Portale

Prima pagina | Mappa

 

Turismo & tempo libero

Prima pagina | Mappa

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Tuscia Romana

I musei del territorio

Il materiale originale in questa pagina è © Luciano Russo e Bruno Panunzi: la Redazione ringrazia gli autori per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Museo Territoriale del Lavoro e dell'Industria della Tuscia Romana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

LABORIS ET HONESTATIS FRVCTVS™

"L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro."

Lavoro e "non-lavoro"

L'unica, vera, grande rivoluzione italiana

A tutto c'è una soluzione

Il lavoro come creazione di "valore aggiunto"

Il "Museo Territoriale del Lavoro e dell'Industria della Tuscia Romana"

La gente vive finché se ne conserva la memoria!

Cosa è un “museo del lavoro e dell’industria”

Perché un “museo del lavoro e dell’industria”

Su cosa impostare un “museo del lavoro e dell’industria”

Come sviluppare un “museo del lavoro e dell’industria”

Struttura e gestione delle attività e del patrimonio museale

"Nuovi musei"

 

  Approfondimento 

La "Via delle Acque"

L'acquedotto industriale del Ducato di Bracciano

Attività produttive a Bracciano nel XVIII secolo

Progetti

 

  Pagine correlate 

Verso un museo del lavoro e dell'industria

Il museo virtuale

Il museo diffuso

Passo dopo passo - Il "Piccolo Museo"

"Tenutelle Vendonsi"

Giuseppe Rossi - Pioniere, aviatore, imprenditore

 

Bruno Panunzi Una presentazione

Luciano Russo – Una presentazione

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

LABORIS ET HONESTATIS FRVCTVS™

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

Così inizia la nostra Costituzione, il primo articolo di quell'atto ufficiale che dal 27 gennaio 1947 proclama i valori, definisce i concetti e stabilisce le regole della nostra vita sociale, del nostro vivere, lavorare e crescere insieme.

 

E l'articolo 2 ribadisce: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale."

 

Ma queste belle parole hanno ancora un significato?

 

Nella nostra società i trapezisti sono pochi, quelli che danno spettacolo  lanciandosi nel vuoto in numeri da mozzare il fiato, perché in effetti siamo diventati un popolo di grandi equilibristi, dediti all'arte minore di destreggiarsi in situazioni molto instabili, cercando solo di non precipitare nel vuoto.

 

La paura è più che motivata: mentre altri paesi, meno "creativi" del nostro, meno estrosi e meno ricchi di tutto, soprattutto meno "eroici", hanno inventato quel marchingegno chiamato "rete di sicurezza" - qui chi cade, cade (una verità relativa, perché corre voce che reti così esistano anche da noi, ma solo per pochi eletti...).

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

Lavoro e "non-lavoro"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In economia classica e nelle micro-economie il "Lavoro" è uno dei tre fattori base di una qualsivoglia produzione, insieme a Natura e Capitale: la macro-economia invece lo sostituisce con il concetto di "risorsa umana", "sfruttabile" alla pari della risorsa "naturale" e quella "economica".

 

Fino a poco tempo fa il lavoro era, infatti, una delle misure più importanti delle attività umane, vuoi quello cosiddetto "intellettuale", in cui prevaleva la capacità della mente, vuoi quello "fisico", del resto del corpo: l'artigiano era simbolo di pensiero e mano in perfetta sinergia!

 

Poi, poco prima della grande rivoluzione economico-culturale del "non-lavoro", "lavoratori" erano diventati il contadino e l'operaio, il primo un primitivo inconsapevole, incurante ed incapace di tuffarsi misteri profondi dell'esistenza, l'altro una specie di robot, nato per timbrare un cartellino,  spingere un bottone o tirare una leva, secondo istruzioni e all'infinito, senza necessità di un pensiero autonomo, programmato da menti superiori...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'unica, vera, grande rivoluzione italiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E, finalmente, il salto di qualità nell'evoluzione sociale del nostro paese: la definitiva ed assoluta liberazione dalla schiavitù del lavoro!

 

Non è più necessaria "intelligenza", la capacità di distinguere, quello che occorre è "furbizia", l'abile arte dell'evitare, del far credere, il trionfo dell'apparenza: nello specifico il "far finta di lavorare", cioè di produrre, facendo lavorare il più possibile "gli altri" e ricavandone comunque il meglio.

 

In altre parole, "impadronirsi dei risultati della produttività altrui": classica la patata, la lunga serie di anelli parassitari che ce la porta in tavola, poco o senza nulla aggiungere al valore del prodotto iniziale del contadino.

 

Solo che un tale sistema funziona fin tanto che la maggior parte produce e pochi se ne approfittano, ma quando tutti si fanno furbi e non vogliono essere "più stupidi degli altri", l'ingegnoso macchinario collassa, dato che la produttività dei sempre meno non basta a sostenere il parassitismo dei sempre più.

 

Per nulla scoraggiati da una tendenza autodistruttiva, si va tutti insieme a chiedere un prestito, a fare un debito da chi produce veramente o, ancora peggio, da chi parassita su chi non produce, prestando di quello che non c'è...

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

A tutto c'è una soluzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo contesto "fare impresa" non è più intraprendere facendo forza sulle proprie capacità di produrre, lavorando insieme, quanto trovare in pochi il modo di rifilare fregature a molti: di qui nuovi cieli e nuove terre, fino ad una smisurata ammirazione del "ricco" come sinonimo di "capace", miti inediti e grandi illusioni, nuovi modelli sociali cui far riferimento e conformarsi.

 

Alla base l'obsoleto concetto di "io vinco se tu perdi": tutti non possono star bene e fare buoni affari - non può essere il "win-win" di questi pazzi nordici - si rischia altrimenti di far diventare anche la nostra società più giusta, senza più spazi per clientelismi e nepotismi, raccomandazioni e "favori", ricatti e baratti, dove andrebbe avanti chi lo merita, gente magari davvero capace...

 

La società dai mille cartelli di divieto di sosta e di fermata con rimozione forzata che nessuno osserva e senza alcuna conseguenza, rischierebbe di diventare un'altra di quelle dove di cartello ce n'è uno solo ma rispettato...: si finirebbe inesorabilmente per chiedere conto addirittura a politici e banchieri, amministratori e sedicenti imprenditori delle proprie azioni e alla fine non sarebbero solo i soliti poveri diavoli di sempre a pagare...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro come creazione di "valore aggiunto"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In una filiera produttiva ogni elemento e momento trova la sua ragione d'essere nella propria capacità di creare un valore aggiunto, arricchire cioè di proprio il prodotto finale.

 

Il concetto di "produttività" sembra sfuggirci in Italia:

"Lavoro 8 ore al giorno!"

è un modo classico di definire le proprie prestazioni, quando verrebbe spontaneo chiedere

"Dimmi piuttosto: Che hai prodotto? Potevi farlo meglio? In più breve tempo? Con meno risorse?"

- la misura del "risultato" del lavoro in rapporto alle risorse disponibili ed usate.

 

Di conseguenza i veri "centri di potere" non sono più quelli di produzione, ma di controllo della produzione, capaci di farti credere quello che vogliono, con una pseudo- o manipolata informazione, tale da farti agire e reagire come vogliono, suggerendoti visioni della vita, scale di valori e comportamenti che vanno solo ed esclusivamente a loro vantaggio.

 

Il lavoro, quello vero, crea un benessere materiale distribuito, si basa su una imprenditorialità diffusa, espressione delle vere capacità della gente, presupposto per ogni altro tipo di benessere: il "ben essere", il "vivere bene"!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Il "Museo Territoriale del Lavoro e dell'Industria della Tuscia Romana"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La gente vive finché se ne conserva la memoria!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia del lavoro è la storia della gente che ha contribuito e continua a creare il benessere di tutti, la nostra storia: ma dov'è il "museo della gente", il luogo di memoria del loro lavoro, tenacia, ingegnosità e abilità, delle loro privazioni e sfruttamenti, gioia e solidarietà, e quali sono i valori alla base di tutto questo, i valori che vogliamo trasmettere alle future generazioni?

 

Questa storia esiste, invisibile perché mai raccolta in musei civici o sacri, frammentata nel "privato" delle nostre memorie, di case ed officine: ricordi che svaniscono, lettere, documenti e foto forse già a stento comprensibili, vestiti, oggetti di vita quotidiana e arnesi a testimoniare tradizioni e produzioni da tempo scomparse - in cassetti e scatole, vecchie valige e casse aperti sempre più di rado, dimenticati o quasi, in angoli nascosti, nella polvere di una soffitta o nell'umidità di una cantina...

 

Ognuno di noi ha una sua storia personale e familiare mai ancora raccontata, la cui importanza è inestimabile, che acquista valore collettivo nel momento in cui va a riunirsi a quelle di tutti gli altri, posta in un contesto: di fatto ciascuno di noi, ogni famiglia, ogni comunità è in possesso di un frammento unico ed insostituibile della storia vissuta del territorio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa è un “museo del lavoro e dell’industria”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono musei scientifici o della storia delle tecnologie industriali, cosiddetti “musei della scienza e della tecnica”.

Ci sono “musei del lavoro contadino”, della meccanizzazione del lavoro della terra, dell’industrializzazione e/o scientificizzazione dell’agricoltura.

Ci sono “musei di cultura operaia”, dedicati alle condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici di fabbrica e delle loro famiglie.

 

Tra i principali modelli di rappresentazione di quest’ultima categoria, quelli:

- sorti per influsso dell’archeologia industriale,

- legati alla storia della tecnologia,

- lispirati al movimento operaio e alla storia del lavoro,

- attenti alla quotidianità piuttosto che all’innovazione.

 

Si va comunque affermando un modello “europeo” di museo del lavoro e dell’industria, che pone lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie su un forte asse storico-sociale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Perché un “museo del lavoro e dell’industria”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esiste un ritrovato interesse per la cura e la divulgazione di questa parte pur essenziale del nostro patrimonio culturale di valori e competenze – da riscoprire, documentare e trasmettere – che si manifesta attraverso musei cui viene affidata la memoria del vivere, lavorare e produrre insieme, ormai o a breve “superati” dall’avanzare della nuova “economia globalizzata”.

 

I piccoli artigiani, i contadini, gli operai di fabbrica, appartengono tutti ad un “mondo che abbiamo perso” o che stiamo per perdere definitivamente.

Non è quindi un caso che negli ultimi anni sia stata registrata una spinta diffusa verso musei spontanei, solitamente a livello locale, dedicati al lavoro in tutte le sue manifestazioni, i suoi ambiti ed i suoi aspetti: l’iniziativa appassionata di Massimo Perugini a Bracciano ne è un chiaro esempio.

 

La peculiarità del museo che proponiamo è l’ambizione di voler fondere il luogo di “memoria del lavoro e della produzione” ad una “scuola di arti e mestieri” per le nostre nuove generazioni, integrando così passato, presente e futuro nel modo più naturale, organico e vivo possibile.

 

Il concetto di “Museo Territoriale del Lavoro e dell’Industria della Tuscia Romana” potrebbe – parallelamente e/o successivamente – censire, stimolare e comprendere una rete di iniziative similari sull’intero territorio.

 

Uno degli obiettivi del progetto museale è anche quello di creare sbocchi professionali qualificati e qualificanti per le nuove, preziose competenze nell’area della conservazione dei beni culturali rappresentate da quei giovani formatisi, ad esempio, presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (vedi tra gli altri gli studenti di Luciano Osbat), gli atenei della capitale ed i vari centri di formazione professionale della zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Su cosa impostare un “museo del lavoro e dell’industria”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bracciano si presterebbe in modo straordinario ad un tale impianto, con una serie di “componenti” davvero invidiabili nella loro unicità, tra cui:

 

- il Ducato di Bracciano come base e punto di partenza scontato, con tutta la sua più che documentata

ricchezza storica e la “Via delle acque” – cartiera, mulini, ferriere, frantoi, saponificio, conceria, orti e centrale idroelettrica in parte ancora discernibili e/o addirittura funzionanti – un modello avanzato di sistema produttivo industriale integrato;

 

- il sistema industriale aeronautico di Vigna di Valle, splendore e vanto nazionale del primo novecento,

tuttora punto eccellente di riferimento per gli appassionati di tutto il mondo per il suo Museo Storico dell’Aeronautica Militare Italiana;

 

- esempi più recenti di produzione artigianale/piccolo-industriale, come la “Ditta G. Bresciani – Bracciano”

con i suoi manufatti in graniglia di marmo e cemento, apprezzata tra le due guerre oltre i confini della Tuscia Romana e documentata attraverso un archivio di famiglia;

 

- tutto il patrimonio della cultura della terra, rappresentato da luoghi, edifici, arnesi, documenti, tradizione

orale, testi, credenze, proverbi, "detti", aneddoti, immagini, musiche, canti, favole e filastrocche...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Come sviluppare un “museo del lavoro e dell’industria”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il “Museo del Lavoro e dell’Industria della Tuscia Romana” potrebbe, a Bracciano, svilupparsi (almeno) in tre fasi progettuali:

 

1. creazione di un primo museo virtuale, facilmente ospitabile in un sito web o altro, con "biprodotti" su

media tradizionali e/o multimediali commercializzabili direttamente in loco e/o attraverso i Musei già attivi sul territorio e/o altri canali promozionali;

 

2. creazione di un museo fisico con ampio contributo multimediale, probabilmente ubicabile lungo la Via

Circumlacuale o Via del Lago a Bracciano, su terreni già disponibili e con idonea destinazione d’uso, ovvero in un proposto casale in zona Castelgiuliano;

 

3. recupero di archeologia industriale a cielo aperto della parte terminale dell’acquedotto da Via del Lago e

Via delle Catene a Via della Cisterna, anche con la possibilità di sostanziali contributi economici da parte dell’Unione Europea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Struttura e gestione delle attività e del patrimonio museale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esempio concettuale: sezioni del Museo dell’Industria e del Lavoro “Eugenio Battisti”, Brescia (* aggiunte della Redazione):

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Nuovi musei"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stralcio da "Per un sistema territoriale dei musei della tecnica e del lavoro…", Altro Novecento – Fondazione Luigi Micheletti, Museo dell’industria e del lavoro “Eugenio Battisti”, Brescia.

 

 

 

 

 

"In una società soggetta a cambiamenti rapidi e spesso traumatici, la funzione fondamentale del museo riassumibile nella conservazione della memoria culturale, è sottoposta a sfide ma gode anche di chances ampiamente sottovalutate. Il fatto che contrariamente alle previsioni, supportate dalle ideologie moderniste, i musei non siano scomparsi ma si siano moltiplicati è indice del permanere e dell’ampliarsi di bisogni e di domande di senso, così significative ed ineludibili, che numerose strutture ed agenzie povere di contenuti ma più spregiudicate dei musei cercano di intercettarle e soddisfarle.

 

Di innegabile matrice aristocratica ed elitaria, il museo deve riuscire a democratizzarsi senza perdere la sua ragion d’essere, è chiamato a compiere un salto qualitativo-quantitativo in un contesto di risorse economiche scarse. Un primo passaggio da compiere è il superamento dell’idea di museo come di un istituzione isolata e restia al cambiamento, a favore dei quella di museo relazionale, che dialoga con i suoi diversificati utenti, un’istituzione nuova rispetto al passato innanzitutto perchè ha preso coscienza dell’importanza del pubblico.

 

Discende proprio di qui, dalla centralità del servizio pubblico, la spinta in direzione dei sistemi. Ci pare del tutto condivisibile, specie nel contesto italiano, l’ipotesi che le istituzioni museali possano migliorare il livello di servizio e la qualità del rapporto con il pubblico, senza un maggior stanziamento di risorse pubbliche, solo attraverso la costituzione di sistemi interorganizzativi (reti o network museali), che superino la distinzione giuridica dei musei in ‘pubblici’ e ‘privati’.

 

L’autoconsapevolezza di essere istituzioni culturali al servizio della società e del suo sviluppo assegna ai musei finalità che vanno decisamente oltre all’idea tradizionale di contenitori di collezioni, il che viene sottolineato dall’introduzione del concetto di conservazione e valorizzazione del patrimonio immateriale. Si tratta di concezioni elaborate attraverso le esperienze degli ultimi decenni, con un ruolo molto incisivo dei musei della cultura materiale legati al territorio e che, venendo ufficializzate nell’ambito dell’UNESCO e dell’ICOM, possono rilanciare i musei e il loro strutturarsi in sistemi capaci di coniugare il rapporto con il territorio assieme all’efficienza gestionale e alla produttività scientifico culturale.

 

Giustamente è stato fatto osservare che l’ampliamento del concetto di museo dalla conservazione di oggetti e reperti alla trasmissione di storie, identità, culture, saperi, vale a dire al patrimonio culturale immateriale, rappresenta un “approccio di particolare interesse per i musei di storia dell’industria”, i cui reperti, man mano che ci si avvicina alla contemporaneità, risultano assolutamente illeggibili e privi di senso, scissi dal patrimonio cognitivo e dall’uso storico-sociale di cui sono stati l’incarnazione e che possono contribuire a trasmettere e a far conoscere se adeguatamente contestualizzati ed efficacemente presentati al pubblico.

 

Secondo la “Convenzione sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale”, adottata dall’UNESCO nell’ottobre 2003, il patrimonio immateriale comprende le pratiche, le espressioni, le conoscenze e le abilità (nonché i correlati strumenti, oggetti, manufatti e luoghi) che comunità, gruppi e individui riconoscono come parte del loro patrimonio culturale.

 

Sia il tema della funzione sociale del museo che quello del patrimonio immateriale sono stati fortemente sottolineati dall’Assemblea generale dell’ICOM dell’ottobre 2004, che ha approvato la seguente definizione di museo, inclusa nel “Codice di deontologia per i musei”: “Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone ai fini di studio, educazione e diletto”.

 

È però attraverso il legame con il territorio, che caratterizza in modo costitutivo i musei di nuova generazione, che è stata superata la tradizionale separatezza dell’istituto museale, la sua immagine e fruizione puramente elitaria e passatista.

 

Ciò è ancora più vero per i sistemi museali che, per definizione, rappresentano un’articolazione dell’ambiente in cui sono collocati e, in molti casi, una forma di autorappresentazione del territorio, costituendo un tratto saliente dell’armatura culturale che lo contrassegna. In ragione di tale posizione strategica si capisce come il sistema museale si presti ottimamente allo sviluppo di molteplici relazioni, sia con le altre istituzioni culturali, che con il contesto socio-economico in tutte le sue articolazioni e sottosistemi."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina