:

- nel
Messico Settentrionale, in circa un secolo dall'invasione occidentale la popolazione diminuisce da più di 

2.500.000 a meno di 320.000 persone;


- nel
Messico Centrale, a 75 anni dall'arrivo degli Europei la popolazione è ridotta del 95%, da oltre 25

milioni nel 1519 a meno di 1.300.000 nel 1595;


- nel
Messico Sud-Orientale, in un secolo e mezzo la popolazione pre-colombiana diminuisce da 1.700.000

a 240.000;

 

- al largo della Costa Orientale Messicana, la popolazione dell'Isola di Cozumel nei 70 anni dopo l'arrivo

degli Spagnoli viene distrutta più del 96%;

 

- vicino al Golfo del Messico, a Cordoba si estingue il 97% della popolazione in poco più di un secolo;

 

- sempre nel Golfo del Messico, a Jalapa la popolazione viene annientata da 180.000 persone nel 1520 a

neppure 5.000 nel 1626;


- nel
Guatemala la popolazione degli Altipiani del Cuchumatan diminuisce dell'82% nei primi 50 anni e del 

94%, da 260.000 a 16.000, in meno di un secolo e mezzo dalla assoggettazione agli Europei;


- nel
Nicaragua Occidentale nei 60 anni dopo l'Invasione Spagnola sparisce il 99% della popolazione

passando da oltre 1.000.000 a meno di 10.000 persone (!);


- nel
Messico Centrale, a 75 anni d all'arrivo degli Europei la popolazione diminuisce del 95%, da oltre 25

milioni nel 1519 a meno di 1.300.000 nel 1595;


- nell'
Honduras Occidentale e Centrale il 95% degli abitanti vengono sterminati nel giro di mezzo secolo;


- nel
Messico Centrale, a 75 anni d all'arrivo degli Europei la popolazione diminuisce del 95%, da oltre 25

milioni nel 1519 a meno di 1.300.000 nel 1595;

 

 

Questa la terribile verità storica dietro i crimini perpetrati da noi Europei in tutto il Messico e l'America Centrale a seguito della scoperta delle Indie Occidentali ad opera di Cristoforo Colombo, nei libri di scuola chiamati "la colonizzazione delle Americhe", per lo più causa tanto diretta quanto indiretta dell'improvvisa e quasi totale scomparsa di intere popolazioni lì vissute per millenni: una prima condanna ma solo della cosiddetta "schiavitù nera" è di Papa Urbano VIII nel 1639, ma per una chiara e definitiva presa di posizione della Chiesa contro il neo-colonialismo bisognerà aspettare fino al 1961 (!) con l'Enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Socialismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Socialismo è tutto un complesso di ideologie, orientamenti politici, movimenti e dottrine che mirano al cambiamento della collettività verso una totale uguaglianza dei Cittadini sul piano tanto economico quanto sociale e giuridico, in altre parole una corrente di pensiero, una teoria, una dottrina ed una pratica sociale che propone proprietà e gestione "collettive" dei mezzi di produzione, dove il concetto di "collettive" sta esplicitamente per "nell'interesse di tutti" ma non necessariamente per "da parte della collettività" e tanto meno per "collettivizzate": "rivoluzionario" o "riformista" il Socialismo si contrappone per definizione al Capitalismo, combattendone le inaccettabili ed arbitrarie diseguaglianze sociali.
 

All'origine tutti questi movimenti e dottrine vedono il raggiungimento dei propri obiettivi attraverso il superamento delle classi sociali e la soppressione almeno parziale se non totale della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio in modo che fino al 1848 "Socialismo" e "comunismo" possono essere considerati come termini sinonimi ed intercambiabili, ma il Manifesto di Karl Marx and Fredrick Engels opera la decisiva e definitiva separazione tra Socialismo cosiddetto "Utopistico" e Socialismo cosiddetto "Scientifico", quest'ultimo chiamato anche polemicamente vero "Comunismo".
 

 

 


Pur risalendo le dottrine "socialiste" ai
primi decenni del XIX secolo, strettamente legate alle profonde trasformazioni economico-sociali provocate dalla Rivoluzione Industriale e alla nascente lotta del movimento operaio per migliorare le condizioni economiche della propria classe oppressa e sfruttata dal Capitalismo, contro il liberalismo classico, a favore della nazionalizzazione o socializzazione dei mezzi di produzione per abolire il profitto individuale e promuovere il bene comune collettivo, a livello internazionale contro nazionalismo e imperialismo, il pensiero non è affatto nuovo se già nel 1516 l'umanista, scrittore e politico inglese Thomas More (spesso italianizzato in "Tommaso Moro" e addirittura venerato Santo sia dalla Chiesa Cattolica Romana che da quella Anglicana) nella sua "Utopia" denunciando le iniquità sociali dell'epoca auspica una società "in comunanza di beni" amministrata da un "governo di saggi", concetti ripresi dal calabrese filosofo italiano il frate domenicano Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella, che nella sua "La Città del Sole" un secolo dopo, nel 1620, delinea uno Stato ideale in totale comunanza dei beni retto con Potenza, Sapienza e Amore, sollevando la sua rivalutazione dell'uomo grande scandalo (ed quasi accusa di quasi-eresia!) che gli costerà ben cinque processi ed una prigionia trentennale prima della sua fuga-esilio in Francia.

 

La fine del XIX secolo non a caso vedrà proprio in Francia la Rivoluzione proclamare l'eguaglianza di tutti gli uomini e le donne, ed in particolare la cosiddetta Conjuration des Égaux o "Congiura degli Uguali" di Gracco Babeuf, poi per questo processato e giustiziato, Filippo Buonarroti e Augustin Darthé, una cospirazione del 1796 della "Società degli Eguali" contro lo stesso Direttorio con il dichiarato fine abolire la proprietà privata, ultimo ostacolo per riportare una "reale uguaglianza" nella società moderna.
 


Nel
1831 la Rivolta dei Canut o "tessitori di seta" di Lione rappresenta la prima sollevazione operaia nel mondo moderno contro la Rivoluzione Industriale, in cui i rivoltosi riescono ad impossessarsi della città per due giorni, supportati da parte della Guardia Nazionale, soppressa solo grazie all'intervento di un'armata di ben 20.000 uomini: la rivolta è risultato  del Socialismo cosiddetto "utopistico" rivoluzionario francese, il cui limite rimangono le sue teorie astratte, nostalgiche di quel mondo pre-capitalistico oramai perso per sempre, poi superate dal Socialismo cosiddetto "scientifico" e Marxismo.
 

Il Socialismo verrà quindi a dividersi abbastanza presto in riformista e rivoluzionario e alla fine del XIX secolo "revisionisti" vengono chiamati quei riformisti che, mettendo sempre più in dubbio le previsioni analitiche del Socialismo "scientifico" basate sulla comprensione delle leggi storiche e sociali, scelgono di nuovo il Capitalismo ed il parlamentarismo per poi finire come "socialdemocratici", ormai molto lontani dal genuino Socialismo storico (vedi ad esempio Bettino Craxi in Italia, Tony Blair in Gran Bretagna e Gerhard Schröder in Germania), mentre tutti gli altri vengono automaticamente definiti socialisti "marxisti".

Il Socialismo rivoluzionario auspica la
ribellione spontanea delle masse contro le contraddizioni interne al Capitalismo, in contrasto con il centralismo autoritario marxista-leninista dei Bolscevichi, come la tedesca Rosa Luxemburg, pseudonimo di Rozalia Luksenburg, politica, teorica e rivoluzionaria tedesca di origini polacche ed ebraiche, ma dopo la Rivoluzione Russa del 1917 e la Terza Internazionale del 1919 il Socialismo rivoluzionario di radice marxista va a coincidere con il Comunismo.
 

 

In Italia il Socialismo si sviluppa soprattutto con il "Partito Operaio Italiano", fondato a Milano nel 1882, poi "Partito dei Lavoratori Italiani" nel 1891 e "Partito Socialista Italiano" nel 1892, sciolto l'anno dopo dal Governo Crispi, con il primo socialista eletto in Parlamento nell'ex anarchico Andrea Costa, mentre nel 1891 si costituisce anche il "Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario": il Partito Socialista diventa sempre meno rivoluzionario, sempre più riformistico e nel 1921 ve se stacca la corrente che darà vita al Partito Comunista Italiano di Antonio Gramsci.

Durante il
Ventennio Fascista i Socialisti italiani operano in clandestinità con forte spirito antifascista partecipando anche alla Guerra di Liberazione, poi nel Dopoguerra il Partito Socialista Italiano si fa sempre più moderato date le sue ambizioni di governo, diventando addirittura il Partito Socialista più a destra in Europa, con Bettino Craxi che arriva a sdoganare un Silvio Berlusconi, mutamento rappresentativo per la trasformazione del Socialismo a livello mondiale verso il riformismo e il progressivo totale inserimento nei vari sistemi democratico-borghesi, sempre più lontano dalle rivendicazioni egualitarie del marxismo, da cui il Socialismo "democratico", la "socialdemocrazia" ed il Socialismo "liberale".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Anarchismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parallelamente al Socialismo si sviluppa un'altra dottrina di matrice socialista, l'Anarchismo, dal pensiero del filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon in polemica con Karl Marx, uno scontro che si accentua all'interno dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori o "Prima Internazionale" anglo-francese - organismo internazionale dei movimenti operai fondato nel 1864 su iniziativa di Marx per la comune difesa e rivendicazione dei diritti dei lavoratori, l'autoemancipazione, il coordinamento internazionale e la conquista del potere politico - fino ad una prima scissione tra il 1871 e il 1872.


"Comunismo" continua a essere sinonimo di "Socialismo" per tutto l'Ottocento ed i partiti che partecipano alla Seconda internazionale - fondata nel 1889 a Parigi dai Socialisti e Laburisti europei poi di fatto scioltasi nel 1914 - pur tutti di ispirazione marxista, vengono ancora denominati "socialisti" o "socialdemocratici": la definitiva separazione dei termini è ad opera di
Влади́мир Ильи́ч Ле́нин , Vladimir Iljitj Lenin con la Rivoluzione Bolscevica del 1917 e la costituzione della Terza Internazionale nel 1919, in cui la falange rivoluzionaria del Socialismo si organizza indipendentemente nei Partiti "Comunisti", mentre i Partiti Socialisti,  ormai per contrapposizione "riformisti", vanno ad inserirsi nei sistemi democratico-borghesi dei rispettivi Paesi.

 

I Socialisti prendono così decisamente le distanze dal Leninismo e gradualmente anche dal Marxismo, recuperando le idee liberali dell'utopismo socialista pre-marxista e dando vita al Socialismo Democratico, alla Socialdemocrazia e al Socialismo Liberale, fine che, dopo il crollo del Comunismo dell'Est e la disgregazione dell'Unione Sovietica, faranno anche i grandi Partiti Comunisti occidentali ed in particolare europei alla fine del XX secolo, orientandosi anch'essi al riformismo ed inserendosi altrettanto nei medesimi sistemi democratico-borghesi che hanno combattuto, prendendo gradualmente le distanze dall'originario  Marxismo rivoluzionario, tutti meno gli Anarchici.

 

 

 

 

Tutti i movimenti anarchici si autodefiniscono "socialisti" opponendosi al Capitalismo, dagli individualisti ai sociali, ma c'è chi ritiene che l’Anarchismo non sia Socialismo: se consideriamo però il Socialismo come miglioramento della società, o è archico o an-archico, cioè o autoritario o libertario, in altre parole o dello Stato o libero, quindi i miglioramenti sociali possono avvenire o aumentando o diminuendo i poteri esterni all'individuo - se li aumentano sono miglioramenti archici, se li diminuiscono anarchici.

Si potrebbe anche dire che
tutti gli anarchici sono socialisti, ma non tutti i socialisti sono anarchici:  l'Anarchismo è sinonimo di Socialismo in quanto il suo primo obiettivo è quello di abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: chiamiamolo pure "Socialismo libertario", "autogestionarismo", "anarco-Socialismo", "antiautoritarismo" o anche "sinistra libertaria".
 


In quanto socialisti gli Anarchici condividono alcune idee con i Marxisti, ma nessuna con i Leninisti: il filosofo e rivoluzionario russo fautore dell'Anarchismo Collettivista
Михаил Александрович Бакунин, Michail Aleksandrovitj Bakunin, e l'anarchista individualista americano Benjamin Ricketson Tucker, accettano sia l'analisi che la critica contro il Capitalismo di Karl Marx condividendone inoltre la teoria valore del lavoro mentre lo stesso Marx è a sua volta fortemente influenzato da "L’unico e la sua proprietà" di Max Stirner e il movimento marxista condivide a sua volta opinioni simili all’anarchismo sociale: la continuità di pensiero da Marx a Lenin la si ritrova altrettanta anche da Marx ai marxisti libertari decisamente critici verso Lenin e Bolscevismo, con idee molto simili alla volontà anarchista di costruire una libera associazione tra uguali.
 

L'Anarchismo Collettivista o Anarco-Collettivismo di Bakunin sostiene l'abolizione sia dello Stato che della proprietà privata dei mezzi di produzione la quale passa sotto il controllo e la gestione collettivi degli stessi produttori: collettivizzati i mezzi di produzione saranno i lavoratori stessi a determinare democraticamente i propri stipendi tenendo conto delle difficoltà del lavoro e del tempo dedicato alla produzione, utilizzando poi gli stipendi per l'acquisto di beni nel mercato comunale.

 

La visione abbastanza utopistica dell'Anarco-Collettivismo contrasta con quella dell'Anarco-Comunismo, la quale invece prevede l'abolizione dei salari permettendo agli individui e alle famiglie di approvvigionarsi liberamente e gratuitamente "secondo il proprio bisogno" presso un magazzino di merci comune: in una tale prospettiva lo stesso Anarchismo Collettivista anti-autoritario di Bakunin finisce per apparire in realtà come un misto di individualismo e collettivismo.

 


In sintesi l’Anarchismo può quindi essere considerato un tipo di Socialismo diametralmente opposto a quello di Stato, che respinge ogni
"progettazione centralizzata" e ricerca nella piena libertà individuale forme di associazione e cooperazione fra lavoratori e comunità di lavoratori, ritenendo il "Socialismo di Stato" null'altro che un'altra forma di "Capitalismo di Stato": per queste divergenze con i socialisti cosiddetti "statalisti" o "massimalisti" gli anarchici, sebbene storicamente e logicamente anti-capitalisti e quindi socialisti, preferiscono chiamarsi semplicemente "anarchici".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Comunismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il "Socialismo di Stato" è una forma di pseudo-Socialismo che implica la proprietà dei mezzi di produzione da parte dello Stato, deriva del Socialismo originario e viene chiamata dai Marxisti semplicemente "Socialismo" e dagli Anarchici "Socialismo di Stato" cioè l'antitesi del vero Socialismo ovvero la negazione esplicita del principio di libertà ed uguaglianza.
 

Il Socialismo "scientifico" invece è una forma di Socialismo teoretizzata da Karl Marx e Friderich Engels e definita tale per distinguersi dal Socialismo "utopistico".

 

Ma è la sinistra rivoluzionaria anarchica la prima a di fatto usare su larga scala il termine "Comunismo".

 

 


Marx fonda il suo pensiero sul
"materialismo storico", cioè su una concezione materialista della storia, un metodo di analisi reale delle condizioni materiali, cioè economiche, dello sviluppo sociale e quindi anche strumento pratico per modificarle attraverso una rivoluzione: più tardi Marx abbraccerà il "materialismo dialettico", una reinterpretazione della realtà e visione scientifico-deterministica della storia, capace di prevedere la crisi del Capitalismo e l'arrivo del Comunismo.

Questa concezione materialista della storia porta Marx a definire la storia come
"lotta di classe" e la storia del suo tempo la contrapposizione tra borghesia e proletariato come conseguenza della contraddizione capitalista: la schiavitù dell’uomo deriva dalle condizioni materiali in cui vive e non dalle sue rappresentazioni, per cui soltanto la "praxis umana" di teoria e pratica rivoluzionaria può modificare le strutture sociali che ne condizionano il modo di pensare - le idee delle classi dominanti sono le idee dominanti nella societá, quindi occorre modificare i rapporti di produzione materiale ovvero la vera "struttura" della societá per cambiarne anche la "sovrastruttura" costituita da idee politiche, religiose, culturali, filosofiche e morali.

Marx non nega infatti l'
importanza delle idee dato che le idee possono trasformarsi in prassi: è compito storico del proletariato maturare la propria coscienza di classe per arrivare alla rivoluzione, cioè ad impadronirsi dello Stato, instaurare una "dittatura del proletariato" e educare le masse fino a che non ce ne sia più bisogno, vale a dire finché il proletariato non esista più e le persone possano di conseguenza rapportarsi reciprocamente in piena libertà, in quell'anarchia ideale che non conosce leggi né autorità.

 

 

Il Comunismo è infatti una dottrina ed un sistema politico-sociale fondata sul principio di un'uguaglianza reale fra tutti i membri di una società con proprietà comune dei mezzi di produzione, una formula che non cambia di molto attraverso la storia, dalla città ideale della Repubblica di Platone, agli ideali e le pratiche comunistici del primo Cristianesimo, a un Francesco d'Assisi, ai movimenti ereticali di Catari, Valdesi e Fratelli Apostolici di Fra' Dolcino, alla predicazione di Gioacchino da Fiore, alla esortazione del protestante Thomas Müntzer a restaurare l'uguaglianza delle comunità cristiane delle origini, a Thomas More, a Tommaso Campanella... - solo che con la Rivoluzione Industriale del XVIII secolo perde progressivamente il suo utopismo e richiamo alla natura per trasformarsi in uno strumento storico rivoluzionario: attraverso il ghigliottinato François-Noël Babeuf, il primo rigoroso comunista Etienne CabetClaude-Henri de Saint-Simon padre del Socialismo Cristiano che conia il concetto di "società industriale", il socialista utopistico Charles Fourier, l'anti-liberale Luois Blanc, il comunista senza compromessi Louis Auguste Blanqui, Pierre Joseph Proudhon l'anarchico, Robert Owen uno dei padri del socialismo utopistico, si arriva alla teoria comunista scientificamente definita dallo scrittore, giornalista, sociologo, economista, storico e filosofo tedesco (ma non politico!) Karl Marx e dal teorico comunista tedesco Friedrich Engels.

 

Partendo dall'analisi critica del sistema produttivo e socio-politico capitalistico Marx e Engels nel loro "Manifesto del Partito Comunista" del 1848 propongono la prima strategia politica per costituire una società senza classi: questo pensiero, seppur rielaborato per adattarsi ad evolute circostanze storiche, è alla base sia del "Leninismo" che del "Maoismo", concezioni del Comunismo realizzate in Unione Sovietica rispettivamente in Cina, e degli altri vari esperimenti di "Socialismo Reale" praticamente in tutto il mondo durante il XX secolo fino alla crisi del "Comunismo Organizzato" degli Anni Novanta.

 

 

 

Il famoso simbolo del Comunismo Moderno "Falce e martello" viene adottato dai Marxisti-Leninisti della Terza Internazionale diventando anche la bandiera dell'Unione Sovietica: l'interpretazione teorico-pragmatica del marxismo di Vladimir Iljitj Lenin, detta appunto "Leninismo", fatta propria dal suo gruppo bolscevico all'interno del movimento rivoluzionario russo, rifiuta categoricamente l'idea che il Capitalismo possa essere fatto crollare dalle lotte economiche spontanee dei lavoratori quanto piuttosto da una consapevolezza teorica e dalla lotta politica rivoluzionaria, da cui il ruolo del Partito Comunista quale "avanguardia cosciente" interprete della classe operaia a garantire la conquista del potere statale - teorie che dopo la Rivoluzione Russa del 1917 invece di portare alla "democrazia operaia" dei Soviet (le assemblee legislative elette dal popolo a livello locale, regionale e nazionale) conduce ad un assoluto monopolio di potere del Partito Comunista, ufficialmente giustificato come necessario vuoi per il mai spento, duro scontro di classe interno al Paese vuoi per l'aperto contrasto internazionale alla Rivoluzione Russa dimostrato dall'assedio delle Potenze Capitalistiche Occidentali.

Purtroppo il Regime Comunista Sovietico va a concretizzarsi in un estremo centralismo e la malaugurata identificazione tra Stato e Partito tipica delle dittature, con il conseguente annullamento di libertà e i diritti individuali, caratteristiche di per se già negative ed antitetiche al vero Socialismo e Comunismo quanto basti, ma addirittura ancor più esasperate da quel Ио́сиф Виссарио́нович Джугашвили, Iosif Vissarionovitj Dzjugasjvili, meglio conosciuto come "Иосиф Сталин", "Iosif Stalin" o semplicemente "Stalin" il quale fra il 1924 e il 1953 instaura un sistema di potere cementato sulla imposizione di una concezione monolitica del Partito e del culto della personalità del suo Capo, senza più spazi per un dibattito politico anzi con feroci persecuzioni di avversari politici reali o potenziali ovvero anche solo paranoicamente sospettati tali.

 

Stalin è contro la tesi di "rivoluzione permanente" di Lev Trotzkij e contro la stessa sperimentazione di Lenin di una certa convivenza nelle campagne fra collettivistismo e proprietà privata, specie, decidendo per una definitiva collettivizzazione forzata dell'agricoltura ed una pianificazione centrale economica espressa in "Piani Quinquennali" di sviluppo accelerato dell'industria pesante: da cui la rottura con Николай Иванович Бухарин, Nikolaj Ivanovitj Bucharin, giustiziato nel 1938, e le grandi "purghe" del Partito e dello Statocon milioni di vittime negli Anni Trenta del secolo scorso, fra cui moltissimi Anarchici già da prima duramente repressi.

 

Con lo strategico Patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop fra Unione Sovietica e Terzo Reich, Stalin evita di essere coinvolto nela fase iniziale della Seconda Guerra Mondiale riescendo a ripristinare l'estensione territoriale dell'URSS a quella già dell'Impero Russo degli Zar con l'annessione di Polonia Orientale, Bessarabia, Stati Baltici e Karelia: all'apertura da parte di Hitler del cosiddetto Fronte Orientale, sostenuta opportunisticamente dalla Gran Bretagna di Churchill e gli Stati Uniti d'America di Roosevelt, l'Unione Sovietica da comunque un contributo fondamentale alla sconfitta dei Nazisti, pagando un altissimo prezzo di sangue, vittoria che in cambio consente l'imposizione di Regimi Comunisti dapprima nei Paesi dell'Europa Orientale, forzatamente inglobati nel cosiddetto "Patto di Varsavia", e man mano in alcuni degli Stati decolonizzati dell'Africa e del Sud-Est Asiatico, più spesso però ad opera della nuova Cina Maoista.



Il sistema dittatoriale stalinista viene apertamente criticato da
Никита Сергеевич Хрущёв, Nikita Sergeevič Chruščëv o all'italiana Nikita "Krusciov" già nel 1956, ma il successivo processo di "destalinizzazione" non basta a salvare il Comunismo Sovietico accumulato appesantimento burocratico, mentre distacca di fatto molti Partiti Comunisti, soprattutto Europei Occidentali con il Partito Comunista Italiano primo fra tutti, i quali nel dilemma di scegliere fra il "Socialismo Reale" così come introdotto e con difficoltà nei Paesi Comunisti e lo spirito di libertà troppo profondamente radicato nei Paesi di cultura occidentale per essere manipolato o sopraffatto, finiscono per riallinearsi nei rispettivi contesti politici attraverso un problematico tentativo di trasposizione "democratica" del Marxismo.

 

Nel 1985 Михаил Сергеевич Горбачёв, Michail Sergeevič Gorbačëv o Michail Gorbaciov opera la svolta decisiva nell'allora Unione Sovietica apportandovi progressivamente elementi democratici sia nel sistema politico che economico di mercato: il crollo a domino dei Regimi Comunisti dell'Est Europeo dal 1989 in poi con la oltremodo simbolica caduta del Muro di Berlino determina infine nel 1991 il collasso della stessa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: da allora va via via attenuandosi il richiamo degli ideali e della tradizione comunisti, i modelli di lotta di classe vengono ridisegnati ad una vaga "solidarietà sociale" fino a raggiungere in alcuni casi caratteri addirittura legittimamente definibili "reazionari".

 

 

 


L'
altra grande esperienza storica rivoluzionaria comunista è appunto quella cinese, secondo un modello di per se molto diverso da quello sovietico, che nel 1949
porta alla costituzione della Repubblica Popolare Cinese di 毛澤東, ovvero 毛泽东, Mao Zedong o Mao Tse-tung o semplicemente "Mao", il quale reinterpreta quasi totalmente gli ideali comunisti, rivaluta le classi contadine come determinanti nei Paesi cosiddetti "in via di sviluppo" con poco consistente proletariato urbano: il "Maoismo" al contrario sceglierà una crescita più equilibrata tra agricoltura e industria tenendo sempre vivo lo spirito rivoluzionario ad evitare il rinascere di privilegi e, con questi, di  classi sociali.

Ma questa genuina
"rivoluzione permanente" finisce per incontrare forti resistenze nello stesso Partito Comunista Cinese, che progressivamente la contrasta fino a rinnegarla del tutto alla morte di Mao nel 1976: anche la Cina andrà irrefrenabilmente verso un'occidentalizzazione di tipo capitalistico, anche se non nello spudorato modo cui si assisterà in Russia, lasciando la sola Cuba come ultimo testimone di quella "giusta" rivoluzione sociale in cui così tanti hanno creduto e per cui così molti hanno dato la propria vita.


 

 


Peculiare è l'esperienza
del Comunismo instaurato a Cuba dai rivoluzionari "barbudos" come Ernesto Che Guevara, Fidel Castro e Camilo Cinfuegos appartenenti al cosiddetto "Movimiento 26 de Julio", dalla data dell'attacco alla Caserma Moncada a Santiago di Cuba nel 1953 durante la Rivoluzione Cubana contro la dittatura di Fulgencio Batista: alla cacciata del dittatore filo-statunitese del 1959  dalla capitale La Habana, nonostante l'embargo statunitense, gli attentati terroristici anticastristi, i tentativi contro-rivoluzionari fra cui il più conosciuto quello cosiddetto della Baia dei Porci, la morte del "Che", il più carismatico dei capi, nella lotta di guerriglia sud-americana e il crollo del Regime Sovietico, il "Castrismo" resiste ancora oggi, ultimo baluardo, pur duramente criticato per la sua progressiva involuzione dalle Sinistre Rivoluzionarie di tutto il mondo ed in modo tutto particolare dal Movimento Anarchico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Neo-Liberismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il "Liberismo" aleggia nella Rivoluzione Francese, si consolida nell'Illuminismo, spinge a battaglie per la pace ed il libero commercio, contro nazionalismo economico e imperialismo coloniale, entra in crisi nel 1929 contrastato anche dalle teorie keynesiane e da nuove visioni collettiviste, ma negli ultimi anni del XX secolo vede una rinascita nel "Neo-Liberismo" della globalizzazione.

 

Liberismo viene chiamato il "liberalismo economico", una teoria non solo economica, ma anche filosofica e politica che si fonda su libera iniziativa e libero mercato tenendone del tutto fuori lo Stato ad eccezione di infrastrutture che favoriscano il mercato - strade, autostrade, ferrovie, ponti, tunnel: l'applicazione in ambito economico dell'idea liberale "democrazia vuol dire libertà economica", una filosofia creata su misura per sostenere e promuovere il sistema capitalistico, ideologicamente in contrasto con mercantilismo (la potenza di una nazione è determinata dal prevalere delle esportazioni sulle importazioni), economia cosiddetta "keynesiana" (le politiche fiscali e monetarie dello Stato sono necessarie qualora la scarsa domanda non garantisca piena occupazione) e Socialismo (il superamento delle classi sociali è possibile anche attraverso la riduzione o soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio), antitetica dello Statalismo (lo Stato deve avere un ruolo forte nel possesso di aziende e nel controllo dell'economia nazionale).
 

Veramente il "Liberismo" dottrina economica e il "Liberalismo" ideologia politica trovano interpretazioni diverse nelle diverse culture: nell'Inglese Britannico il concetto è unico, "liberalism", negli Stati Uniti d'America "liberal" sta per "progressista", i Francesi usano l'espressione "laissez faire", "lasciar fare" non comunque nel senso di menefreghismo, ma fatto sta come non siano le nuove tecnologie della Rivoluzione Industriale ad avviare e permettere lo sviluppo di un processo di globalizzazione dell’economia, quanto piuttosto il diffondersi di una nuova concezione di mercato del lavoro e politica sociale, in cui le attività finanziarie si liberano da vincoli e il capitale dal controllo politico nazionale esercitato dagli Stati, una vera utopia liberista in cui i mercati dovrebbero essere capaci di autoregolarsi, fino alla sua forma più estrema di Anarco-Capitalismo.
 

 



Il Liberismo in Italia affonda le sue radici nel
proto-Liberismo e proto-Capitalismo di antichi Stati e liberi Comuni, con le prime banche e i primi mercanti-banchieri, i "capitalisti" del Rinascimento capaci di finanziare Corti come la Francese e l'Inglese dando impulso a ricchi scambi commerciali nell'Europa Continentale e del Nord: nell'Italia moderna dell'ultimo Dopoguerra viene ostacolato da una politica economica basata sulle partecipazioni statali almeno fino a metà Anni Novanta ed ancora oggi sono pochi a dichiarasi liberisti, anche se con la caduta del Muro di Berlino, tornano delle politiche a favore di liberalizzazioni e privatizzazioni "a vantaggiato dei consumatori", questo grazie all'abbassamento dei prezzi in una situazione di concorrenza - tristemente nota esperienza però è che l'offerta fa il prezzo e la domanda lo subisce con rispettivi enormi guadagni per le aziende e grandi perdite per la collettività (carburanti, assicurazioni, banche, elettricità, autostrade...).

 

 

Il Liberismo autentico è un processo d'interazione, non un programma puramente passivo con il non-intervento dello Stato nell'economia, ma al contrario uno da realizzare attivamente attraverso lunghe lotte politiche e legislative per  abbattere barriere ereditate da epoche feudali che ancora oggi ostacolano lo sviluppo economico e civile della società.

 

Il Liberalismo presuppone la sicurezza di leggi e contratti, ha bisogno un'Amministrazione Pubblica tollerante e tollerabile, soprattutto efficiente ed onesta, che promuova sviluppo civile, in una società in cui le innovazioni tecnologiche garantiscano sviluppo economico - questo anche e soprattutto oggi, quando in molti Paesi sviluppati alla crescita dell'occupazione nei servizi corrisponde un proporzionale declino dell'occupazione nell'industria, in un irreversibile processo di "de-industrializzazione".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Industrialismo e costume

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pauperismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cavallo tra l'800 e il '900 la Seconda Rivoluzione Industriale va generando in Gran Bretagna sempre più numerosi "nuovi poveri" e lo Stato si sente quindi chiamato ad emanare leggi che pongano "riparo" ai mali sociali che ne derivano: quella del 1834 abolisce la "carità legale", nello specifico privandoli delle "mense dei poveri", proibendogli di essere oggetto di qualsivoglia aiuto "a domicilio" da parte di volontari e, anzi, ammassandoli coercitivamente in apposite workhouse o "case di lavoro", rigorosamente separati in base a sesso ed età, ma tutti sottoposti al medesimo regime rigidissimo di inenarrabili costrizioni e privazioni.

Le nuove case di lavoro sono una evoluzione degli odiosi cosiddetti
"Ospedali Generali" britannici, frutto di una precedente "riforma" della sanità pubblica dai dubbi contorni, che ufficialmente mira a rendere le città "più pulite": le condizioni insalubri di una città provocano infatti malattie non solo corporali ma soprattutto sociali - il degrado fisico porta ad uno degrado psicologico e questo, a sua volta, a quello morale che in un disastroso crescendo trascina le persone a vizi di tutti i tipi fino all'alcolismo e addirittura - dio-ce-ne-guardi! - può spingere i cittadini a far rivoluzione.

 

 

 

 

La "riforma sanitaria" è dunque lo strumento scelto per gestire il "proletariato" rendendolo sì "più sano" e "più felice", ma innanzitutto "più produttivo" e "più docile", e su questa "felicità del proletariato inglese" Karl Marx scriverà:

"Si concederà inoltre che l'Inghilterra è il paese del pauperismo.

Perfino questa parola è di origine inglese.

L'esame dell'Inghilterra è dunque l'esperimento più sicuro per conoscere il rapporto di un paese politico col pauperismo.

In Inghilterra la miseria degli operai non è parziale, ma universale; non limitata ai distretti industriali, ma estesa a quelli agricoli."


È di questi anni la prima espressione pubblica dell'
associare la povertà all'industrialismo: gli intellettuali di Franciaa e Gran Bretagna promuovono inchieste sulle miserabili condizioni degli operai nelle fabbriche per definire la loro povertà, quali ne siano le cause e quali gli effetti, e, mentre i moralisti non esitano ad indicare come unici aspetti negativi delle fabbriche, e quindi unici responsabili del degrado fisico e morale degli operai, la promiscuità dei sessi, l'eccessiva durata del lavoro minorile e i prestiti come anticipo sul salario, altri denunciano molto più analiticamente quanto siano concatenate la povertà degli operai e la "ricchezza della Nazione", cioè della borghesia capitalista, accusando proprio i nuovi processi industriali della cattiva condizione fisica e morale dei lavoratori, la quale sarà migliorabile solo nella misura in cui agli operai si concederà di "avvicinarsi" agli strumenti di produzione e ai capitali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Consumismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aspetto molto controverso di tutte le moderne società industrializzate, il "consumismo" consiste nello sviluppo di tendenze di massa al continuo aumento dei consumi,  indotto da una sempre più invasiva, sofisticata ed ammaliante pubblicità, a sostegno di una crescita della produzione fatta credere "necessaria" in nome del "mantenimento dell'occupazione" e della "difesa del benessere" acquisito, concetti fatti politicamente equivalere a "progresso" ed "emancipazione", da cui il crearsi di ulteriori bisogni indotti di nuovi consumi a giustificare l'ulteriore aumento produttivo del superfluo.

Questo circolo vizioso, chiaramente insostenibile a lungo termine, porta ad uno
sproporzionato utilizzo delle risorse naturali del Pianeta, come materie prime e fonti energetiche non rinnovabili, da parte di pochi Paesi ricchi a spese dei tantissimi ancora poveri o poverissimi, come quelli del Secondo e Terzo Mondo, le cui popolazioni ad oggi spesso non vedono soddisfatte neppure le loro primarie esigenze di cibo, assistenza santitaria e istruzione ed in più cui vengono regolarmente negate le legittime aspirazioni a libertà, democrazia e sviluppo, in altre parole "una vita migliore"!

 

 

 


Una volta entrati nella spirale di un tale
stile di vita è difficile uscirne, perché finisce per sembrare "irrinunciabile": "consumare per essere" riduce l'esistenza al consumo di beni materiali, un dover soddisfare a tutti i costi il nostro impulso all'acquisto di sempre e comunque qualcosa, pur senza averne un bisogno reale - il capo d'abbigliamento è un "occasione da non perdere!, l'oggetto del tutto inutile è "carino"...

 

Naturalmente tutto ciò poco ha a che vedere con la "qualità" della vita, diventa piuttosto un'incessante opera di mantenimento del proprio status sociale, estetico e tecnologico di cui grandi strati della società diventano prigionieri nel duplice ruolo di "produttori-consumatori", qualcosa che può trasformarsi in pericoloso fattore di instabilità sociale nel momento in cui l'economia venga meno: lavorare di più per produrre di più per poter acquistare e consumare di più è un meccanismo a catena che regge fintanto che ci sia lavoro, ma poi?

 

 

È così che si è venuta a creare una "società dell'apparenza", in cui gli attributi diventano di lunga più importanti della sostanza, dove una vita insoddisfatta si esprime anche nella "sindrome dell'acquirente", un continuo e disperato tentativo di colmare vuoti esistenziali, dare un senso al proprio tempo.


Purtroppo chi ne paga le maggiori conseguenze non è il
il ricco, che può altro che permetterseli gli acquisti inutili, o il forte, che troverà sempre e comunque il modo di poterseli permettere, ma il meno abbiente, il debole, l'insicuro, su cui fanno più facilmente presa le lusinghe di una pubblicità oltremodo accattivante e volutamente ingannevole - vera droga nell'acquedotto della mente , creandogli senza pausa nuovi falsi bisogni che lo porteranno o ad indebitarsi per soddisfarli con soldi che non ha o a soffrire profonda frustrazione.
 

Perché il consumismo è un processo altamente distruttivo nei confronti dell'uomo e della natura: disgrega con cinismo il "mondo reale", pre-consumistico, sostituendolo con altri che non esistono, conduce sistematicamente al "divertimento del consumo", prendo-uso-getto, rende tutto rapidamente obsoleto perché "fuori moda", consuma la stessa vita del "piccolo borghese" sempre in preda all'ansia economica da sprechi.

 

 

Ma il vero problema è esserci convinti che il "benessere" derivante dall'evoluzione tecnologica sia naturale e gratuito: una credenza scientificamente assurda, più irrazionale delle arcaiche superstizioni di cui oggi ci facciamo risa!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Distruzione dell'ambiente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La "globalizzazione"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cosiddetta "globalizzazione" altro non è che un inevitabile processo di progressiva integrazione mondiale in tutti gli ambiti e a tutti i livelli a seguito della Rivoluzione Industriale, perché insieme alle nuove tecnologie portano con se nuovi modelli culturali e questi, a loro volta, nuovi stili di vita.

 

Attraverso i rapidissimi, non limitabili, non del tutto controllabili, quasi non fermabili, comunque difficilmente individuabili, alle lunghe non censurabili e soprattutto inesorabilmente invasivi mezzi di comunicazione di massa di cui la società dispone oggi - dopo il cinema e la televisione, ora il Web con notiziari online e video musicali - le popolazioni di tutte le macro- come micro-aree geo-culturali del Pianeta vengono dunque inevitabilmente raggiunte da questo prorompente processo e in esso definitivamente coinvolte, che lo vogliano o no.

 

 

Il fatto che il processo sia planetario ed inarrestabile non ne è l'aspetto negativo, anzi tutti i cambiamenti rappresentano de facto quegli auspicabili e necessari indicatori del progredire della vita e della società e possono senz'altro offrire opportunità di genuini miglioramenti: purtroppo è l' "appiattimento" culturale che ne sta seguendo a dover spaventare, questo sì effetto secondario deprecabile, non affatto auspicabile e tantomeno necessario, anzi atto di non rispetto e violenta oppressione da parte di chi manipoli o esasperi qualsivoglia informazione con intenzioni propagandistiche o commerciali-pubblicitarie, ma anche di biasimevoli passivitá e superficialità da parte di chi ne permetta l'assorbimento e l'assuefazione.

 

La propria identità collettiva ed il patrimonio culturale di cui siamo - è bene ricordarlo - solo "depositari", possono e devono continuare ad essere fondamentali, anche e soprattutto oggi quando continue e significative "contaminazioni" non solo ci arricchiscono di "altro" ma tendono a rendere sempre più universali le nostre conoscenze, più simili i nostri costumi, quasi uno standard il nostro abbigliamento, decisamente cosmopoliti i nostri gusti, e, con le pur dovute differenziazioni, sempre più condivisi i nostri valori: ma se non so più chi sono non posso incontrare pienamente l'"altro", come se non c'è l'"altro" non posso sapere davvero chi sono - perché senso della Nazione e "nazionalismo" non sono la stessa cosa.

 

 

Mai prima d'ora si è verificata una integrazione economica e culturale di tale vastità e con tale capacità di penetrazione, i cui effetti culturali e politici sono tutti da monitorare attentamente e criticamente valutare: ad esempio il tanto fanfarato crollo del Comunismo non è stato affatto accompagnato né seguito da una altrettanto determinata, passionale e generosa voglia di fare pulizia generale di tanti altri "ismi", quanto piuttosto strumentalmente e sistematicamente usato come argomento di bassa propaganda per piuttosto tacere la scandalosa intrinseca inadeguatezza ed il quotidiano criminale abuso che ancora le dominanti Nazioni fanno della cosiddetta "democrazia".

 

In una prima fase di comprensibile inebriamento da riconquistata "libertà", specialmente nei Paesi già asserviti dal Comunismo, tutti possono lasciarsi facilmente andare ad inneggiamenti dei principi di un controverso Neo-Liberalismo, ma già a metà Anni Novanta del secolo scorso molti politici, economisti e sociologi cominciano ad avere seri dubbi e a lanciare inequivocabili allarmi sugli effetti potenzialmente distruttivi di questo deviato nuovo ordine globale.

 

Il nuovo "modello di democrazia occidentale" viene lanciato ed esportato come un qualsiasi prodotto di serie e, se mai non ben accetto, lo si impone con la persuasiva diplomazia di eserciti "ipertecnologici", supportati da missili "intelligenti", capaci di interventi "chirurgici" e "droni" che non sono più api quale strumento di marketing, attraverso la applaudita messa in scena di guerre "preventive" nemmeno mai dichiarate, in nome di una "lotta al terrorismo" che nessuno può rifiutare, che tutto si arroga, che tutto permette e che tutto giustifica, anche contro la sacra inviolabilità di individui e genti, a mascherare onnipotenti interessi di multinazionali petrolifere, insaziabili appetiti di fabbricanti di armi e giochi d'azzardo di speculatori le cui crisi finanziarie stravolgono sì il Paese che le crea, ma travolgono il resto del del Pianeta!

 

Le nuove tecnologie salvano finalmente il mondo dalla "fatica del lavoro", anzi lo tolgono proprio di mezzo con la crescente disoccupazione della stessa Classe Media, ex-proletari ora asse portante della società così progredita e la cosiddetta "globalizzazione" trionfa nei suoi illuminatissimi aeroporti internazionali, nei suoi meravigliosi palazzi delle banche internazionali e nei suoi lussuosissimi alberghi internazionali, mentre più della metà del mondo che a nessuno interessa ne resta fuori a guardare....

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Finanza ed economia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Economia ed ecologia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il ritorno alle origini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La qualità della vita nel nostro futuro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un interrogativo da chiarire è se le nuove tecnologie non finiranno per distruggere più che creare posti di lavoro, una domanda cui l'economista statunitense Jeremy Rifkin già oltre quindici anni fa risponde ipotizzando sempre più disoccupazione, una "crescita senza lavoro" e la "fine del lavoro", tesi da molti non condivisa: ad esempio  nello stesso periodo la Commissione Europea prevede ottimisticamente come l'occupazione verrà redistribuita, in primo luogo dall'industria ai servizi e secondariamente da settori a basso contenuto tecnologico ad altri, anche nuovi, altamente qualificati.

 

I nuovi impieghi dell'uomo che emergono oggi sono, è vero, anche anche più specializzati, ma producono redditi più bassi, e le nuove tecnologie, come Information Technology, biotecnologie e nanotecnologie, sembrano davvero costituire quel primo passo verso la fine del lavoro di massa, tendenza questa confermata anche dal fatto in questi anni, nonostante tutto, ci sia una piccola crescita tuttavia senza corrispettivo aumento dell’occupazione, anzi una diminuzione, con un mondo del lavoro in rapido cambiamento verso precarietà, mobilità e flessibilità, tutele sociali in via di smantellamento, sindacati sempre più fuori dai giochi, disoccupazione in aumento specialmente fra i giovani e problemi sociali che acquistano ogni giorno nuovi livelli di emergenza.

 

 

 


La sopravvenuta
crisi finanziaria ed economica, partite dagli Stati Uniti d'America, schiantatesi sull'Europa e con conseguenze per il resto del mondo ancora difficilmente prevedibili, stanno rallentando se non bloccando ogni sviluppo sociale ed economico, sulla soglia di un’epoca post-industriale in cui però anche i potenziali occupazionali del terziario vanno esaurendosi, lasciando fuori lavoratori che invece di essere assorbiti da altri settori come nelle precedenti rivoluzioni industriali, entrano a far parte della precarietà o, uscendo definitivamente dal mercato del lavoro, nella disoccupazione.


Tutto questo fa prendere in seria considerazione se la società di domani non vada a testimoniare la
fine della centralità del lavoro, con meno occupazione, più mobilità di produzione e servizi, crescenti disuguaglianze sociali, impieghi meno localizzati, senz'altromisti e non sempre retribuiti, dato che le innovazioni informatiche permetteranno organizzazioni più snelle e spazio-temporalmente più libere, con un’economia basata sulla conoscenza, un'annullamento delle distanze ed una contrazione dei tempi, in cui elementi immateriali acquisteranno sempre più importanza: già dal secolo scorso è in atto un fortissimo calo di lavoratori semplici, un significativo aumento di lavoratori dei servizi, d’ufficio, commercio e di base, ed una leggera crescita di lavoratori della conoscenza, consulenza, management e ricerca.

 

La società diventerà sicuramente sempre più complessa, i confini tra lavoro e tempo libero meno marcati, le persone occupate lavoreranno di meno e avranno più tempo libero, presumibilmente aumenteranno i precari ed ancora di più i disoccupati: una eventuale crescità potrebbe venire dal Web, dalla Green Economy ed il Terzo Settore, dato che le tecnologie informatiche diventeranno quanto più avanzate tanto meno costose favorendo l'esplosione tra l'altro dell'"e-commerce", lo sviluppo sostenibile e le energie rinnovabili già creano occupazione e possono creare nuova occupazione in ambito energetico, ma anche nell’edilizia e nel turismo, infine il Terzo Settore sarà potenzialmente trainante andando a riempire quei vuoti lasciati dallo Stato e dal mercato, sviluppandosi soprattutto nella tutela sociale e nel volontariato, nella solidarietà e nella reciprocità, in cui il capitale umano e quello sociale tornano a diventare molto più importanti del capitale finanziario e delle macchine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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