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Turismo & tempo libero
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La Tuscia Romana I musei del territorio Il Piccolo Museo del Lavoro di Bracciano, Roma Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale Pagina in costruzione: rinnovare volentieri la pagina con il browser per essere sicuri di visualizzarne la versione più recente |
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Il lavoro – Approfondimento |
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In questa pagina Industrialismo ed urbanizzazione Provincialismo, regionalismo e localismo Industrialismo - ideologie e politica Industrialismo e costume Distruzione dell'ambiente Finanza ed economia Economia ed ecologia Il ritorno alle origini La qualità della vita nel nostro futuro
Pagine correlate L'industrializzazione del nostro territorio
Luciano Russo – Una presentazione
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L'"industrialismo" |
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Tra "industrializzazione" e "industrialismo" esistono convergenze ma anche molte divergenze: gli inevitabili e a volte auspicabili mutamenti correlati al processo di industrializzazione per lo "sviluppo economico" dei Paesi e l'"evoluzione sociale" delle loro popolazioni sono una cosa, lo sfruttamento indiscriminato ed a oltranza di tali cambiamenti tecnologico-finanziari porta invece inesorabilmente a prepotenti e spesso violente pressioni che non trasformano per migliorare, ma deliberatamente schiacciano in molti casi per annullare le pre-esistenti e per molti aspetti ancora valide strutture sociali di tipo "tradizionale" - in altre parole il modo di ripensare la società viene alla fine "adattato" a principale vantaggio solo di alcuni, spesso di pochi.
Non è mai esistita e non esiste infatti una fase "pre-industriale" di stasi nella società e non è certo l'industrializzazione a portarvi tutte le dinamiche solo "rivoluzionando" a livello tecnologico e finanziario - vi sono sempre state, come vero non è che dopo questo periodo di transizione tutto finisca tranquillo e perfettamente ri-ordinato, come se si passasse ad uno stato di quiete o nuova stasi "post-industriale": da stasi a stasi, o addirittura "regresso" sociale?
A parte che le culture "pre-industriali"
non sono tutte uguali e uniformi dappertutto, sembra molto strano che in
una prospettiva di "industrialismo" le si riesca a portare in tutte le
loro diversità ad un comune
punto di arrivo, come se ri-disegnate e ri-prodotte "in serie"
(così tipicamente "industriale"!), come se dopo la tempesta tutti i mari
finiscano nella medesima bonaccia...
E alla fine della storia
Chiesa
e politica sognano una società dove il controllo delle tensioni
sia totale, dove si assorba al meglio qualsiasi messa "sotto sforzo" della
gente e l'accettazione passivamente regni, dove non esistano e
soprattutto non si tollerino forze "disequilibranti": né
l'industrializzazione né, tantomeno, l'industrialismo sono pie opere di carità
cristiana.
Una genuina e positiva industrializzazione "fatta per l'uomo" e "a misura d'uomo" dovrebbe iniziare con un graduale e lungo processo di preparazione ed accompagnamento verso la moderna velocità dei mutamenti, ottimizzando l'utilità del precedente patrimonio socio-culturale e migliorando le esperienze di servizio delle istituzioni socio-amministrative pre-industriali, costruendo cioè un ponte verso una nuova e migliore società, quella industriale ma nel rispetto dell'uomo e dell'ambiente.
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Industrialismo ed urbanizzazione |
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La stragrande maggioranza della popolazione prima della Rivoluzione Industriale è dedita all’agricoltura nelle campagne e bene o male autosufficiente, con la nascita e lo sviluppo delle fabbriche viene indotta o, meglio, costretta a spostarsi in massa nelle città: la creazione di grossi centri produttivi avviene esclusivamente per andare incontro alle nuove necessità dell’industria, per nulla tenendo conto delle persone o della loro salute ed incolumità, trasformando in pochi decenni tranquilli e puliti piccoli borghi di campagna in bulimici centri di produzione sporchi e fumanti - un nuovo mondo quello industriale, inquinato ed inquinante, cui ex-contadini ed ex-artigiani, in sempre crescente numero disoccupati e disperati, vengono nonostante tutto attratti a cercar lavoro perché ormai l'unico economicamente trainante.
In tali centri,
che sorgono di norma intorno a fabbriche, la popolazione aumenta
esponenzialmente senza
peraltro che vi corrisponda un minimo di pianificazione,
adeguamento o razionalizzazione a livello di sviluppo urbanistico,
quindi espandendosi senza interruzione
ed in
modo caotico, convertendo
in abitazioni qualsiasi
spazio libero per soddisfare la pressante domanda da sovrappopolazione,
da cui inoltre un aumento speculativo
- non regolato, smisurato ed incontrollato - dei
fitti: le nuove cosiddette
"città industriali" finiscono in pochi anni
per essere
circondate da periferie sub-urbane senza fine, squallide,
buie, maleodoranti e malsane,
specialmente nel periodo che precede quelle scoperte
medico-scientifiche le quali introdurranno i primi standard
igienico-sanitari - sfruttamento, malattie e criminalità
le dominano.
Alla fine del XIX secolo l’industria arriva quasi a sostituire l’agricoltura e milioni di persone si affollano ormai in enormi centri industriali in condizioni igieniche molto discutibili e spesso direttamente pericolose, con stabilimenti male areati e a malapena illuminati, lavori altamente rischiosi, orari pesantissimi e salari estremamente magri: e se questo vale per tutti peggio degli altri stanno le donne ed i minori, le cui condizioni di lavoro sono senz'altro da definirsi come molto vicine a quelle di schiavitù.
E tutti questi lavoratori vivono in grandi città, le cui le condizioni igieniche in Europa e ovunque lasciano anch'esse all'epoca molto a desiderare, almeno fino a che nel corso dell’Ottocento non vengono costruiti "moderni" sistemi di distribuzione di acqua corrente e di evacuazione di rifiuti attraverso fognature (vale a dire quelle primarie opere di "urbanizzazione" adottate dai Romani più di duemila anni fa!), si organizzano i primi sistemi di trasporto pubblico di massa a collegarne i quartieri - cosiddetti tram, a cavalli poi elettrici, e ferrovie metropolitane.
L'"occupazione" e il "reddito" vanno a determinare la collocazione delle persone nella nuova scala sociale cittadina: ai tradizionali nobili e prelati si aggiungono ora ricchi "borghesi" e cresce a dismisura il numero di domestici, artigiani, operai e poveri.
La netta distinzione tra lavoro e "tempo libero" fa nascere e crescere esponenzialmente una nuova vera e propria industria dello svago e dei divertimenti, con novità come il circo, l’operetta, il calcio, il cinema, mentre anche nei Paesi più progrediti altrettanto moderni sistemi di istruzione pubblica fanno fatica ad affermarsi. |
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L'esplosione demografica |
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Il complesso insieme di scoperte ed invenzioni stimolate o promosse dalla Rivoluzione Industriale permette di migliorare le condizioni igienico-sanitarie e alimentari di almeno parte delle popolazioni dei Paesi industrializzati e, nel giro di alcuni decenni, di abbattere l'alto tasso di mortalità infantile e nello stesso tempo di innalzare notevolmente l'età media della popolazione e le aspettative di vita individuali.
Verso fine dell'Ottocento
la Rivoluzione Industriale innesca in Europa dinamiche socio-economiche
tali da portare in tempi relativamente brevi ad un notevolissima crescita della popolazione:
una produttività agricola in aumento
da più regolare e migliore nutrimento, i progressi in ambito
igienico-sanitario contribuiscono ad abbattere i tassi di mortalità innalzando
l'età media, storicamente ricorrenti calamità come peste, colera
e carestie varie vengono sostanzialmente ridotte o estinte, sono tutti fattori che
contribuiscono in pochi decenni ad un esponenziale incremento della popolazione,
una vera "esplosione demografica".
- la popolazione europea cresce di quattro volte, - la speranza di vita passa dai 25-35 ad oltre 75 anni, - la natalità media scende da 5 a meno di 2 figli per donna,
- la mortalità
raggiunge il suo minimo storico con il 10 per mille.
Le grandi trasmigrazioni continentali, il nuovo fenomeno sociale, sono rese possibili dalla rivoluzione dei trasporti e già dagli inizi Ottocento avvengono i primi spostamenti di massa di popolazioni europee verso le Americhe e l'Oceania, basti pensare a quelli degli Inglesi e degli Irlandesi, costretti ad abbandonare le campagne ormai totalmente cambiate dall'industrializzazione.
Il fenomeno torna e si
accentua a fine secolo e a cavallo del successivo, fra il
1880 e il 1914, quando milioni e
milioni di emigranti lasciano per sempre l'Italia
Meridionale, la Penisola Balcanica
e i Paesi dell'Europa Orientale,
fuggendo da e abbandonadosi dietro condizioni di vita
ancora semi-feudali attratti negli Stati Uniti
d'America dalla quasi messianica promessa
di migliori condizioni economiche
per se e per i propri figli, promessa confortata dalla lunga fase di grande sviluppo industriale
del Paese, il cui mercato necessita acutamente di manodopera nell'edilizia
urbana, nelle grandi costruzioni stradali e
negli ambiziosi progetti ferroviari coast-to-coast.
Vedendo i vergognosi comportamenti odierni di Paesi nel passato di grandi migrazioni come l'Italia di fronte ai nuovi fenomeni migratori specialmente dai Paesi Arabi ed Africani, viene da domandarsi quanto corta sia la memoria storica collettiva di tale gente. |
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Provincialismo, regionalismo e localismo |
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Di prossima pubblicazione |
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Industrialismo - ideologie e politica |
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La società industriale "di massa" costringe gli Stati - non senza ritrosie - ad adattare in modo anche drastico le proprie istituzioni e a concedere un coinvolgimento popolare alla vita politica: le "masse" (non certo un bel termine) entrano infatti prepotentemente e stabilmente nella storia, un traguardo già oggetto di ripetuti tentativi tutti però risultati in episodiche affacciate - vedi ad esempio la Rivoluzione Francese e gli innumerevoli "moti" che variamente "rivoluzionari" accompagnano tutto l'Ottocento - sfociando in termini decisamente più duraturi nel cosiddetto "suffragio universale", un autentico strumento di impatto e trasformazione anche se ancora declinato tutto al maschile.
Così in una società di massa soprattutto le rapidamente accresciute fila della nuova classe "operaia" nelle fabbriche non possono organizzarsi altrimenti all'acquisita partecipazione alla vita sociale e politica che in organizzazioni di massa: questo agli inizi entusiasta, dinamico, speranzoso, rivendicante, allo stesso tempo idealista e pragmatico "movimento operaio" dà vita a "Sindacati", che per mettere pressione sui "padroni" accompagnano e sostengono le proprie - sacrosante! - rivendicazioni con potenti scioperi, cui aderiscono vere "masse" anche di milioni di lavoratori, e "Partiti", "di massa" naturalmente, tra cui primo fra tutti il Partito Socialista, capace di unire i lavoratori e dar loro quella forza incisiva sulla vita politica necessaria per ottenere miglioramenti e riforme a livello nazionale, seguiti poi da "movimenti cattolici" (?) sotto la spinta di Papa Leone XIII il quale, segregato nel suo Vaticano, a partire dal 1878 e a cavallo dei due secoli, cerca di far recuperare alla sua sminuita Chiesa un ruolo non solo sociale ma anche apertamente politico. |
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Capitalismo |
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Anche se la parola
"capitalismo" acquista nuovi significati in ciascuna
epoca storica, in generale sta a
indicare quelle pratiche economiche
istituzionalizzate in Europa tra il XVII e il XIX secolo che
danno diritto ad agire come "persone giuridiche" o società nella
compra-vendita di "beni capitali",
cioè scambi di cosiddetta "ricchezza finanziaria" - capitale
fisico o reale, beni di capitale ivi compresi terra, lavoro e
mezzi di produzione, e capitale finanziario - in un
mercato tenuto libero da controlli statali, diritto questo
teoretizzato a giustificare sia la proprietà privata come tale
ed in particolare di capitali che l'eliminazione di qualsivoglia
regolamentazione pubblica, dando possibilità di
accumulare e concentrare ricchezza
convertibile in denaro e quindi re-investibile, in un regime
economico e produttivo caratterizzato da sempre crescente
potenza, monopoli più o meno
palesi e sfrenate speculazioni.
Storicamente il
sistema finanziario alla base dello sviluppo
avviato dalla Rivoluzione Industriale, cioè controllo di capitali, fabbriche
e produzione, va presto a concentrarsi
sempre più nelle mani di sempre più pochi, grandi società
e privati, a diretto danno di tutte le altre
aziende più piccole e, quindi, più deboli dando così vita ai
primi "monopoli".
Questo in
macro-contesti storici anche fin troppo
studiati, descritti e analizzati, dimenticando spesso che tutto nasce da
e si nutre di micro-realtà, perché
ogni società è costituita da individui
che la natura umana fa tendere a chiudersi in se stessi, nel proprio
egoismo, a soddisfare i propri bisogni e desideri invidiando gli
eventuali successi altrui, quindi il Capitalismo, come filosofia di vita
ancor prima che come sistema
economico, attecchisce più che facilmente nella società che ci siamo
plasmati a nostra immagine e somiglianza, proprio dando alla singola
persona, all'"io", l'illusione di poter realizzare ogni suo sogno ed
appagare ogni sua voglia,
anche la più inconfessabile, un'illusione mediaticamente sostenuta da modelli culturali
di tipo "ricco è bello": il Capitalismo rende di fatto possibile
comprare non solo i corpi ma le anime dei nostri simili,
addirittura comprare per soldi dall'Istituzione Chiesa ufficiale indulgenza plenaria
per un posto in Paradiso...
Il Capitalismo sembra oggi aver forse definitivamente annientato quel Socialismo rivoluzionariamente fatto di "noi", alla base stessa del vero Cristianesimo, della sua dottrina, innanzitutto sociale: restano le Socialdemocrazie nordeuropee scandinave, società in cui a tutti si cerca di dare reali pari opportunità, in cui l'equità si cerca di garantirla con sistemi fiscali progressivi e tasse su patrimoni e rendite, non "beneficenza" dei ricchi.
Così il popolare nuovo concetto odierno di "Capitalismo" si intreccia e quasi fonde con quelli antichi come dell'egoismo individuale, quelli da secoli pseudo-cristiani come di presunta condivisione di "valori morali" perbenisti, quelli "moderni" come di inevitabile "globalizzazione": e la cosidetta "Alta Finanza" - mostratasi troppe volte di ben altra bassa lega - viene lasciata galoppare senza briglie in un clima generale di "liberoscambismo", "neo-liberalismo" e "neo-liberismo", mentre inesistenti "crisi" ci terrorizzano e paralizzano, spingendoci ad essere ancora di più "homini lupi". |
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Imperialismo |
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Vladimir Iljitj
Lenin
scrive: Ma il Capitalismo diviene imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché [... si ha] la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza [...].
Se si volesse dare
la definizione più concisa possibile dell'imperialismo, si dovrebbe dire
che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del Capitalismo."
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Colonialismo |
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L'origine politico-culturale va trovata in quei fenomeni di espansione territoriale già tipici nell'Antichità, l'occupazione di terre ben oltre i confini della propria Nazione per trarne vantaggi economici: vedi l'Impero Ateniese che in Grecia conquista la supremazia marittima sull'Egeo costringendo le città che vi si affacciano ad alleanze forzate e controllando anche zone costiere del Mar Nero da cui ottenere le materie prime necessarie al mantenimento della sua flotta, o l'Impero Cartaginese capace di sottomettere molte delle Popolazioni Nordafricane ed Iberiche sfruttando al massimo le miniere d'oro spagnole, o l'Impero Romano che, attraverso la strategia del "Divide et impera", sfrutta rivalità fra popolazioni e tribù frammentandone la capacitá di difesa per assoggettarne i ricchi e vasti territori con modeste risorse militari e poi controllarli fondandovi proprie città, o la nuova ondata di conquiste e saccheggi che seguono le spedizioni oceaniche di esploratori, imponendo con la violenza la sovranità politica di piccoli Stati Europei su territori lontani anche estesissimi, dominandoli economicamente attraverso il sistematico sfruttamento delle loro immense risorse naturali, della loro forza lavoro a costo quasi nullo e dei loro mercati per un commercio di ritorno.
Ma il colonialismo va ben
oltre,
costruendo logiche artificiose a legittimarne il fenomeno,
come la falsa convinzione, non di rado ancorata negli stessi testi sacri
della Cristianità, che i colonizzatori portino ai colonizzati
valori, etica e cultura occidentali ben superiori a quelli locali
pre-esistenti, giustificandone in
tal modo tutte le nefandezze impunemente commesse nel cercare di
abbattere con qualsiasi mezzo ogni resistenza delle popolazioni
autoctone ed il susseguente loro imposto stato di quasi schiavitù o
comunque asservaggio: tale dominio coloniale di Stati europei su
territori extraeuropei viene mantenuto durante l'intera età
moderna a partire dal XVI secolo
ufficialmente fino alla seconda metà del XX secolo, ma di fatto, pur
sotto altre forme, ancora in atto come Neo-Colonialismo
malamente camuffato con ormai fin troppo note etichette di "civilizzazione"
ovvero "modernizzazione" ovvero
"democratizzazione"...
(Hispaniola, Nordamerica sud-occidentale, Florida, ben 13 Stati del Sudamerica)
(Brasile, Coste Africane del Golfo di Guinea, Angola, India Occidentale, Timor, Macao, Isole nell'Oceano Atlantico)
(Indonesia - Batavia o Giacarta, Piccole Antille, Nordamerica - Manhattan New Amsterdam oggi New York)
il primo colonialismo dal 1608 al 1783
(Nordamerica -
Nuova
Francia, Québec, Regione dei Grandi Laghi, pianura del Mississippi,
Louisiana, Saint-Domingue e altre isolette nei Caraibi, Guiana Francese,
India Occidentale, ma con il Congresso di Vienna del 1815 gran parte delle colonie
vanno alle potenze europee vincitrici) il secondo colonialismo dal 1830 al 1859
(Algeria, Vietnam, Guiana Orientale, Senegal,
Gabon, Isole di Tahiti e la Reunion) il terzo colonialismo dal 1860 al 1962 (Africa Occidentale - Senegal, Marocco, tutta l'Africa Occidentale Sahariana, Mauritania, Costa d'Avorio, Congo Belga, Madagascar, Laos, Cambogia, Nuova Caledonia, autorità commerciale ed economica in molti porti e fiumi cinesi)
il primo colonialismo dal 1607 al 1783
(Nordamerica - Virginia,
Nordamerica Orientale, Nuova Scozia, Terranova, Terra di Rupert,
Bahamas, Giamaica, Belize, gran parte delle Piccole Antille, con il
Trattato di Parigi riconosciuta l'indipendenza degli Stati Uniti
d'America) il secondo colonialismo dal 1753 (Sudafrica, Canada, India, Ceylon, Malesia, Australia, Nuova Zelanda, Malta, Gibilterra, Guiana Occidentale e isole atlantiche)
il terzo colonialismo dal 1870 al 1956 (si mantengono i precedenti possedimenti con nuovi insediamenti commerciali in Cina come Hong Kong, Bechuanaland/Botswana, Rhodesia/Zambia, Uganda, Kenya, Somalia Settentrionale, Egitto, Sudan, Nigeria, Costa d'Oro, Sierra Leone, Gambia, Yemen, Kuwait, Birmania, Papua, Brunei e arcipelaghi polinesiani)
(Siberia, Alaska, Asia Centrale, Caucaso)
(Africa Centrale e Meridionale, Camerun, Namibia, Togo, Tanzania, teste di ponte in isole dell'Oceano Pacifico, intera zona settentrionale di Papua Nuova Guinea e Arcipelago di Bismarck in Cina)
il primo colonialismo dal 1869 al 1905 (Corno d'Africa - Eritrea, Somalia)
il secondo colonialismo dal 1911 al 1912 (Tripolitania, Cirenaica, Isole del Dodecaneso)
il terzo colonialismo dal 1935 al 1943 (Abissinia oggi Etiopia)
Duramente criticato nella storia il comportamento alquanto ambiguo della Chiesa Cattolica anche a questo riguardo, non essendosi mai decisamente opposta alle brutalità dei colonizzatori europei, a partire da quelle dei cattolicissimi Spagnoli e Portoghesi nelle Americhe, anzi ben vedendo le arbitrarie conquiste territoriali e lo sfruttamento delle popolazioni da parte delle Potenze coloniali come occasioni di evangelizzazione di nuove terre e popoli: non a caso quindi ma in modo sistematico la nuova diffusione del Cattolicesimo arriva a giustificare ufficialmente addirittura documentati eccidi di indigeni inermi da parte dei colonialisti, come quello del primo vero "Olocausto" Americano, un genocidio consumato e legittimato ai danni degli Indios anche nel nome di Dio, salvo eccezioni di personale eroismo soprattutto ad opera di Gesuiti e Domenicani, purtroppo nel contesto storico isolate ed episodiche, tra cui la più nota quella di Mboboré nel Paraguay del 1641, una vera battaglia durata otto giorni in cui giovani missionari gesuiti difendono con le armi le popolazioni Guaranì minacciate dagli schiavisti.
Il film inglese "The Mission", La Missione, del 1986 con Robert De Niro come protagonista, è ad esempio basato sugli eventi che circondano il Trattato di Madrid del 1750, con cui la Spagna cede parte del Paraguay cosiddetto "Gesuita" al Portogallo: il narratore del film, "Altamirano", corrisponde al vero Padre Gesuita andaluso Luis Altamirano, inviato dall'allora Superiore Generale Ignacio Visconti in Paraguay nel 1752 proprio per sovrintedere al trasferimento di tali territori, in tutto sette missioni a Sud ed Est del Rio Uruguay, tra cui São Miguel das Missões: il pattuito compenso pro capite per i 30.000 Guarani schiavizzati è stabilito a circa 1 peso (!) mentre coltivazioni, bestiame e edifici vengono valutati tra i 7 e i 16 milioni di pesos...
Con la libertà narrativa propria dei
film, diversi avvenimenti storici vengono fusi e le scene finali della
battaglia ricreano fedelmente proprio la difesa anche con armi da fuoco
dell'altra e più antica Missione, quella del Rio Paranapanemá
sulle suggestive cascate Guairá,
combattuta a terra e da barche sul fiume dagl'indigeni Guarani
organizzati, istruiti e comandati da Missionari Gesuiti oltre un secolo
prima - proprio la Battaglia di
Mboboré che riesce a mettere almeno
temporaneamente fine alle scorrerie del
conqueror
Paulista.
2.500.000 a meno di 320.000 persone;
milioni nel 1519 a meno di 1.300.000 nel 1595;
a 240.000;
- al largo della Costa Orientale Messicana, la popolazione dell'Isola di Cozumel nei 70 anni dopo l'arrivo degli Spagnoli viene distrutta più del 96%;
- vicino al Golfo del Messico, a Cordoba si estingue il 97% della popolazione in poco più di un secolo;
- sempre nel Golfo del Messico, a Jalapa la popolazione viene annientata da 180.000 persone nel 1520 a neppure 5.000 nel 1626;
94%, da 260.000 a 16.000, in meno di un secolo e mezzo dalla assoggettazione agli Europei;
passando da oltre 1.000.000 a meno di 10.000 persone (!);
milioni nel 1519 a meno di 1.300.000 nel 1595;
milioni nel 1519 a meno di 1.300.000 nel 1595;
Questa la terribile verità storica dietro i crimini perpetrati da noi Europei in tutto il Messico e l'America Centrale a seguito della scoperta delle Indie Occidentali ad opera di Cristoforo Colombo, nei libri di scuola chiamati "la colonizzazione delle Americhe", per lo più causa tanto diretta quanto indiretta dell'improvvisa e quasi totale scomparsa di intere popolazioni lì vissute per millenni: una prima condanna ma solo della cosiddetta "schiavitù nera" è di Papa Urbano VIII nel 1639, ma per una chiara e definitiva presa di posizione della Chiesa contro il neo-colonialismo bisognerà aspettare fino al 1961 (!) con l'Enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII. |
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Socialismo |
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Il Socialismo è tutto un
complesso di ideologie, orientamenti politici, movimenti e dottrine che
mirano al cambiamento della collettività verso una totale uguaglianza
dei Cittadini sul piano tanto economico quanto sociale e giuridico,
in altre parole una corrente di pensiero,
una teoria, una dottrina ed
una pratica sociale che propone proprietà e
gestione "collettive" dei mezzi di produzione,
dove il concetto di "collettive" sta esplicitamente per "nell'interesse di tutti"
ma non necessariamente per "da parte della collettività" e tanto meno per
"collettivizzate": "rivoluzionario"
o "riformista" il Socialismo si
contrappone per definizione al Capitalismo, combattendone le
inaccettabili ed arbitrarie diseguaglianze sociali.
All'origine tutti questi movimenti
e dottrine vedono il raggiungimento dei propri obiettivi attraverso il superamento delle
classi sociali e la soppressione
almeno parziale se non totale della proprietà
privata dei mezzi di produzione e di scambio
in modo che fino al 1848 "Socialismo" e
"comunismo" possono essere considerati come termini sinonimi ed intercambiabili,
ma il Manifesto di Karl Marx and Fredrick Engels opera la
decisiva e definitiva separazione tra Socialismo
cosiddetto "Utopistico" e
Socialismo cosiddetto "Scientifico",
quest'ultimo chiamato anche polemicamente vero "Comunismo".
La fine del XIX secolo non
a caso vedrà proprio in Francia la Rivoluzione
proclamare l'eguaglianza di tutti
gli uomini e le donne, ed in particolare
la cosiddetta Conjuration des Égaux
o "Congiura degli Uguali" di
Gracco Babeuf, poi per questo
processato e giustiziato, Filippo Buonarroti e Augustin Darthé,
una cospirazione del 1796 della
"Società degli Eguali" contro lo
stesso Direttorio con il dichiarato fine abolire la proprietà
privata, ultimo ostacolo per riportare
una "reale uguaglianza" nella società moderna.
Il
Socialismo verrà quindi a dividersi
abbastanza presto in riformista e
rivoluzionario e alla fine del XIX
secolo "revisionisti" vengono chiamati quei riformisti
che, mettendo sempre più in dubbio le previsioni analitiche del
Socialismo "scientifico" basate sulla
comprensione delle leggi storiche e sociali, scelgono di nuovo il
Capitalismo ed il parlamentarismo
per poi finire come "socialdemocratici",
ormai molto lontani dal genuino Socialismo storico (vedi ad esempio
Bettino Craxi in Italia, Tony Blair in Gran Bretagna e Gerhard Schröder
in Germania), mentre tutti gli altri vengono automaticamente definiti
socialisti "marxisti".
In Italia il Socialismo si
sviluppa soprattutto con il "Partito Operaio Italiano",
fondato a Milano nel 1882, poi
"Partito dei Lavoratori Italiani"
nel 1891 e "Partito Socialista Italiano"
nel 1892, sciolto l'anno dopo dal Governo Crispi, con il primo
socialista eletto in Parlamento nell'ex anarchico Andrea Costa,
mentre nel 1891 si costituisce
anche il "Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario":
il Partito Socialista diventa sempre meno rivoluzionario, sempre più
riformistico e nel 1921 ve se
stacca la corrente che darà vita al Partito Comunista Italiano
di Antonio Gramsci. |
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Anarchismo |
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Parallelamente al Socialismo si sviluppa un'altra dottrina di matrice socialista, l'Anarchismo, dal pensiero del filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon in polemica con Karl Marx, uno scontro che si accentua all'interno dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori o "Prima Internazionale" anglo-francese - organismo internazionale dei movimenti operai fondato nel 1864 su iniziativa di Marx per la comune difesa e rivendicazione dei diritti dei lavoratori, l'autoemancipazione, il coordinamento internazionale e la conquista del potere politico - fino ad una prima scissione tra il 1871 e il 1872.
I Socialisti prendono così decisamente le distanze dal Leninismo e gradualmente anche dal Marxismo, recuperando le idee liberali dell'utopismo socialista pre-marxista e dando vita al Socialismo Democratico, alla Socialdemocrazia e al Socialismo Liberale, fine che, dopo il crollo del Comunismo dell'Est e la disgregazione dell'Unione Sovietica, faranno anche i grandi Partiti Comunisti occidentali ed in particolare europei alla fine del XX secolo, orientandosi anch'essi al riformismo ed inserendosi altrettanto nei medesimi sistemi democratico-borghesi che hanno combattuto, prendendo gradualmente le distanze dall'originario Marxismo rivoluzionario, tutti meno gli Anarchici.
Tutti i movimenti
anarchici si autodefiniscono "socialisti" opponendosi al
Capitalismo,
dagli individualisti ai sociali, ma c'è chi ritiene che l’Anarchismo non
sia Socialismo: se consideriamo però il Socialismo come
miglioramento della società, o è
archico o an-archico, cioè o autoritario o
libertario, in altre parole o dello Stato o libero, quindi i miglioramenti sociali
possono avvenire o aumentando o diminuendo i poteri esterni all'individuo
- se li aumentano sono miglioramenti archici, se li diminuiscono
anarchici.
L'Anarchismo Collettivista o Anarco-Collettivismo di Bakunin sostiene l'abolizione sia dello Stato che della proprietà privata dei mezzi di produzione la quale passa sotto il controllo e la gestione collettivi degli stessi produttori: collettivizzati i mezzi di produzione saranno i lavoratori stessi a determinare democraticamente i propri stipendi tenendo conto delle difficoltà del lavoro e del tempo dedicato alla produzione, utilizzando poi gli stipendi per l'acquisto di beni nel mercato comunale.
La visione abbastanza utopistica dell'Anarco-Collettivismo contrasta con quella dell'Anarco-Comunismo, la quale invece prevede l'abolizione dei salari permettendo agli individui e alle famiglie di approvvigionarsi liberamente e gratuitamente "secondo il proprio bisogno" presso un magazzino di merci comune: in una tale prospettiva lo stesso Anarchismo Collettivista anti-autoritario di Bakunin finisce per apparire in realtà come un misto di individualismo e collettivismo.
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Comunismo |
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Il "Socialismo di
Stato" è una forma di
pseudo-Socialismo che implica la proprietà dei mezzi di produzione da
parte dello Stato, deriva del Socialismo originario
e viene chiamata dai Marxisti semplicemente "Socialismo" e dagli
Anarchici "Socialismo di Stato" cioè l'antitesi del vero Socialismo
ovvero la negazione esplicita del principio di libertà ed uguaglianza. Il Socialismo "scientifico" invece è una forma di Socialismo teoretizzata da Karl Marx e Friderich Engels e definita tale per distinguersi dal Socialismo "utopistico".
Ma è la sinistra
rivoluzionaria anarchica la prima a di
fatto usare su larga scala il termine "Comunismo".
Il Comunismo è infatti una dottrina ed un sistema politico-sociale fondata sul principio di un'uguaglianza reale fra tutti i membri di una società con proprietà comune dei mezzi di produzione, una formula che non cambia di molto attraverso la storia, dalla città ideale della Repubblica di Platone, agli ideali e le pratiche comunistici del primo Cristianesimo, a un Francesco d'Assisi, ai movimenti ereticali di Catari, Valdesi e Fratelli Apostolici di Fra' Dolcino, alla predicazione di Gioacchino da Fiore, alla esortazione del protestante Thomas Müntzer a restaurare l'uguaglianza delle comunità cristiane delle origini, a Thomas More, a Tommaso Campanella... - solo che con la Rivoluzione Industriale del XVIII secolo perde progressivamente il suo utopismo e richiamo alla natura per trasformarsi in uno strumento storico rivoluzionario: attraverso il ghigliottinato François-Noël Babeuf, il primo rigoroso comunista Etienne Cabet, Claude-Henri de Saint-Simon padre del Socialismo Cristiano che conia il concetto di "società industriale", il socialista utopistico Charles Fourier, l'anti-liberale Luois Blanc, il comunista senza compromessi Louis Auguste Blanqui, Pierre Joseph Proudhon l'anarchico, Robert Owen uno dei padri del socialismo utopistico, si arriva alla teoria comunista scientificamente definita dallo scrittore, giornalista, sociologo, economista, storico e filosofo tedesco (ma non politico!) Karl Marx e dal teorico comunista tedesco Friedrich Engels.
Partendo dall'analisi
critica del sistema produttivo e
socio-politico capitalistico Marx e
Engels nel loro "Manifesto del Partito Comunista"
del 1848 propongono la prima strategia politica per costituire una
società senza classi: questo pensiero,
seppur rielaborato per adattarsi ad evolute circostanze storiche, è alla base
sia del "Leninismo" che del
"Maoismo",
concezioni del Comunismo realizzate in Unione Sovietica rispettivamente in Cina,
e degli altri vari
esperimenti di "Socialismo Reale" praticamente in tutto il mondo durante
il XX secolo fino alla crisi del "Comunismo Organizzato" degli Anni
Novanta.
Il famoso simbolo del Comunismo
Moderno "Falce e martello" viene adottato dai
Marxisti-Leninisti della Terza Internazionale
diventando anche la bandiera dell'Unione
Sovietica: l'interpretazione
teorico-pragmatica del marxismo di
Vladimir Iljitj
Lenin,
detta appunto "Leninismo", fatta propria
dal suo
gruppo bolscevico all'interno del
movimento rivoluzionario russo,
rifiuta
categoricamente l'idea che il Capitalismo possa essere fatto crollare dalle
lotte economiche spontanee dei
lavoratori quanto piuttosto da una consapevolezza teorica
e dalla lotta politica rivoluzionaria,
da cui il
ruolo del Partito Comunista quale "avanguardia cosciente" interprete della
classe operaia a garantire la conquista del potere statale
- teorie che dopo la Rivoluzione Russa del
1917 invece di portare alla
"democrazia operaia" dei Soviet (le
assemblee legislative
elette dal popolo a livello
locale, regionale e nazionale)
conduce ad
un assoluto monopolio di potere del Partito Comunista,
ufficialmente giustificato come necessario vuoi per il mai spento, duro scontro
di classe interno al Paese vuoi per l'aperto contrasto internazionale alla
Rivoluzione Russa dimostrato dall'assedio
delle Potenze Capitalistiche Occidentali.
Stalin è contro la tesi di "rivoluzione permanente" di Lev Trotzkij e contro la stessa sperimentazione di Lenin di una certa convivenza nelle campagne fra collettivistismo e proprietà privata, specie, decidendo per una definitiva collettivizzazione forzata dell'agricoltura ed una pianificazione centrale economica espressa in "Piani Quinquennali" di sviluppo accelerato dell'industria pesante: da cui la rottura con Николай Иванович Бухарин, Nikolaj Ivanovitj Bucharin, giustiziato nel 1938, e le grandi "purghe" del Partito e dello Statocon milioni di vittime negli Anni Trenta del secolo scorso, fra cui moltissimi Anarchici già da prima duramente repressi.
Con lo strategico Patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop fra Unione Sovietica e Terzo Reich, Stalin evita di essere coinvolto nela fase iniziale della Seconda Guerra Mondiale riescendo a ripristinare l'estensione territoriale dell'URSS a quella già dell'Impero Russo degli Zar con l'annessione di Polonia Orientale, Bessarabia, Stati Baltici e Karelia: all'apertura da parte di Hitler del cosiddetto Fronte Orientale, sostenuta opportunisticamente dalla Gran Bretagna di Churchill e gli Stati Uniti d'America di Roosevelt, l'Unione Sovietica da comunque un contributo fondamentale alla sconfitta dei Nazisti, pagando un altissimo prezzo di sangue, vittoria che in cambio consente l'imposizione di Regimi Comunisti dapprima nei Paesi dell'Europa Orientale, forzatamente inglobati nel cosiddetto "Patto di Varsavia", e man mano in alcuni degli Stati decolonizzati dell'Africa e del Sud-Est Asiatico, più spesso però ad opera della nuova Cina Maoista.
Nel 1985 Михаил Сергеевич Горбачёв, Michail Sergeevič Gorbačëv o Michail Gorbaciov opera la svolta decisiva nell'allora Unione Sovietica apportandovi progressivamente elementi democratici sia nel sistema politico che economico di mercato: il crollo a domino dei Regimi Comunisti dell'Est Europeo dal 1989 in poi con la oltremodo simbolica caduta del Muro di Berlino determina infine nel 1991 il collasso della stessa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: da allora va via via attenuandosi il richiamo degli ideali e della tradizione comunisti, i modelli di lotta di classe vengono ridisegnati ad una vaga "solidarietà sociale" fino a raggiungere in alcuni casi caratteri addirittura legittimamente definibili "reazionari".
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Il Neo-Liberismo |
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Il "Liberismo" aleggia nella Rivoluzione Francese, si consolida nell'Illuminismo, spinge a battaglie per la pace ed il libero commercio, contro nazionalismo economico e imperialismo coloniale, entra in crisi nel 1929 contrastato anche dalle teorie keynesiane e da nuove visioni collettiviste, ma negli ultimi anni del XX secolo vede una rinascita nel "Neo-Liberismo" della globalizzazione.
Liberismo viene chiamato
il "liberalismo economico", una
teoria non solo economica, ma anche filosofica e politica che si fonda
su libera iniziativa e
libero mercato tenendone del tutto fuori
lo Stato ad eccezione di infrastrutture che favoriscano il mercato -
strade, autostrade, ferrovie, ponti, tunnel: l'applicazione in ambito
economico dell'idea liberale "democrazia vuol dire libertà economica",
una filosofia creata su misura per sostenere e promuovere il
sistema capitalistico, ideologicamente in
contrasto con mercantilismo (la
potenza di una nazione è determinata dal prevalere delle esportazioni
sulle importazioni), economia
cosiddetta "keynesiana" (le
politiche fiscali e monetarie dello Stato sono necessarie qualora la
scarsa domanda non garantisca piena occupazione) e Socialismo
(il
superamento delle classi sociali è possibile anche attraverso la
riduzione o soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione
e di scambio),
antitetica dello Statalismo (lo
Stato deve avere un ruolo forte nel possesso di aziende e nel controllo
dell'economia nazionale).
Veramente il "Liberismo"
dottrina economica e il "Liberalismo"
ideologia politica trovano
interpretazioni diverse nelle diverse culture: nell'Inglese Britannico
il concetto è unico, "liberalism", negli Stati Uniti
d'America "liberal" sta per "progressista", i Francesi usano l'espressione
"laissez faire", "lasciar fare" non
comunque nel senso di menefreghismo, ma fatto sta come
non siano le nuove
tecnologie della Rivoluzione Industriale ad avviare e permettere lo
sviluppo di un processo di globalizzazione dell’economia,
quanto piuttosto il diffondersi di una nuova concezione di mercato del lavoro e
politica sociale, in cui le attività finanziarie
si liberano da vincoli e il capitale dal controllo politico nazionale
esercitato dagli Stati, una vera utopia liberista
in cui i mercati dovrebbero essere capaci di autoregolarsi, fino alla sua forma più
estrema di Anarco-Capitalismo.
Il Liberismo autentico è un processo d'interazione, non un programma puramente passivo con il non-intervento dello Stato nell'economia, ma al contrario uno da realizzare attivamente attraverso lunghe lotte politiche e legislative per abbattere barriere ereditate da epoche feudali che ancora oggi ostacolano lo sviluppo economico e civile della società.
Il Liberalismo presuppone la sicurezza di leggi e contratti, ha bisogno un'Amministrazione Pubblica tollerante e tollerabile, soprattutto efficiente ed onesta, che promuova sviluppo civile, in una società in cui le innovazioni tecnologiche garantiscano sviluppo economico - questo anche e soprattutto oggi, quando in molti Paesi sviluppati alla crescita dell'occupazione nei servizi corrisponde un proporzionale declino dell'occupazione nell'industria, in un irreversibile processo di "de-industrializzazione". |
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Industrialismo e costume |
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Di prossima pubblicazione |
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Pauperismo |
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A cavallo tra l'800 e
il '900 la Seconda Rivoluzione Industriale
va generando in Gran Bretagna
sempre più numerosi "nuovi poveri"
e lo Stato si sente quindi chiamato ad emanare leggi che pongano "riparo"
ai mali sociali che ne derivano:
quella del 1834 abolisce la "carità legale",
nello specifico privandoli delle "mense dei poveri", proibendogli di
essere oggetto di qualsivoglia aiuto "a domicilio" da parte di volontari
e, anzi, ammassandoli coercitivamente in apposite workhouse
o "case di lavoro", rigorosamente separati in base a sesso ed età, ma
tutti sottoposti al medesimo regime rigidissimo di inenarrabili costrizioni
e privazioni.
La "riforma sanitaria" è
dunque lo strumento scelto per gestire il "proletariato"
rendendolo sì "più sano" e
"più
felice", ma innanzitutto "più produttivo" e
"più docile", e su questa "felicità del proletariato inglese"
Karl Marx scriverà: Perfino questa parola è di origine inglese. L'esame dell'Inghilterra è dunque l'esperimento più sicuro per conoscere il rapporto di un paese politico col pauperismo.
In Inghilterra la miseria degli operai non è parziale,
ma universale; non limitata ai distretti industriali, ma estesa a quelli
agricoli." |
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Consumismo |
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Aspetto molto controverso di tutte le moderne società industrializzate,
il "consumismo" consiste nello sviluppo di tendenze di massa al continuo aumento dei consumi,
indotto da una sempre più invasiva, sofisticata ed ammaliante pubblicità,
a sostegno di
una crescita della produzione fatta credere "necessaria" in
nome del "mantenimento dell'occupazione" e della "difesa
del benessere" acquisito, concetti fatti politicamente equivalere a "progresso" ed
"emancipazione", da cui il crearsi di ulteriori bisogni indotti di
nuovi consumi a giustificare l'ulteriore aumento produttivo
del superfluo.
Naturalmente tutto ciò poco ha a che vedere con la "qualità" della vita, diventa piuttosto un'incessante opera di mantenimento del proprio status sociale, estetico e tecnologico di cui grandi strati della società diventano prigionieri nel duplice ruolo di "produttori-consumatori", qualcosa che può trasformarsi in pericoloso fattore di instabilità sociale nel momento in cui l'economia venga meno: lavorare di più per produrre di più per poter acquistare e consumare di più è un meccanismo a catena che regge fintanto che ci sia lavoro, ma poi?
È così che si è venuta a creare una "società dell'apparenza", in cui gli attributi diventano di lunga più importanti della sostanza, dove una vita insoddisfatta si esprime anche nella "sindrome dell'acquirente", un continuo e disperato tentativo di colmare vuoti esistenziali, dare un senso al proprio tempo.
Perché il consumismo è un processo altamente distruttivo nei confronti dell'uomo e della natura: disgrega con cinismo il "mondo reale", pre-consumistico, sostituendolo con altri che non esistono, conduce sistematicamente al "divertimento del consumo", prendo-uso-getto, rende tutto rapidamente obsoleto perché "fuori moda", consuma la stessa vita del "piccolo borghese" sempre in preda all'ansia economica da sprechi.
Ma il vero problema è esserci convinti che il "benessere" derivante dall'evoluzione tecnologica sia naturale e gratuito: una credenza scientificamente assurda, più irrazionale delle arcaiche superstizioni di cui oggi ci facciamo risa! |
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Distruzione dell'ambiente |
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Di prossima pubblicazione |
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La "globalizzazione" |
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La cosiddetta "globalizzazione" altro non è che un inevitabile processo di progressiva integrazione mondiale in tutti gli ambiti e a tutti i livelli a seguito della Rivoluzione Industriale, perché insieme alle nuove tecnologie portano con se nuovi modelli culturali e questi, a loro volta, nuovi stili di vita.
Attraverso i rapidissimi, non limitabili, non del tutto controllabili, quasi non fermabili, comunque difficilmente individuabili, alle lunghe non censurabili e soprattutto inesorabilmente invasivi mezzi di comunicazione di massa di cui la società dispone oggi - dopo il cinema e la televisione, ora il Web con notiziari online e video musicali - le popolazioni di tutte le macro- come micro-aree geo-culturali del Pianeta vengono dunque inevitabilmente raggiunte da questo prorompente processo e in esso definitivamente coinvolte, che lo vogliano o no.
Il fatto che il processo sia planetario ed inarrestabile non ne è l'aspetto negativo, anzi tutti i cambiamenti rappresentano de facto quegli auspicabili e necessari indicatori del progredire della vita e della società e possono senz'altro offrire opportunità di genuini miglioramenti: purtroppo è l' "appiattimento" culturale che ne sta seguendo a dover spaventare, questo sì effetto secondario deprecabile, non affatto auspicabile e tantomeno necessario, anzi atto di non rispetto e violenta oppressione da parte di chi manipoli o esasperi qualsivoglia informazione con intenzioni propagandistiche o commerciali-pubblicitarie, ma anche di biasimevoli passivitá e superficialità da parte di chi ne permetta l'assorbimento e l'assuefazione.
La propria identità collettiva ed il patrimonio culturale di cui siamo - è bene ricordarlo - solo "depositari", possono e devono continuare ad essere fondamentali, anche e soprattutto oggi quando continue e significative "contaminazioni" non solo ci arricchiscono di "altro" ma tendono a rendere sempre più universali le nostre conoscenze, più simili i nostri costumi, quasi uno standard il nostro abbigliamento, decisamente cosmopoliti i nostri gusti, e, con le pur dovute differenziazioni, sempre più condivisi i nostri valori: ma se non so più chi sono non posso incontrare pienamente l'"altro", come se non c'è l'"altro" non posso sapere davvero chi sono - perché senso della Nazione e "nazionalismo" non sono la stessa cosa.
Mai prima d'ora si è verificata una integrazione economica e culturale di tale vastità e con tale capacità di penetrazione, i cui effetti culturali e politici sono tutti da monitorare attentamente e criticamente valutare: ad esempio il tanto fanfarato crollo del Comunismo non è stato affatto accompagnato né seguito da una altrettanto determinata, passionale e generosa voglia di fare pulizia generale di tanti altri "ismi", quanto piuttosto strumentalmente e sistematicamente usato come argomento di bassa propaganda per piuttosto tacere la scandalosa intrinseca inadeguatezza ed il quotidiano criminale abuso che ancora le dominanti Nazioni fanno della cosiddetta "democrazia".
In una prima fase di comprensibile inebriamento da riconquistata "libertà", specialmente nei Paesi già asserviti dal Comunismo, tutti possono lasciarsi facilmente andare ad inneggiamenti dei principi di un controverso Neo-Liberalismo, ma già a metà Anni Novanta del secolo scorso molti politici, economisti e sociologi cominciano ad avere seri dubbi e a lanciare inequivocabili allarmi sugli effetti potenzialmente distruttivi di questo deviato nuovo ordine globale.
Il nuovo "modello di democrazia occidentale" viene lanciato ed esportato come un qualsiasi prodotto di serie e, se mai non ben accetto, lo si impone con la persuasiva diplomazia di eserciti "ipertecnologici", supportati da missili "intelligenti", capaci di interventi "chirurgici" e "droni" che non sono più api quale strumento di marketing, attraverso la applaudita messa in scena di guerre "preventive" nemmeno mai dichiarate, in nome di una "lotta al terrorismo" che nessuno può rifiutare, che tutto si arroga, che tutto permette e che tutto giustifica, anche contro la sacra inviolabilità di individui e genti, a mascherare onnipotenti interessi di multinazionali petrolifere, insaziabili appetiti di fabbricanti di armi e giochi d'azzardo di speculatori le cui crisi finanziarie stravolgono sì il Paese che le crea, ma travolgono il resto del del Pianeta!
Le nuove tecnologie salvano finalmente il mondo dalla "fatica del lavoro", anzi lo tolgono proprio di mezzo con la crescente disoccupazione della stessa Classe Media, ex-proletari ora asse portante della società così progredita e la cosiddetta "globalizzazione" trionfa nei suoi illuminatissimi aeroporti internazionali, nei suoi meravigliosi palazzi delle banche internazionali e nei suoi lussuosissimi alberghi internazionali, mentre più della metà del mondo che a nessuno interessa ne resta fuori a guardare.... |
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Finanza ed economia |
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Di prossima pubblicazione |
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Economia ed ecologia |
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Di prossima pubblicazione |
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Il ritorno alle origini |
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Di prossima pubblicazione |
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La qualità della vita nel nostro futuro |
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Un interrogativo da chiarire è se le nuove tecnologie non finiranno per distruggere più che creare posti di lavoro, una domanda cui l'economista statunitense Jeremy Rifkin già oltre quindici anni fa risponde ipotizzando sempre più disoccupazione, una "crescita senza lavoro" e la "fine del lavoro", tesi da molti non condivisa: ad esempio nello stesso periodo la Commissione Europea prevede ottimisticamente come l'occupazione verrà redistribuita, in primo luogo dall'industria ai servizi e secondariamente da settori a basso contenuto tecnologico ad altri, anche nuovi, altamente qualificati.
I nuovi impieghi dell'uomo che emergono oggi sono, è vero, anche anche più specializzati, ma producono redditi più bassi, e le nuove tecnologie, come Information Technology, biotecnologie e nanotecnologie, sembrano davvero costituire quel primo passo verso la fine del lavoro di massa, tendenza questa confermata anche dal fatto in questi anni, nonostante tutto, ci sia una piccola crescita tuttavia senza corrispettivo aumento dell’occupazione, anzi una diminuzione, con un mondo del lavoro in rapido cambiamento verso precarietà, mobilità e flessibilità, tutele sociali in via di smantellamento, sindacati sempre più fuori dai giochi, disoccupazione in aumento specialmente fra i giovani e problemi sociali che acquistano ogni giorno nuovi livelli di emergenza.
La società diventerà sicuramente sempre più complessa, i confini tra lavoro e tempo libero meno marcati, le persone occupate lavoreranno di meno e avranno più tempo libero, presumibilmente aumenteranno i precari ed ancora di più i disoccupati: una eventuale crescità potrebbe venire dal Web, dalla Green Economy ed il Terzo Settore, dato che le tecnologie informatiche diventeranno quanto più avanzate tanto meno costose favorendo l'esplosione tra l'altro dell'"e-commerce", lo sviluppo sostenibile e le energie rinnovabili già creano occupazione e possono creare nuova occupazione in ambito energetico, ma anche nell’edilizia e nel turismo, infine il Terzo Settore sarà potenzialmente trainante andando a riempire quei vuoti lasciati dallo Stato e dal mercato, sviluppandosi soprattutto nella tutela sociale e nel volontariato, nella solidarietà e nella reciprocità, in cui il capitale umano e quello sociale tornano a diventare molto più importanti del capitale finanziario e delle macchine. |
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