Tradizione e Innovazione nella Tuscia Romana

Azione di Recupero Culturale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Verso un Museo Territoriale del Lavoro e dell'Industria della Tuscia Romana

Le tradizioni

I dialetti – Così parlavamo

Il dialetto di Bracciano, Roma

Il materiale originale in questa pagina è © Giovanni Orsini e Luciano Russo i testi, di Luigi Felluca la cartolina, editato e redatto da  Luciano Russo: la Redazione ringrazia gli autori per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

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La lingua e il dialetto - Una introduzione a "Er Dizzionario Braccianese Onlaine" ovvero "Braccianese nun se smente!" o "Vocabolario del Dialetto Braccianese, arricchito con Detti Popolari, Proverbi, Usi, Costumi, Tradizioni, Curiosità e tanto altro su Bracciano e sulla 'Braccianesità'" di Giovanni Orsini– Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Modi di dire, detti e proverbi popolari (continua)

 

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Giovanni Orsini Una presentazione

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Modi di dire, detti e proverbi popolari (continua)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Solo li stronzi

resteno sempre a galla

 

 

In un gruppo linguistico-dialettale le parole assumono un senso sociale simbolico che unisce fortemente e l'espressione dialettale funziona spesso e volentieri come valvola di sicurezza per scaricarsi di dosso aggressività frutto di frustrazione da vissuta impotenza, quasi unica arma a disposizione degli oppressi contro un'odiata autorità, dello Stato o della Chiesa (all'epoca dello Stato della Chiesa addirittura un tutt'uno!).

 

Anche per questo nei modi di dire popolari c'è una quasi totale assenza di inibizione linguistica, con parole e frasi anche molto “colorite”, senza filtri né belletto o, come diremmo oggi, “senza quell'autocensura del politicamente corretto” su vocaboli altrimenti nei piani alti della società ritenute “volgari” o “indecenti”, quella "parolaccia" addirittura giudicata turpiloquio e quindi per lunghissimi tempi punita a vario titolo e in vario modo.

 

 

 

 

 

 

Tale ricchezza di vocaboli e frasi scurrili del linguaggio popolare, solo apparentemente offensivi, fa parte di un modo di comunicare spontaneo e assolutamente non concettuale, fatto di una materialità volutamente esasperata, grottesca e blasfema, bagaglio culturale di generazioni e generazioni.

 

Molto viene affidato alla sonorità e iconicità della parola più che al suo significato - parolaccia, sconcezza o bestemmia che sia.

 

 

“Moccolo” (anche candela) sa descrivere  indiscutibilmente molto meglio il muco che scende dal naso di bambini e vecchi, come è del tutto normale che si riprenda un figlio con “A fijo de ‘na mignotta!”, senza per questo la madre sentirsi minimamente insultata.

 

E quel “Aoh te trovo 'n forma, pozzin' ammazzatte!” non risulta affatto strano nel suo rallegrarsi per la buona salute dell'amico contraddittorio all'augurargli di morire malamente, come “Va' mmori' ammazzato!” manda a quel paese l'interlocutore, ma senza alcuna cattiveria...
 


La diversa
sonorità appunto con cui viene pronunciato il vocabolo - unita a postura, gestualità e mimica facciale - lo modula  supplendo ad una limitatezza linguistica e addirittura con significati anche opposti:

 

- “Gran paraculo”

complimento per un'idea geniale 

disprezzo verso l'imbroglione

 

- “Li mortacci (tua)” o “(mia)”, senza intendere offesa ai defunti

espressione positiva, di sorpresa, meraviglia, ammirazione, compiacimento, gradimento, gioia

espressione neutra, rafforzativa come un semplice punto esclamativo

espressione negativa, di contrarietà, fastidio, desolazione, delusione, amarezza, rabbia, rancore, odio.