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La Tuscia Romana

I musei del territorio

Il Piccolo Museo del Lavoro di Bracciano, Roma

Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

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Il lavoro – Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

L'Industria

Le attività "industriali"

L'industrializzazione

La "rivoluzione" industriale

Un'annotazione

Invenzioni ed "innovazioni"

La Prima Rivoluzione Industriale

La Seconda Rivoluzione Industriale

La Terza Rivoluzione Industriale

L'industrializzazione e i progressi tecnologici

Le nuove tecnologie della Prima Rivoluzione Industriale

L'industria energetica si rivoluziona

L'industria meccanica si rivoluziona

L'industria tessile si rivoluziona

L'industria chimica si rivoluziona

L'industria siderurgica si rivoluziona

La rivoluzione industriale conquista il mondo (o almeno parte di esso)

Le nuove tecnologie della Seconda Rivoluzione Industriale

Il salto di qualità della metallurgia

Arriva l'elettricità!

L'industria chimica e farmaceutica

I progressi della medicina

I trasporti

Il petrolio

Le comunicazioni

Anche l'agricoltura si industrializza

Le nuove tecnologie della Terza Rivoluzione Industriale

L'era atomica

Il radar

Il laser

La plastica moderna

La ricerca spaziale

L'informatica

Le telecomunicazioni

La sostituzione dell'uomo

La rivoluzione invisibile

Da reale a virtuale

Squilibri di sempre, nuovi smarrimenti

Le rivoluzioni industriali come rivoluzioni "ergonomiche"

La smaterializzazione del mondo conosciuto

 

  Pagine correlate 

Pagina di origine

Il lavoro

L'industrialismo

L'industrializzazione del nostro territorio

La Terra
Le Arti e i Mestieri

 

Luciano Russo – Una presentazione

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

 

L'Industria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le attività "industriali"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Industria", dal latino indu-stria, parola composta da endo- dentro e -struo a sua volta da strúere o in-strúere, con il significato originario di "costruire", comporre, fabbricare, come in i-stru-mentum, "strumento", genericamente "mezzo con cui si opera" per raggiungere un fine o più specificamente "arnese", strumento da lavoro, ordigno, macchina: in senso figurato manteniamo i-stru-ire, i-stru-zione, i-stru-ttore e i-stru-ttivo, tutte dalla stessa radice e con il medesimo significato, e "indu-strioso" è chiamato ancora oggi chi dimostri particolare operosità, iniziativa, attività, crescita, ingegno, diligenza, destrezza e perseveranza in qualsivoglia cosa faccia.

 

Industriali vengono denominate tutte le attività "non-agricole" di imprese che le finalizzino alla produzione di beni o servizi, e non necessariamente quindi nell'accezione, dal termine acquisita solo a fine Novecento, di imprese o settore "manifatturieri", cioè che trasformino nei propri processi industriali materie prime in prodotto finito.
 

 

A differenza delle attività agricole tradizionali quelle industriali (agricoltura "industrializzata" compresa!) vengono regolate e gestite diversamente, perché diverse sono le problematiche che devono affrontare:
 

- innanzitutto sono "continue" e, se cicliche, normalmente con periodicità di ore, giorni o settimane  

piuttosto che mesi, stagioni o anni;

 

- concentrano inoltre la produzione su un prodotto specifico o, al massimo, su poche "famiglie" di

prodotti  comunque assai simili per tipo di processo produttivo, caratteristiche tecniche, materiali impiegati e clienti;

 

- fanno grandi investimenti iniziali e di necessario ammodernamento anche in tempi estremamente brevi

e devono quindi poter disporre di adeguati mezzi finanziari o immessi dalla proprietà o prestati da banche ed enti finanziari ma anche Stati;

 

- si fondano necessariamente su strutture organizzative molto complesse dovute un'alta concentrazione 

di macchinari e capacità lavorative;

 

- hanno quindi bisogno di una avanzata gestione economica data la varietà di spesa con costi "generali, di 

direzione, servizi, produzione, commercializzazione, amministrazione" e quant'altro;

 

- attribuiscono al singolo prodotto una quota di tali costi e, in caso di aumento del costo unitario di 

produzione, possono scegliere una strategia di incremento delle quantità prodotte in modo da ridurla o rifarsi sui propri lavoratori "dipendenti" - preferibilmente operai ed impiegati di linea, meno maestranze e middle management, quasi mai quadri o vertici dirigenziali - cosa che, come ben noto, sempre più spesso accade.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industrializzazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cosiddetta "industrializzazione" è quel processo di trasformazione con cui una società umana passa dal suo originario modello di vita sociale basato su un sistema produttivo agricolo-artigianale-commerciale ma comunque imperniato su un'economia rurale tradizionale, ad uno:

- prevalentemente basato su un
sistema industriale di tipo moderno, cioè in cui predominanti siano le 

attività non-agricole;

 

- in cui si adottino processi di lavorazione caratterizzati da un uso generalizzato di macchine azionate da  

energia meccanica, termica o elettrica, a sostituire del tutto il lavoro muscolare degli animali e "quasi del tutto" quello manuale dell'uomo;

 

- in cui si utilizzino sempre nuove fonti energetiche, come ad esempio dapprima direttamente il vento

l'acqua, quest'ultima succesivamente sotto forma di vapore, ottenuto riscaldandola con la combustione di carbone e poi di petrolio, ed infine l'elettricità, a sua volta ottenuta attraverso l'energia meccanica dell'acqua, vapore anche geo-termico o via via reazione nucleare, combustione di biomasse, energia solare ed infine eolica;

 

- in un contesto socio-economico in rapida progressione sempre più organizzato produttivamente ed  

economicamente secondo un modello che diffonda la "fabbrica" come luogo per eccellenza nel quale si possano concentrare i mezzi di produzione, cioè macchinari, forza lavoro e capitale.

 

 

Con l'introduzione di attività di tipo industriale consegue, è ovvio, un incremento quantitativo e spesso anche qualitativo della "capacità produttiva" di un Paese, ma il fenomeno è molto più complesso, specie nelle sue ricadute proprio a livello economico e sociale, e viene troppo spesso con impropriatezza quasi assiomaticamente definito di "modernizzazione", nel senso cioè di "miglioramento delle condizioni di vita individuali e collettive".

 

Purtroppo il fenomeno di industrializzazzione ed il concetto di miglioramento delle condizioni di vita individuali e collettive di fatto storicamente non sempre coincidono, anzi molti, in crescente numero anche scienziati, esperti e politici, sono coloro che tendono a mettere in forte dubbio come l'industrializazzione possa davvero portare - e tanto meno "automaticamente" - ad un autentico "progresso" o forse piuttosto e in pochi casi tutt'alpiù ad un accresciuto puro e nudo "benessere materiale", richiedendo però il tributo di un prezzo spropositatamente alto per quanto riguarda altri valori che ancor più in profondità incidono sulla "qualità" della vita umana.
 


Inziato in
Gran Bretagna nel XVIII secolo questo processo "evolutivo" è ancora in atto di diffondendosi, apparentemente inarrestabile, al resto del mondo, anche se già per oltre due secoli responsabile di trasformazioni economiche e sociali non proprio sempre positive, anzi spesso palesemente catastrofiche.

Una delle sue più serie conseguenze la
progressiva perdita della nostra identitaria "mentalità collettiva", frutto di esperienze di sopravvivenza e saggezza anche millennarie, peculiare patrimonio culturale di capacità di adattamento all’habitat naturale e di armonizzazione con altre popolazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La "rivoluzione" industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con rivoluzione industriale si intendono tutti quei concatenati cambiamenti, nell'ordine di natura tecnologica, poi industriale, quindi economica ed infine sociale, che si susseguono a cascata soprattutto nei Paesi Occidentali, a partire da due secoli fa fino ai nostri giorni: da quando ha inizio il moderno sviluppo industriale si alternano periodi di circa mezzo secolo caratterizzati ciascuno da importanti innovazioni.

 

La moderna rivoluzione industriale è essenzialmente una, ma tre sono le sue fasi essenziali anche se oggi qualcuno ne vorrebbe aggiungere una quarta: molto sinteticamente la prima sarebbe quella vera e propria nella Gran Bretagna degli anni 1780-1840, uno sviluppo dominato dalla macchina a vapore "fissa", la seconda quella degli anni 1840-1900 a sua volta dominata dalla macchina a vapore "mobile", la terza negli anni 1900-1950 con elettricità, motore a scoppio, chimica, la quarta oggi dominata da energia atomica, elettronica e trasporto aereo - personalmente preferisco attenermi alla più "classica" definizione in soli tre periodi rispettivamente a cavallo tra i secoli XVIII-XIX, XIX-XX, XX-XXI.

 

Comunque la si voglia strutturare, tutta questa impressionante serie di grandi conquiste tecnologiche, spesso riduttivamente percepite come "novità", sono in effetti, in bene e in male, l'essenza stessa della nostra civiltà moderna e la diretta espressione del suo spesso discutibile sviluppo economico, oggi in particolare con una sempre più accelerata integrazione fra invenzioni ed innovazioni, la rapida diffusione di un processo di crescente progresso scientifico e relativamente rapide applicazioni delle invenzioni con ricaduta sulle attività economiche.

 

"Rivoluzione industriale" è quindi una definizione troppo generica, a comprende oltre due secoli di radicali mutamenti, all'interno della quale va senz'altro vantaggiosamente fatta una distinzione fra "Prima", "Seconda" e, almeno fino ad oggi, "Terza" Rivoluzione Industriale: la Prima inizia a fine Settecento e riguarda in particolare l'evoluzione dei settori tessile e metallurgico con l'introduzione della macchina a vapore, la Seconda con inizio verso la metà del XIX secolo, ma scaglionata in tempi diversi nei diversi Continenti e Paesi, con l'introduzione dell'elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio, la Terza a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, e ancora non compiuta, con l'introduzione dell'elettronica e del computer.

 


Una rivoluzione industriale comporta
profonde ed irreversibili trasformazioni del sistema economico, produttivo e sociale: nasce il capitalista industriale, proprietario dei mezzi di produzione, il cui scopo esclusivo è quello di incrementare il profitto della propria attività, vengono introdotte la macchina e la fabbrica, e più tardi l'ufficio, si modificano i rapporti e le condizioni di lavoro, vanno ad aggregarsi nuove classi sociali, come quella "operaia" nella Prima Rivoluzione, che in cambio del proprio lavoro e del tempo dedicatogli riceve un salario.


Una rivoluzione industriale dipende da e stimola a
grandi innovazioni scientifiche e tecnologiche, molte delle quali ricadono a cascata sulla vita della società civile, ma spesso o quasi sempre ricerca scientifica e innovazione tecnologica vengono iniziate, per lo più segretamente, in ambiti militari, come nella Terza Rivoluzione quelle che hanno portato alla microelettronica, al computer e a internet.

 

Una rivoluzione industriale non è mai limitata nei suoi effetti a economia, tecnologia e struttura sociale ma contribuisce a cambiare radicalmente il modo stesso di concepirsi dell'uomo ed il suo modo di relazionarsi a tempo e spazio: la Seconda Rivoluzione, ad esempio, accelera notevolmente i ritmi della storia rendendoci la vita estremamente concitata e, in bene come in male, apre comunque totalmente inaspettate prospettive e fino ad allora impensabili scenari futuri.

 

Ciascuna rivoluzione industriale contribuisce a "dilatare" i confini del sapere e a "contrarre" ulteriormente spazio e tempo, non soltanto nella dimensione fisica e sociale dell'uomo, ma anche e soprattutto in quella "mentale", cioè il suo così essenziale modo di percepire la realtà, se stesso compreso: ad esempio, la quantità di informazione che una persona riceve in media durante tutta la sua vita in Gran Bretagna a fine Settecento, all'epoca cioè della Prima Rivoluzione, equivale a quella che un qualunque cittadino può leggere oggi nell'edizione di fine settimana di un qualsiasi quotidiano con allegati, anche se poi ne rimanga estremamente discutibile la qualità e, ancor di più, la rilevanza per la sua vita.

 

 

Si possono ad oggi distinguere tre abbastanza precisi periodi storici i cui i più drastici cambiamenti o, per essere positivi, i più significativi "miglioramenti" o "salti di qualità" hanno luogo, tutti nella seconda metà degli ultimi tre secoli ad intervalli regolari di circa 90-100 anni (!):

 

- la Prima Rivoluzione Industriale ha inizio nel settore secondario verso il 1780 in Gran Bretagna per

diffondersi poi all'Europa, portando con se la macchina a vapore e, quindi, la locomotiva;


- la
Seconda Rivoluzione Industriale coinvolge i settori primario e secondario negli Stati Uniti d'America, la

Gran Bretagna ed il resto dell'Europa Occidentale con inizio verso il 1870 e una delle sue davvero più rivoluzionarie invenzioni è il motore a scoppio, con successive applicazioni sia nell'automobile che nell'aeroplano a motore, di tale importanza da caratterizzare la nostra epoca per generazioni.


- la
Terza Rivoluzione Industriale nasce ancora una volta negli Stati Uniti d'America verso il 1950-1960 e,

pur partendo dal terziario, influisce poi decisamente su tutti i settori produttivi ed investe questa volta non solo l'Europa ma finisce per dilagare più o meno rapidamente nel resto del mondo, con le innovazioni dell'elettronica e, subito dopo, della microelettronica, a seguito dei viaggi dell'uomo sulla Luna, e l'invenzione del computer o "calcolatore elettronico" poi reinventato nella sua popolarissima versione di PC o Personal Computer ovvero calcolatore elettronico "personale", dapprima fisso, collegato via cavo, e quindi portatile, "senza fili" o wireless, il quale, abbinato all'utilizzo della classica rete telefonica o "rame", arricchita di ponti radio anche satellitari, e della nuova rete "telematica", a costituire la cosiddetta Internet, ed usando inoltre idonei protocolli di comunicazione nel sistema della World Wide Web o "ragnatela globale", finirà per rivoluzionare sì letteralmente il nostro modo di lavorare, studiare, comunicare e divertirci ovunque nel mondo, ora non solo al suolo ma anche in sempre più numerosi voli di linea.

 

 

Seguendo altri criteri uno schema riassuntivo degli eventi di queste fasi storiche potrebbe considerare le caratteristiche principali del lavoro in ciascuna come segue:

- la
Prima Rivoluzione Industriale, utilizzando il vapore per controllare delle macchine per l'estrazione dei

metalli, introduce la prima "automazione meccanica" dei tempi moderni, laddove il motore a vapore va a sostituire la forza animale e quindi, già a partire dal XVIII secolo, cambia per sempre il rapporto uomo-lavoro trasponendo sistematicamente tale automazione nelle fabbriche;


- la
Seconda Rivoluzione Industriale, utilizzando il petrolio per alimentare le nuove macchine "mobili" e

l'elettricità per automatizzare progressivamente tutto il settore industriale, sposta ancora di più l'attività economica centrandola dall'uomo sulla macchina, una irreversibile spinta non soltanto meccanica ed innovativa dunque, ma anche e soprattutto economica, la quale dalla seconda metà del XIX secolo segna il lavoro umano in un modo di cui ancora oggi beneficiamo ma anche soffriamo;


- la
Terza Rivoluzione Industriale, utilizzando il dominio della mente per ridefinire e riorganizzazione tutte 

le attività economiche della società attraverso macchine a controllo numerico, software e Web, seconda metà del XX secolo porta gradualmente il concetto stesso di un lavoro che troppo spesso viene a mancare a cambiamenti di fatto più socio-economici che genuinamente tecnologico-industriali, mentre la rapida digitalizzazzione della nostra vita ci rende allo stesso tempo saturi di informazioni, sovrastimolati ma timorosamente incerti nel configurarci un futuro, il quale, per la prima volta nella storia umana, più che un balzo in avanti appare come una brusca frenata di ritorno a valori perduti ed una pur tarda preoccupazione per lo sfrenato abuso di risorse e potere nel mondo in cui viviamo.

 

 

Come gli storici del futuro considereranno la nostra epoca è difficile dire, ma come noi oggi ad esempio parliamo di un'unica rivoluzione neolitica, pur caratterizzata da distinte fasi, sarebbe forse storicamente più corretto vedere le tre "rivoluzioni" quali fasi di un'unica rivoluzione industriale, sì con drastici mutamenti di rotta peculiari per ciascuna, ma anche con una continuità del processo.

 

In ultima analisi una seria riflessione andrebbe comunque fatta sul cambiamento del significato del lavoro umano, se durante questo lungo e combattuto periodo storico dall’età industriale a quella post-industriale la mutata considerazione del lavoro nella società ci abbia condotto alla visione speranzosa di un futuro davvero migliore o alla fine della società industriale non ci stiamo piuttosto ritrovando dentro incognite a breve troppo grandi per essere seppure affrontate.

Le moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione portano la privilegiata parte dell'umanità, cui noi stessi apparteniamo, a crescente velocità di cambiamento verso una
società "della conoscenza" in cui il lavoro è "senza fatica", mentre la rimanente maggioritaria parte viene tuttora lasciata a sperare nel riconosciuto diritto ad una vita dignitosamente "felice" o, ancora peggio, a lottare addirittura per la propria sopravvivenza materiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un'annotazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima di proseguire in questa incredibile "cavalcata", sarebbe opportuno scendere di sella a fare due passi, come gli antichi filosofi nel loro gymnasium, per riflettere su alcuni aspetti che riguardano gli epocali raffinamementi tecnologici presenti in tutte le rivoluzioni industriali e causa diretta o indiretta soprattutto di cambiamenti sociali e mentali profondi (dei quali alcuni siamo pienamente consapevoli, altri meno o per nulla!) nel nostro modo di vivere la quotidianità della vita, di affrontare il lavoro e, quindi, di produrre, e di dar dimensione spazio-temporale-emotiva al basilare e complesso inter-concetto di "luoghi" in cui vivono "persone" con cui intratteniamo o meno "relazioni sociali".

Sto parlando di
persone - a includere me stesso, familiari ed amici, colleghi e quanti altri ho che fare nel mio lavoro, i rimanenti miliardi di esseri umani con cui "condivido" in questo momento il Pianeta ma che non conosco né frequento: ma il discorso andrebbe allargato a comprendere tutto e tutti, esseri viventi e cose inanimate o "morte" (ammettendo che ce ne siano!), come animali, insetti, microbi, foreste, piante, montagne, deserti, oceani, atmosfera e addirittura corpi celesti, molecole e atomi...

 


Le seguenti domande, cui generazioni e generazioni
prima di noi avrebbero dato immediate ed ovvie risposte,  se poste a noi, abitanti del Pianeta in questo "Terzo Millennio", dovrebbero farci dubitare almeno un attimo.
 

Oggi:


-
cosa è "vicino" e cosa è "lontano"?
-
cosa è "piccolo" e cosa è "grande"?
-
chi è "presente" e chi è "assente"?
-
che o chi "conosco" e chi o cosa "non conosco"?

- cosa è "possibile" e cosa "impossibile"?
 

E domani?

 

 

È "vicina" o "lontana" la città di Stoccolma da quest'isola di fronte a Spalato, dove mi trovo?
Una distanza che dovrei esprimere con un
"3.000 chilometri", ma mi viene istintivo "tre ore": in aereo è vicina.

Solo quarant'anni fa avrei risposto - e l'ho fatto - "due-tre giorni" in treno o in auto...

Quanta strada potevano fare in tre ore o tre giorni i ben dotati ed allenati milites delle legioni romane?

Quanto sarebbe riuscito a spostarsi mio nonno in calesse?

 

È "piccolo" o "grande" l'atomo?

Non potrei vederlo al microscopio, eppure nell'atomo c'è un nucleo, con dentro protoni e neutroni, ed intorno al nucleo elettroni per essere "piccolo" è grande: le particelle "elementari" quelle sì sono piccole - fermioni, leptoni, muoni, tauoni, neutrini...

Eppure per i filosofi greci Leucippo e Democrito ed Epicuro è "in-divisibile", ά-τομος, à-tomos: atomo!


Ero
"presente" o "assente" mentre inchiodato davanti al televisore scendevo col primo uomo sulla Luna?

Sono "presente" alla persona con cui "chatto" su internet?

E se faccio una telefonata a qualcuno o ho una video-chiamata su Skype?

Tutto "in tempo reale", quindi sono "lì" e "qui" (e mi accorgo come mi senta obbligato a specificare "reale" quando parlo di tempo!).

 

"Conosco" o "non conosco" chi "incontro", vedo, ascolto e seguo sul mio piccolo schermo: quella giornalista - ogni sera, quel presentatore - ogni settimana, l'attore, il comico, il politico che mi si affaccia davanti alla nausea, la ballerina, la povera disgraziata che ha perso tutto nell'alluvione, l'anonimo migrante che quasi affoga su quel barcone stracolmo?
"Conosco" gli animali esotici dei programmi satellitari del National Geographic Channel o i ghiacci dell'Antartide visti così tante volte da quasi sentirmici a casa con quei pinguini che mi sembra di toccare?

"Conosco" Marte, che quella minuscola sonda cingolata mi spennella sulla retina pietruzza su pietruzza?

 

"Possibile" o "impossibile" ri-vivere il passato, il sorriso di mia madre su quella foto, io che leggo a mia figlia la favola della buonanotte su quella cassetta magnetica , lo sbarco in Normandia su quei filmati in bianco e nero o lo scempio del Vietnam sulla cassetta VHS a colori, il DVD con le Torri Gemelle che crollano a New York, una, dieci, cento volte?

"Possibile" per un sordo risentire, per un cieco rivedere?
"Possibile" portare con se tutte le biblioteche di tutte le università del mondo in tasca?
 

 

Così inverosimilmente tanto ci hanno cambiato le "rivoluzioni industriali" - e continuano a farlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Invenzioni ed "innovazioni"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Invenzioni e innovazioni, tecniche o tecnologiche (ma non solo), non sono proprio la medesima cosa.

 

L'invenzione è quell'idea che offre una soluzione - nuova ed originale - a un problema tecnico, già reale e vissuto oppure scientificamente prevedibile, già risolto da altri in altro modo o non ancora risolto, che può riguardare un metodo, un processo, un prodotto: il latino in-venire signica appunto "trovare": così l'invenzione della ruota "trova", con i mezzi allora disponibili, soluzione ai problemi di trasporto dell'epoca (dimostrando ancora oggi incredibile applicabilità!), così pure l'invenzione della scrittura "trova" all'epoca e con i mezzi allora disponibili soluzione a quei problemi di comunicazione "a distanza" sia nello spazio che nel tempo (dimostrando ancora oggi estrema applicabilità nonostante la concorrenza di mezzi alternativi di comunicazione - tra umani, tra uomo e macchina ovvero da macchina a macchina), così la fusione dei metalli e così via.

 

L'innovazione invece, dal latino in-novare o fare "del nuovo" o fare "in un nuovo modo", può essere l'applicazione di un'invenzione tecnica o tecnologica, spesso risultato di una lunga e laboriosa ricerca e sperimentazione effettuate solitamente da gruppi di esperti, anche se non deve necessariamente derivare da un'invenzione o da una precedente innovazione tecnica, un "bene di consumo" frutto di fantasia e il cui bisogno potrebbe essere già latente nelle case o nelle imprese, ma anche - come sempre più di frequente accade - venire attivato dalla curiositá per la "novità", sotto lo stimolo di efficaci azioni massmediatiche pubblicitarie sapientemente mirate alla creazione di inediti mercati.

 

La sostanziale differenza è infine che la prima, l'invenzione, attività piuttosto intellettuale che pratica e generalmente risultato del pensiero geniale di una persona intellettualmente "libera", non è detto che si traduca necessariamente nella seconda, cioè un'innovazione o applicazione in determinate attività umane con probabile diffusione ad uno o più settori dell'industria o addirittura di così largo impiego da migliorare la qualità di vita dell'uomo qualunque: storica evidenza è che anche le più grandi invenzioni hanno solo molto raramente ripagato i rispettivi ideatori, mentre, al contrario, le innovazioni quasi di regola fatto ricchissimi quegli "innovativi imprenditori" che, intuitone e testandone l'interesse, vi hanno investito applicando una tecnica o tecnologia inventata da altri, con dichiarati fini commerciali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Prima Rivoluzione Industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la scoperta dell’America e l’esplorazione dell'Africa e dell'Estremo Oriente, a partire dal Cinquecento in Europa vengono introdotte e coltivate nuove piante come la patata, il mais, la canna da zucchero, il tè, il caffè, il cacao, dapprima oggetto di scetticismo, poi di curiosità, ma che nel Settecento arrivano a provocare una vera rivoluzione dei consumi e dei costumi.


Popolazioni da sempre esposte a periodiche
carestie possono finalmente avere un’alimentazione più regolare e qualitativa, anche grazie a miglioramenti delle tecniche agricole, introduzione di nuovi metodi di produzione e nuove forme di organizzazione del lavoro.
 

 

I cambiamenti di carattere economico, tecnologico e sociale che permettono in Gran Bretagna l'avvio di un processo di industrializzazione a partire dal settore tessile tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento sono senza dubbio:

- un'
alta produttività agricola nelle campagne della borghesia capitalista capace di arricchirla sempre di più,
- un
enorme sistema coloniale capace di fornire materie prime a basso costo, 

- un sistema politico parlamentare-costituzionale capace di mantenere "equilibrio" fra le classi sociali.

 

Disponibilità di ricchezze da investire e disponibilità di energia alla base, vaste colonie in tutto il mondo da cui ogni tipo di materie prime, una flotta che controlla la maggior parte del commercio mondiale (compreso  quello  degli schiavi!) e dei trasporti internazionali di merci, il primo scatto avviene con l'aumento della richiesta generale di generi alimentari, necessità numero uno dell'uomo, subito seguito dalla ulteriore domanda di abiti, biancheria e coperte.

 

In breve tempo l'industria arriva a sostituirsi all'agricoltura nella formazione del reddito nazionale (nel 1770 la metà proviene dall’agricoltura, nel 1846 solo un quarto mentre le attività industriali raddoppiano il proprio contributo) e la Gran Bretagna diventa il Paese più ricco e sviluppato d'Europa (nell'arco di un secolo, tra il 1750 e il 1850, aumenta il suo reddito nazionale di sette volte, la sua popolazione di tre, le importazioni di dieci e le esportazioni di ben quattordici volte!).
 

 

Da prodotti direttamente consumati e solo in minima parte venduti si passa quidi a beni esclusivamente prodotti per la vendita, dal lavoro rurale o piccolo-commerciale individuale o familiare a domicilio a quello salariato in fabbriche con centinaia di operai.


Il
lavoro dell'uomo viene man mano sostituito dal lavoro delle macchine, enomermente più veloci, dai ritmi instancabili, mai ammalate, che non protestano malcontenti.

 

L'accresciuta ricchezza dà alle città inglesi acquedotti, fognature nelle case e cimiteri fuori dell'abitato, elementi questi di vera modernizzazione (o ritorno agli standard dell'Antica Roma) in un periodo storico in cui l’Europa Continentale e soprattutto Orientale sfrutta ancora "servi della gleba" per coltivare  le terre dei grandi proprietari: nell’Ottocento tale crescita prosegue allargandosi ad altri Paesi in Europa e negli Stati Uniti, ritardata ad esempio in Germania e in Italia dal loro frazionamento in piccoli Stati ed inoltre in Italia per mancanza di materie prime.

 

 

Da notare che mentre tutti rimarcano come prima della rivoluzione industriale oltre il 90% della popolazione sia dedita all'agricoltura e come grandi masse la abbandonino per affollare le fabbriche con conseguenze per l’intero tessuto sociale ed economico, pochissimi ricordano come anche tutto il "mondo artigiano" vive enormi quanto drammatici cambiamenti a causa del nuovo modo di trasformare le materie prime in prodotti - vale quindi la pena di sottolineare a questo proposito alcune delle importanti peculiarità della società industriale:

 

- conviene di più produrre mille articoli tutti uguali che dieci diversi e per questo si passa alla cosiddetta

"standardizzazione" dei prodotti;

 

- conviene di più istruire cento operai a fare ciascuno un solo gesto che insegnare a dieci un'intera procedura

e si passa prima alla cosiddetta "specializzazione" dei lavoratori ovvero "frammentazione del lavoro" e poi anche alla specializzazione dei luoghi di lavoro, i quali diventano "reparti di produzione";

 

- conviene di più che diversi lavoratori si dedichino allo stesso tempo ciascuno ad un dettaglio del prodotto

che un solo lavoratore all'intero prodotto e si passa quindi alla cosiddetta "sincronizzazione" del lavoro, questo per poi arrivare fino al nuovo concetto di "catena di montaggio" o assembly line, in cui i lavoratori operano su parti diverse del prodotto in perfetta sincronia a tempi prestabiliti e in un dato ordine di successione fino al suo completamento;

 

- conviene di più puntare su una produzione di massa ed un corrispondente consumismo di massa che su

piccole serie di prodotti di alta qualità a prezzi elevati e si passa quindi ad una cosiddetta "produttività" che massimizzi i profitti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Seconda Rivoluzione Industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Convenzionalmente la seconda significativa ondata nel processo di ulteriore sviluppo industriale avviene nel periodo che va dal Congresso di Parigi del 1856 e quello di Berlino del 1878 all'ultimo decennio del XIX secolo.

 

Nella seconda metà dell’Ottocento l’Europa Occidentale allarga e consolida la propria influenza a livello mondiale grazie ad una superiorità nel campo scientifico e tecnologico unita ad incomparabile potenza capitalistica, industriale e militare: scoperta di nuove fonti di energia, utilizzo di nuovi sistemi e mezzi di comunicazione e trasporto, incontrastato dominio del commercio mondiale.


È questo il periodo in cui le
grandi potenze europee conquistano le rispettive "colonie", soprattutto in Africa, sia per derubarle di risorse energetiche e materie prime a basso costo, sia per rivendergli, come nuovi mercati, i propri prodotti finiti - uno sviluppo industriale "senza pari" di pochi Paesi tra cui gli Stati Uniti d'America e il Giappone, che durerà fino a inizi Novecento, in pratica tutto a spese del resto del mondo.


Si può dire che in Europa questo "periodo d'oro" del cambiamento termini nel
1914, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ma molti Paesi tra cui l'Italia perdono quel treno.

 

 

Specialmente gli ultimi tre decenni dell’Ottocento danno una vera accelerazione al processo di industrializzazione e al suo salto di "qualità": grandi e, nei loro effetti, epocali non sono soltanto le innovazioni tecnologiche, ma anche quelle economiche.

 

La meccanica perfeziona notevolmente i mezzi di produzione, la siderurgia ha una sua rivoluzione nell’acciaio, una lega di ferro e carbonio robustissima, la chimica inventa alluminio, soda, coloranti artificiali e acido solforico per concimi ed esplosivi, prodigiose fonti di energia come elettricità e petrolio dilagano, quest'ulimo consentendo il rapido sviluppo di piccoli motori a combustione interna che aprono all'era di beni ancora oggi, dopo oltre un secolo, "strategici" come l’automobile e l'aereo.


In agricoltura con lo sviluppo dei trasporti Stati Uniti, Canada, Argentina e Australia invadono letteralmente il mondo con i propri cereali a buon mercato portando al ribasso dei prezzi agricoli europei: questo da inizio a pericolose politiche protezionistiche e, nel migliore dei casi, significativi investimenti nella produttività.


Anche la corsa dell'industria viene frenata da una crisi creata sui mercati dalla
"sovrapproduzione" in primo luogo delle nuove potenze industriali Stati Uniti, Germania e Giappone, cioè il volume della produzione continua a crescere fino a che l'offerta diventa eccessiva rispetto alla domanda, dato anche il basso reddito di gran parte delle popolazioni europee e non solo.

 

Nella sopravvenuta situazione di panico falliscono imprese, altre si fondono e nei diversi settori le aziende dominanti per capacità economica e produttiva fagocitano ad una ad una le più piccole: alla teoria della libera concorrenza si sostituiscono insomma i monopoli di fatto.

 

 

Con la Seconda Rivoluzione Industriale macchine sempre più avanzate ed una automazione sempre più sofisticata finiranno per conquistare la posizione dell'uomo nell'industria tendendo ad escluderlo quasi del tutto dai processi produttivi e dando così vita ad una nuova migrazione di massa dei lavoratori che, come nella Prima Rivoluzione si spostano dalle campagne nelle fabbriche, ora dalle fabbriche si riversano nel Terziario, cioè il settore industriale dei servizi, in cui il lavoro diventa prevalentemente mentale ed il computer diventa il principale strumento di lavoro.

 

L'industria "classica" non scompare, ma cambia radicalmente e non più tanto a causa delle innovazioni tecnologiche, pur sempre essenziali, quanto grazie all’innovazione organizzativa: nuova valorizzazione delle abilità dei lavoratori, responsabilizzazione della forza lavoro, lavoro di gruppo o team work, metodi di produzione snelliti just-in-time, ovvero solo su domanda e senza stoccaggi, continuo miglioramento dei processi e delle procedure.

 

Con la progressiva globalizzazione dei mercati si passerà da un mercato geograficamente limitato ad un mercato geograficamente illimitato, dove la produzione dei componenti di un prodotto viene allocata a quei Paesi nel mondo in cui alla migliore abilità, impegno e fedeltà dei lavoratori corrispondano salari i più bassi pissibili ed altrettanto le fasi altamente specializzate del processo di produzione vengono delocalizzate laddove vengano fornite le migliori condizioni economico-politiche a garantirne il massimo profitto.

 

Il vero problema si rivelerà essere il fatto che i lavoratori sottooccupati o disoccupati dei tradizionali Paesi "industrializzati" in questo modo, mentre prima possono permettersi di consumare i prodotti che loro stessi producono, hanno sempre minore capacitá di acquisto per consumare gli stessi prodotti adesso fatti da altri: senza consumo di massa decade la produzione di massa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Terza Rivoluzione Industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La quantità e qualità di conoscenze scientifiche e tecnologiche accumulate già dagli inizi del '900 per lo più in contesti strettamente militari, vengono tradotte in prodotti ad uso civile e progressivamente convogliate verso il ceto medio delle società occidentali, dando sì una forte spinta al "progresso" e all'innovazione tecnologica, ma soprattutto consentendo sviluppi mai prima visti a nuovi settori industriali, provocando veri sconvolgimenti economici sia a livello di micro- che di macro-ambiente, destabilizzazione del mercato del lavoro, variazioni demografiche fuori controllo ed ulteriori, rapidi e sempre più profondi cambiamenti degli stili di vita: dopo l'Occidente, con il collasso dell'Unione Sovietica, l'emergere di Cina e India, molti di questi effetti finiscono per investire anche il cosiddetto "Terzo Mondo", pur se con variabile ritardo e/o lentezza.

 

 

La Terza Rivoluzione Industriale, iniziata negli anni Cinquanta-Sessanta del XX secolo e non ancora conclusa, nasce dallo stato di precario assestamento che i Paesi Occidentali raggiungono all'indomani di ben due Guerre Mondiali a breve intervallo l'una dall'altra, la susseguente e pericolosissima Guerra cosiddetta "Fredda" tra i nuovi "Blocchi" della NATO, guidata dagli Stati Uniti d'America, e del Patto di Varsavia, sotto il ferreo controllo dell'Unione Sovietica, i quali vedono contrapposti gli storici "alleati" vincitori contro Nazismo e Fascismo - in un clima di totale diffidenza reciproca dovuta alle più o meno dichiarate velleità dell'altro di voler raggiungere un totale predonimio economico prima che militare, politico ed ideologico sul mondo intero.

 

Mentre la macroarea europea per meglio affrontare il periodo di quasi totale ricostruzione postbellica crea organismi associativi comunitari, quella "Comunità" Europea che porterà all' "Unione" Europea passando da un grande mercato unico, la macroarea nordamericana, produttivamente intatta dopo la guerra ed anzi già durante il conflitto oggetto di un benessere in forte crescita, grazie all'intensa produzione industriale bellica portata a regime dal Governo Statunitense, viene ancor più ravvivata da nuovi e sempre più arditi progetti militari.


Da questa forsennata e dissennata
corsa agli armamenti nucleari - con tra l'altro la nuova bomba all'idrogeno ed un costantemente accresciuto arsenale, capace di distruggere l'intero Pianeta una decina di volte (!) e tanto potenzialmente apocalittico quanto pazzescamente incontrollabile da arrivare a farci sfiorare un'impensabile "Terza Guerra Mondiale" - e dalla parallela corsa al controllo dello spazio - per poter ancora meglio spiare, intimorire, tenere a bada ed attaccare l'avversario "nemico" - nasconoin veloce successione  a cascata tutte le modernità del nostro tempo: prima l'elettronica, subito dopo la microelettronica, quindi la telematica ed infine l'informatica, con invenzioni ed innovazioni che faranno letteralmente esplodere il mercato delle telecomunicazioni, mentre si affaccia timido il concetto di energie "rinnovabili".

 

 

Ma il burattinaio che dietro le quinte decide è ancora la piovra delle "grandi multinazionali" con i loro insaziabili appetiti petroliferi, degnamente rappresentate dai "grandi politicanti" di turno, sostenute caldamente dai "grandi produttori di armi" e le solite organizzazioni militari tutte uguali sottopelle in tutti i Paesi del mondo, per cui: da parte delle "super-potenze" e rispettive cangianti "coalizioni" si finanziano e si combattono - e pure malamente - sempre nuove guerre sempre peggio mascherate con improbabili slogan di "esportazione di civiltà" e "difesa della democrazia" ovvero anacronistiche "guerre sante", le cui atrocità disumanità su inermi popolazioni civili non sembrano conoscere umani limiti: ed ecco siamo invasi da cieco terrorismo, paranoico controllo delle persone, pressoché totale controllo dell'informazione e pauroso imbarbarimento culturale.

 

 

Nel corso di questa Terza Rivoluzione Industriale all'incredibile aumento delle capacità funzionali dei robot e della capacità di calcolo dei computer corrisponde il crescente esubero di lavoratori dell'industria e questo porta ad una società in cui sempre più importanti diventano le conoscenze teoriche, l'utilizzo delle nuove tecnologie informatiche e gli aspetti scientifico-specialistici della ricerca, con una netta crescita nella domanda di cosiddetti "lavoratori della conoscenza" o knowledge workers.

 

Fermo rimane - ed anzi peggiora - in questa società "post-industriale" il rapporto fra capitale e lavoro: come l'industria non distrugge l'agricoltura ma la cambia profondamente e per sempre, così la società post-industriale "della conoscenza" non scalza la società industriale, anche se nell'offerta preponderanti diventano i cosiddetti "servizi", una vastissima gamma di attività prima spesso di carattere ausiliario alla produzione ed ora autonome, indipendenti e centrali, come la raccolta, diffusione e codifica della conoscenza come fondamento di qualsivoglia organizzazione.

 

Rimangono forti i rischi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sulla società in generale e sul mondo del lavoro in particolare: le organizzazioni ritornano più piatte, si allargano e frammentano in reti ed i nuovi lavoratori svolgono attività sempre più più complesse da soli e sempre più isolati: in questo senso i rischi della disgregazione sociale e della disoccupazione sono evidenti, come d'altronte evidenti sono però le nuove opportunità di sviluppo anche economico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industrializzazione e i progressi tecnologici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Meglio di mille parole le immagini a vignetta delle carrellate di invenzioni ed innovazioni, portate nella nostra società moderna rispettivamente dalle tre rivoluzioni industriali fino ad ora nella storia dell'uomo, illustrano simbolicamente e danno il senso della portata dei rapidi salti di qualità ottenuti dal progredire della tecnologia durante appena due secoli e della nostra altrettanto rapida capacitá di assuefazione a tali cambiamenti:

 

- la prima fotografia del 1826,
-
uno dei primissimi film del 1896 e

- le prime immagini televisive dell'uomo sulla Luna del 1969.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Joseph Nicéphore Niépce, "Vista dalla finestra a Le Gras", titolo originale "Point de vue du Gras" - 1826: la prima fotografia della storia, o meglio, come viene chiamata dal suo inventore, "elio-grafia", cioè "scrittura o disegno ottenuti usando la luce del sole", dove l'occhio umano "intravede", più che vedere, il cortile di sua casa nel villaggio di Saint-Loup-de-Varennes, risultato di un rivoluzionario esperimento con cui riesce a fissare una immagine permanente della natura su un supporto artificiale (l'"Oculus Artificialis", "occhio artificiale" o "camera oscura" di Leonardo da Vinci del 1515 , invaderà da ora in poi il mondo.
 

 

Le nuove tecnologie della Prima Rivoluzione Industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Prima Rivoluzione Industriale porta con se grandi innovazioni tecniche che riguardano principalmente le macchine - sia utensili che motrici, cosa che ha forte impatto sul settore tessile, creando l'industria tessile, e l'industria cosiddetta "pesante", cioè la metallurgica e la meccanica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industria energetica si rivoluziona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una delle prime conseguenze dell'ineguagliato sviluppo industriale è il sempre crescente bisogno di enormi quantità di energia, non più le poche patate lesse o il piatto di minestra e il pezzo di pane dato all'uomo: una delle prioritá della ricerca scientifica e dell'industria stessa diventa dunque realizzare nuove macchine e nuovi motori adeguati alle produzione di massa e ai suoi nuovi ritmi.

 

Tra la fine del '600 e quella del '700 la macchina a vapore entra prepotentemente in contesti industriali, questo ben 1500 anni dopo la prima documentata intuizione della straordinaria forza del vapore che appunto risale addittura al II sec dC: il primo a descriverla è infatti un meccanico alessandrino nelle sue "Le pneumatiche di Erone", in cui propone di utilizzarlo in un teatro per automatizzare funzioni come aprire e chiudere porte, accendere fuochi, far muovere marionette e sistemi di sollevamento di acqua, pur sempre "macchine", anche se destinate ad effetti scenografici per rappresentazioni sacre o di divertimento, ed ancora più importanti i principi enunciati, come la capacità di  "dilatazione" e "condensazione" in un sistema chiuso ed il principio di "reazione", che ne permette l'utilizzo effettuando sulla caldaia un piccolo foro, sistema oggi alla base della moderna turbina:

 

 

 


- nel
1690 la prima moderna macchina a vapore di Denis Papin, un semplice cilindro-caldaia contenente acqua il cui pistone si sposta alternativamente quando avvicinato a rispettivamente allontanato da una fonte di calore a causa della dilatazione e successiva contrazione del volume del vapore: da notare come questa macchina nasca quale "biprodotto" delle esperienze ottenute aiutando Christiaan Huygens nei falliti tentativi di realizzare uno strano motore "a polvere da sparo" il cui scoppio dovrebbe far spostare un pistone spinto dalla pressione atmosferica creata - ricorda il motore "a scoppio" che verrà dopo oltre un secolo?

- nel
1699 "L'amico del minatore", ovvero "Macchina per tirare su l'acqua con il fuoco" di Thomas Savery, cerca di risolvere il cruciale problema di prosciugare le miniere inglesi, sempre più profonde, in cui il lavoro viene impossibilitato dall'allagamento delle gallerie: la "pompa a vapore" consiste in due cilindri di cui alternativamente uno succhia l'acqua grazie al vuoto creatovi attraverso la condensazione del vapore mentre l'altro la spinge su ed espelle con un violento getto sempre di vapore.

- nel
1712 Thomas Newcomen inventa il "Motore a vapore atmosferico" o Atmospheric Steam Engine, basato sul medesimo concetto del pistone di Papin, il primo però abbastanza efficiente da trovare applicazione pratica e con un certo successo anche internazionale, anche se consuma più vapore di quello che la caldaia riesce a produrre.

- tra il 1782 e il
1787 e il James Watt modifica la macchina a vapore come fino ad allora conosciuta, aumentandone con successivi perfezionamenti il rendimento fino a quattro volte e quindi facendola diventare sfruttabile industrialmente: il "nuovo metodo per diminuire il consumo di vapore e combustibile nelle macchine a vapore" include anche il regolatore centrifugo che adesso porta il suo nome.


- nel
1800 Richard Trevithick comincia ad usare nella sua macchina "Cornovaglia" vapore a pressione più alta di quella atmosferica, capace di raggiungere velocità più alte non solo grazie all'alta pressione ma anche il doppio effetto di bilanciere e biella, cosa che lo induce ad andare oltre e sperimentare nel 1801 una "carrozza a vapore con caldaia a focolare interno" che non avrà molto successo con la sua velocità (si fa per dire...) di 14,5 km/h in pianura ma sufficiente a ricordarlo come il creatore della prima "locomotivaQ - la vera "locomotiva" è ormai vicina. 

 

 

Basta un secolo perché la macchina a vapore rivoluzioni definitivamente ogni filiera produttiva del nascente apparto industriale, sostituendosi in pratica a tutte le altre tradizionali fonti di energia, per la sua capacità di potenza erogata, la sua accessibilità su richiesta, la sua continua affidabilità nelle prestazioni, le sue relativamente  modeste dimensioni e quindi la sua facile collocabilità negli ambienti più disparati: neppure lontanamente le tradizionali fonti di energia meccanica naturale - acqua e vento - possono mai essere paragonabili né per quantità di energia, né per disponibilità di tempi e luoghi, basti pensare alle uniche macchine allora in uso, i mulini, con il loro funzionamento ad acqua o a vento, e tantomeno paragonabile è l'altra fonte "classica" di nergia, cioè la forza muscolare di esseri viventi, come l'uomo e gli animali, la cui quantità di energia prodotta è minima e richiede quindi enormi numeri di unità per erogarne  a sufficienza, senza poi contare l'instancabilità delle macchine e la specifica adeguatezza nonché precisione delle nuove "macchine utensili" progettate unicamente per i compiti cui sono destinate.

Da non trascurare naturalemte il
fattore decisivo in tutto lo sviluppo e l'affermarsi delle macchine ed in particolare de quella a vapore, quello economico: le macchine, lavorando e basta, hanno un altissimo rendimento sugli investimenti mai prima raggiunto, perché, genericamente parlando, le macchine non chiedono da mangiare, non si stancano, non dormono, non si ammalano, non protestano e per quanto riguarda la macchina a vapore in particolare non solo consente di produrre energia di intensità e concentrazione senza precedenti ma a costi bassissimi, data la abbondantissima ricchezza di giacimenti di carbone in Gran Bretagna - di qui le generazioni e generazioni di minatori, moltissimi appena bambini e adolescenti, mandati a lavorare, vivere di stenti, ammalarsi e, non di rado, morire nel buio malsano e altamente pericoloso delle viscere della terra, ulteriormente degradati a "schiavi delle nuove macchine" o, più correttamente, del capitale in esse materializzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industria meccanica si rivoluziona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'importanza dell'industria  meccanica diventa strategica per il resto della produzione industriale grazie all'invenzione ed il perfezionamento di nuovi macchinari per le fabbriche e al davvero rivoluzionario nuovo sistema di trasporto di materie prime e distribuzione di prodotti costituito dalla "strada ferrata" - la ferrovia - anche determinante per lo sviluppo sociale mondiale di metà '800.

 

 

 

 

La macchina o motore a vapore applicata ad una "locomotiva" compare per la prima volta in Gran Bretagna agli inizi del secolo, specificamente come sostituto meccanico del cavallo da traino nelle miniere di carbone, ma in brevissimo tempo le sue potenzialità divennero palesi, soprattutto dopo l'invenzione nel 1829 della cosiddetta "caldaia tubolare" di Marc Seguin: anche se è infatti già del 1804 la prima locomotiva a vapore su binari in testa un trenino misto merci e passeggeri, come prima, vera locomotiva a vapore viene ricordata la famosissima "Rocket" costruita nel 1829 da George e Robert Stephenson, rispettivamente padre e figlio molto probabilmente ispiratisi ai lavori di Trevithick, che per la prima volta nella storia unirà Liverpool a Manchester, una macchina moderna nelle sue soluzioni tecniche e da subito prototipo della "classica" locomotiva a vapore in tutte le sue varianti nei cinque Continenti durante un secolo e mezzo, cioè fino al suo pensionamento che in Gran Bretagna avviene nel 1968, sostituita da macchine diesel e poi elettriche.
 

Il treno come mezzo di trasporto prevede tutta una infrastruttura ferroviaria che comprende oltre alla speciale "via" con una coppia di binari anche tutte le relative opere civili, come ponti, viadotti, gallerie, stazioni per traffico passeggeri e terminali merci, nonché tutti quegli impianti, che man mano si sviluppano seguendo il progresso delle tecnologie, per sistemi di trazione, di segnalamento e di sicurezza: il mondo del 1800 è un cantiere aperto che porta a popolazioni e luoghi sempre più lontani lo sbuffante precursore del cambiamento.  

 

E come i trasporti terrestri anche quelli marittimi verranno rivoluzionati...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industria tessile si rivoluziona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fino alla metà del XVIII secolo la antichissima produzione dei tessuti rimane per millenni un'attività domestica, con una lentissima fase di filatura: prima della sua meccanicizzazione occorrono cinque filatori per ogni telaio a mano, poi...:

 

- nel 1733 la prima piccola rivoluzione con la cosiddetta spoletta "volante", brevettata da John Kay;

 

- nel 1765 la "giannetta" o Spinning Jenny, inventata da James Hargreaves, capace di allargare il "collo di

bottiglia" della filatura velocizzandola da 6 a 24 volte;

 

- nel 1767 il filatoio idraulico detto Water Frame di Richard Arkwright porta la fase filatura ad essere

addirittura centinaia di volte più veloce di quella eseguita nel telaio a mano, rendendolo inesorabilmente obsoleto.


- nel
1787 Edmund Cartwright inventa poi un telaio meccanico, efficientissimo, che rimarrà in opera per

decenni anche se con modifiche e perfezionamenti.

 

 

 

 

Il risultato finale di questa rivoluzione del tessile sarà che verso il 1825 in Gran Bretagna un solo operaio (ed è spesso un triste, classico esempio di lavoro femminile o, più spesso e peggio, minorile!) è sufficiente a sorvegliare ben due telai meccanici: sul mercato nazionale la produzione delle due macchine sarebbe tranquillamente equiparabile a quella ottenuta da circa quindici tessitori qualificati usando dei telai a mano, ed un secondo significativo paragone, questo sul mercato internazionale, mostrerebbe come per produrre un quintale di tessuto di cotone in Gran Bretagna con le nuove macchine occorrano neppure 300 ore lavorative, mentre in India, ancora a mano, oltre 220.000 ore di lavoro (cioè, quasi 750 volte più tempo!) - la rivoluzione industriale del settore tessile britannico spazza via ogni residua competitività da parte di Paesi più poveri, quindi non industrializzati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industria chimica si rivoluziona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non solo l'industria tessile esplode, ma l'esponenziale aumento quantitativo della sua produzione stimola a sua volta un notevole sviluppo dell'industria chimica: nella catena dei processi produttivi dei tessuti più competitive diventano anche le successive fasi di ottimizzazione, finitura ed ulteriore valorizzazione del grezzo, come ad esempio quelle di candeggiatura, tintura e stampa.

 

 

 

 

Come nel caso dell'industria meccanica, da questo successo in poi i rapidi progressi dell'industria chimica acquisteranno un'importanza sempre più strategica e in pratica per tutti i settori industriali e non solo, dato che anche l'agricoltura ne diverrà crescentemente e purtroppo oltremodo dipendente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industria siderurgica si rivoluziona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con l'avvento delle macchine la richiesta di ferro e sue idonee leghe sale enormemente e già all'inizio del XVIII secolo si hanno quindi progressi decisivi nella siderurgia.

 

Già nella sua diretta fase pre-industriale, la siderurgia ha conseguito dei notevoli sviluppi quando Abraham Darby, per la lavorazione dei minerali ferrosi, invece del carbone di legna comincia ad utilizzare il carbone cosiddetto "coke", vale a dire l'antracite distillata a secco ad eliminarne sostanze inquinanti per i processi di fusione: questa epocale innovazione permetterà in pratica alla siderurgia di riuscire soddisfare i nuovi crescenti bisogni di sempre più enormi quantità di ferro da parte della nascente industria, cosa del tutto impossibile e "per limiti naturali" se si continuasse con l'uso del tradizionale carbone di legna per il semplice fatto che tale sviluppo non sarebbe "sostenibile" per mancanza di materia prima a seguito di una eventuale conseguente, tanto rapida quanto totale, deforestazione delle Isole Britanniche.

 

 

 

 

Dato però che la combustione del coke va sostenuta  negli altiforni con l'apporto di ininterrotte ed intense correnti d'aria non affatto ottenibili con i vecchi mantici azionati da mulini, anche in questo caso il problema viene risolto proprio con l'utilizzo della nuova macchina a vapore, la quale con la sua prima applicazione in fonderia in un circolo virtuoso darà lavoro e permetterà sviluppo alla siderurgia.

Ed ecco che nei primi anni 1780
due importantissime innovazioni vengono introdotte nella siderurgia moderna da Henry Cort: la prima è la "laminazione", un processo di ulteriore purificazione del ferro che permette di sagomarlo in qualsiasi forma richiesta, semplicemente facendolo passare a forza attraverso i rulli di un cosiddetto laminatoio, facilmente intercambiabili e dalla varietà dei profili praticamente senza limiti, un nuovo metodo che permette una produzione avanzata di massa dei rivoluzionari "profilati" - barre, tondini, rotaie e putrelle - sostituendo del tutto quello antichissimo di percussione sotto maglio con fantasticamente inedita precisione appunto "industriale" ed inoltre l'incredibile accorciamento dei tempi di produzione fino a ben quindici volte, mentre la seconda è il cosiddetto "puddellaggio", cioè la purificazione dei minerali ferrosi attraverso un rimescolamento ad altissime temperature in presenza di sostanze ossidanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La rivoluzione industriale conquista il mondo (o almeno parte di esso)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per motivi di competitività e di convenienza questi processi di "industrializzazione della produzione" vincono giocoforza terreno in molti altri Paesi fra il XVIII e il XIX secolo, riproducendovi, in tempi più o meno brevi,  una simile rivoluzione industriale apportandovi i medesimi vantaggi economici al capitale ma purtroppo anche creandovi le medesime problematiche politico-sociali: unica differenza che mentre in Gran Bretagna la rivoluzione industriale è il risultato di iniziative puramente private mai inquadrate in alcun "piano generale di sviluppo", negli altri Paesi diventa spesso un "programma di intervento statale", a seconda delle ideologie imperanti, con positivi ovvero - molto più spesso - catastrofici risultati per quanto riguarda la concentrazione del potere e la distribuzione del benessere, in altre parole i processi di democratizzazione delle rispettive società.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fratelli Auguste Marie Louis Nicholas e Louis Jean Lumière, "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", titolo originale "L'Arrivée d'un train en gare de La Ciotat" - 1896: uno dei più famosi "cortometraggi" (ed è già una esagerazione, perché dura meno di un minuto!) che apre la strada ad uno dei settori industriali di maggior successo della storia, quello del cinema, ancora oggi supportato da sempre rinnovate tecnologie ed integrato sempre più nel concetto di "intrattenimento" in fusione con quello delle "notizie/giornali" e della "lettura/libri" domina, e quasi sicuramente sempre più dominerà, i mercati mondiali.  

 

 

Le nuove tecnologie della Seconda Rivoluzione Industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo sviluppo tecnologico che ha inizio dal 1870 in poi in Europa e Stati Uniti d'America è davvero senza precedenti: i Paesi Occidentali conquistano una quasi assoluta supremazia tecnica sul resto del mondo grazie ad una serie di innovazioni, frutto questa volta, non come nella Prima Rivoluzione Industriale di scoperte occasionali ovvero invenzioni di singoli individui, ma di ricerche avanzate, condotte da gruppi di esperti in laboratori scientifici ed università spesso finanziate dagli stessi imprenditori o dai rispettivi Stati, che puntano sistematicamente al miglioramento dell'apparato produttivo, ottenendo risultati significativi soprattutto nei settori manifatturiero, agricolo ed alimentare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il salto di qualità della metallurgia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ferro, acciao e ghisa

 

Il ferro è un elemento chimico - simbolo Fe - presente in natura (in piccole quantità anche nel nostro corpo) sotto forma di minerale, cioè legato ad altri elementi e sporco di terra, rocce e altre impurità, da cui viene prodotto industrialmente il cosiddetto "ferro dolce", con scarse proprietà meccaniche e chimiche anche se con la caratteristica di condurre bene il campo magnetico, quindi si preferisce legarlo al 2-4% con carbonio  in un "altoforno" da cui la "ghisa", materiale più resistente e lavorabile senza però ancora grandi caratteristiche meccaniche, a meno che non se ne abbassi la percentuale di carbonio sotto il 2% in un cosiddetto "raddrizzatore" (in cui l'ossigeno soffiato nella lega fusa si porta via carbonio sotto forma di CO2) ottenendo così l' "acciaio", meccanicamente più resitente e duttile della ghisa, con il solo svantaggio di arrugginire, a meno che durante il processo di raddrizzamento della ghisa non vengano aggiunti altri elementi chimici che lo fanno divenatre  "inossidabile" (in realtà continua a legarsi con l'ossigeno, ma non sotto forma di idrossido di ferro, cioè ruggine.

 

 

Il forno Martin-Siemens

 

L'acciao permette di realizzare macchine e utensili più forti, resistenti e quindi duraturi di quelli in ferro: il forno Martin-Siemens o "open-heart", a cuore aperto, inventato negli anni 1850 da Sir Carl Wilhelm Siemens ed il cui brevetto viene acquistato nel 1865 dall'ingegnere francese Pierre-Emile Martin, permette di ottenere direttamente l'acciaio dalla "ghisa grezza" o pig iron diminuiendo i consumi di combustibile fino all'80%.

 

 

Il convertitore Bessemer

 

Un particolare forno inventato da Henry Bessemer nel 1856, il primo a permettere la produzione in massa dell'acciaio in un'unica fase di lavorazione e quantità fino a 50 tonnellate all'ora (l'acciaio britannico continuerà comunque ad essere generalmente ottenuto tramite "cementazione", una produzione di ferro puro in barre, tipo quella svedese di Öregrund, poi seguita da una rifusione in crogiolo per ottenere l'acciaio, il cosiddetto metodo del "pudellaggio" lungo e costoso.
 

 

Il procedimento Thomas-Gilchrist

 

Adottato nel 1878 permette di utilizzare materiali di ferro con alta percentuale di fosforo nella produzione dell'acciao: proprio questa è l'innovazione che consente alla Germania così tradizionalmente agricola, ma ricca di questi minerali ferrosi in Alsazia e Lorena e di carbone (come combustibile) nel bacino della Ruhr, di trasformarsi in Paese industriale fino a superare la stessa Gran Bretagna nella produzione dell'acciaio: il nuovo materiale aprirà a inedite soluzioni sia nella meccanica che nell'edilizia.

 

 

Il "cemento armato"

 

L'antico "calcestruzzo" romano - cemento con pozzolana e calce come leganti, in latino betunium da cui il moderno betong - torna in auge dal 1870 quando si comincia a fare grande utilizzo di acciaio nelle rivoluzionarie tecniche edilizie rispettivamente in Europa del cemento "armato", una miscela di cemento, acqua, sabbia e ghiaia con, completamente annegate, armature di barre di acciaio o "tondini" idoneamente sagomate ed interconnesse, e negli Stati Uniti d'America delle strutture a torre in putrelle scandite da piani, "ossatura portante" tipica dei grattacieli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Arriva l'elettricità!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si investe dappertutto fortemente nella produzione di elettricità con la rapida costruzione di centrali idro e termo-elettriche, a carbone "bianco", cioè corsi d'acqua, le prime e a carbon fossile, nero e combustibile, le seconde: più lenti la sperimentazione e lo sviluppo di idonee apparecchiature elettriche per l'industria che però fanno un vero salto di qualità a partire dal 1870 con i primi generatori, come la dinamo, e il motore elettrico, mentre si diffonde con graduale accelerazione la rete elettrica ad uso civile agli inizi soprattutto nell'ambito dell'illuminazione urbana, che, molto più efficiente di quella a gas, rende le città più sicure con una vita notturna più intensa, e successivamente anche nelle fabbriche, dove i ritmi di lavoro fino ad allora limitati dalla luce diurna cambiano drasticamente fino a turni ininterrotti nelle 24 ore, e nelle abitazioni private, dove fanno la loro comparsa anche i primi apparati "elettro-domestici".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'industria chimica e farmaceutica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le industrie chimiche ingaggiano fortissime competizioni e la loro intensa ricerca porta in pochissimi anni a scoperte strabilianti, generando e portando sul mercato tantissimi nuovi prodotti, come fertilizzanti per l'agricoltura e coloranti sintetici, ammoniaca, dinamite e soda per l'industria, oltre a prodotti farmaceutici come cloroformio, disinfettanti ed analgesici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I progressi della medicina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Seconda Rivoluzione Industriale, più che la prima, stimola a numerose importantissime scoperte in campo scientifico ed in particolare in quello medico, in cui si approfondiscono anatomia comparata, fisiologia e genetica.
 

 

 


È l'epoca degli studi di
Charles Robert
Darwin - biologo, zoologo, geologo, teologo e ricercatore britannico che, durante un lungo viaggio in nave intorno al mondo con una lunga permanenza sulle Isole Galápagos raccoglie una enorme quantità di dati da cui, nell'ambito delle scienze etno-antropologiche, formula e pubblica nel 1859 le rivoluzionarie quanto ancora ai nostri giorni controverse teorie dell'origine della specie e dell'origine dell'uomo, chiamate "Teoria dell'evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale" o "evoluzionismo" e affermando anche la discendenza di tutti i primati, compreso l'uomo, da un antenato comune (uomo compreso)  (origine dell'uomo).

 

E l'altro grande, l'austriaco-ceco frate agostiniano Gregor Johann Mendel, biologo, matematico e ricercatore, precursore e riconosciuto padre della moderna genetica per le sue osservazioni sui caratteri ereditari attraverso esperimenti di incroci su varietà di piselli da cui nel 1865 formula e presenta la prima teoria di ereditarietà delle caratteristiche individuali, creando una nomenclatura ancora oggi in uso, come i geni "dominanti" e "recessivi".

Le fondamentali scoperte di
Louis Pasteur - chimico, biologo e microbiologo francese, fondatore della moderna microbiologia - che affronta e risolve alcuni dei cruciali problemi agricoli, agroindustriali e veterinari, di Gerhard Henrik Armauer Hansen  - medico norvegese - che nei suoi studi epidemiologici identifica il batterio agente eziologico della lebbra, malattia fino ad allora considerata ereditaria, di Heinrich Hermann Robert Koch - medico tedesco, batteriologo e pioniere della ricerca microbiologica per alcuni, per altri co-fondatore della moderna batteriologia e microbiologia insieme al concorrente Pasteur, nonché Premio Nobel per la Medicina - le cui ricerche microbiologiche lo portano a scoprire l'agente patogeno della tubercolosi ("bacillo di Koch"), come importanti rimangono le sue scoperte sui bacilli del carbonchio e del colera, e di molti altri portarono nel 1800 a trovare difesa contro tubercolosi, difterite, antrace, peste, lebbra, rabbia e malaria, veri flagelli per l'umanità, antichi quanto l'umanità.

 

La medicina e tutto il settore medico-sanitario fanno enormi progressi anche grazie ad altre scoperte ed invenzioni: miglioramenti in chirurgia si raggiungono con l'introduzione e la drastica osservanza di procedure igienico-sanitarie, mai conosciute prima di allora ma che diventeranno standard, e per la prima volta l'efficace supporto di una vera anestesia, ottenuta con etere e cloroformio, lo stetoscopio e i cosiddetti "raggi x" rivoluzionano la diagnostica interna, ma soprattutto l'introduzione, la divulgazione e la sistematica applicazione di basilari principi igienico-sanitari e non esclusivamente negli ospedali - questo, ad esempio, a seguito degli studi del medico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis che dimostrano come l'alto tasso di mortalità tra le puerpere sia principalmente e tragicamente dovuto ad infezioni trasmesse dalle levatrici e dai medici stessi durante il parto! - ma anche nella vita quotidiana, sui posti di lavoro e a casa nelle famiglie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I trasporti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sistema ferroviario


Il sistema dei trasporti nella seconda metà dell'Ottocento espande fino a raggiungere una notevole complessità: "trainante" - è il caso di dirlo - il
sistema ferroviario, il quale lascia definitivamente la fase pionieristica per consolidarsi e crescere esponenzialmente (in Paesi come gli Stati Uniti d'America ad esempio la rete ferroviaria conosce un ineguagliato incremento del 900%, passando da 15.000 chilometri di binari a oltre 150.000), rivoluzionando in brevissimo tempo sia gli scambi commerciali che la mobilità della gente, in una spirale positiva in cui la nuova linea e mezzo di collegamento sono sia frutto di già avvenuti cambiamenti scientifico-tecnologici e politico-sociali, ma divenendo a loro volta vigorosi portatori,  acceleratori ed amplificatori di ulteriori cambiamenti
in chiave economica di tutti i territori ed i luoghi raggiunti, senza eccezione alcuna.

È adesso che
le mitiche "trans-"ferrovie  a lungo raggio vengono concepite e relizzate: da New York sull'Oceano Atlantico a San Francisco sul Pacifico la Ferrovia "Trans-continentale" o First Transcontinental Railroad i cui 1.775 km a collegare Omaha a Sacramento costruiti fra il 1862 e il 1869 con manodopera a basso costo cinese, i cosiddetti "coolies", irlandese, i cosiddetti "paddies", italiana, tedesca e polacca; da Buenos Aires in Argentina a Mendoza e Valparaíso in Cile la Ferrovia "Trans-andina" Centrale nel 1910, i cui 1.420 km si alzano fino a 3.150 m slm; da Mosca a Vladivostok sull'Oceano Pacifico la Ferrovia "Trans-siberiana" ovvero Trans-Siberian Railway storicamente conosciuta come "La Via Siberiana Grande", in Russo Транссибирская железнодорожная магистраль (Трансси́б), Великий Сибирский Путь (историческое название) fra il 1891 ed il 1904-1916, successivamente fino a Port Arthur sul Mar Giallo, già originariamente la più lunga ferrovia del mondo con ben 7000 km di binari dei 9.290 odierni, dagli Urali attraverso Eurasia, Siberia ed Estremo Oriente con una capacità di trasporto di 100 milioni di tonnellate di merci!

Tale
rivoluzione dei parametri spazio-tempo ha chiaramente un'enorme impatto sul volume dello scambio merci, dato che i costi da sempre molto alti per i trasporti via terra improvvisamente crollano, ma anche sugli spostamenti della popolazione: alcune infatti delle più grandi metropoli in Europa e negli Stati Uniti d'America vedono realizzarsi le loro prime ferrovie "metropolitane", come famose quella di Londra e Parigi, che permettono ancora oggi di spostarsi con ineguagliata ed ineguagliabile facilità all'interno di un'area urbana, così decisamente bulimica già a partire dalla Prima Rivoluzione Industriale.

 

 

 

 

Il sistema navale


Con il fantastico sviluppo della metallurgia e soprattutto grazie l'introduzione dell'
elica, si costruiscono i primi scafi metallici, prima in ferro e poi in acciaio, fino ad arrivare a costruzioni molto più robuste e di dimensioni mai possibili prima: i cosiddetti "transatlantici", moderni e mastodontici, vere e proprie "città galleggianti", con tre o quattro ponti, piscine, saloni, sale giochi e da pranzo, bar, ma da molti nostalgici della vela ritenuti "navi immense, tozze e prive di linea"...

 

Anche nel marittimo la vera rivoluzione si chiama macchina a vapore, la quale nel trasporto commerciale come in quello passeggeri arriva in pratica a sostituire del tutto la vela: le antichissime tradizioni della navigazione a vela - da ultime quelle sugli incredibilmente affascinanti ed eleganti "velieri", tra cui i veloci  clippers o "tagliatori", navi non di grande stazza ma snelle, veloci ed estremamente manovrabili, lunghi, slanciati, aggressivi, che fendono letteralmente le acque con straordinaria naturalezza ed eleganza, scivolando via veloci e sicuri, superbi esempi di scafi marini celeri, confortevoli e funzionali - giungono alla loro naturale estinzione ed inizia così l'epoca delle "vaporiere", dei "vapori" e dei "vaporetti", anche grazie all'invenzione del motore cosiddetto "compound".

 

 

Agli inizi un "vapore" è un'imbarcazione a propulsione meccanica, in sostituzione della vela, ma che ha due grandi ruote laterali ed un’elica poppiera e rimane in servizio fino alla fine dell’Ottocento, ma il primo motore compound costruito dall’ingegnere americano James P. Allaire è del 1824, nel 1850 "reinventato" dallo scozzese John Elder che lo migliora rendendolo sicuro ed economico anche per viaggi con traversata oceanica.


Un motore compound è semplicemente una
"turbina a vapore" utilizzata volentieri come motore marino su navi per il grande vantaggio del suo limitato ingombro ma anche applicata nella produzione di energia elettrica in centrali cosiddette "termoelettriche", una macchina che sfrutta l'energia termica del vapore in pressione convertendola in lavoro meccanico utile
 

 

 

 

Le infrastrutture


Altro fattore di vera rivoluzione per i trasporti marittimi è l'enorme
importanza strategica della costruzione di nuovi canali artificiali creando nuove, convenientissime rotte:

 

- nel 1869 viene aperto in Egitto il Canale di Suez o in Arabo قناة السويس, Qanāt al-Suwaysuna, ad ovest della

Penisola del Sinai in due tratte a Nord e Sud del Grande Lago Amaro, tra Porto Said o Bûr Sa'îd sul Mar Mediterraneo e Suez o al-Suways sul Mar Rosso, singola opera che in breve tempo determina il quasi totale spostamento di tutti i traffici fra l'Atlantico del Nord e l'Oceano Indiano dalla lunghissima e pericolosa rotta di circumnavigazione del Continente Africano passando per Capo di Buona Speranza a quella molto più breve del Mar Mediterraneo e Mar Rosso, permettendo la navigazione direttamente dall'Europa all'Asia e riportando quindi il Bacino Mediterraneo all'antica importanza di tramite fra Occidente e Oriente (prima della sua costruzione già avvengono trasporti via terra sulla rotta del futuro canale scaricando le navi sulla costa del Mediterraneo e reimbarcando le merci sul Mar Rosso e viceversa;

 

- come poi nel 1895 il Canale di Kiel ovvero in Tedesco Nord-Ostsee Kanal o semplicemente NOK, che con i

suoi 100 km facilita gli scambi commerciali fra Mare del Nord da Brunsbüttel ed il Mar  Baltico a Kiel, evitando così la circumnavigazione della Penisola dello Jutland con un risparmio di 280 miglia nautiche, corrispondente a circa 520 km - una via d'acqua, la più utilizzata al mondo, nata per decisione strategica della Marina Tedesca volle collegare le sue basi nel Baltico e nel mare del Nord senza fare il giro della Danimarca;

 

- e nel 1914 aprì il Canale di Panama o in Spagnolo Canal de Panamá e in Inglese Panama Canal che mette

in immediata comunicazione l'Oceano Atlantico in corrispondenza del Mare dei Caraibi, vicino al Porto di Cristóbal nella Baia di Limoncon, con il Pacifico, presso il Porto di Balboa, attraversando l'Istmo di Panamá per oltre 80 km, un sistema di chiuse con 6 conche che permette alle navi di superare un dislivello totale di circa 30 m, evitando la circumnavigazione dell'America Meridionale con il modesto tempo di percorrenza di circa 4/5 ore per migliaia di navi all'anno per un tonnellaggio di decine di milioni di tonnellate in entrambi i sensi.

 


Anche attraverso lo sviluppo di tali infrastrutture le economie degli Stati nazionali sembrano avviarsi verso una interdipendenza - sogno illuminista verso il
"cosmopolitismo" - ma la realtà rivelerà di lì a poco tutt'altro scenario con il feroce scontro dei Nazionalismi che culminerà nelle successive Guerre Mondiali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il petrolio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla parola composta del tardo Latino petr-oleum, da petra, "roccia", e oleum, "olio", cioè oleum petrae o "olio di roccia", il petrolio, oggi anche detto "oro nero" per il suo già alto ma pur sempre crescente valore commerciale sui mercati mondiali, è un liquido denso, per lo più color marrone scuro, infiammabile, che può essere trovato in giacimenti negli strati superiori della crosta terrestre: una miscela di idro-carburi derivante dalla maturazione termica di materia organica marina rimasta per lunghissimo tempo sepolta in assenza di ossigeno, la quale si decompone prima in pirobitume o cherogene da cui, in condizioni di temperatura molto elevata e sotto altissima pressione, si liberano poi gli idrocarburi.

Gli idrocarburi tendono verso l'alto, capaci di attraversare
rocce porose, quindi possono anche affiorare in modo naturale in superficie e in tal caso, evaporando, lasciano accumuli di bitume abbastanza solido, mentre normalmente nel loro migrare finiscono per restare bloccati da rocce impermeabili e lì intrappolati in accumuli sotterranei, detti appunto "trappole petrolifere", ma è anche frequente che finiscano per restare dentro le rocce e che i giacimenti contengano di conseguenza solo gas naturali come metano ed etano.
 

 

 

 

Il petrolio, al contrario di quanto comunemente creduto, non è una scoperta moderna, anzi accompagna la storia dell'uomo da secoli, essendone questi molto bene a conoscenza dei giacimenti superficiali, e viene usato già nell'antichità sia a scopi civili, per produrre medicinali, alimentare lampade ed impermeabilizzare gli scafi di legno delle navi, anche descritto più tardi da Marco Polo nel suo "Il Milione" come "... non è buono a mangiare, ma sí da ardere, e buono da rogna e d'altre cose; e per tutta quella contrada [il Medio Oriente, nota della Redazione] non s'arde altr'olio", che a scopi militari, come il cosiddetto "fuoco perenne" lanciato contro le navi greche citato addirittura già da Omero nella sua "Iliade", i micidiali proiettili o "palle di fuoco" catapultate dalle Legioni Romane sui nemici per terrorizzarli, le quali, raggiunto il suolo, esplodono in schegge che rotolano violente a seminare il panico e bruciare qualunque cosa incontrino sulla loro traiettoria (chi non ricorda la battaglia iniziale de "Il gladiatore") oppure il famoso cosiddetto "fuoco greco" dei Bizantini, una miscela di petrolio, olio, zolfo, resina e salnitro - impossibile da spegnere con l'acqua - che viene lanciata con frecce o catapulte sulle le navi nemiche per incendiarle, un'arma insomma abbondantemente utilizzata sia in battaglie campali che navali: la parola "nafta", che ancora oggi usiamo, viene infatti dal Greco antico νάφθα o náphtha, inizialmente proprio ad indicare le violente fiammate tipiche di emanazioni gassose superficiali del petrolio.

Il petrolio, al pari della carta, viene introdotto in Occidente dagli
Arabi proprio come medicina, divenendovi rapidamente noto quanto apprezzato per le sue doti terapeutiche, ma i Paesi Occidentali all'inizio del XX secololo lo convertiranno in fonte di energia facilmente trasportabile e fruibile, aumentandone così enormemente il valore fino a renderlo  una delle materie prime più strategiche al mondo: ancora oggi la stragrande maggioranza dei veicoli di terra, mare ed aria - automobili, treni, navi e aeroplani - ne utilizzano i sottoprodotti raffinati e l'industria chimica se ne avvale come base per tantissimi prodotti industriali, facendone una delle principali cause di devastanti guerre, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino alle Guerre del Golfo, costituendo la politicamente non a caso instabile macro-regione dell Medio Oriente il in assoluto più vasto bacino di riserve petrolifere facilmente accessibili al mondo.


L'
industria petrolifera nasce negli Stati Uniti d'America intorno alla metà dell'1800 su iniziativa di Edwin Drake, del 1834 è la prima cosiddetta "benzina" e del 1859 il primo pozzo petrolifero redditizio, un'industria senza molto sviluppo né "interesse nazionale" per il resto del XIX secolo, fino cioè a quegli inizi del XX secolo quando tutto improvvisamente accade con l'invenzione del motore a scoppio o a "combustione interna" e le sue applicazioni prima  nell'automobile e poi nell'aereo a motore: una domanda dei mercati che non accenna da allora a diminuire, anzi si rafforza con la creazione di gruppi di interesse e successivamente di potere potentissimi, che dagli Stati Uniti d'America raggiungono presto le Nazioni Europee già industrializzate o in via di industrializzazione alcune delle quali con possedimenti coloniali ricchi o ricchissimi di enormi riserve petrolifere da sfruttare a livello industriale.

Durante tutto il 1900 il
carbone viene progressivamente sostituito come combustibile dal petrolio, che diventa e, nonostante le serie crisi energetiche del 1973 e 1979, viene volutamente lasciato diventare così il più usato al mondo soddisfacendo il ben 90% del fabbisogno globale ma a prezzi man mano decuplicati in un solo decennio: lo studio, la ricerca e la sperimentazione su fonti di energia alternative e rinnovabili, esistenti, possibili e realizzabili è costantemente ignorata o ritardata o addirittura bloccata, sebbene auspicabili, da palesi, macroscopici giochi di potere internazionali per poter continuare a mantenere alto il prezzo del petrolio e soprattutto a mantenere questo senza concorrenza di fatto, del tutto miopicamente e fino "ad esaurimento scorte".
 

 



Il motore a benzina


L'ingegnere e imprenditore tedesco
Gottlieb Wilhelm Daimler o Däumler brevetta il primo motore a benzina efficiente nel 1883, una notevolmente migliorata versione del primo motore a gas sviluppato da Nikolaus August Otto insieme a Eugen Langen, il primo motore "a ciclo" o "a quattro tempi"
della storia: il motore di Otto infatti, nonostante le sue monumentali dimensioni con un'altezza di oltre 4 metri e, di conseguenza, la sua estrema pesantezza che rende del tutto impensabile utilizzarlo su normali mezzi di trasporto dell'epoca,  eroga una potenza irrisoria - Daimler e Wilhelm Maybach riescono portarne la potenza a 3 CV, passando poi a risolvere i due principali problemi restanti, quello dell'accensione, per cui non può superare i 200 giri/minuto senza seri inconvenienti di funzionamento, e, soprattutto, della miniaturizzazione.

 

Quando, risolto anche il cruciale problema dell'accensione, il piccolo motore riesce a raggiungere prima i 600 giri/minuto e di lì a breve i notevoli 900 giri/minuto, lo si evolve ulteriormente sia riducendone ancora di più le dimensioni che perfezionandone il funzionamento ed è quindi possibile passare a studiarne l'applicazione sul primo mezzo di trasporto: questa micro-versione del motore del 1884 viene brevettata l'anno seguente ed eroga appena 0,25 CV, sufficienti però a montarlo su un veicolo a due ruote, la prima motocicletta della storia battezzata "Reitrad", seguita dalla realizzazione di un primo battello a motore a scoppio e di una slitta ferroviaria a motore a benzina, utilizzati però principalmente a scopi pubblicitari per promuovere ulteriormente l'attività imprenditoriale di Daimler.

All'inizio del
1886 si arriva quindi al successivo, inevitabile ed epocale tentativo, l'applicazione di un motore ad una carrozza, ad ottenere un veicolo a quattro ruote in grado di muoversi senza bisogno di cavalli: ad una carrozza, di tipo "American" appositamente ordinata dalla rinomata Wimpff & Sohn, viene applicato una nuova versione del motore a scoppio della potenza di 1,1 CV ottenendo il nuovo rivoluzionario veicolo a motore, la cui prima uscita su strada è però del 1887 - nasce così anche la prima automobile della storia, la "Motorkutsche".

Il successo
commerciale del nuovo veicolo è discreto dando di fatto inizio all'industria automobilistica mondiale: l'invenzione della "auto-mobile" si dimostrerà di eccezionale importanza, capace - in bene e in male - di rivoluzionare letteralmente le abitudini e lo stile di vita prima dei Paesi industrializzati e man mano del resto del mondo, con una dilagante ed inarrestabile produzione e diffusione di massa dell'auto già nei primi decenni del XX secolo.
 

 

Nel 1907 un nuovo materiale che cambierà letteralmente il mondo e in parte lo distruggerà,la "plastica": il primo materiale completamente sintetico è la cosiddetta "bachelite", una resina fenolica, buon isolante elettrico, chimicamente stabile, resistente a calore ed urti, piacevole al tatto, praticamente indistruttibile, economica, che diventerà uno dei materiali più diffusi ed innovativi, nel tempo seguito da rayon, cellophane, PVC - cloruro di polivinile ovvero PoliVinilCloruro, poliestere, nylon...: provocheranno per decenni una vera rivoluzione di consumi e di costumi, dal collant femminile agli utensili per cucina e articoli per casa e tempo libero, dalla formica alla pellicola trasparente per la conservazione degli alimenti e l'acrilico che nella moda sbaraglierà - almeno temporaneamente - il cotone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le comunicazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come le comunicazioni fisiche di trasporto parallelamente anche le comunicazioni immateriali interpersonali si fanno sempre più veloci, aumentando esponenzialmente in quantità: la scoperta dell'elettro-magnetismo e l'invenzione prima del tele-grafo, capace di effettuare la "scrittura a distanza", e successivamente del tele-fono, capace di riprodurre il "suono a distanza", rendono possibile effettuare le prime comunicazioni intercontinentali.

 

 

Il telegrafo

 

Il "telegrafo" è in senso lato un sistema di comunicazione a distanza che adotta dei codici, conosciuti da chi trasmetta e riconoscibili da chi riceva, per trasmettere caratteri alfa-numerici o segnali convenzionali di pericolo o altro significato.

 

Un metodo questo già in uso presso gli antichi Greci che sanno comunicare attraverso falò di notte mentre di giorno segnali sonori come corni e tamburi: i tam-tam hanno le stesse funzioni presso molte tribù africane, i segnali di fumo vengono direttamente associati ai nativi nord-americani, il didgeridoo o yidaki, l'aerofono naturale in legno, è tipico degli aborigeni australiani e il cosiddetto "rombo", in Inglese bullroarer, il quale, fatto ruotare più o meno velocemente, produce dei "ronzii" molto gravi modulabili, i cui reperti archeologi sono documentabili in Europa (Grecia e Ucraina), Asia, Africa, Americhe e Oceania.

Nell'Antichità - in Persia, in Cina, nell'Impero Romano - si comunica a distanza attraverso una
fitta rete di corrieri che a cavallo consegnano messaggi del potere incisi su tavolette di ceramica o cera ovvero stampati su carta di riso, come pure, specialmente in ambito militare e in molte epoche, attraverso ben allenati piccioni viaggiatori anche su notevoli distanze.


Il
"telegrafo ottico" di Claude Chappe del 1793, un sistema di telegrafo cosiddetto "ad asta" basato su una catena di segnalatori istallati su torri con bracci rotanti configurabili, sopravvive fino ai primi esperimenti di telegrafia elettrica alla prima metà del XIX secolo ed oltre: il "telegrafo elettrico" di
Samuel Finley Breese Morse arriva nel 1844, un'invenzione brevettata negli Stati Uniti d'America e composta dal sistema telegrafico elettrico con un unico filo e, soprattutto, lo speciale Codice detto appunto "Morse", una serie di sequenze di impulsi brevi o lunghi, popolarmente chiamati "punti" rispettivamente "linee" - un vero successo che si diffonde in tutto il Continente con una fitta rete di decine di migliaia di linee o tratte colleganti a uffici dedicati ed una schiera di operatori specializzati i quali possono raggiungere una velocità  anche di 100 caratteri al minuto - alla posa di cavi sottomarini, nel 1845 nella Baia di Portsmouth, nel 1850 attraverso La Manica da Dover a Calais, tra le Coste Europee e Mediterranee, ed infine in tutto il mondo (fra Europa e Nord America nel 1865-1866 ) soprattutto tra i Paesi nell'esteso Commonwealth Britannico, si va a creare la prima rete mondiale delle telecomunicazioni, la quale, nonostante radio e satelliti viene ad oggi ancora ampiamente utilizzata.

 

La tecnologia del telegrafo elettrico è semplicissima, con un circuito che comprende un generatore di corrente, come una batteria, un pulsante che chiuda il circuito se premuto, un filo di trasmissione ed un rivelatore del segnale ottico o acustico, come una lampadina o un campanello, e il filo di ritorno a chiudere il circuito è la terra: più tardi il cosiddetto "tasto manipolatore" o tasto "verticale" costituito da una base in legno pregiato e un tasto in ottone lavorato, e ancora il "trasmettitore automatico" da nastro perforato

In mare viene ancora oggi impiegato il tipico
telegrafo ottico con faro oscurabile attraverso una levetta, come anche il classico precedente sistema a due bandierine impugnate da un marinaio a codificare lettere e segnali standardizzati assumendo diverse posizioni ovvero attraverso bandiere di diverse forme e colori.
 

 

Alla telegrafia "senza fili" dedica  nel 1891 i suoi studi Nikola Tesla o Никола Тесла, ingegnere e inventore americano di origine serba, che già nel 1893 descrive tutti i componenti di un sistema radio e nel 1897 brevetta un sistema di "trasmissione di energia senza fili" capace anche di trasmettere segnali radio, ma è l'italiano Guglielmo Marconi che nel 1896 deposita per primo il brevetto di un sistema di telegrafia senza fili con cui nel 1901 riuscirà ad inviare dei segnali attraverso l'Atlantico: nasce così la radio, anche se non ancora quella della voce, ma piuttosto di semplicissimi segnali on/off, cioè acceso/spento, come il Codice Morse, quindi un "radiotelegrafo" installabile anche su navi per, ad esempio, richiedere di soccorso.
 

Con il rapido sviluppo a livello mondiale del telegrafo elettrico Morse, per la prima volta nella storia si può parlare di comunicazione istantanea a distanza, oggi meglio definita (o forse no) con l'espressione "telecomunicazione in tempo reale", da cui notevoli gli sviluppi anche del giornalismo, con la creazione delle prime agenzie di stampa, punti di raccolta e di distribuzione rapida di notizie.

 

 

 


Il telefono


I nuovi sistemi di comunicazione contribuiscono ad un graduale sviluppo di
interdipendenza tra gli Stati la quale cresce esponenzialmente alla diffusione di massa della successiva invenzione del telefono inventato nel 1860
, una vera rivoluzione nel campo delle comunicazioni con lo sviluppo di inedite interrelazioni sociali tra individui e commerciali.

 

Il telefono è un apparecchio per la trasmissione a distanza della voce umana, agli inizi trasportandone il suono attraverso l'aria in un sistema di tubi, come documentato già nell'antica Grecia, in epoca romana, nel 968 a Beijīng ad opera del cinese Kung-Foo-Whing, inventore del thumstein, nell'Europa dell'Alto Medioevo in palazzi e fortificazioni e in analoghe più recenti applicazioni per comunicare sulle navi da un ponte all'altro.

 

L'invenzione del moderno telefono ad impulsi elettrici viene oggi ufficialmente attribuita ad Antonio Meucci il quale nel 1871 ne dimostra il funzionamento chiamandolo "telettrofono" (ne richiede brevetto provvisorio rinnovabile di anno in anno per 10 dollari annui che temporaneamente non potrà permettersi di rinnovare né tantomeno il pagamento di un brevetto definitivo à 200 dollari), di fatto invece spettante ad Innocenzo Manzetti, che a sua volta già a metà secolo realizza uno strumento elettricomagnetico, il "télégraphe parlant", capace di trasmettere a distanza la voce, e anche Johann Philipp Reis nel 1860 dimostra in pubblico una macchina elettromagnetica per trasmettere toni musicali come Elisha Gray ne inventa una simile nel 1876, ma chi ne richiede per primo il brevetto per una neppure funzionante (!) è l'americano Alexander Graham Bell cui gli Stati Uniti d'America ed il Canada attribuiscono l'invenzione, almeno fino al 2002, quando cioè il Congresso degli USA ne riconosce storicamente l'attribuzione ad Antonio Meucci.

Ai primi Novecento la
combinazione di telefono e radio aprirà infine la nuova era della cosiddetta società dell'informazione apportando drastici cambiamenti a tutte le nostre attività sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Anche l'agricoltura si industrializza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I profondi cambiamenti che seguono alla grande trasformazione economica e sociale provocata dalla Seconda Rivoluzione Industriale avvengono innanzitutto in Gran Bretagna, dove tutto ha inizio, con spostamenti di massa nelle città: tra il 1870 ed il 1910 i lavoratori della terra diminuiscono dal 35% della popolazione al 25%, ma senza che la produzione agricola cali in proprorzione e questo grazie ad una sua gestione più scientifica e soprattutto alla sua meccanizzazione, un'agricoltura cioè di tipo "capitalistico-industriale": gran parte della antichissima, tradizionale cerealicoltura viene rimpiazzata da una coltivazione intensiva sia di frutta che di ortaggi ed anche nell'ambito dell'allevamento si procede ad una sistematica selezione scientifica del bestiame.

A livello sociale, partendo dai Paesi del Nord Europa, come Olanda e Danimarca, la produzione agricola da vita a nuovi modelli di
produzione associata in cooperative in cui contadini fanno riferimento ad ideali di mutualità e solidarietà, primo importantissimo passo verso la democraticizzazione delle rispettive Nazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"That's one small step for [a] man, one giant leap for mankind.", "Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l'umanità." e Neil Armstrong scende l'ultimo scalino della scaletta del modulo lunare "Eagle" poco prima separatosi dalla navetta madre "Columbia" e mette il suo piede sulla superficie lunare in quella storica missione dell'Apollo 11, la prima a portare un essere umano su un altro corpo celeste nel 1969, mentre una telecamera invia a terra le fantascientifiche immagini in diretta ad un esterefatto pubblico di 500 milioni di spettatori (e pensare che sono passati soltanto 33 anni dalle primissime trasmissioni televise pubbliche in  Gran Bretagna!).

 

 

Le nuove tecnologie della Terza Rivoluzione Industriale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La in ordine di tempo ultima ed incomparabile trasformazione della società e dei costumi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, avviene attraverso innovazioni in origine tenute segrete perché destinate a supportare esclusivamente la competizione militare mondiale, ma le cui conoscenze e know-how vengono successivamente declassificati e trasferiti alla produzione industriale e al mercato dell'energia e delle tele- comunicazioni ad uso civile.

 

 

A cavallo tra il secondo ed il terzo millennio, è in atto un'interazione di sei nuove tecnologie: micro-elettronica, informatica, tele-comunicazioni, nuovi materiali sintetici, robotica e bio-tecnologia: i progressi della scienza permettono la nascita e il rapidissimo sviluppo di nuove industrie, mentre le vecchie sono costrette a re-inventarsi nel cosiddetto re-engineering, in un mondo in cui i computer aumentano costantemente la loro straordinaria capacità di sostituire il lavoro umano nella sua interezza, una macchina che per la prima volta quindi non solo sostituisce le mani ma anche il cervello dei lavoratori, strumento privilegiato del sistema capitalista per abbattere i costi e rendere competitive le aziende licenziando i lavoratori, sempre più spesso non solo semplici "operai", ma tecnici "specializzati", impiegati, manager e perfino dirigenti.

 

In realtà non si avvera, se non in minima parte, la profezia di quelle teorie economiche caldeggiate dalla politica per cui le innovazioni tecnologiche dovrebbero, con un effetto "a cascata", favorire una nuova espansione economica così forte da riassorbire nei nuovi settori gli esuberi della tradizionale produzione industriale: al contrario anche moltissimi lavoratori altamente competenti e qualificati sono costretti a lavori dequalificanti, inoltre come se non bastasse a condizioni contrattuali di "precariato", per non uscire definitivamente dal mercato del lavoro.

 

La distribuzione o retailing tradizionale viene progressivamente sostituita da quella via web in cui la ricchezza che deriva dal "sapere" e dalla "conoscenza" si sostituisce all'economia basata sulla risorse materiali e la produzione industriale mentre cambia decisamente il modo in cui si acquistano i nuovi beni ritenuti "essenziali".

 

Ed in questo scenario nuove, profonde crisi economiche globali dimostrano come poco o nulla si sia imparato dalle durissime esperienze delle Grandi Depressioni, come la crisi prima agraria e poi industriale del 1873-1895 né quella economica iniziata nel 1929, detta anche "crollo di Wall Street", in cui mercati finanziari senza freni implodono trascinando con se intere economie nazionali: i fatti indicano come ci si avvicini di nuovo ad un punto di non ritorno con effetti a catena devastanti sia nei Paesi industrializzati che in quelli esportatori di semilavorato e materie prime, con un commercio mondiale in costante diminuzione, redditi dei lavoratori dimezzati, reddito fiscale in proporzionale calo, prezzi e profitti in crollo a caduta libera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'era atomica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le nuove fonti energetiche l’atomo, già usato nelle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki in Giappone nel 1945, l’energia solare e del vento: l'utilizzo dell’energia atomica per usi energeticia sostituire il petrolio risulta in un pericoloso gioco d'azzardo dato il grave rischio di inquinamento sia immediato dell'ambiente naturale, da incidenti durante lo stesso processo di fissione dell’atomo, ma soprattutto futuro, per millenni a venire dalle scorie radioattive non facilmente smaltibili del materiale esausto a fissione avvenuta.

 

 

 

 

La Terza Rivoluzione Industriale porta indirettamente alla nascita di tecnologie relative a fonti energetiche "alternative" e "rinnovabili", quali soluzioni al crescente problema energetico globale dei combustibili fossili in via di esaurimento: in ogni rivoluzione industriale avvengono drastici mutamenti nella politica energetica (molti analisti li considerano addirittura una condizione per poter parlare di una nuova fase) e come nella Prima Rivoluzione Industriale della macchina a vapore l'economia si fonda sul carbone fossile, nella Seconda Rivoluzione del motore a scoppio e di quello elettrico su petrolio rispettivamente elettricità, nella Terza dopo l’uso bellico delle armi atomiche si apre l’uso civile dell’energia nucleare

 

L'era nucleare ha inizio già nel 1934 proprio in Italia, a Roma, in un vecchio laboratorio di fisica dell’Università, ad opera di Enrico Fermi e dei suoi collaboratori, una scoperta degna del Premio Nobel per la Fisica, indice attendibile di una svolta sociale ed economica che arriverà con il nucleare civile del 1974 anche a seguito della crisi energetica del 1973 dovuta alla Guerra del Kippur con il quadruplicarsi del prezzo del petrolio.

 

L’embargo petrolifero fa reagire Stati, aziende e famiglie i quali per la prima volta si rendono conto della estrema fragilità di un sistema di approvvigionamento in balia di eventi esterni incontrollabili: i Governi sono costretti a misure d’emergenza e si approntano piani per lo sfruttamento commerciale e civile dell’energia atomica, con la Francia che arriverà ai 58 reattori nucleari a soddisfare quasi l'80% del proprio fabbisogno di energia elettrica, il Giappone che costruirà 53 centrali nucleari, gli Stati Uniti d'America 104  ma a coprire solo il 20% del proprio fabbisogno di elettricità, e complessivamente nel mondoi 438 reattori nucleari ad uso civile con una produzione totale di 352 gigawatt, pari al 16% della fornitura globale d’energia.

 

Gli oltre 130 incidenti nucleari in 50 anni, tra cui quelli gravissimi di Three Mile Island del 1979 negli Stati Uniti d'America, di Černobyl' nel 1986 nell'Unione Sovietica e recentemente di Fukushima Dai-ichi nel 2011 in Giappone, non fanno quindi raggiungere che un terzo dei prognosticati 1000 gigawatt per fine millennio: di fatto l’economia mondiale è ancora oggi basata sul petrolio ed, USA in testa, la maggior parte dei Paesi continuano la vecchia politica del petrolio senza neppure dare serio sviluppo a fonti energetiche alternative rinnovabili, confermando il fatto che un fenomeno non esista se non avviene negli USA.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il radar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle telecomunicazioni il termine "RADAR" viene coniato nel 1940 dalla Marina Militare degli Stati Uniti d'America quale acronimo per RAdio Detection And Ranging o "Individuazione e misura di distanza via radio", un sistema a riflessione di onde elettromagnetiche radio o microonde, cosiddetto "backscattering", per il rilevamento, la determinazione delle coordinate in distanza, altezza e azimuth di oggetti sia fissi che mobili e/o la velocità di quelli mobili, agli inizi esclusivamente usato per monitorare o intercettare aerei, navi, veicoli a motore, formazioni atmosferiche e il suolo visto dall'alto, un dispositivo segreto già utilizzato con successo dai Britannici, ma sotto la denominazione "RDF", acronimo per "Range and Direction Finding" o "Individuazione di distanza e direzione", detto anche "radiogoniometro", per verificare la direzione di provenienza di un segnale radio.
 


 


Il radar è una di quelle invenzioni cui molti contribuiscono, come il tedesco
Christian Hülsmeyer che nel 1904 per primo usa le onde radio per segnalare "la presenza di oggetti metallici distanti", l'americano di origine serba Nikola Tesla che nel 1917 per primo stabilisce i principi del funzionamento delle frequenze radio, l'italiano Guglielmo Marconi che nel 1922 per primo idea e nel 1933 propone alla Regia Marina Militare Italiana (senza troppo successo) la realizzazione di un "radiotelemetro" per localizzare a distanza mezzi mobili, l'ungherese Zoltán Bay che nel 1936 per primo finalmente ne realizza un modello funzionante.


Nella Seconda Guerra Mondiale il radar viene principalmente usato come
sistema di difesa contro attacchi aerei, ma nel Dopoguerra il suo utilizzo si amplia anche ad ambiti civili: esistono radar per applicazioni terrestri, come il controllo del traffico aereo e navale militare (radar da inseguimento, Radar Warning Receiver) e civile (radar di sorveglianza o avvistamento) nonché il controllo della velocità di autoveicoli, radar meteorologici per rilevamento di idrometeore e turbolenze in tempo reale cosiddetto "nowcasting", e radar aviotrasportati e satellitari, per telerilevamento di parametri fisico-ambientali, quali, ad esempio, il "Lidar", un radar a luce infrarossa, visibile o ultravioletta emessa da laser, anziché onde radio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il laser

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'invenzione del laser del 1960, destinata a cambiare per sempre la scienza dei fotoni, viene attribuita al fisico americano Theodore Maiman, che, allora attivo presso gli Hudghes Research Laboratories, da vita al primo laser funzionante, un dispositivo capace di emettere un fascio di luce "coerente" e monocromatica.

La sua idea non è originale negli ambienti scientifici, tanto che sulla paternità del laser esistono pareri discordanti: dello studente
Gordon Gould - un primo brevetto del quale risale al 1959 e che dopo anni di contenziosi legali si aggiudica alcuni brevetti nel 1977 - è la creazione del termine laser, altri ricercatori dei Bell Labs ci lavorano nel 1960, nel 1964 l'americano Charles H. Townes ed i sovietici Nicolay Basov ed Aleksandr Prokhorov ricevono il Nobel per la Fisica proprio per i loro studi sul "maser", predecessore del laser...


Il
fascio di luce "L.A.S.E.R.", acronimo per Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, a differenza della luce proveniente da sorgenti luminose tradizionali - la quale attraversando un materiale viene assorbita man mano che avanza cedendo potenza agli atomi che incontra eccitandoli nel loro stato energetico "basso" - è tutto concentrato in un raggio rettilineo estremamente collimato, la cui luminosità o "brillanza" è elevatissima.
 

 

 


Questa invenzione apre nuove frontiere scientifico-tecnologiche e permea oggi silenziosamente anche la vita quotidiana in tutto il mondo industrializzato, dato che le sue proprietà trovano una
vasta gamma di applicazioni: la sua elevatissima brillanza, derivata dal concentrare una grande potenza in un'area molto piccola, permette taglio, incisione e saldatura di metalli, la sua monocromaticità e coerenza lo fa ottimo strumento di misurazione di distanze, spostamenti e velocità anche di millesimi di millimetro, la sua monocromaticità lo rende insuperabile nel trasporto di dati attraverso sia fibre ottiche che spazio libero anche per notevolissime distanze.

Più specificamente le fantastiche caratteristiche peculiari della
radiazione laser sono la sua "direzionalità",  l'emissione cioè della radiazione in un'unica direzione al contrario delle sorgenti elettromagnetiche tradizionali (questa caratteristica viene sfruttata ad esempio per trattare le superfici in modo estremamente accurato, come nella litografia o nei CD, e in spettroscopia aumentando notevolmente il cammino ottico e sensibilità con una traiettoria a zig-zag grazie ad un sistema di specchi), poi la sua "monocromaticità" sfruttata sempre in spettroscopia ad ottenere spettri ad alta risoluzione, la sua "brillanza", diretta conseguenza delle due precedenti caratteristiche, con una quantità di energia emessa e numero di fotoni per unità di frequenza incomparabilmente più elevati rispetto alle sorgenti tradizionali, da la possibilità di osservare fenomeni particolari ed applicazioni tecnologiche come il taglio dei metalli, la sua "coerenza", cioè il mantenimento della stessa fase nel tempo e nello spazio di ciascun fotone stimolato di quello che ne induce l'emissione, al contrario dell'emissione spontanea in cui ogni fotone viene emesso in modo casuale rispetto agli altri, che permette la tecnica CARS, impulsi ultra-brevi o "pacchetti di onde" o impulsi dell'ordine del femtosecondo dando vita alla nuova disciplina di ricerca cosiddetta "femtochimica".


In
medicina il laser è oggi diffusamente usato come una serie di risposte terapeutiche a seconda della sua lunghezza d'onda, durata di irradiazione e potenza del laser, trasformandone l'energia luminosa in energia meccanica, termica o chimica: gli effetti meccanici sono prodotti con impulsi dell'ordine di nanosecondi ad alte energie, ad esempio per disintegrare calcoli urinari, gli effetti termici, ottenuti con brevi impulsi a bassa potenza, riescono ad asportare sottili strati di tessuto nella chirurgia cosiddetta "refrattiva", gli effetti chimici, attraverso la regolazione della sua lunghezza d'onda in modo tale che la radiazione venga assorbita selettivamente dal bersaglio, permettono la coagulazione selettiva delle vene varicose in chirurgia estetica senza alcun danno ai tessuti circostanti, e con la cosiddetta "criolaserforesi" si possono immettere principi attivi per via cutanea.

Specialmente in
oftalmologia il laser è utilizzato con successo per correggere difetti refrattivi come miopia, astigmatismo e ipermetropia - la funzione di lente naturale della cornea viene alterata modellandone il profilo e modificandone la curvatura, a compensare il difetto visivo come se fosse una lente a contatto naturale permanente - e nella terapia fotodinamica addirittura per la completa rimozione non invasiva di tumori allo stadio iniziale.


Alcuni tipi di laser vengono usati per gli
effetti speciali di spettacoli di intrattenimento, nelle tele-comunicazioni per il trasferimento di enormi quantità di dati attraverso fibre ottiche, nei computer per la lettura e la scrittura di CD e DVD, in olografia per la creazione di foto tredimensionali dette ologrammi, nell'industria per il taglio e la saldatura di lamiere metalliche anche spesse, per tagli ed incisioni a marcare ad esempio date di scadenza su confezioni di prodotti attraverso codici alfanumerici o a barre, in metrologia e topografia per misurazioni di estrema precisione dai micron a decine e centinaia di metri, nell'edilizia per la esatta livellatura dei piani di costruzion, in ambito militare per precisissimi sistemi di puntamento nelle armi, ma anche come semplice penna visualizzante in seminari e conferenze...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La plastica moderna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima esistono già gli "antenati" della plastica, come nella seconda metà dell'Ottocento il rayon dal 1855, la parkesine e la celluloide dal 1860, la bachelite degli inizi del Novecento dal 1909, il polivinilcloruro o PVC dal 1926, dal 1935 il nylon, dal 1938 il politetrafluoroetilene o PTFE, poi "Teflon" dal 1950, la prima fibra poliestere "Terylene" ed il il poliuretano dal 1941, nel 1953 il polietilene: poi con il miracolo economico dell'Italia degli Anni Sessanta del secolo scorso tra i nuovi materiali arriva la rivoluzionaria "plastica moderna" - un'invenzione dell'italiano Giulio Natta che nel 1963 conquista il Nobel per la Chimica per aver scoperto al Politecnico di Milano, sponsorizzato dalla Montecatini, il polipropilene isotattico commercializzato come "Moplen", il quale va troppo velocemente a sostuire materiali tradizionali da millenni come ceramica, legno e metallo, in cucina, nelle rivoluzionarie penne "Biro", nei rasoi di sicurezza, poi nei televisori e più tardi nei computer: un dilagare dii prodotti di massa che muteranno per sempre il nostro modo di vivere.

 

Da allora infatti le case del mondo intero vengono letteralmente invase da oggetti utili quanto inutili, ravvivando improvvisamente gli ambienti con colori incredibilmente sorprendenti e vivaci, oggetti purtroppo indistruttibili, anzi "eterni", che anche una volta dismessi e gettati invadono per una seconda volta il mondo, questa volta l'ambiente naturale, accumulati ai margini delle strade, seminterrati in boschi e prati, galleggianti in mare, laghi e fiumi!

 

 

 

 

Un materiale plastico è in genere composto da molecole polimeriche di diversa lunghezza, per cui è necessario conoscere la distribuzione dei pesi molecolari per determinarne le proprietà chimico-fisiche: da questa prima innovazione scaturiranno miriadi di altre plastiche, dalle caratteristiche sempre più straordinarie, impossibili da rompere, capaci di resistere a temperature di centinaia di gradi, e se ne costruiranno automobili, barche e aerei, dal difficile riciclaggio: sacchetti di plastica per la spesa, termoplastiche, plastiche termoindurenti, elastomeri...

Le materie plastiche rispetto ai classici materiali metallici e non presentano
grande facilità di lavorazione, economicità, colorabilità, capacitá di isolamento sia acustico che termico, elettrico e meccanico contro le vibrazioni, resistenza a corrosione, inerzia chimica, idrorepellenza ed inattaccabilità da parte di muffe, funghi e batteri.

Poiché la plastica viene ottenuta dal
petrolio non è biodegradabile e il suo smaltimento avviene solo o per riciclaggio o per stoccaggio in discariche, perché bruciandola si possono generare tossicissime diossine: oggi questo svantaggio viene superato lcon la cosiddetta "bio-plastica", in cui una percentuale di resina viene sostituita da farine vegetali come quella di mais.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La ricerca spaziale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la sopravvenuta "Guerra Fredda" tra Ovest ed Est porta Stati Uniti d'America e Unione Sovietica a contendersi il primato dell'esplorazione spaziale a scopi militari e propagandistici: nel 1957 i Sovietici conquistano successo mediatico mondiale con il lancio in orbita prima del primo satellite artificiale, lo Sputnik I, seguito lo stesso anno da quello del primo essere vivente nello spazio, la cagnetta Lajka, gli Americani cercano di recuperare con nel 1960 il primo satellite meteorologico, il Tiros I, per trasmettere a terra dati su movimenti nuvolosi e cicloni, e sempre lo stesso anno il primo satellite per telecomunicazioni, l’Echo I, collocato in orbita geo-stazionaria con la funzione di ripetitore per segnali radio, televisivi e telefonici, poi le sonde, sia americane, come Mariner e Viking, sia sovietiche, come la Salijut, per la ricerca astronomica, ma tutto viene di nuovo surclassato nel 1961 dall'invio nello spazio del primo essere umano, il "cosmonauta" sovietico Yuri Gagarin a bordo dell Vostok 1.

Gli Americani si rifaranno nel
1969 riuscendo ad ottenere un primato ancora oggi imbattuto con la missione NASA della prima navicella spaziale con equipaggio umano e destinazione superficie lunare, l'Apollo 11, la quale permetterà a degli esseri umani non solo di "allunare", ma per la prima volta di mettere fisicamente piede sul nostro satellite naturale.

 

 

 

 

Nel campo aerospaziale nel 1981 viene poi costruita la prima navicella spaziale riutilizzabile, statunitense, il cosiddetto "Space Shuttle", nel 1986 inizia l'assemblaggio della prima stazione spaziale di tipo modulare, la sovietica Мир o Mir, in Russo "pace", composta cioè da moduli lanciati separatamente ed assemblati poi nello spazio, completata solo dopo oltre un decennio e la cui missione terminerà nel 2001, sostituita dalla International Space Station o ISS, la Stazione Spaziale Internazionale la cui costruzione inizia nel 1998 ed il cui completamento è previsto per il prossimo 2012, con lo scopo di sviluppare e testare nuove tecnologie per l'ulteriore esplorazione dello spazio, sviluppare tecnologie cioè per mantenere in vita equipaggi umani in missioni oltre l'orbita terrestre e per acquisire esperienze operative di voli spaziali interplanetari a lunga durata, il primo dei quali verso Marte.

 

Proprio dalla ricerca spaziale derivano moltissime delle innovazioni che oggi, applicate per usi civili in prodotti di massa, invadono il mercato mondiale, presupposti essenziali della Terza Rivoluzione Industriale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'informatica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la nascita dei Computer si propaga l'uso di Internet, una rete ideata per il Ministero della Difesa degli Stati Uniti, dapprima circuito di comunicazione a fini militari in grado di resistere persino ad attacchi atomici, da 1985 un servizio pubblico poi di massa grazie al Web: l’informatica porta anche all'invenzione dei robot cui successivamente viene assemblata la I.A. o "intelligenza artificiale".

 

 

 

 

Sebbene la Terza Rivoluzione Industriale abbia forte impatto su tutti i settori economico-industriali, come ad esempio quello meccanico, chimico e dell'automazione, si centra però soprattutto nei campi dell'elettronica, della telematica e dell'informatica, nuove discipline in continuo e rapido sviluppo con tale diffusione sul mercato da modificarlo a livello tecnologico-economico-sociale imponendo nuovi stili di vita alle popolazioni dei Paesi Occidentali ed contribuendo ad consolidare il settore industriale terziario dei servizi.

L'
elettronica studia l'elaborazione e la diffusione automatizzata di dati basate su apparecchiature elettriche e diventa uno dei concetti chiave nella cosiddetta "Società dell'Informazione", iniziando dalla sua applicazione nella radio, proseguendo con la televisione e soprattutto grazie alla più recente delle invenzioni, quella del personal computer nel 1975, di piccole dimensioni, alla portata economica dei più, facile da usare.

 

Le macchine elaboratrici continuano senza sosta a crescere in potenza e velocità di calcolo mentre  le loro dimensioni si riducono almeno altrettanto, così PC a parte, anche in molte altre macchine vengono istallati micro-processori capaci di eseguie azioni ripetitive preordinate usando linguaggi di programmazione informatica - automobili, elettrodomestici, robot industriali, serre agricole - in cui alla originaria elettronica analogica si sostituisce la moderna elettronica digitale, grazie all'invenzione del transistor a stato solido e dell'opto-elettronica.

Anche la
telematica è in sempre più rapida ascesa, telecomunicazioni e media in sinergia che trasmettono informazione a distanza tra due o più utenti rendendola fruibile, per cui l'uomo risce a comunicare con le macchine a distanza attraverso un linguaggio digitale: esempi di applicazione il tele-controllo, il tele-lavoro e le moderne reti di telecomunicazioni tra cui Internet.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le telecomunicazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elettronica miniaturizzata, informatica e telematica vengono normalmente riunite sotto la comune denominazione di "Tecnologia dell'Informazione e della Comunicazione" o "Information and Communication Technology", contribuendo non solo ad una evoluzione tecnologica quali settori portanti dell'economia, ma, con l'avvento della cosiddetta "Nuova" Economia o New Economy, anche al cambiamento radicale del nostro modo di vivere.

 

 

 

 

Le moderne telecomunicazioni rappresentano di sicuro una delle più rilevanti rivoluzioni del nostro tempo permettendo - con crescente facilità e copertura, anche grazie ai satelliti artificiali per i rispettivi tipi di telecomunicazioni - di mettere quotidianamente in contatto miliardi di persone, basti pensare all'esplosivo uso dei telefoni cosiddetti "cellulari" (di cui l'Italia detiene il primato), a quello di Internet, la in assoluto più estesa rete di comunicazione a livello mondiale, la quale attraverso il web viene utilizzata per l'invio giornaliero di milioni di messaggi di "posta elettronica" o "e-mail" privati come di lavoro ed ora anche istituzionali, a quello della cosiddetta "domotica", dal Latino domus, casa, e dal Greco αúτóματος o automatos, "che si muove da solo" o automatico, ovvero le tecnologie mirate a migliorare la qualità della vita nella casa e più in generale negli ambienti antropizzati, e alla "burotica", dal Francese bureautique da   bureau, ufficio, e (informa)tique, informatica, quel complesso cioè di tecniche elettroniche ed informatiche applicate specificamente alla razionalizzazione e all'automazione del lavoro d’ufficio.

 

Il controllo dei contenuti dell'informazione e dei suoi flussi riveste un'importanza strategica, consentendo un controllo anche dell'economia e della politica di intere regioni geo-sociali, per cui i Paesi più sviluppati e dominanti scelgono di detenere monopolisticamente sia le fonti tecnologiche che i mezzi di comunicazione: inoltre nei Paesi ricchi il numero di televisori e computer per numero di abitanti è incomparabilmente superiore a quello nei Paesi poveri, i quali, avendo poche reti nazionali e pochi centri di produzione, molto spesso seguono trasmissioni provenienti dai Paesi più sviluppati: questo causa il fenomeno dello cosiddetto "choc culturale", derivante dal brusco contrasto tra la misera realtà della propria vita e gli stili di vita, anche esageratamente idealizzati fino alla miticizzazione, dei Paesi più ricchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La sostituzione dell'uomo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In contrasto con l'opinione di alcuni analisti altri affermano come non si possa ridurre una rivoluzione industriale unicamente alle fonti di energia, ma che molti altri aspetti risultino altrettanto importanti, come nella Terza Rivoluzione Industriale l’emergere dell’automazione e dell'intelligenza artificiale.

 

 

 

 

Tra le discipline fondanti di questo inimmaginabile sviluppo prima fra tutte la "cibernetica", scienza che nasce un secolo prima nell'ambito umanistico per studiare la "manipolazione delle masse" attraverso la cosiddetta "teoria dei servo-motori", cioè come sia sempre una élite politica ad avviare il volano dei grandi movimenti sociali, ma arriva poi ad interessarsi più speciificamente del funzionamento de "meccanismi" degli organismi viventi per poterli riprodurre nelle macchine (in questo contesto proprio l'applicazione ampia e sistematica di servo-funzioni, come ad esempio il "servo-sterzo" nell'auto, comporterà già di per se una vera rivoluzione!), poi l’ "informatica", capace di elaborare sempre più enormi quantità di dati in tempi brevissimi, la robotica che sidedica alla creazione di macchine capaci di sostituire l’uomo in sempre più attività ripetitive, logoranti o pericolose, le nuove scienze dei materiali, le bio-tecnologie, cioè l’applicazione di tecniche e principi propri della biologia applicati nello sviluppo di nuovi processi o prodotti agricoli, come la cosiddetta "ingegneria" genetica e la biologia "molecolare".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La rivoluzione invisibile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di conseguenza, a partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso, nell'industria trainanti diventano micro-elettronica, tele-comunicazioni, computer, macchine utensili, robot industriali, tutti settori in cui si tende ad applicare tecnologie cosiddette "leggere", cioè con sempre meno bisogno di energia e sempre meno utilizzo di materie materie prime, in cui ricerca scientifica e progettazione dominano sulla vera e propria produzione materiale.
 

 

 


La Terza Rivoluzione Industriale o
rivoluzione "infor-matica" o "tele-matica" segue a quella del carbone e quella dell’acciaio e dell’elettricità: computer e "reti" - telefoniche e televisive - si integrano infatti in una unica rete "telematica", l’informatica entra in questo modo e prepotentemente in fabbriche, uffici e distribuzione provocando una ulteriore e radicale alterazione non solo della "percezione soggettiva" ma anche del "valore oggettivo ed effettivo", cioè la estrema contrazione se non addirittura l' "annullamento" delle dimensioni spazio e tempo, almeno come fino ad ora conosciute e vissute, un processo in se stesso sempre più rapido già iniziato con treno e telegrafo, proseguito con automobile e telefono e accelerato esponenzialmente con aereo e cellulare, una compressione all'infinitesimale che con il computer e la sua nuova realtà cosiddetta "virtuale" raggiunge davvero un azzeramento di distanze fisiche e temporali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Da reale a virtuale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così anche molte attività da reali diventano virtuali ed il rischio di smarrimento e confusione è grande: perché alla fine ma cosa significa davvero "virtuale" e cosa è una realtà "virtuale"?

 

Il concetto di "realtà virtuale" si diffonde negli ambienti informatici degli anni Ottanta del secolo scorso come sinonimo di realtà "percettiva" o "percepita", una "copia" o "simulazione" della realtà creata attraverso apparecchiature elettroniche in grado di produrre stimoli che attraverso il funzionamento reattivoi dei nostri sensi percepiamo come effetti più o meno "verosimili", simili cioè a quelli che altrimenti ci raggiungono dal mondo reale.

 

 

 

 

Nulla di nuovo e tantomeno di originale quindi, basti pensare ad una delle prime "proiezioni" pubbliche di fine '800 a cura dei fratelli Lumière, inventori della pellicola e del proiettore cinematografici (uno spettacolo costituito dalla semplice proiezione su un telo bianco di fotografie in bianco e nero scattate in rapida successione, in maniera da dare un' "illusione" di movimento, e a pagamento!): L'arrivée d'un train en gare de la Ciotat, L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, uno "spezzoncino" di film di appena 45 secondi (!) dirremmo oggi, inoltre "muto", il cui fino a quel momento inedito "effetto riprodotto" di movimento  provoca tale emozione e meraviglia  tra gli spettatori da sfociare in scene di panico con gente che fugge dalla sala per paura di essere travolta dalla sbuffante locomotiva...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Squilibri di sempre, nuovi smarrimenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le rivoluzioni industriali come rivoluzioni "ergonomiche"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In ambito industriale, più specificamente nel cosiddetto "design industriale", esclusivamente dal punto di vista tecnologico ed a fini didattico-divulgativi, le rivoluzioni industriali si possono notevolmente "semplificare" se considerate e definite (quali sono!), delle cruciali rivoluzioni "ergonomiche" che, partendo dallo studio approfondito delle capacità fisiche, sensoriali-comunicative e mentali dell'uomo e soprattutto i loro rispettivi limiti, ne applicano abbastanza fedelmente il modello "funzionale" a nuovi strumenti e macchine, ottenendovi caratteristiche qualitativamente simili, ma, questo l'aspetto "rivoluzionario", in certi parametri specifici quantitativamente oltremodo superiori.
 

L'ergonomia - parola composta dal greco έργον, èrgon, lavoro e νομία, nomía da νóμος, nómos, regola, legge, metodo, dal verbo nemein amministrare, regolare - è un nuovo termine nato proprio dalle rivoluzioni industriali, coniato a metà del 1800 poi ripreso e divulgato negli anni Cinquanta del secolo scorso, per definire prima le linee guida del "disegno" industriale di prodotti, servizi e ambienti rispondenti alle necessità dell'utente (vale a dire buone regole di progettazione di arredamenti per case e uffici, semplici ed avanzate apparecchiature, macchine per tutti i settori e usi, spazi fruibili interni ed esterni, con il preciso scopo di ridurre l'affaticamento, lo stress ed il pericolo di incidenti per i rispettivi utilizzatori ed operatori, e più tardi una vera e propria nuova scienza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni lucidi "storici" dall'introduzione ad una serie seminari di "Ergonomia Applicata" tenuti negli anni Ottanta dall'allora Marketing Manager Special Projects Luciano Russo alla Siemens-Elema di Stoccolma, Svezia, e presso la sede distaccata statunitense di Chicago, per il personale dei Reparti Research & Development, Quality Assurance, Marketing, Sales e User Support della Divisione Life Support Systems (apparecchiature elettromedicali di avanguardia per respirazione artificiale, anestesia e monitoraggio dei parametri vitali del paziente in Centri Trauma, Sale Operatorie e Rianimazione): questo quale avvio di una microrivoluzione interna all'azienda che porterà al design di nuovi prodotti partendo non più dalla "tradizionale" specifica tecnica, ma da una specifica validata insieme agli utenti dei compiti, ruoli, condizioni operative ed esigenze del personale medico e paramedico.

 

 

In senso teorico-scientifico più lato l'ergonomia si occupa dell' "interazione" tra gli elementi di un sistema - come ad esempio il sistema "lavoro" in cui l' "elemento" umano interagisce con altri elementi, questi tecnologici - e la loro "funzione" nel sistema: in una "progettazione" (questo è il vero significato dell'inglese design (!), mentre in Italia se ne percepisce ed usa riduttivamente l'aspetto della cura della "forma", cioè "estetico", escludendone quasi la cura della funzione e della sua usabilità): ci sono teorie, principi, dati e metodi da applicare in qualsivoglia progettazione allo scopo di raggiungere innanzitutto gli scopi per cui si progetta quello che si progetta, ma tenendo in gran conto l'ottimizzazione del suo uso, rendendo facilmente accessibili le sue funzioni e utilizzabili tutte le sue prestazioni in modo da massimare la soddisfazione dell'utente.

 

In pratica l'ergonomia si occupa dello studio dell'interazione tra esseri umani e tecnologie, risolvendo il rapporto "uomo-macchina" interfacciandoli al meglio l'un l'altra: l'"interfaccia" può essere il pannello o quadro di comandi di una macchinario, il volante, altri comandi e gli strumenti visualizzatori di un auto, la tastiera, il mouse e lo schermo di un computer, il telecomando di un televisore.
 

Ergonomico significa semplicemente "a misura d'uomo", adattato alle capacità ed ai limiti dell'essere umano, per questo ancor prima della "funzionalità" l'ergonomia focalizza sulla "usabilità" degli oggetti e degli ambienti: ad esempio, le cosiddette "barriere" fisiche , che a molti di noi rendono arduo o addirittura impediscono il diritto di raggiungere con ordinaria facilità un luogo pubblico  - cioè "di tutti e per tutti" - al chiuso o all'aperto che sia, o goderne appieno lo spazio ed i servizi o altre qualità che esso offre, sono frutto di un lavoro progettuale tutt'al più definibile "ingegneristico", ma i cui aspetti qualitativi non sono stati contemplati in chiave "ergonomica".
 


Il rapporto tra persona e tecnologia dipende dal tipo di
attività, il contesto e le condizioni in cui va svolta, le richieste dell'utente, le dimensioni, la forma e la strutturazione delle attrezzature, le informazioni per il loro utilizzo: la regola empirica "più separate istruzioni per l'uso servono, meno ergonomico è un prodotto", ma la scienza è complessa e si basa su discipline come antropometria e biomeccanica (studio dell'uomo al lavoro, fatica fisica e mentale, meccanismi sensoriali e cognitivi), ingegneria meccanica e bioingegneria, ingegneria industriale e design industriale (utensili, macchine, arredi, fattori ambientali come microclima, illuminazione e difesa da inquinamento dell'aria ed acustico), chinesiologia (calcolo degli spazi utili per la massima abilità dei movimenti), fisiologia e psicologia (sforzi fisici, carico mentale, elaborazione dei flussi d'informazione, interazione sociale, benessere organizzativo).

 

Lo studio ergonomico individua ed analizza dunque preventivamente gli eventuali effetti dannosi della moderna tecnologia sull'uomo a livello di salute, prestazione e comportamento, tutti fattori di estrema importanza soprattutto in situazioni lavorative tipicamente monotone, ripetitive o rischiose, ad evitare inutili logoramenti o danneggiamenti fisici e mentali e ad aumentare il rendimento.

 

La qualità del rapporto utente-mezzo utilizzato è determinata quindi dal suo livello ergonomico per quanto riguarda sicurezza, comprensibilità, usabilità, adattabilità, comfort e gradevolezza: un oggetto facilmente usabile e sicuro è altamente ergonomico, al contrario di quello di difficile impiego, che richieda cioè grande sforzo fiisico e/o cognitivo e non garantisca alcuna sicurezza per chi lo usi, lo è poco o affatto.

 

 

In termini ergonomici le tre rivoluzioni industriali tendono ad accrescere, in qualche modo "prolungare", le capacità caratterizzanti dell'uomo che opera e possono quindi essere rispettivamente definite come segue:

 

- la Prima Rivoluzione Industriale è quella "della forza fisica" o "muscolare" (ergonomia fisica o meccanica,

anche detta "classica", generalmente già nota al grande pubblico),

 

- la Seconda Rivoluzione quella "della comunicazione" o "sensoriale" (i cinque sensi dell'uomo sono

ergonomicamente considerabili come l'interfaccia verso l'ambiente che lo circonda e in cui opera)

 

- la Terza quella "dell'intelletto" o "mentale" (qui entrano in gioco tutt'altri fattori, perché si passa dal

"fisico", l'ovvio, e dal "sensoriale", a metà strada tra il percepibile e il non, al "cognitivo", qualcosa fuori dalla portata del facile controllo e della immediata verifica).

 

 

L'uomo usa prima di tutto i propri muscoli - sempre e non solo nel lavoro fisico, così la Prima Rivoluzione Industriale crea macchine ed apparecchiature che aumentino, sostituiscano e moltiplichino la forza muscolare dell'uomo (e degli animali usati per facilitare il lavoro dell'uomo): oggi nulla di particolare se spingendo un semplice bottone riesca a sollevare e spostare pesi di tonnellate.

 

L'uomo attiva, dirige, dosa e controlla il lavoro effettuato dal proprio corpo con strumenti di percezione e di guida che lo orientano, lo istruiscono, lo mettono in relazione, gli fanno eseguire coscienti operazioni o istintive reazioni, lo avvertono di un eventuale pericolo, usa cioè i propri sensi per ricevere informazione dall'ambiente e comunicare con esso compresi gli altri umani, così la Seconda Rivoluzione Industriale crea macchine ed apparecchiature che acuizzino, sostituiscano e moltiplichino la sensibilitá e/o potenza di vista, udito, tatto, gusto e olfatto: oggi tutto é "tele", cioè attivato, eseguito o ottenuto "a distanza", perciò non meraviglia più nessuno che la propria voce possa arrivare fino in Australia o che sia possibile ascoltare una risposta da lì con un minuscolo telefono cellulare, come non risulta più strano sia possibile "vedere" a distanze di miliardi di anni luce nell'Universo attraverso un sistema di telescopi o antenne paraboliche e fino ai livelli elementari della materia con microscopi a tunnel, sensori di tutti i tipi semplificano la nostra quotidianità autoregolando le funzioni di apparecchiature a casa come in ufficio, in fabbrica, negli edifiici pubblici, per le strade, e attivano sistemi di allarme qualora certe condizioni non vengano rispettate o certi parametri non siano raggiunti o vengano ecceduti...

 

L'uomo usa il proprio cervello, la propria "ragione", per pensare, analizzare, dedurre, indurre, calcolare, pianificare e la Terza Rivoluzione Industriale crea macchine ed apparecchiature che supportino, siano complementari a o addirittura sostituiscano in alcuni ambiti il ragionamento umano: a parte la ricerca sulla cosiddetta "intelligenza artificiale" o "sistemi esperti" o "closed-loop system", cioè sistemi "pensanti", non solo autoregolanti ma capaci di "apprendimento" e "adattamento", soprattutto in medicina, la stragrande maggioranza delle persone viene ormai in contatto con calcolatori elettronici continuamente e dappertutto, così ogni computer, compreso il "personal" computer o PC, perché il suo nome significa proprio "calcolatore" e lo è di fatto - semplicemente questo, null'altro, infatti in francese si chiama esattamente per quello che è, senza miti né mistificazioni, "calculateur" ovvero "ordinateur personnel" - una relativamente semplice macchina capace di calcolare ad alta velocità incredibili quantità di dati usando il sistema di numerazione cosiddetto "binario" (cioè composto alla base da due sole cifre - 1 e 0, ovvero, elettromagneticamente parlando, "ON"/"OFF", acceso/spento, attivo/passivo) già inventanto nel 1600 ma la cui utilità viene solo molto più tardi capita - ed inoltre "memorizzarne" i risultati, cioè conservarli per poter essere di nuovo accessibili al bisogno, e "visualizzarli", renderli percepibili agli utenti sotto forma di per loro comprensibili espressioni e calcoli numerici, testi alfa-numerici, immagini fisse e mobili, in bianco e nero e a colori, suoni, facendoli addirittura rimanere a bocca aperta quando oggi, passata l'epoca pioneristica del primitivo "pensiero lineare" (cioè il dover attraversare sequenze di cifre quasi senza fine e per intero solo per trovarvici una pur minima cosa) comincia a saper "associare", imitando cioè alla meglio la peculiaritá propria del cervello umano di "muoversi liberamente da un pensiero all'altro", magari anche originali ed inoltre, qualora non lo fossero già, mettendoli creativamente "in relazione", capacità questa che l'informatica chiama "ipertestualità" - insomma una utilissima macchina ma che macchina (!) pur sempre rimane e rimarrà, anche se impiantata in un qualche robot dalle sembianze umanoidi la cui "voce" sintetizzata sappia darti un B-u-o-n-g-i-o-r-n-o! da far venir voglia di riandarsene a letto e addormentarsi per sempre ovvero, quale improbabile cameriera o maggiordomo, versarti il caffè (magari addosso).

 

 

 

 

Per concludere - e seriamente.

Anche in Italia lo svolgimento di qualsivoglia attività lavorativa dovrebbe garantire la
migliore ergonomia ambientale e delle macchine, un tassativo obbligo per il datore di lavoro sancito dalla Legge - vedi il Decreto Legislativo 626/1994 ancor prima del vigente Decreto Legislativo 81/2008, "Testo unico sulla sicurezza sul lavoro", in relazione alla difesa della salute del lavoratore: l'Articolo 15, Lettera d) del Decreto impone infatti "il rispetto dei principi ergonomici nell'organizzazione del lavoro, nella concezione dei posti di lavoro, nella scelta delle attrezzature e nella definizione dei metodi di lavoro e produzione, in particolare al fine di ridurre gli effetti sulla salute del lavoro monotono e di quello ripetitivo".
 

Viene allora da domandarsi come sia mai possibile che il nostro Paese:
 

- abbia il più alto numero di "morti bianche" in Europa,
- mostri ancora una media di circa 100 incidenti sul lavoro al giorno con
danni permanenti,
- altri circa 2.000 con
danni temporanei,
- e registri circa 5.000 casi di
malattie professionali ogni anno (quanti siano in realtà non è dato sapere)?
 

Come detto all'inizio, non dovrebbero le "rivoluzioni industriali" essere delle rivoluzioni ergonomiche!?...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La smaterializzazione del mondo conosciuto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appartengo ad una generazione di umani che ancora sente impellente il bisogno e istintivo-primitivo il gusto di guardare da vicino e studiare, sentire e palpare, annusare a fondo, leccare e mordere le cose (e non solo) - come un bambino che scopre ogni attimo il mondo.

 

Oggi "virtuali" vengono definiti persone, oggetti, luoghi ed attività non-reali, ma piuttosto immagini e sequenze computerizzate: nell'uso comune al termine, fortemente associato a "simulazioni" elettroniche, viene infatti attribuito il significato di "illusorio" nel senso di "ingannevole", quindi con una connotazione decisamente negativa, mentre, al contrario, la realtà del mondo "direttamente" sensibile viene valorizzata positivamente, come "vera".

Questa
interpretazione negativa del virtuale, quasi come un’assenza di esistenza, viene contrapposta ad una "realtà" di "effettività materiale", la "presenza" concreta del famosissimo "uovo oggi" - reale, meglio della sospetta "gallina domani" - virtuale, in pratica una differita: ma così proprio non è e le distorsioni mentali e sociali che ne derivano sono serie ed innummerevoli!
 

 

 

 

Per prima cosa "virtuale" non è assolutamente qualcosa di riduttivo, una specie di "falsa" esperienza o addirittura una "non-esperienza": una mail non ci è più fasulla di una classica lettera cartacea, quando "chattiamo" non soffriamo una comunicazione poi tanto sminuita, ricevere un SMS non è peggio di un telegramma…

Il senso della parola è molto più interessante di così:
virtuale deriva da un medievale latino virtualis, a sua volta dalla classica latina virtus, "virilità", "valore" fisico e morale che abbellisce e nobilità l'uomo, da vir, uomo "giusto" ed "onesto" e per questo rispettato, e da vis, "forza", "potenza", da cui "virile", "virtuoso" e "virtuale", rispettivamente con i significati, "virile" di che "ha" o è "dotato di" virtù, "virtuoso" che "opera" con virtù ed esercita quindi qualcosa in modo eccellente e "virtuale" che racchiude "in virtù"- cioè in potenza e non in atto - cose senza effetto "attuale", non ancora attua
te.

 

Se dico che "l'albero è virtualmente presente nel seme", significa che nel seme l'albero già c'è, ma lo è solo "in virtù", "in potenza", "virtualmente", in forma non ancora attualizzata e quindi non sensorialmente percepibile, ma c'è: perchè se non ci fosse potrei piantare milioni di semi a vuoto.

 

La differenza cruciale quindi è che la più corretta interpretazione della parola non contrappone il "virtuale" al "reale", come tutti purtroppo fanno oggi a seguito di questo continuo, improprio quanto errato appropriarsi da parte dei tecnocrati e delle looro nuove tecnologie di termini rubati all'ambito umanistico senza neppure comprenderli o interpretandoli volutamente in modo sì questo ingannevole, ma il "virtuale" all' "attuale", dove la "virtualità" e la "attualità" sono due diversi, ma altrettanto validi, modi di essere altrettanto "reali"!


E l'affascinante bellezza, il dinamismo contenuto del virtuale è proprio che preluda ad un processo di trasformazione il quale lo porterà in atto, come nell'esempio sopra citato il seme, cosa reale attuata, non avrebbe neppure
ragione di essere se non appunto per far crescere l’albero, cosa reale virtuale, ancora non attuata.
 

 

Fatto sta che concetti solidamente cristallizzati si vanno "smaterializzando", due esempi fra tutti centrali simbologie sociali come il denaro e basilari attività umane come la comunicazione:

 

- l’invenzione della carta moneta è il primo passo in quel processo di smaterializzazione che oggi ci porta

verso la completa virtualizzazione del denaro sul Web;

 

- l'invenzione del Web su Internet...

 

 

"Mandati di pagamento" sono già molto diffusi nel I sec dC, ai tempi delle Crociate i Templari utilizzano lettere di credito su carta pergamena, il 1200 inventa l'attività finanziaria con la figura del commerciante-"banchiere", nel 1239 il Comune di Milano finanzia le proprie spese di guerra emettendo dei "buoni" cosiddetti brevia o debitus communis a scadenza posticipata, del 1400 sono i primi "Buoni del Tesoro" e l'istituzione dei "Monti", titoli per la raccolta del risparmio, e i Frati Francescani (!) fondano i Montes Pietatis o banche di prestito a tassi d'interesse "modesti" da Papa Giulio III fissati al 5%, a fine Cinquecento il Banco di S. Ambrogio di Milano rilascia cedole di taglio fisso di moneta corrente con pagamento al portatore (in Cina questo avviene avviene già nell'anno corrispondente al 105 dell'Era Cristiana, in Spagna a metà XII sec e del 1276 l prima fabbrica di carta italiana di Montefano, Macerata).

 

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso la comunicazione privata e professionale va rapidamente  smaterializzandosi con il progressivo utilizzo della World Wide Web - sistema che utilizza Internet, la "rete delle reti" - la quale entra nella vita quotidiana nelle case, negli uffici, nelle università, nei centri di ricerca e, pur a fatica, alla fine anche nell'Amministrazione Pubblica, mentre la informazione di massa, già a dovere aerosolizzata attraverso la televisione, va ulteriormente perdendo fisicità: a luoghi fisici infatti si sostituiscono nuovi spazi, "ambienti elettronici" come la chat room o "sala di conversazione" oppure il sito web o "spazio aperto al pubblico" e disponibile all'intero mondo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dove si può mostrare chi si è, quello che si sa o si ha da dire o si fa, anche pubblicizzare e direttamente vendere un prodotto facensosi pagare - bene o servizio che sia, ma oltre alla ricchissima offerta online, cioè accessibile direttamente in rete, esiste una altrettanto variegata serie di strumenti digitalizzati su supporti ottici come  ipertesti e software, cioè programmi di utilizzo, come dizionari, enciclopedie multimediali, materiale culturale e scientifico, giochi interattivi, e tutto un universo di altri prodotti digitali.


Critiche a parte, tanto i nuovi
strumenti di pagamento come quelli di comunicazione, pur essendo non-materiali, esistono per i loro reali contenuti di scambio, e svolgono in pieno la funzione per cui sono creati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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