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La Tuscia Romana I musei del territorio Il Museo Territoriale del Lavoro e dell'Industria della Tuscia Romana™ Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo e Bruno Panunzi: la Redazione ringrazia gli autori per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale Pagina in costruzione: rinnovare volentieri la pagina con il browser per essere sicuri di visualizzarne la versione più recente |
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Il museo diffuso |
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In questa pagina Il concetto di "Museo Diffuso" A ciascuno il suo, ma tutti insieme Non sarebbe il primo "suicidio culturale" da queste parti...
Approfondimento L'acquedotto industriale del Ducato di Bracciano Attività produttive a Bracciano nel XVIII secolo
Pagine correlate Verso un museo del lavoro e dell'industria Passo dopo passo - Il "Piccolo Museo" Giuseppe Rossi - Pioniere, aviatore, imprenditore
Bruno Panunzi – Una presentazione Luciano Russo – Una presentazione
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I "Musei Civici" |
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La vera ambizione dell'Italia - politico-sociale ed economico-imprenditoriale insieme - dovrebbe essere quella di far diventare le nostre in assoluto maggiori e più peculiari risorse "Natura" e "Cultura" il volano dei settori sia turistico che commerciale: "Natura" e "Cultura" non sono di certo, come molti ancora superficialmente ed erroneamente credono, "sinonimi" di Turismo e Commercio, ma li possono creare e stimolare, ovvio, solo se gestite appunto con l'intelligenza, l'attenzione, l'efficienza e la determinazione che meritano, in quanto "risorse primarie" del Paese.
Iniziative e programmi politico-amministrativi con proposte culturali di alto livello, idoneamente organizzate, comunicate e pubblicizzate a coprire con regolarità l'arco dell'anno e soprattutto a rivitalizzarne i periodi stagionali notoriamente meno "vivaci", possono anch'esse contribuire a maggiori e più regolari flussi turistici.
Purtroppo l'interpretazione classica di "Museo Civico", ma anche di "Museo" in generale, è finora stata quella doppiamente deleteria di "spogliare" i naturali contesti di valore culturale-artistico sparsi nell'abitato e sul territorio dei loro oggetti-simbolo, per poi concentrarli artificiosamente in un unico contenitore di cosiddette "collezioni", "impoverendo" al tempo stesso tali oggetti del loro contesto: di evidente conseguenza l'interruzione di quel reciproco ed insostituibilmente sinergico scambio di informazione o "significato" da sempre esistente tra luogo ed oggetto, comunque fortemente avvertito dal "collezionista" sia pubblico che privato, ma solo miseramente compensato dal breve testo, cartina, legenda ed illustrazioni che usano accompagnare l'oggetto così "musealmente" esposto. |
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Il concetto di "Museo Diffuso" |
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Il concetto di "Museo Diffuso" va esattamente nella direzione opposta: restituisce cioè, dove possibile, molti degli oggetti estrapolati dai rispettivi contesti naturali, urbani, architettonici o paesaggistici che siano, trasformando così i visitatori di un "Museo Civico" in visitatori di un "Centro Storico" e delle sue immediate vicinanze, il che vale a dire anche in potenziali clienti di botteghe, negozi, ristoranti, bar, alberghi e bed-and-breakfast del paese o della cittadina e del suo immediato circondario.
Il concetto, applicato su tutt'altra scala e a realtà di tutt'altro spessore, come ad esempio l'"Etruria", porterebbe alla più che legittima restituzione al territorio di appartenenza della maggior parte dei tesori sottrattigli, per non dire "rubatigli", nel caso specifico ora esposti a Villa Giulia e ai Musei Vaticani di Roma e in altri simili "M[a]us[ol]ei" in Italia e nel mondo.
Questo "big-bang" non meramente "logistico", inteso a ricollocare, dove possibile, le opere oggi facenti parte di "Collezioni d'Arte" comunali, nazionali e private nei rispettivi luoghi di provenienza, presuppone e stimola ad un recupero di interi "Centri Storici" oggi ancora abitati o meno, individuando al tempo stesso, nuove modalità di gestione e valorizzazione dei patrimoni culturali locali, sia materiali che immateriali, ed assicurando quindi quella "trasmissione di 'storie, identità, culture e saperi'", in altre parole quella vera "cultura", cui si accenna insistentemente in queste pagine web! |
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A ciascuno il suo, ma tutti insieme |
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Un "Museo Diffuso" consiste in uno o più centri di eccellenza o punti di riferimento - dei "nodi" - da cui far diramare "itinerari" o percorsi culturale-turistici reali - affiancati o alternativi a quelli virtuali del Museo, guidati fisicamente o a mezzo di segnaletica interattiva dei luoghi, anche sfruttando ad esempio normali cellulari - i quali vanno a comporre "reti" locali, a loro volta integrate in una futura rete "territoriale": ad un primo avvio sperimentale queste piccole "reti museali" potrebbero essere attivate almeno durante il periodo estivo-autunnale, progressivamente testate e migliorate man mano fino a renderle pressoché autonome e permanenti.
Ciascuna rete dei luoghi fisici della città troverebbe già oggi il suo fulcro naturale nelle esistenti o pianificate strutture museali: a Bracciano, ad esempio, oltre che nel Museo Civico, in quello Sacro della Collegiata, nel previsto Museo Epigrafico Panunzi e nel costituendo Museo dell'Industria e del Lavoro.
Di ciascuna rete potrebbero far parte interi quartieri, specifiche zone cittadine - chiese, monumenti, archivi, palazzi, altri meritevoli edifici pubblici e privati - con ciascuna un frammento di storia racchiusa nel tessuto urbano, specifiche zone ex industriali e artigianali - acquedotti, cartiere, ferriere, concerie, saponifici, molini, frantoi, specifiche zone ex rurali, luoghi di raccolta, di mercato, di lavoro e di festa di una ormai scomparsa cultura della terra...
Questo porterebbe a sua volta ad una più ricca e contestuale "lettura" del territorio, restituendo o dando a vecchi e nuovi "fruitori" di questo patrimonio perdute o mai avute conoscenze, accresciuto o acquisito rispetto e - perché no - riconquistato o inaspettato senso di appartenenza e di orgoglio. |
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I "Centri Storici" |
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Le tradizionali definizioni e "riqualificazioni" di un cosiddetto "Centro Storico", (e molte ne sono state proposte e sperimentate negli ultimi anni un po' dappertutto!) si sono troppo spesso riduttivamente limitate a ripavimentazioni di piazze, strade e vicoli, in rarissimi casi con materiali, tecniche e risultati eccellenti, ma nella stragrande maggioranza purtroppo con scarsissime conoscenze già a livello storico-urbanistico-artistico e progettuale, spessissimo inesistenti abilità a livello tecnico e di manodopera, esiti di palese hollywoodiana falsità, più che deludenti esperienze percettive...
Solo in sporadici casi, ad esempio, si include il recupero di perimetri, mura, passaggi e ponti, o si attua l'unico sensato ed ovvio principio di rigettare ed escludere il sempre più caotico traffico e selvaggio parcheggio di automobili da tali zone, ovvero si estende tale ridimensionamento a misura d'uomo ad altri tessuti urbani che "medievali" o giù di lì (come se tutta la nostra "storia" fosse finita allora, senza alcuna soluzione di continuità fino ai nostri giorni)...
Preziosi vicoli e piazzette occlusi da autovetture, venerabili edifici tappezzati di tubi del gas, cavi elettrici e di antenne televisive, paraboliche sfacciatamente piazzate addirittura nei vani delle finestre, mura "invisibili", cadenti, soffocate da erbacce o avvilite da inverosimili impianti di illuminazione: molto più di quanto basti al cittadino o al turista, dotato di un minimo di buon gusto e senso estetico e che si proponga di frequentare o visitare i luoghi, per suscitare per lo meno repulsione o naturale indignazione ovvero sacrosanto incazzamento.
Invece di valorizzare i pochi punti dove ancora esistano antichi "fossati", caratteristiche morfologiche del terreno queste le quali quasi di regola nelle nostre zone determinano l'ubicazione stessa e lo sviluppo degli insediamenti umani, si permette di "riempirne" i margini addossandovi nuovi edifici, spessissimo privati e a destinazione d'uso residenziale, privi di qualsiasi valenza architettonica, deturpandone tutto l'insieme, impedendone ogni improbabile lettura e falsandone totalmente la percezione da "elementi di difesa naturale" a dissacranti discariche di ogni pensabile ed impensabile schifezza di rifiuti sul fondo...
Ampi spazi verdi di poco esterni all'area pubblica completamente abbandonati o deturpati da lottizzazioni a pelle di leopardo ad uccidere definitivamente l'insieme di colline, macchia, boschetti, vigne e uliveti...
Bene: continuiamo pure a mostrare ai nostri cittadini e turisti soltanto le "belle sale" di un Archivio Storico o di un Museo Civico e aggiungiamoci anche qualche chiesa e chiesetta: una proposta davvero ricca ed originale, un'offerta difficilmente superabile che ci renderà "quasi unici"! |
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Il vero "Museo Diffuso" |
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Al dunque, cosa facciamo per il "territorio"?
Come valorizziamo i luoghi legati alla nostra memoria collettiva?
Come invitiamo il turista a fermarsi il più a lungo possibile nelle nostre zone, casuale o volontario fruitore per breve o brevissimo tempo dell'incomparabile patrimonio di natura, cultura, storia e arte di cui siamo immeritevoli eredi?
Come trasmettiamo ai nostri figli e a coloro che hanno scelto di condividere stabilmente con noi i nostri luoghi, di far propria la nostra storia, di arricchirsi della nostra identità e a loro volta arricchirla, di contribuire all'ulteriore crescita della nostra cultura, dei nostri saperi e delle nostre conoscenze?
In quale modo pretendiamo di risultare dignitosi, rispettabili, interessanti o addirittura "attraenti" come comunità e come territorio?
Il vero
“Museo Diffuso”
è costituito dall’insieme di paesaggio, storia,
tradizioni, abilità, credenze, cultura, arte
che nell’arco di millenni hanno
lentamente costruito il territorio "umanizzato" grazie a sequenze
"armoniose", a interventi
"rispettosi", ad accostamenti
"convenienti", a
separazioni e fusioni tra ciò che"dalla natura è dato" e ciò che
"dall'uomo è fatto", radicando ogni
azione in tal senso a quelle di chi ha preceduto e non precludendo a chi
seguirà la possibilità di dar vita a nuove.
Le tracce del nostro operato rimarranno a ricordo o di un "capolavoro" ammirabile e quale imitabile "modello" nel preservare e arricchire il contesto naturale e culturale ereditato o di un "scempio" esecrabile e quale impronta barbarica nel deturpare e distruggere la cornice della nostra vita, cosa questa di cui l’uomo di ogni luogo e di ogni tempo potrà a pieno diritto chiederci di rendere conto. |
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Non sarebbe il primo "suicidio culturale" da queste parti... |
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Dionisio di Alicarnasso testimonia come il solo etnico che i cosiddetti "Etruschi" si riconoscano sia Rasenna. Tutte le altre denominazioni gli verranno date da altri popoli. Non è un nome "misterioso": "Rasenna" o "Rasna" trova riscontro in epoca accadico-sumera e nel vocabolario semitico, connotandoli semplicemente come i "primi (uomini)", gli "antenati".
C’era una volta un popolo... Di navigatori, tracciatori di rotte mediterranee. Di diplomatici, padroni di Tirreno e Adriatico perché capaci di concepirli come ponte fra genti diverse.
C’era una volta un popolo... Di artigiani, cultori di sinergie fra mano e mente. Di pittori, scultori, maestri di terracotta e bucchero.
C’era una volta un popolo... Di commercianti, abili negli scambi fino addentro a vallate alpine e nei Balcani. Di costruttori, inventori di tegola e coppo.
C’era una volta un popolo... Di intraprenditori, fondatori di città come Melpum (la futura Milano), Spina (modello della futura Venezia), Fiesole, Populonia, Vetulonia, Cortona, Volsini (la futura Orvieto), Volterra, Vulci, Tarquinia, Cerveteri, Vejo, Capua... Di ingegneri, signori di acque sopra e sotto terra, soli bonificatori di paludi e per questo creatori di Roma.
C’era una volta un popolo... Di cuochi, inventori di olio d'oliva e vino. Di musici e teatranti, pieni di gioia di vivere, amanti di feste.
C’era una volta un popolo... Di donne e di uomini, socialmente progrediti e paritariamente rispettati - unici nell'antichità. Di aruspici, i cui rituali religiosi formeranno la "romanità" per poi essere rubati dalla "cristianità".
C'era una volta un popolo... Bastardo di tre etnie, ognuna piena della propria ricchezza culturale.
Di fatalisti, pronosticatori e annunciatori
della propria scomparsa. Un popolo cancellato. Oggi non vengono neppure ricordati con il loro nome. Li chiamiamo "Etruschi". |
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