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Il territorio della Tuscia Romana

Il fenomeno del vulcanismo

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Sismicità e vulcanismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina di ingresso

Pagina di copertina

Mappa di Natura

Mappa del portale

 

  In questa pagina 

Solo sintomi

La sismicità in Italia

Le cause ed il contesto del vulcanismo di casa nostra

Il vulcanismo nel bacino tirrenico

Il vulcanismo sottomarino del Tirreno

Il vulcanismo del “bordo” tirrenico

 

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Solo sintomi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nostro pianeta Terra - “Gaia” - è estremamente vivo: tre gusci uno dentro l'altro - il nucleo al centro, in mezzo il mantello e sulla superficie la crosta.

 

La crosta è quindi il guscio più esterno e più sottile, tra i 5 e i 15 km sotto gli oceani, tra i 30 e i 40 km sotto i continenti, oltre i 50 km sotto le grandi catene montuose - un involucro davvero fragile, se consideriamo che il mantello raggiunge uno spessore di quasi 3.000 km ed il nucleo ha un diametro di quasi 7.000 km!

 

Densa e sottile sotto gli oceani, leggera e spessa sotto i continenti, la crosta forma insieme allo strato solido superiore del mantello la cosiddetta “litosfera” (il guscio di "pietra" - circa 70 km sotto gli oceani e 100 km sotto i continenti).

 

La parte media del mantello viene invece chiamata “astenosfera” (il guscio "debole" - spesso circa 150 km e in parziale fusione), mentre quella più interna e profonda “mesosfera” (letteralmente però lo strato "di mezzo" - da circa 670 fino a 2.900 km di profondità, con una temperatura di circa 3.000 gradi!).

 

Anche il nucleo, si divide a sua volta in una parte più esterna, liquida, ed una interna, solida: ha un raggio di ben 3.470 km, con una massa pari un terzo di quella dell'intero pianeta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Crosta 

 

  Mantello 

 

  Nucleo 

 

 

Uno "spaccato" del globo terrestre: al suo esterno la crosta (esageratamente marcata per poterla rendere visibile), più giù il mantello e al suo centro il nucleo.

 

Inoltre questa "pelle" del globo terrestre non è né  omogenea né immobile, ma composta da una ventina blocchi incastrati uno nell'altro, in lento, continuo movimento: l'enorme puzzle galleggiante forma, innalzandosi, continenti ed ospita, abbassandosi, mari e oceani.

 

 

 

La mappa NASA delle attività tettoniche nel mondo, con i margini delle placche, lungo i quali si verificano più intensi i fenomeni di sismicità e vulcanismo.

 

 

Una elaborazione grafica della stessa mappa ad evidenziare l'estensione delle placche, da piccole, come l'adriatica, ad estesissime, come l'africana.

 

 

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L'insieme di queste cosiddette placche o zolleda una  configurazione elastica e dinamica alla Terra ed i loro movimenti possono essere di tre tipi:

 

 

 

 

 

 

- di scorrimento, scivolando una accanto e lungo l'altra, ma in senso inverso tra loro - la faglia di

Sant'Adreas in California ne è famoso esempio, con potenzialità continua di terremoti anche di magnitudine elevatissima e con conseguenti distruzioni apocalittiche;

 

 

 

 

 

 

 

 

- di convergenza, andando ad urtare una contro l'altra, come nel caso della placca africana entrata in

collisione con quella eurasiatica, tra l'altro con spettacolari effetti proprio del nostro Mar Mediterraneo;

 

 

 

 

 

 

 

 

- di divergenza, allontanandosi l'una dall'altra - vedi Africa e America Meridionale, tra le quali, in

corrispondenza dei margini divergenti, in pieno Atlantico, vanno a formarsi grandi catene di vulcani, le cosiddette dorsali medio-oceaniche.

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Attraverso il loro lento, continuo movimento, le placche continentali esercitano quindi reciproca frizione, pressione o trazione: ognuna di queste forze di attrito, spinta e tensione nella crosta terrestre sviluppa tutta quella serie di fenomeni geologici superficiali che conosciamo sotto i nomi di terremoti ed eruzioni vulcaniche - cambiando anche drasticamente la morfologia del paesaggio e, di conseguenza, l'habitat che esso offre, cosa che a sua volta condiziona fortemente l'esistenza di tutti gli esseri viventi del pianeta, noi esseri umani compresi.

 

 

Una mappa delle attività vulcaniche nel mondo - confrontandola con quella NASA delle attività tettoniche, la corrispondenza geografica delle due tipologie di fenomeni geologici è totale, a dimostrazione dell'interconnessione causa-effetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La sismicità in Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Italia di oggi presenta comunque poche zone fortemente sismiche, ma la sua origine ha avuto una storia a tratti drammatica e violenta.

 

Ad esempio, il territorio della Tuscia Romana risulta oggi una delle zone più "calme" dell'intera penisola dal punto di vista delle attività sismiche - ma non è sempre stato così.

 

 

 

 

Attività sismica:

 

  Alta  

 

  Media 

 

  Bassa 

 

  Trascurabile 

 

 

 

La mappa sismica dell'Italia e, nel riquadro verde al centro, il territorio della Tuscia Romana.

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C'è poi da distinguere fra i numerosissimi, per lo più lievi, terremoti "crostali", da quelli intermedi o profondi di tutt'altre magnitudini e dagli effetti potenzialmente catastrofali.

 

 

 

 

Mappatura dei terremoti "crostali".

 

 

Mappatura dei terremoti intermedi e profondi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le cause ed il contesto del vulcanismo di casa nostra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le tracce dei prolungati, ripetuti e violenti fenomeni vulcanici, che hanno contribuito a plasmare la nostra terra e ne hanno decisamente caratterizzato l'habitat, sono tuttora evidenti.

 

Il vulcanismo della Tuscia Romana è il risultato di complessi processi geodinamici su molto più larga scala, i quali interessano il Mediterraneo a partire dal Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vulcanismo nel bacino tirrenico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel Miocene (ci siamo avvicinati a circa 25 milioni di anni fa) inizia la collisione della placca continentale africana contro quella eurasiatica, sulla quale viene esercitata un'incredibile compressione in direzione Sud-Nord.

 

Nello scontro la litosfera africana - cioè la crosta continentale, inclusa, in profondità, la parte più superficiale del mantello - sprofonda andandosi ad incastrare sotto quella del nostro continente.

 

Studiando i fondali del Mediterraneo è evidente l'effetto di forte piegamento della crosta, soprattutto nelle zone Tirrenica e Jonica, a seguito della enorme spinta.

 

 

 

 

 

Dalla mappa geologica tredimensionale a fianco è facile vedere la stretta relazione tra la pressione esercitata dal continente africano e, a immediato ridosso, le zone più altamente vulcaniche della nostra penisola, come la Campania, la Sicilia e le isole posizionate tra loro.

 

 

 

È il fenomeno della cosiddetta “subduzione”: allo scontro tra due placche, la litosfera dell'una va ad incunearsi sotto quella dell'altra.

 

 

 

 

In corrispondenza dei margini compressivi, infatti, una delle litosfere, generalmente quella della placca oceanica, perché più densa, si flette ad inabissarsi sotto quella della placca continentale, provocando così la formazione di catene montuose e di archi vulcanici, alimentati dai magmi che si originano lungo la superficie di impatto.

 

 

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Un tale fenomeno è ancora in atto nel Mar Tirreno meridionale e, per quanto riguarda l'area italica, la linea di contatto/scontro tra le due placche si trova nel Tirreno est , parallelamente alla catena degli Appennini che, tra l'altro, ne sono uno degli effetti e dei segni più palesi e spettacolari.

 

 

 

 

 

La litosfera africana, a centinaia di chilometri di profondità, va letteralmente e prepotentemente ad infilarsi  sotto la crosta della placca eurasiatico-mediterranea e giù nel mantello, provocando un'eccezionale flessione della crosta sottostante, mentre l'altissima pressione ed attrito tra le enormi masse di rocce da luogo ad innalzamenti e fratture della crosta sovrastante.

 

Il fenomeno avviene qui proprio all'altezza della penisola italica e del Mar Tirreno sud-orientale, sprigionando così eccezionali quantità di energia sotto forma di calore, che una notevole parte delle rocce interessate raggiunge lo stato di liquefazione.

 

Ora i presupposti per il vulcanismo ci sono tutti: la roccia fusa alimenta la formazione di camere sotterranee di "magma", più o meno gassose, la cui incontenibile forza dilatante va infine a trovare sfogo in superficie, dando così origine ad ogni tipo di fenomeni vulcanici.

 

A partire dal Miocene medio-superiore, infatti, la progressiva apertura del bacino tirrenico, associata alla formazione della catena appenninica e con i conseguenti distensione ed assottigliamento della litosfera, aprono la strada alla risalita del magma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vulcanismo sottomarino del Tirreno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fondale del Mar Tirreno è come un oceano in miniatura: lo attraversano infatti mini-dorsali simili a quelle oceaniche, anche se in uno stato che potremmo definire “embrionale”.

 

Al centro del Tirreno c'è la triade dei grandi vulcani sottomarini "Magnaghi", "Vavilov" e "Marsili", tutti denominati dai rispettivi scienziati che li hanno scoperti, imponenti edifici che, dalla ragguardevole profondità di circa 3500 m,  arrivano fino a qualche centinaio di metri dalla superficie, quasi a "sfiorare" il pelo dell'acqua - del tutto paragonabili allo stesso Etna, che pur è il vulcano più alto d’Europa.

 

Due di questi giganti, il Magnaghi e il Vavilov sono estinti, ma il Marsili è ancora attivo.

 

Oltre i tre dominanti, sono comunque numerosi gli edifici vulcanici cosparsi ad arco nel Tirreno meridionale, parallelamente alle coste della Calabria e della Sicilia, con caratteristiche eruttive che vanno da tranquille effusioni di lava a vere esplosioni subacquee, quasi tutti dai nomi mitologici: Anchise, Eolo, Alcione, Palinuro...

 

Il Golfo di Napoli poi, mostra numerosissime tracce di eruzioni sottomarine, sotto forma di cosiddetti “banchi” sommersi, molti dei quali ancora dell’originaria forma circolare - come quelli di Nisida, Ischia e Forio - altri invece semidistrutti dai fenomeni erosiovi - vedi Penta Palummo, Miseno, Capo Grosso - e tanti altri ancora solo di recente scoperti nelle acque dell’isola d’Ischia. 

 

Tutti costituiscono il risultato di relativamente modeste e brevi eruzioni “subaere”, cioè interamente scaturitesi, sviluppatesi ed estintesi sott’acqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vulcanismo del “bordo” tirrenico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È tutto il susseguirsi di questi lunghissimi macro-processi a generare il vulcanismo del bacino tirrenico, i cui prodotti sono principalmente basaltici:

 

- prima i vulcani sottomarini (Magnaghi, Vavilov, Marsili, Palinuro e altri due senza nome),

- in progressione le Isole Eolie,

- da ultimo il cosiddetto "vulcanismo del 'bordo' tirrenico", l'insieme, cioè, di quei fenomeni anche

conosciuto sotto il nome di "Provincia Co-magmatica Romana".

 

Un sistema davvero imponente, il quale comprende tutti quegli edifici vulcanici che, numerosi, vanno a formarsi nel Quaternario (da 2 milioni di anni fa ad oggi) sia nel Lazio che in Campania, cioè:

 

- i Monti Volsini o "Vulsini",

- i Monti Cimini,

- i Monti Sabatini,

- Roccamonfina, vulcano nel nord-ovest campano (630.000 e 50.000 anni fa),

- le Isole Pontine,

- i Campi Flegrei e

- Somma Vesuvio.

 

Il vulcano di Roccamonfina è situato a nord del Monte Massico, all'interno della depressione del Garigliano, all'estremità nord-occidentale della Campania: il magmatismo di quest'area si è protratto per un periodo di tempo compreso tra (...).

 

La Provincia Co-magmatica Romana è caratterizzata da magmi molto ricchi di potassio, i quali provocano frequenti eruzioni esplosive, spesso violente, seguite a volte da sprofondamenti crostali di grande estensione, le cosiddette "caldere".

 

 

 

 

 

 

 

 

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