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Cultura e società
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Da qui gli Etruschi... – Note di approfondimento storico Ieri per capire meglio l'oggi Chi siamo Roma città etrusca, eccome! Pagina in costruzione: rinnovare volentieri la pagina con il browser per essere sicuri di visualizzarne la versione più recente |
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L'inascoltato monito della Tomba dei Saties a Vulci – Approfondimento |
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In questa pagina Lo "spirito" nell'antichità pre-cristiana La continuità della tradizione religiosa etrusco-italico-romana L'imparagonabile importanza della cultura etrusca Il capovolgimento con l'avvento del Cristianesimo Le taciute o mascherate persecuzioni contro i presunti "pagani" di tutti i tempi I miti e gli eroi della mitologia greca L'importanza degli affreschi della Tomba dei Saties a Vulci e delle tavolette bronzee di Lione
Pagine correlate
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Vulci, panorama notturno della zona archeologica della Civitas.
L'autentico genius loci |
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Lo "spirito" nell'antichità pre-cristiana |
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Il serpente preistorico non è un dio, ma "qualcosa di divino", di protettivo, immortale e rigenerante: questo concetto sarà ancora presente presso i Romani, nella loro credenza che gli antenati vivano, immortali, nelle loro tombe, dopo che la loro spina dorsale si sia trasformata in serpente, segno della potenza divina, non solo "espressione", ma materializzazione del divino.
Il simbolo viene usato in Mesopotamia già dal IV millennio aC in figure femminili dalle sembianze di rettile, in Egitto rappresenta la potenza del Faraone e la sua natura divina, la presenza del Dioniso greco viene segnalata iconograficamente dal serpente del mondo infero, il "defraudatore" della tradizione ebraico-cristiana, la "madre divoratrice": gli attributi iniziali dello "spirito"-sepente sono positivi - fertilità ed immortalità, guarigione e magia, solo molto più tardi superati da quelli negativi e "demonizzanti" in senso moderno.
In Omero θεοί o "dei" e δαίμονες o "divinità" sono praticamente sinonimi, mentre in Platone viene sviluppata una distinzione tra i due concetti: etimologicamente di δαίμονες o daimones deriva da δαήμονες o daēmones, che significa "che sa, che conosce" o "saggio", con una probabile radice nel verbo daiō o "distribuire destini", cioè "coloro che conoscono il futuro" e, quindi, il destino degli dei e degli uomini.
In Socrate l'"amore", ad esempio, non è un "dio" ma qualcosa di impersonale tra il divino ed il mortale, un "grande demone", espressione o "segno" di qualcos'altro, un'entità spirituale capace cioè di "interpretare e presentare davanti agli dei cose umane", come suppliche e sacrifici, e, viceversa, di "comunicare e dare agli uomini cose divine", come leggi e ricompense...": Socrate infatti riferisce spesso al "demonio" o daimonion come a "qualcosa di divino" che, sotto forma di "voce", lo "guida" mettendolo in guardia da errori che sta per commettere, senza peraltro mai suggerirgli cosa fare invece, cioè lasciandone ogni decisione al suo libero arbitrio!
I Greci ellenistici distinguono tra spiriti "buoni" e "cattivi": i primi Eudaemons, chiamati anche Kalodaemons, e i secondi Kakodaemons, dove kalo-daemon, letteralmente lo "spirito bello" o buono è molto vicino al concetto di "angelo custode" di Abramo: un "guardiano" che protegge i mortali e li aiuta a restare fuori dai guai, da cui l'espressione eudaemonia, in origine con il significato letterale di "avere un eudaemon", un angelo custode, poi a significare più genericamente "benessere" o "felicità". |
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Lari, Mani, Numi e Penati |
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I Lari, presumibilmente figli gemelli di Mercurio e Lara, la ninfa "che conosce e svela segreti", cui Giove per punizione taglia lingua, sono divinità romane dei luoghi che l'uomo "possiede" o "attraversa": vedi i vari Lares, in arcaico lases, quelli del culto privato, come i Domestici, Familiares e Privati, i custodi benevoli che vegliano sulle sorti della casa, il benessere e la prosperità della famiglia o il buon andamento delle attività del singolo, oppure i Rurales, custode dei terreni posseduti, e quelli del culto pubblico, come i Compitales dei crocevia - "punti critici" poi nel Medioevo associati anche per questo a "luoghi delle streghe" - o bivi di strade - "punti di decisione, di scelta", ovvero quelli Viales, delle terre attraversate quando si viaggia, oppure i Permarini, del mare e delle rotte solcati dai naviganti, e ancora i Patrii e i Praestites, della patria e dello stato... - di sicuro quindi l'attribuire un "genio" a ciascun luogo è dovuta alla tarda assimilazione romana del genio con i Lari.
Il culto dei Lari sembra derivato dall'antica tradizione di seppellire i morti in casa, una naturale evoluzione confermata dal fatto che i Lari non vengano mai rimossi, neppure quando la famiglia sia costretta a trasferirsi: ciascun Lar familiaris, lo spirito protettore o custode più diffuso, viene raffigurato con una statuetta umana in terracotta o cera di api dell'antenato, il cosiddetto sigillum - da signum, "segno" o "immagine" - da collocare in apposita nicchia o lararium nel cuore della casa, l'atrium, ed onorare con la luce di una fiammella, oppure con la forma di un cane da guardia, posta dell'ingresso dell'abitazione per difenderla da nemici ed intrusi.
Ed ecco che le figure tredimensionali o dipinte dei Lari vengono spesso accompagnate proprio dall'immagine del serpente, simbolo arcaico dei loro influssi benefici ed unite all'altro o gli altri spiriti, i Penates, gli antenati defunti protettori particolari del capofamiglia.
Lararium, Pompei, zona archeologica.
Si sa anche che tutti questi "spiriti", Lares, Manes, deità minori dell'Ade ma qui "i più virtuosi membri defunti della famiglia", e Penates vanno ad intrecciarsi, fondersi e confondersi con il tempo e che statuette dei Lari, vengono anche usate come "dono augurale" il 20 dicembre in vista della "Festa del Sole Invitto" (che poi la Chiesa Cristiana sostituirà con l'odierno Natale) nelle Sigillaria, festività durante le quali i parenti si scambiano sigilla dei familiari morti durante l'anno.
Alexander Severus o Marco Aurelio Severo Alessandro, Imperatore romano agli inizi del III secolo, mente aperta in fatto di religione, includerà ed onorerà fra i "Lari" della sua cappella privata anche i busti di figure come Abramo e addirittura Gesù Cristo...
Ci sono poi il "numi": in Romeno e Calabrese nume significa ancora oggi "nome" ed i Latini dicono "nomen omen", il nome è un presagio o più specificamente il "tuo" nome è il "tuo" destino (i tria nomina dei Patrizi romani cui alla nascita viene dato un praenomen o pre-nome, senza significato sociale, il nomen o "nome gentilizio", che viene ereditato attraversato il padre dalla gens cui si appartiene, il cognomen o soprannome individuale, legato ad una peculiarità del carattere, e l'agnomen il "soprannome divulgato", questi ultimi dati anche dal popolo), ovvero la locuzione di Giustiniano nomina sunt consequentia rerum da applicarsi ai nomi delle cose.
Addirittura alcuni popoli dell'antichità considerano il nome pronunciato non come una parola, un suono, ma come l'"anima della persona", da cui ad esempio l'assoluto divieto ebraico di anche solo pronunciare il "nome" del proprio Dio, Javhé, in altri casi, vedi l'Islam, il divieto assoluto di raffigurare Dio, ritenendone il puro tentativo di "immaginarlo", nel senso di "materializzarlo" racchiudendolo in un'immagine "riduttiva" (la sola di cui siamo capaci), un'offesa gravissima al proprio creatore.
Lararium, Pompei, zona archeologica. |
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Il concetto di "genio" |
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Al pari dei Greci i Romani hanno "geni" che accompagnano gli esseri umani e che "abitano" luoghi.
"Genio" potrebbe essere tradotto come "quello che c'è di divino in noi", quello che ci viene dall'origine del tutto, oppure chiamiamolo pure "principio vitale": in tutti e tutto, nell'uomo come nel resto della natura - nell'uomo nel suo "luogo sacro" per eccellenza, la fronte, scrigno del cervello, sede del pensiero, parte del corpo dove più di ogni altra ci avviciniamo al divino (quando ancora oggi metaforicamente diciamo di una persona "è un genio", lo equipariamo in effetti ad un qualcosa di sopra-naturale per essere così "illuminato" in un ambito del sapere umano!).
Il genius corrisponde al γενέθλιον (leggi genèthlion) o δαίμων (daìmon): genèthlion sta per "della stessa" razza ovvero "dello stesso sangue", e deriva a sua volta da γενέθλης (genèthles), che significa "della stessa origine" ed è la manifestazione fisica dell'anima di un individuo, sotto forma di animale che lo accompagna sempre, lo spirito guida della coscienza, avvicinabile all'angelo custode dei cristiani.
In natura ritroviamo il genio in luoghi altrettanto "sacri" perché lì le manifestazioni e le espressioni di una cultura hanno le loro radici più profonde, in altre parole "luoghi di memoria collettiva" dove attingere alla linfa vitale della sua "identità sociale", chiamiamoli pure i luoghi più "primitivi" o "primordiali", i luoghi più "veri", i luoghi-chiave per la comprensione delle modalità di scambio tra quello che rende ricco l'uomo e le ricchezze della natura. |
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Il genius dei nostri giorni |
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A tutt'oggi esiste radicato in noi il concetto di genius, anche se non lo chiamiamo più così: quel "qualcosa" in ciascuno di noi, che ci porta ad essere in un certo modo, a fare certe scelte piuttosto che altre, ad incamminarci su certi percorsi di vita, anche se tutto può sembrare a noi solo "casuale" e agli altri addirittura "irragionevole"...
In altre parole un’entità separata dalla persona, nonostante ne faccia parte: l' "animale totemico" delle culture sciamaniche, il daimon greco, un'entità benevola-potrettrice o malevola- (kalòs daimonos = buon demone e kakos daimonos = cattivo demone), il genius romano, il jihn arabo, l' "angelo custode" cristiano, l'"anima" di cui oggi parliamo quando diciamo "una voce dentro di me mi dice di...".
Bene, anche i luoghi hanno la loro voce nascosta! Né la persona umana né i luoghi sono dei "processi" o un'evoluzione, piuttosto un' "immagine" che riflette e si sviluppa.
Lararium, Ostia Antica. |
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Il "genius loci" |
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Il "genius loci" della religione "romana" fa parte della grande frode storica del "made in Rome", in altre parole la pseudo-romanità della nostra cultura, perché direttamente derivante dalla credenza etrusca!
Quest'entità soprannaturale legata a luoghi ed oggetti di culto, è l'interazione tra la dimensione fisica e quella metafisica di uno spazio, vuoto o no che sia - nullus locus sine genio, cioè "nessun luogo è senza un genio" ovvero "nessuno spazio è senza spirito", leggi volentieri "senza valori".
Ma come interpretare l'espressione "spirito": lo "spirito dei luoghi" o i "luoghi dello spirito"?
La tarda assimilazione del "genio" con i "Lari" - o Lares dal latino lar, cioè "focolare", a sua volta (guarda caso...) derivato dall'etrusco lar, che significa "padre" - durante la prima età imperiale trasfigura e corrompe il concetto originario etrusco: il genius loci non è assolutamente il Lare!
L'autentico genius loci è invece la spiritualità "intrinseca" del luogo, la "sacralità" che questo spazio acquisisce solo quando e perché a lungo e regolarmente frequentato o permanentemente abitato dall'essere "umano", questi come espressione del "divino": a riprova, il genius loci è l'unica entità spirituale da invocarsi nella preghiera - atto linguistico magico e religioso insieme - precisando "sive mas sive foemina", cioè "maschio o femmina [che sia]", perché non è dato di conoscerne il genere, in quanto non ne ha.
In questo contesto la divinità-bambino (non-uomo, non-donna!) etrusca Tagete non "esce" dalla terra, ma è ragionevolmente interpretabile come "lo spirito stesso della terra" che parla all'uomo! |
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Il genius loci oggi |
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Oggi genius loci è l'espressione che in architettura definisce un rinnovato approccio "fenomenologico" allo spazio, ovvero lo "studio di ciò che ci appare" del luogo lasciando in noi non solo tracce percettive sensoriali, ma anche e soprattutto emotive: non fermarsi quindi all'immagine superficiale del luogo, ma, attraverso la sua "apparenza", magari data per scontata nella quotidianità, riscoprirne i più profondi significati e valori, i "perché" della sua configurazione fisica, se vogliamo uno studio dell'ambiente alla ricerca dell' "intenzionalità" che ha reso il luogo quello che appare, ovvero la più attenta lettura dell'interazione tra "luogo" e "identità".
Sono "sacri" i luoghi che testimoniano la nostra memoria evolutiva sociale, i luoghi che più di altri hanno la capacità di rappresentare quello che siamo, dove natura ed essere umano hanno vissuto più intensamente, più generosamente dato quanto ricevuto, formandosi e trasformandosi a vicenda.
Luoghi "della memoria" significa luoghi "dell'anima", e l'autentico genius loci altro non è che l'intrinseca spiritualità di un luogo tale da farci "riscoprire" la nostra anima, la nostra essenza, il ritrovare nella "peculiarità" del luogo la nostra identità.
E questo bisogna viverlo: le parole non bastano! Luoghi dove noi ci sentiamo "noi stessi" più che in ogni altro luogo: la "nostra" terra. |
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La continuità della tradizione religiosa etrusco-italico-romana |
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Il politeismo della tradizione italico-romana o cosiddetta "gentilitas" è la rivisitazione ai nostri giorni del culto degli dei secondo le formule rituali antiche pervenuteci attraverso documenti storici dell'epoca.
I praticanti questi riti si riuniscono in associazioni ed esistono anche "liberi pagani", simpatizzanti anche se non formalmente aderenti: c'è tra loro sia chi si rifà rigorosamente alla religiosità politeista e chi invece sottolinea l'unità del divino, la cui molteplicità viene vista come espressione di diversi aspetti.
L'odierna religione politeista si limita a riti privati mentre l’antica religione romana è di Stato, con culto pubblico della Pax Deorum (hominumque), cioè il patto giuridico tra gli dèi e la comunità umana, la Respublica: nonostante l'interruzione di questa Pax Deorum decretata a Teodosio alla fine del IV secolo, il quale abolisce il culto pubblico e proibisce quello privato, la tradizione di culto etrusco-italico-romana trova continuità in un centro sacrale occulto nel seno di importanti famiglie che la tramandano.
Un millennio dopo, a metà Quattrocento, si celebra con gli antichi riti il Natale di Roma e si restaura addirittura il Pontificatus Maximus, tanto che Papa Paolo II interviene incarcerando e perseguitando i membri della comunità pagana di Roma.
Più vicini a noi nel tempo, tra il IX ed il X secolo, sono i ripetuti tentativi di restaurare riti pagani etrusco-italico-romani nel nuovo Stato Italiano "laico", per la prima volta libero cioè dall'oppressione clericale: il più serio è quello dell'architetto ed archeologo veneziano Giacomo Boni, direttore dell'Ufficio Regionale dei Monumenti di Roma nel 1895-1896, cui nel 1898 viene affidata la direzione degli "Scavi del Foro Romano" e dal 1907 quelli del Palatino - nel 1903 commemora il Lacus Curtius, nel 1916 ripropone la purificazione del tempio di Giove Vincitore, nel 1917 rieregge la cosiddetta "ara graminea" sul Palatino, reintroduce la celebrazione degli arcaici "giochi troiani" o ludus Troiae e nel 1923, convinto di poter influenzare il Fascismo a far rinascere Roma alla sua antica gloria e nell'ambito di un ambizioso programma di festeggiamenti in occasione del primo anniversario della "Marcia su Roma" con cerimonie e attributi pagani tipo Cereris Mundus, Opus Coronarium, Ludi Palatini e addirittura Lupercalia, consegna a Mussolini un fascio "rituale" durante la sacra rappresentazione Rumon - la tragedia "Il Tevere".
Quello di Boni è un autentico e profondo interesse per l'antica religione romana, sicuramente anche sedotto dal suo lavoro di ricerca archeologica nei luoghi più "sacri" di Roma: sua è la scoperta, tra l'altro, del sepolcreto del septimontium pre-romuleo nel Foro Romano, del Lapis Niger, della Regia e del Lacus Curtius.
Il neo-paganesimo ed il suo richiamo alla spiritualità pre-cristiana di Roma è forte fino al crollo del Regime Fascista, riemergendo poi a fine anni '60 con vari gruppi di "Romanità pagana" non solo nella Capitale, ma anche a Napoli e Messina: oggi rimangono significative le attività del cosiddetto Movimento Tradizionale Romano con la rivista "La Cittadella". |
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L'imparagonabile importanza della cultura etrusca |
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Nel I secolo aC a Roma si dibatte sui contributi culturali delle varie popolazioni italiche: ciascuna etnia cerca di accattivarsi le preferenze del potere centrale mettendo in evidenza il proprio ruolo nella costruzione del nuovo mondo romano, pretendendo con questo argomento di mantenere il più possibile autonomia, cultura e lingua, anche se a spese degli altri.
Con l'identificazione tra Etruschi e scienza religiosa di tradizione etrusco-italica il mondo romano continua a vivere attivamente la propria connessione all'ethnos italico arcaico, al tempo della Repubblica e poi dell'Impero, anzi, proprio attraverso l'Impero l'aruspicina ufficiale raggiunge l'intero mondo romano.
L'aruspicina e gli aruspici sono documentatamente presenti nella Francia Gallica, nel Belgio, in Germania, nella Provincia Norica dell'Austria, Baviera e Slovenia, nella Mesia di Serbia, Bulgaria e parte della Romania e ancora nella Dacia, con resto della Romania, Moldavia, Ungheria ed Ucraina: un'espansione geografica e culturale semplicemente impensabile per questa gente ante alias magis dedita religionibus, "più di ogni altra dedita alle pratiche religiose", all'epoca dell'Etruria indipendente.
Questo fenomeno è così profondo che alla fine gli stessi Romani non percepiscono più alcuna differenza fra acquisita tradizione etrusca e genuina identità romana, ormai bene comune di tutti, non solo nella penisola ma nell'Impero, parte integrante del mos maiorum, la "tradizione degli antenati" quale fondamento dello jus Romanum, il "diritto romano". |
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Il capovolgimento con l'avvento del Cristianesimo |
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La conseguenza di quanto sopra è paradossalmente che quando il mos maiorum verrà minacciato sarà proprio la disciplina etrusca che si ergerà a sua migliore difesa.
Uno dei più grandi pericoli per la "tradizione" diventa sotto l'Impero il diffondersi di nuove forme di religiosità, soprattutto di origine "orientale", tra cui il "nuovo giudaismo" secondo Cristo, dall'Imperatore Claudio esplicitamente definite externae supersititiones o "superstizioni straniere".
Le
vere persecuzioni contro i cristiani
per delitto di lesa maestà, proprio in
difesa della religione
tradizionale etrusca,
si hanno solo con la
"grande
persecuzione" di Diocleziano del 303,
in seguito
al rifiuto di riconoscere il
"genio" dell'Imperatore:
ce lo conferma l'odio espresso dagli scrittori
cristiani verso gli
aruspici. Ma il messaggio della nuova religione di un "salvatore" morto e risorto - l'implicita promessa di un'altra vita, addirittura di gran lunga migliore, piena di consolazioni e felicità, dopo le sofferenze di questa vita terrena che fino ad allora nell'immaginario collettivo è comunque destinata a e deve inderogabilmente terminare con la morte - è troppo allettante!
Lo scenario viene totalmente ribaltato nel 313, quando l'Imperatore Costantino sancisce "libertà di culto", una "tolleranza" verso il nuovo movimento cristiano che viene però rapidamente da questo sfruttata e trasformata in una sempre più dura persecuzione inversa contro l'antica religione dei padri etruschi: con l'Editto di Milano Costantino anche dei Vescovi della Chiesa di Roma diventano funzionari dello Stato...
Una una brevissima eccezione tra 360-361 – 363-364 si ha sotto l'Imperatore Giuliano "il Filosofo", il quale si dichiara apertamente politeista tradizionale ed agisce di conseguenza: coerentemente allo spirito filosofico-religioso dell'Impero Romano promulga un "Editto di Tolleranza", abrogando tutte le misure discriminatorie messe in atto dai suoi predecessori, non solo nei confronti della religione tradizionale, ma anche contro il giudaismo e il neo-cristianesimo di credo "non-ariano".
Alla faccia dell'interpretazione del concetto di "libertà di culto" espresso da Costantino, Giuliano viene marchiato dalla nuova chiesa cristiana di Roma come "l’Apostata", lui che nei suoi discorsi dice "La verità è una e così la filosofia, ma non c'è motivo di stupirsi se seguiamo strade anche diametralmente diverse per raggiungerla": uomo e politico giusto ed tollerante, anche se critico verso il Cristianesimo, viene per questo giudicato nella tradizione storiografica cristiana non come qualcuno che cerchi di recuperare, riscattare e restaurare la propria cultura, ma come il "traditore", "colui che rinnega"!....
alla fine del IV secolo i suoi successori arriveranno a condannare in toto la religione politeista di Roma, coniando il termine "paganesimo". |
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Chi sono i "pagani" |
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Ma questo ora dispregiamente detto "paganesimo" è ancora vivo e diffuso in età tardo-antica da cui il sistematico sforzo da parte della nuova religione cristiana di sostituire una dopo l'altra tutte le tradizionali feste pagane "cristianizzandole" - come già sopra citato, il caso più eclatante forse quello del venticinquesimo giorno del, all'origine, decimo mese del calendario romano, il 25 dicembre, festa del Sole Invitto diventa commemorativa della "nascita di Cristo"...
Fatto sta però che, nonostante le pesanti normative discriminatorie e persecutorie, l’antica tradizione religiosa si dimostra molto più difficile da sradicare di quello che si è pensato se, ancora sotto l'Imperatore Giustiniano I, a cavallo cioè fra il V e il VI secolo, le sue leggi insistono sul ribadire le sanzioni già decise dai suoi predecessori contro chi violi il divieto di qualsivoglia pratiche di culto legate all'antica religione politeista tradizionale etrusco-italico-romana: è di oltre un secolo prima, del 380, l’Editto di Tessalonica, con cui gli Imperatori Graziano, Valentiniano II e Teodosio I decretano e ridecretano che tutti i popoli sotto la giurisdizione dell'Impero Romano debbano riconoscersi nella religione Cristiana, altrettanto dicasi delle leggi del 392 di Teodosio (questi dichiara ufficialmente illegale il Paganesimo in tutto l'Impero, fa chiudere definitivamente i templi rimasti attivi e condanna esplicitamente alla pena di morte chiunque rifiuti di convertirsi al Cristianesimo!).
La persecuzione contro i praticanti di "riti pagani" inizia con dure restrizioni contro i sacerdoti, gli aruspici, poi viene abolito il culto pubblico, infine proibito qualsiasi atto di culto anche privato: l'unico modo di combattere efficacemente la religione dei padri è alla fine condannarla a morte "per decreto", fatto provato involontariamente dall'accanimento legislativo il quale testimonia la altrimenti spontanea e tenace resistenza dei tradizionali sentimenti religiosi nel popolo.
Perché i cosiddetti "pagani" sono il popolo: gli uomini e le donne che, al contrario delle eterogenee masse urbanizzate, parassitarie e fluttuanti ai venti delle mode, ormai in maggioranza cristiani, continuano a vivere a contatto con la natura, gelosi custodi della cultura della terra, gli abitanti cioé dei "pagi", da sempre devoti alle divinità antiche, dove il latino pagus, apparso con la riorganizzazione amministrativa del territorio di Diocleziano a fine III secolo ed inizio IV, altro non significa che "paese" o la minima porzione di territorio in una Provincia, nella maggior parte dei casi di carattere "rurale". |
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Le taciute o mascherate persecuzioni contro i presunti "pagani" di tutti i tempi |
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Ancora nel IV e V secolo dC, quindi in epoca pienamente cristiana, la tradizione "pagana" e gli aruspici etruschi vengono ritrovati nel 408 dC, all'avvicinarsi di Alarico a Roma, la gente di Nepete, l'etrusca Nepi, fa sapere che la città è salva dai barbari grazie a “tuoni e lampi terribili, in seguito a voti e cerimonie compiuti secondo i riti nazionali”: gli aruspici si offrono di difendere Roma allo stesso modo e Papa Innocenzo, poi Sant'Innocenzo I, acconsente...
Caratterizzante per la nuova religione e soprattutto la chiesa che la gestisce, l'intimo intreccio con il potere imperiale più assoluto ed arbitrario, fino a diventare un tutt'uno: la Chiesa di Roma eredita infatti la sede fisica imperiale e parte del suo potere, quello che non eredita "legalmente" se lo accaparra fino a creare falsa documentazione per "provarne" la legittimità - vedi la falsa Donazione di Costantino sui Palazzi laterani e le insigna imperiali.
Il papato romano, a capo di una religione rivelata a divinis, dogmatica ed intollerante, entra così in diretto antagonismo con il potere politico e se arroga sempre più ... ; questa aperta concorrenza mai prima conosciuta nel mondo antico proseguirà e andrà crescendo per tutto il Medioevo, ci perseguiterà fino all’età moderna e costituisce ancora oggi uno dei peggiori cancri della società civile, per definizione "laica": l'Italia più di ogni altro paese a pagarne tuttora le coseguenze sia rapporto conflittuale tra Stato e Chiesa
Questo processo di consolidamento del "Cristianesimo" come potere politico continuerà inarrestabile fino ai nostri giorni, facendo passare le nostre credenze religiose dal politeismo al monoteismo, il nostro atteggiamento filosofico dal mito al dogma e allo stesso tempo il nostro comportamento culturale dalla tradizionale tolleranza politeistica dei "Pagani" alla più assoluta intolleranza e al fanatismo dei Cristiani, con tutte le conseguenze del caso.
Ci porterà tra l'altro alle famigerate "guerre di religione", le quali insanguineranno e devasteranno l'Europa ed il mondo intero fino ai nostri giorni - scontro di idee assolute, senza mediazioni e senza compromessi, tra "noi-il Bene" e gli "altri-il Male".
Ci porterà alla nefanda "Inquisizione" medievale, spagnola, portoghese, veneziana, romana e quant'altro, l’istituzione ecclesiastica della Chiesa di Roma, i cui tribunali indagheranno attraverso scandalosi processi inquisitori, "caccia alle streghe" (con un minimo documentato di 110.000 processi e 60.000 esecuzioni di cui l'80% di donne!) e condannerà a punizioni corporali, economiche e sociali, l'atrocemente inumana morte sul rogo compresa, ogni "diversamente pensante" o "diversamente credente", considerandolo una intollerabile minaccia alla cosiddetta "ortodossia cattolica", dal Concilio di Verona del 1184, con l'autorizzazione alla tortura del 1252, cambiando poi etichetta in "Congregazione della Sacra, Romana ed Universale Inquisizione del Santo Offizio" nel 1542, "Sacra Congregazione del Santo Offizio" nel 1908 ed infine "Congregazione per la Dottrina della Fede" nel 1965.
Ci porterà ancora all'oscurantismo, la sistematica, pregiudiziale opposizione della Chiesa di Roma al progresso, alle teorie scomode e alle idee innovative, la limitazione della diffusione del pensiero, della conoscenza e della ricerca scientifica e intellettuale in qualunque campo del sapere, la negazione della libertà di pensiero e, quindi, della libertà dell'individuo di opporsi a credenze e di rifiutare imposizioni ideologiche, la visione statica della cultura - vedi come esempi su tutti gli interrogatori sotto tortura e l'eseguita condanna al rogo con la lingua in giova, cioè in una morsa, di Giordano Bruno nel 1600, la condanna delle teorie cosmologiche di Mikołaj Kopernik nel 1616 e l'infame processo del 1633 a Galileo Galilei e la sua condanna per l'opera "Dialogo sopra i Massimi Sistemi"...
Per la cronaca, il Cardinale Joseph Alois Ratzinger, l'attuale Papa Benedetto XVI, già professore ordinario di "teologia dogmatica", sarà a capo della "Congregazione per la Dottrina della Fede"dal 1981 fino alla sua elezione a Pontefex Maximus nel 2005 e proprio in qualità di "Prefetto della Fede" ed autore dell'Epistola De Delictis Gravioribus verrà accusato nel 2001 da una Corte distrettuale statunitense di "ostruzione della giustizia" per aver favorito la copertura di crimini sessuali commessi da prelati pedofili anche su minorenni, da cui si salverà solo per concessa immunità diplomatica una volta eletto Papa, in quanto capo in carica di uno Stato sovrano! |
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L'antica città di Vulci |
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Con diretto riferimento al concetto di genius loci, lo scrittore-viaggiatore inglese David Herbert Lawrence scrive nel suo racconto di viaggio Etruscan Places ovvero "Luoghi Etruschi" del 1932:
"C'è qualcosa di lugubre a Vulci, qualcosa di molto bello!".
D. H. Lawrence
Il suo interesse per i luoghi etruschi non è semplicemente archeologico: rivive nel loro fascino e mistero il mondo mitico degli Etruschi, pieno di poesia, gioia, genuinità, naturalezza, istinto - tutto il contrario quindi di quelli romano e greco, caratterizzati rispettivamente da potenza ed estetismo.
E ancora nel saggio The Spirit of Place o "Lo Spirito del luogo":
La zona di Vulci è sede di una delle primissime civiltà "italiche", già permanentemente abitata all'Età della Pietra nuova, in tutta quella del Bronzo e nel periodo protostorico convenzionalmente chiamato "Villanoviano", dal nome degli oggetti e dei materiali rinvenuti a metà '800 nella necropoli di Villanova, vicino Bologna.
Vulci è ubicata su un pianoro, una piattaforma calcarea di origine vulcanica lungo la riva destra del fiume Fiora, oggi detto Pian di Voce, sul territorio dell'odierna Montalto di Castro, a metà strada da Canino e a ridosso del suo territorio, nella Maremma Laziale in Provincia di Viterbo: relativamente lontana dal mare ma con l'alimentazione dei suoi abitanti garantita da una ricca produzione agricola, raggiunge una notevolissima importanza sia territoriale che extraterritoriale e può essere considerata una "metropoli" del suo tempo.
Proprio tra il IX ed l'VIII secolo aC Vulci diventa infatti Velcha, una delle più grandi città-stato etrusche, e dall'VIII al VI secolo aC la città crescerà ancora politicamente, militarmente e territorialmente, poi nel VI secolo l'artigianato locale si arricchirà di manodopera greca, dando vita ad una altamente qualitativa produzione di ceramiche e sculture, lapidee e bronzee, le quali vengono esportate con successo in pratica su i mercati dell'intera area mediterranea: Velcha diventa così conosciuta in tutto il mondo antico per il suo forte sviluppo marinaro associato ad un vitale commercio di prodotti d'artigianato con la Grecia e l'Oriente - la "Serenissima" etrusca!
La città riesce anche a superare la crisi del V secolo, tanto che nella prima metà del IV secolo riprendono le sue opere pubbliche con la costruzione delle mura e del tempio: ma nella seconda metà del secolo la crescente pressione di un sempre più aggressivo espansionismo romano viene accusato e la città di Vulci inizia una lotta senza quartiere per la sua indipendenza e per la stessa sopravvivenza, che la porterà inesorabilmente ad una lenta decadenza e la vedrà infine sconfitta insieme a Bolsena nel 280 aC dalla macchina bellica romana sotto il comando del Console Tiberio Coruncanio, addirittura rafforzata da altre città etrusche a lui alleatesi... (contesto storico questo molto importante per poter più avanti leggere e capire gli affreschi della Tomba dei Saties!).
Una Vulci sconfitta è costretta innanzitutto a cedere a Roma la maggior parte dei propri territori, tra cui quelli preziosissimi interni e costieri, fondamentali gli uni per l'agricoltura e gli altri per il commercio via mare: la città è in pratica tagliata fuori da tutto, strategicamente imprigionata dai Romani entro se stessa, un atto punitivo per la sua dura e caparbia opposizione a Roma anche nel tentato ruolo di promotrice e coordinatrice di una più efficace e sinergica lega militare etrusca - un danno irreparabile, perché con l'autonomia sparisce anche l'economia, la città implode, decade rapidamente e svanisce come inghiottita da un buco nero della storia.
Sopra, l'estensione di Vulci, l'antica città etrusca di Velcha, evidenziata su una moderna foto satellitare della zona © 2009 Google Cnes/Spot Image: in alto, come punto di riferimento, il Castello di Badia con il famoso Ponte del Diavolo, in basso a destra l'ancora visibile Tumulo della Cuccumella ed, in giallo, l'ubicazione della Tomba dei Saties o cosiddetta "François", nei pressi della località Ponte Rotto.
Sotto, la ricostruzione della verosimile panoramica e struttura urbanistica dell'antica Vulci.
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Le opere pubbliche e private |
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Nei musei di tutto il mondo sontuosi corredi funebri ritrovati nelle necropoli quattro necropoli dell'VIII secolo aC: migliaia di tombe - fosse, qualche tumulo, tombe a cassone del VI e V secolo aC, a camera e a corridoio in ipogeo dalla metà del IV secolo aC - come l'imponente tumulo della Cuccumella alto quasi 20 metri e con un diametro di 75, la Cuccumelletta, la Rotonda, la Tomba dei Tori, delle Iscrizioni, dei Due Ingressi, tombe dai soffitti scolpiti che ci fanno rivivere le abitazioni etrusche, e poi la Tomba François! fanno capire l'importanza della città
La zona è oggi disabitata, tutta la gloria e la grandezza di Velcha riposa sotto campi dorati e colline silenziose, mentre il fiume scorre ora come allora...
Quello che rimane di questa grande città sono le rovine dei monumenti forse più suggestivi, tra cui le fondamenta di un tempio etrusco, i resti di due porte delle mura cittadine e il Mitreo, distrutto verso la fine del IV secolo aC ed addossato ad una domus risalente alla fine del II secolo aC, con un criptoportico sotterraneo, un'anticamera ed il luogo di culto vero e proprio.
Delle tombe a ipogeo, che riproducono fedelmente le abitazioni etrusche, la più famosa è senz'altro la Tomba cosiddetta "François", già per due millenni e mezzo scrigno di importantissime pitture, un monito affidato dai padri Etruschi alle viscere di Madre Terra e giunto fino a noi! |
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La Tomba dei Saties |
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La Tomba rappresenta senza dubbio uno dei più grandi patrimoni artistico-storico-culturali e rappresenta, almeno fino ad ora, la più importante testimonianza tramandataci dagli Etruschi quale l'unica pagina della loro storia narrata da loro in prima persona attraverso gli affreschi dell'ipogeo.
L'archeologo fiorentino Alessandro François la scopre "casualmente" nel 1857 poco prima di morire, mentre si dedica nelle vicinanze ad altri scavi per localizzare l’ingresso del Tumulo della Cuccumella, un incarico ricevuto dal Principe Alessandro Torlonia, neo-proprietario delle tenute di Canino.
Sopra, il vaso François e, sotto, un dettaglio della sua ricchissima decorazione a figure nere.
François è già famoso per avere scoperto nel 1843 a Chiusi il famoso vaso di Ergotimos e Kleitias, ormai universalmente noto come “vaso François” (sopra): arriva alla Tomba dei Saties "casualmente" perché lo scavo della Cuccumella deve aspettare la terminata mietitura del grano sulla tenuta e l'archeologo occupa il suo tempo con altre ricerche non pianificate nella necropoli in località Ponte Rotto:
"...io mi trasferii nuovamente nella località di Ponte Rotto presso il fiume Fiora, e fatte nuove perlustrazioni arrivai ad un poggio di travertino, alle di cui falde furono ritrovati da S.A. il principe Luciano molti e ricchi sepolcri.
Salito sulla sommità di esso, il nudo travertino che da
tutte le parti appariva, convincevami che non vi potevano essere sepolcri,
quando in non lieve lontananza scopersi una lunga fila di annose querce,
la di cui verdeggiante chioma era prova evidente di vegetazione
floridissima, la quale non poteva derivare che da una polpa di terra assai
profonda. Avvicinatomi perciò a questo punto mi accorsi che purtroppo questa lunga fila di alberi doveva occupare la strada di un grande ipogeo, ed all’istante vi feci dar mano.
Poche zapponate bastarono a darci la certezza del mio
pensiero, ed ordinai al caporale di fare scoprire tutta la lunghezza della
strada, atteso che l’ipogeo doveva essere della massima importanza, ne
bisognava lasciare inosservata nessuna parte di esso.
I miei ordini furono eseguiti fino allo scrupolo, e dopo
due giorni di lavoro si potè desumere la lunghezza della strada in palmi
150, e la di lei larghezza di palmi dieci. Dopo vari giorni di lavoro a 25 palmi dal principio della strada medesima comparve un ceppo sepolcrale di nenfro nero in una colonnetta quadrilatera che posava sopra una base quadra, e in due lati di essa eranvi scolpite le seguenti iscrizioni:
Rinvenuto il nome di Ravnthu
Seitithi,
una nobile della gens Saties,
François si rende conto di essere di fronte ad una scoperta importante,
si entusiasma,
ma
subisce una grande delusione quando si arriva all'ingresso di
una tomba che
sembra completamente sprofondata:
nonostante questo continua a crederci,
non si ferma neppure
di fronte ai cumuli di nenfro (un
tufo
grigio-scuro compatto simile al peperino),
fa scavare
con
caparbietà
attraverso le
macerie
di quella che si rivelerà essere soltanto un'anticamera,
costruita dai previdenti Etruschi per difendere la tomba vera e propria
soprattutto dall’umidità,
e quasi alla fine del lungo dromos viene premiato portando alla
luce l’architrave della porta di accesso ad un ulteriore vano - inviolato!
Il tratto esterno del dromos o corridoio che porta all'ingresso della Tomba dei Saties cosiddetta "di François".
Finalmente il dromos termina con tre scalini davanti all’ingresso della tomba vera e propria: ultime picconate e...
Ancora dal diario dei lavori dell’archeologo francese Adolphe Noél des Vergers, socio di François, la descrizione del momento più emozionante - l'apertura della tomba negli ultimi giorni dell’aprile del 1857:
"...Quando l'ultimo colpo di piccone atterrò la pietra che chiudeva l'entrata della cripta, la luce delle torce rischiarò le volte di una funebre dimora, il cui silenzio da più di venti secoli nessuno aveva turbato. Ogni cosa laggiù si trovava nello stesso stato in cui era stata disposta il giorno nel quale era stata murata l'entrata e l'antica Etruria ci si rivelò in tutto il suo splendore. Un'intiera civiltà sorgeva, quasi fantastica visione, da un sepolcreto. C'era da restare abbagliati. La stessa Pompei non aveva offerto uno spettacolo così imponente."
L’atrio si apre con le sue prime celle laterali con i corpi di giovani guerrieri - una, tre, cinque camere...
"Coricati sui loro letti funebri i vecchi guerrieri etruschi colle loro armi indosso, sembravano riposarsi dalle fatiche di una battaglia allora allora guadagnata sopra i Romani o i Galli. Per alcuni minuti vedemmo forme, vestiti, stoffe, colori; poscia a misura che l'aria della campagna penetrava nella cripta, tutto sparve.
Fu come lo scongiuro del passato, il quale era durato lo spazio di un sogno e poi sparito, quasi a punirci della nostra sacrilega curiosità..."
...poi un altro muro di separazione, altre due, tre camere, di cui l’ultima la più preziosa, con un ciclo pittorico.
“Questo monumento sepolcrale è superbo, di somma importanza scientifica, non tanto per la primitiva costruzione quanto per l’architettura, ma più di tutto per la bellezza delle pitture delle quali vanno adorne le pareti... essendo ciascuna figura munita di una iscrizione etrusco... senza della quale circostanza si sarebbe creduto che questo sepolcro avesse appartenuto ad altra epoca… tanto belle da far rammentare i bei tempi del Botticelli e del Perugino.” (Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica).
Scoperta nella scoperta quindi i meravigliosi, nella loro fattura e nei contenuti "unici" affreschi con immagini di fatti cruenti e scene mitologiche, che rendono la Tomba dei Saties uno dei monumenti etruschi più importanti, una pagina di storia viva degli Etruschi contrapposti ai Romani e agli Etruschi loro alleatisi. |
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Il contesto della necropoli |
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La Tomba dei Saties appartiene alla necropoli orientale di Vulci, designata con il toponimo di "Ponte Rotto", ai margini di una estesa macchia mediterranea denominata "Mandrione di Cavalupo": la zona presenta tracce umane a partire dal VII secolo aC e le tombe del sepolcreto sono scavate nel calcare, in cui il vicino Fiora si è eroso il suo corso nei millenni.
Nella gradinatura del costone dromoi, portali e tempietti votivi tipici della "scenografia funeraria" etrusca: alcune tombe vengono depredate già nell'antichità e i primi scavi moderni sono di Lucien Bonaparte, fratello ultrogenito di Napoleone, tra 1828 e il 1830, e poi della sua vedova Alexandrine, Principessa di Canino - a lei si deve la scoperta di una tomba a camera con una meravigliosa quadriga nel 1845 e nel 1846 delle imponenti tombe a ipogeo dei Tetnies o dei "Due Ingressi", e dei Tutes o dei "Sarcofagi", con un coperchio sepolcrale adornato da una bellissima coppia di sposi abbracciati - oggi finito al Fine Arts Museum di Boston, e dei Tarnas o dei "Tori", e ancora di una tomba a camere il cui sarcofago a cassa decorata è anch'esso "espatriato" e si trova oggi al Ny Carlsberg Museum di Copenhagen...
La meravigliosa decorazione della piastra superiore del Sarcofago degli Sposi, rappresentante con estremo realismo, ma anche altrettanto raffinata poesia, l'intima dolcezza della coppia nel proprio letto nuziale.
Anche la Tomba dei Tarnas e la Tomba dei Tutes mostrano una organizzazione planimetrica simile alla Tomba dei Saties, quindi un modello ben consolidato con un ambiente centrale a "T" rovesciata, quasi identico: il sepolcreto orientale di Vulci si è dimostrato ricchissimo e le scoperta di nuove tombe si sono susseguite fino alla fine degli anni '50 dello scorso secolo (Tomba dell’Arco, del Fico, delle Due Anticamere, ben 5 tombe a camera raggruppate, Tomba dei Prusnais o delle "Iscrizioni", Tomba del Delfino, dei Due Atri...).
La necropoli di Ponte Rotto, di cui la Tomba dei Saties o cosiddetta "François" fa parte, rappresenta senza dubbio lo splendore, la ricchezza, la sontuosità e lo sfarzo funerari di una aristocrazia vulcenteal suo vero apice! |
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L'architettura della tomba |
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L'impianto architettonico della tomba, con sicurezza data intorno al 400 a.C.si dimostrerà monumentale, con ambienti in successione a seguire una chiara gerarchia sociale dei defunti: sopra, da sinistra nella planimetria, il profondo dromos, un corridoio di ben 27 metri di lunghezza che porta all'ipogeo, aprendosi su un atrium, un importante ambiente centrale, camera di distribuzione da cui dipartono sette camere mortuarie dislocate, con precisa simmetria, tre a sinistra, tre a destra ed una sull'asse centrale.
Dall'alto in basso, la necropoli con l'orientamento dell'asse del dromos, l'articolata pianta della tomba e lo spaccato con la facciata dell'ingresso che aiuta a dare una più realistica idea della profondità dell'ipogeo.
La più "nascosta" camera mortuaria nelle viscere della terra o tablinum, all'estrema destra nella planimetria, è anche il fulcro naturale e l'apice voluto di tutto l'imponente complesso funerario: al suo interno, protetta sul fondo, l'aedicola con i resti del fondatore della tomba di famiglia, il capostipite dei Saties.
In totale la tomba comprende undici camere: oltre le sette raccolte a raggiera intorno all'ambiente centrale a "T" capovolta, seguendo la classica suddivisione in atrio e tablino della casa etrusca (e poi romana) a metà del V secolo aC, mentre tre hanno accesso dal dromos ed una coincide con la parte finale del corridoio: nella casa dei morti soffitti a cassettoni che ci danno un'idea ancora più realistica della tecnica costruttiva delle case dei vivi.
Ma più che la ricca articolazione planimetrica della tomba della la famiglia Saties quello che la rende straordinaria è la quantità, la qualità e l'importanza delle raffigurazioni, soprattutto quelle pittoriche: figure con iscrizioni didascaliche, tra cui, in una meravigliosa toga picta da vincitore, Vel Saties, a tutt'altezza, insieme "piccolo Arnth" o Arnza, una serie di figure mitologiche greche ed una di figure storiche della lotta fra Etruschi, fazioni di città diverse, alcune delle quali alleate di Roma ed altre sue giurate nemiche. |
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Gli affreschi |
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Nella splendida mostra "Eroi etruschi e miti greci. Gli affreschi della Tomba François tornano a Vulci", organizzata al Castello della Badia di Vulci nel 2004-2005 (ma all'inizio pianificata solo dal 26 giugno al 26 settembre 2004!), la Tomba dei Saties viene ricostruita in un modello al vero, con un contenitore di legno delle esatte misure e della medesima forma dell'ultima camera sepolcrale centrale, ad ospitare 18 pannelli autentici finemente restaurati su pareti a grandezza naturale.
L'operazione restituisce così ai dipinti, rimossi dalla tomba già nel 1862-63, quindi conservati prima al Museo Torlonia e poi, dal 1946, a Villa Albani l'originaria articolazione attraverso un recuperato rapporto fra spazi e progetto decorativo, così come concepito anticamente dal o dagli artisti.
Gli affreschi dei Saties vengono .
In alto, l'ingresso al modernissimo contenitore della mostra nel cortile del Castello della Badia a Vulci e, sotto, due prospettive degli interni della fedele ricostruzione della camera funeraria ospitante gli affreschi originali, ulteriormente restaurati per l'occasione: a sinistra ben riconoscibili il ritratto di Vel Saties e parte del fregio animalistico, a destra i due cicli dei miti greci e degli eroi etruschi.
Il contenitore interno è sua volta protetto da una struttura metallica esterna ad ospitare, per la prima volta al grande pubblico italiano, un ciclo pittorico unico nel patrimonio degli antichi Etruschi: i celebri affreschi funerari di una delle illustri famiglie dell'aristocrazia di Vulci.
A garantire l'ottimale temperatura, umidità, velocità e purezza dell’aria all’interno degli ambienti espositivi un sofisticato impianto studiato ad hoc per la migliore preservazione del reperto archeologico: obiettivo primario mantenere condizioni stabili secondo le schede conservative del Museo di Amburgo, dove gli affreschi sono stati già esposti sotto severo controllo della concentrazione di inquinanti aerodispersi e inquinanti biologici atmosferici.
Un primo ambiente di ingresso, dove i visitatori sostano per "raffrescare" la propria temperatura corporea, dal caldo estivo esterno fino ai 26°C o, d'inverno, ai 21°C interni, passando anche su tappeti antipolvere, poi nella zona espositiva, senza riguardo alla stagione, una temperatura di 21°C ad un'umidità relativa del 49%, con margini di tolleranza strettissimi. |
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I proprietari della tomba |
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Dei tre affreschi, due ai lati ed il terzo nello specchio di una porta, raffiguranti membri della Famiglia dei Saties, solo uno ci è giunto integro, per il semplice fatto che la porta viene murata dopo alcune prime sepolture, ed il pittore decora il locale non sapendo che la porta dovrà poi venire riaperta e richiusa per ulteriori deposizioni.
Questo ritratto "a fresco" occupa una posizione tutta particolare e raffigura il capofamiglia, Vel Saties, con il capo cinto della corona del vincitore ed il corpo avvolto in una sontuosa toga picta, con figure di guerrieri nudi che celebrano la vittoria danzando armi indosso, spade e scudi: tra gli interessantissimi dettagli la fedele riproduzione delle stoffe e dei sandali bassi dell'uomo.
Ritratto del fondatore della tomba, Vel Saties.
Sta per osservare il volo dell'uccello che, assicurato con uno spago lento alla mano destra, il "piccolo Arnza", forse suo figlio, trattiene delicatamente per le zampette con le dita della sinistra: è chiaro che l'uomo "leggerà" quel volo, il comportamento cioè dell'animale, a scopo divinatorio secondo la tradizionale Ars Auguralis etrusca.
Sulla tamponatura con molta probabilità una figura femminile, Thanchvil Verati, moglie di Vel Saties, con il testo hels arrs ad indicare la sua famiglia di origine e chi, tra i suoi, abbia diritto ad essere sepolto con lei nella tomba del marito: se si guarda attentamente nell'immagine sopra, in basso a destra sotto il bambino, si possono chiaramente distinguere i piedi femminili della madre di Arnza, di cui rimane anche un pezzetto di tunica...
La ricostruzione completa del trittico si può tentare solo con i frammenti rimasti del terzo affresco, a destra della porta, che ci aiutano comunque a ricostruire un altro personaggio adulto ed un altro bambino, questo con in mano un melograno: verosimilmente un antenato di Vel Saties con il proprio figlio, anche lui chiamato Arnza e da cui il piccolo di Vel prende il nome.
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A sinistra, quel che resta della figura di Fenice e, a destra, quella di Nestore sotto una palma.
Sulla parete opposta, di fronte alla coppia, Nestore e Fenice, in etrusco Nestur rispettivamente Phuinis, forse ad indicare le origini ateniesi, o comunque greche, della famiglia Saties dell'uomo e quelle verosimilmente cartaginesi o fenici della famiglia Verate della donna (tali deduzioni sono più che lecite in quanto supportate da altri esempi meglio conosciuti, come Demarato di Corinto, con presunte ascendenze fino al mitico eroe Ercole, progenitore dei Tarch(u)nas o Tarquinii poi Re etruschi di Roma). |
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Il ciclo animalistico |
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Entrando nella Tomba dei Saties un bordo decorato a meandri e svastiche tredimensionali con sotto tutta una lunga serie di belve - reali, mitologiche e fantastiche, il più ricco fregio animalistico dell’antichità, con almeno 35 figure creature reali, mitiche e fantastiche: una decina e più di felini - leoni, leonesse, pantere, leopardi, linci, iene, un cane a tre teste - Cerbero, guardiano degli Inferi, lupi, un bue dagli enormi genitali, un toro, un asino, un cinghiale, cavalli, un daino, una gazzella, un serpente giallo... e poi grifoni alati e non, con e senza piume, rampanti...
Una teoria interpretativa del ciclo, essendo molti degli animali in duello o lotta tra loro, che rappresentino di un'unica metafora fatta di molteplici trasposizioni: un'allegoria delle imprese umane, tradizione letteraria popolare nell'antichità - vedi ad esempio Omero che paragona Ettore ad un leone vincente su Patroclo-cinghiale - con forti influenze orientalizzanti anche nella tecnica pittorica, dato che tutte le figure sono di profilo "alla maniera egizia", ma comunque in contraddizione con altre caratteristiche decisamente "moderne", come l'uso del colore, del chiaroscuro a sfumare e del tratteggio.
Le esatte proporzioni degli animali raffigurati svela un'ottima conoscenza anatomica degli animali osservati direttamente in natura ed applicata a quelli fantastici o meno conosciuti: il ciclo non è quindi una pura decorazione, ma al contrario ogni scena vuole dare un’immagine ben precisa.
Uno dei grifoni del ciclo animalistico: dai resti di pigmenti sulle ali e sulla groppa risulta evidente il colore blù, simbolo della morte.
Come i feroci felini azzannano in natura animali più indifesi, i grifoni - esseri demoniaci dallo stesso colore blù del Caronte o Charun della mitologia greca, demone dell’Aldilà e presso gli etruschi simbolo specifico della carne in putrefazione e della morte - aggrediscono l'essere umano "azzannato" così dalla morte improvvisa, senza che possa difendersi: immagini di vita e di morte, dell’Origine della vita, dell’Essere e del Divenire, con un significato anche magico ad invocare, a mo' sciamanico dei progenitori delle grotte nelle loro pelli di orso e di lupo, che la forza dell’animale più forte si trasferisca all’uomo rendendolo quasi "immune" al suo destino.
Una delle scene di lotta tra animali: qui un cavallo vienne assalito ed azzannato da due felini. |
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I miti e gli eroi della mitologia greca |
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La Tomba dei Saties o François è anche unica nei suoi cicli di affreschi a rappresentare uomini e le loro gesta, miti ed eroi.
Sulla parete di fondo un cruento episodio dalla Saga dei Sette contro Tebe, della tragedia greca classica: la lotta all'ultimo sangue dei due fratelli Eteocle, in etrusco Ethucle, e Polinice, in etrusco Pulunice.
Eteocle e Polinice nell'atto di uccidersi a vicenda.
La rappresentazione dell'assurdo duello fratricida tra Eteocle e Polinice coglie i due giovani, ancora sbarbati e completamente nudi, proprio nell'attimo in cui si uccidono a vicenda: tebani, figli di Edipo che li maledice, devono dividere il potere fra loro, non mantengono la parola data e si ritrovano così uno contro l’altro in una lotta all'ultimo sangue.
Eteocle sottomette Polinice e lo trafigge alla base del collo, ma contemporaneamente questi, pur a terra, riesce a colpire il fratello dal basso verso l’alto, in pieno petto: interessanti i due studiati colpi mortali non a caso direttamente al cuore e simmetricamente opposti che, a sottolinearne ulteriormente la violenza, entrano entrambi in profondità, distruggono e riescono fuori dai rispettivi corpi - la spada di Etocle, che tirando per i capelli la testa del fratello gli scopre la gola ad aggiustare il colpo, entra al giugulo, trapassa la clavicola e fuoriesce dal pettorale sinistro, mentre quella di Polinice si pianta nell'addome, passa dietro lo sterno ed uscendo squarcia il petto - con effusione copiosa di sangue.
Fin troppo chiaro il riferimento alla lotta fratricida tra le genti etrusche, in pratica un assurdo doppio delitto che le annienta e con loro l'intero popolo degli Etruschi che invece dovrebbe combattere unito il comune nemico, i Romani invasori.
All'ingresso della tomba, sulla parete di destra quasi irriconoscibile, a causa del grave deterioramento provocatogli dall'umidità, la raffigurazione di Anfiarao e Sisifo, e di fronte, sul sul lato a sinistra della porta, Aiace e Cassandra.
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Anfiarao, in etrusco Amphare, poeta ed indovino, a destra, è in atteggiamento pensieroso, gamba su una roccia e mano sotto il mento, mentre osserva attento Sisifo, figlio di Eolo e di Enarete, condannato a portare un enorme masso sulla schiena.
Sisifo sfida più volte gli dei e per questo viene condannato a spingere un masso su lungo il pendio di un monte, ma una volta in cima gli rotolerà giù a valle e dovrà iniziare tutto daccapo per l'eternità (la scena è descritta da Omero nell'Odissea): nell'affresco della Tomba dei Saties, ad appesantire ulteriormente la pietra, una figura femminile alata, da alcuni associata al demone femminile etrusco Vanth, qui con l'iscrizione etrusca "la Vendetta".
Anfiarao appartiene agli Argonauti e viene poi costretto dalla moglie Erifile a partecipare alla guerra: nella Saga dei Sette contro Tebe Anfiarao cerca di mettersi in salvo fuggendo dall'assedio della città, ma Zeus apre con un fulmine una voragine che lo inghiotte con tutto il carro. |
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Ispirato al racconto omerico della guerra di Troia, Aiace, in etrusco. Aivas, a sinistra, estrae la spada da uno splendido fodero a minacciare Cassandra, in etrusco Casntra, la veggente figlia di Priamo e di Ecuba, sorella di Ettore e Paride, la quale cerca salvezza invocando la protezione degli dei sotto un altare, simbolo di inviolabilità.
Rifugiatasi infatti Cassandra nel tempio di Atena, Aiace di Locride la scopre, la stupra e la trascina via dall’altare cui si aggrappa disperatamente, facendo cadere dal piedistallo la statua della dea: per questo tutti i principi greci verranno puniti sulla via del ritorno alle loro terre, Aiace con la morte.
Cassandra è come Anfiarao, di fronte, veggente e vittima del fato, avendole Apollo dato il dono della profezia, ma , respinto, la punisce col non venir mai creduta, mentre Aiace, violentata la sacerdotessa di Apollo, è uno dei più oltraggiosi peccatori contro gli dei, e viene paragonato a Sisifo, che avrebbe tentato addirittura di violentare la madre degli dei. |
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Dettaglio dellla scena di Aiace e Cassandra: il braccio destro, il fianco e le cosce della donna, dove più evidente è la nuova tecnica pittorica di invenzione greca.
Il frammento di Aiace e Cassandra si dimostra di inestimabile valore artistico, anzi unico nel suo genere: innanzitutto la psicologia e l'estremo realismo della scena, colta proprio l'attimo prima dello stupro, con Aiace che afferra Cassandra per i capelli e lei che cerca di resistergli ed allontanarlo, poi la dinamica asimmetria della composizione ed infine la fantastica resa pittorica della pelle di Cassandra, con una tecnica di sicure, rapide pennellate ed ombreggiature cromatiche frutto di un contorno nero, un marrone, poi un rosso, un ocra che sfuma al chiaro della lucentezza - plasticità artisticamente innovativa del periodo, attribuita a Nicia di Atene.
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I giochi funerari in onore di Patroclo raggiungono il loro apice nel sacrificio rituale di una dozzina di prigionieri troiani.
E ancora, nel tablinum, altro episodio dello stesso ciclo epico, cioè il sacrificio rituale dei prigionieri troiani per onorare la memoria di Patroclo durante la sua cerimonia funebre: da sinistra Agamennone di Micene, in etrusco Achmemrun, ovvero "pastore di popoli", simboleggiato dalla lancia e dall’himation o, essendo indossato da solo, l'achiton bianco bordato di porpora, l'ombra di Patroclo, che assiste all'immolazione dei prigionieri nemici, con la meticolosa didascalia hinmal Patrucles, ossia letteralmente proprio "ombra di Patroclo", e la benda mortuaria a coprirgli la ferita infertagli da Ettore, la divinità infernale femminile alata Vanth con un bracciale a forma di serpente, a personificare tutto l'odio e il desiderio di vendetta di Achille e a guidarne il colpo, poi lo stesso Achille, in etrusco Achle, mentre sgozza uno dei prigionieri, il dio etrusco dei morti Caronte o in etrusco Charun, con la carnagione blù, il colore della carne in putrefazione dei morti, Aivas, Aiace Telamonio, in etrusco Tlamunus, e Oileo, in etrusco Vilatas, il primo più robusto, entrambi anche loro in armi con schinieri e Telamonio addirittura in elmo con cimiero, che conducono al sacrificio ciascuno la propria vittima, ferita e rassegnata alla sua sorte.
Achille si rifiuta di combattere perché Agamennone riprende Briseide, già datagli come bottino di guerra, quindi Patroclo prende il suo posto indossandone le armi ed Ettore lo uccide in duello: con le nuove armi forgiategli da Efesto, Achille sfida a sua volta Ettore per vendicare Patroclo e non solo lo uccide, ma fa anche scempio del suo corpo trascinandolo come una preda di caccia dietro al suo carro - dei numerosi prigionieri prigionieri Troiani, in etrusco Truials, dodici verranno sacrificati ritualmente in onore di Patroclo, da cui questa la scena.
Interessanti dettagli il lungo martello di Caronte, per dare secondo la credenza etrusca il colpo di grazia a chi stia morendo e trascinarlo negli Inferi, ed il gesto di Achille che, ancora in armi con corazza, parastinchi e parabraccia, anche lui tiene la vittima sacrificale per i capelli, gesto più volte ricorrente negli affreschi della Tomba dei Saties: vedi sopra le scene di Etocle e Polinice ed Aiace e Cassandra.
Che questa scena mitica colpisca profondamente l’immaginario etrusco e se ne ritrovino almeno una decina di varianti, sia pittoriche che scultoree (addirittura molte di più che nell'arte greca fino ad oggi conosciuta), si spiega molto probabilmente con la fresca memoria del fatto storico del 358 aC, quando al Foro di Tarquinia gli Etruschi "immolano", o meglio massacrano, più di 300 soldati fatti prigionieri durante la guerra contro Roma: anche qui comunque evidente la trasposizione dei Troiani, a rappresentare i nemici Romani loro discendenti, e dei Greci, identificabili con gli Etruschi. |
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Le scene di storia etrusca |
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Un momento cruciale nelle lotte fra città etrusche per la supremazia su Roma, nel periodo di transizione a cavallo tra la sua prima e seconda Età Regia.
E finalmente il vero gioiello, la scena più importante ed interessante dal punto di vista della storia nazionale etrusca: la liberazione di Celio Vibenna da parte di Mastarna e l'uccisione dei tre guerrieri etruschi nemici Laris Papathnas Velznach, Pesna Arcmsnas Sveamach e Venthi Cau[…] [E]plsach.
Questo affresco si può dire che prosegua la scena cruenta del sacrificio rituale dei prigionieri troiani, con molto sangue versato: la sinistra, Celio Vibenna e poi Mastarna, sia liberatore che prigioniero del tutto nudi, quest'ultimo con i polsi legati da lacci che gli vengono tagliati da Mastarna con una delle due spade che ha al petto, una per se ed una per il liberato, segue Larth Ulthes, un adulto in chitone corto con la barba, mentre con la spada trafigge al fianco Laris Papathnas "Velznach", un giovane senza barba della città etrusca di Volsinii, mentre Rasce cala la propria lama nella giugulare di Pesna Arcmsnas "Sveamach", cioè forse "di Sovana" o "il Sovanese", anche lui imberbe, mentre questi tenta invano di difendersi, ed Aulo Vibenna, in etrusco Avle Vìpinas, fratello di Celio, il prigioniero, trapassa da sotto l'ascella un altro giovane sbarbato, Venthi Cau[…] "[E]plsach", tenendolo per i capelli, fino a fargli rispuntare la spada dal petto attraverso la corazza anatomica da combattimento.
Vel Saties, fondatore dell'ipogeo, uomo di cultura, vuole quindi esaltare così la saga dei fratelli Vibenna, con ogni probabilità proprio di Vulci, i quali la difendono dalla minaccia di altre città etrusche - Volsinii, Sovana e Faleriia, qui simboleggiate dai rispettivi eroi, alleate di Roma.
L'avvenimento è storico, come storiche sono le figure dei fratelli Vibenna, veramente esistiti intorno alla metà del VI secolo aC, inoltre le identità degli sconfitti sono rese volutamente più veritiere da quel terzo nome della loro origine o appartenenza: sono nomi di città, coè Velzsn o Volsinii, Sveam, quasi sicuramente Sovana, e Plz - le odierne Bolsena o Orvieto, Sovana e Montepulciano, con il suffisso di provenienza -ach - "Velzn-ach", "Sveam-ach" e "[E]pls-ach".
Gli affreschi della Tomba dei Saties acquistano dunque un grande significato allegorico, di monito, dato che vengono commissionati ed eseguiti proprio all'epoca dei più forti contrasti politico-militari di Vulci con Roma, i quali termineranno con la totale disfatta della città etrusca nel 280 aC (i reperti della tomba risultano databili dalla metà del V secolo aC - primo periodo Ellenistico, affreschi compresi, all'inizio del II secolo aC - sconfitta di Vulci).
La scena rappresentata è di un’impresa davvero portata a termine e con successo contro Roma, cui molto probabilmente partecipano i lontani padri dei defunti, a gloria e onore dell'intera famiglia Saties, per sempre: testimonia inoltre una grande verità, cioè che Roma può essere sconfitta! |
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Non tutti gli affreschi furono notati subito alla scoperta della tomba, tra loro quello che rappresenta la lotta tra Marce Camitlnas mentre sta per colpire tale Gneo Tarquinio di Roma, in etrusco Cneve Tarchunies Rumach.
Contrapposta all’affresco di Eteocle e Polinice e, dalla lettura del contesto pittorico, in relazione con quello, un'altra scena in cui il (verosimilmente) vulcente Marce Camitlnas sguaina la spada a tracolla sulla spalla mentre trattiene per i capelli (di nuovo!) un romano, Cneve Tarchunies, inerme ai suoi piedi : lo straniero indossa una tunica bianca e cerca di bloccare il guerriero di Vulci, in altre parole di impedirgli di ucciderlo, non combattendo ma semplicemente afferrandogli il fodero della spada, un gesto inequivocabile che vuol dire "mi arrendo!".
Gneo Tarquinio, etrusco di Roma, si arrende all'altro etrusco Marce Camitlnas.
Nella raffigurazione manca il cognomen di Marce Camitlnas, forse ritenuto superfluo perché tutti gli altri personaggi vittoriosi su quel lato della camera funeraria sono di Vulci, mentre lo Gnaeus Tarquinius di Roma appartiene con grande probabilità alla famiglia dei Tarquini, futuri Re di Roma. |
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L'importanza degli affreschi della Tomba dei Saties a Vulci e delle tavolette bronzee di Lione |
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Che Celio Vibenna, l'etrusco Caile Vìpinas, venga liberato da Mastarna, l'etrusco Macstrna, cioè il futuro sesto (o settimo) Re di Roma Servius Tullius, è un fatto storico ricordato da Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico della Gens Julia, meglio conosciuto semplicemente come "Claudio", quarto imperatore romano dal 41 al 54 dC.
A sua volta il discorso di Claudio, già indirettamente citato da Tacito, è oggi a noi anche direttamente noto attraverso le tavolette bronzee di Lione, la Lugdunum città natale di Claudio, in cui si specifica il nome originario di Servio Tullio appunto in quello "Mastarna"!
“…Regnò su Roma Servio Tullio, secondo i nostri storici figlio della schiava Ocresia e secondo gli Etruschi servo ed amico fidato di Celio Vibenna nel suo destino.
Dopo svariate vicende abbandonò l’Etruria con parte dell’esercito di Caelio Vibenna occupando il colle poi da lui chiamato Celio a ricordo del suo signore-compagno.
In etrusco si chiamava Mastarna, poi cambiò il suo nome... e divenne Re per il bene di tutti”.
Quindi il ciclo pittorico della Tomba dei Saties assume un ineguagliabile significato storico proprio alla luce di queste tavolette di bronzo rinvenute a Lione nel 1524 che riportano l'orazione dell'Imperatore Claudio, fonte romana sicuramente attendibile, in cui si afferma Mastarna essere fedele servo e compagno d'armi di Celio Vibenna, insieme al quale conquista il colle Celio a Roma, cambiando poi il suo nome in quello di "Servio" Tullio, in memoria del signore-compagno e governando Roma a grande vantaggio dello dello stato.
Non a caso il suo trattato sugli Etruschi, che ama e di cui studia per decenni cultura, tradizioni, storia e lingua (la terza della penisola italica accanto a greco e latino!), svanisce nel nulla insieme a tutta la sua produzione letteraria: ben 20 volumi insieme ad altri 8 della storia di Cartagine, tutti in greco - un patrimonio inestimabile anche perché la sua prima moglie, Plautia Urgulanilla, è di sangue etrusco e quindi lei e la sua famiglia possono ragionevolmente averlo messo in contatto con la genuina tradizione etrusca ed avergli fatto mettere a disposizione addirittura fonti primarie scritte etrusche!
L'intera letteratura etrusca è distrutta o perduta: eppure le tombe della necropoli di Cerveteri ci mostrano modelli di libri, le bende di lino con testi etruschi riciclate per avvolgere la famosa mummia egiziana di Zagabria ce lo confermano, altre fonti fanno indirettamente capire che deve essere particolarmente ricca, come Censorinus, grammatico romano della seconda metà del III secolo dC, riferendo agli "Annali Etruschi", inoltre sappiamo che durante la tarda Età Repubblicana e la prima età Imperiale viene considerato "di moda" dalle famiglie patrizie romane far frequentare ai propri figli scuole etrusche, il che fa supporre che accanto ai libri sacri della disciplina etrusca esistano libri di storia, di geografia, di matematica, di arte, prosa, poesia, teatro (vedi "Volnius", un latinizzato "Velnies", e le sue da Varrone nel I secolo aC nominate "Tragedie Toscane") e musica etruschi...
A causa di questa totale assenza di fonti primarie, ma anche l'estrema penuria di quelle secondarie - e stiamo parlando della prima vera civiltà italica, di uno dei popoli in assoluto più importanti dell'area mediterranea, di almeno 600 anni di storia alla base di tutta la nostra storia futura fino ad oggi ed oltre (!) - anche il più piccolo frammento di storia etrusca che sopravviva intatto fino a noi, è di incommensurabile importanza e più da solo rispondere a domande cruciali di cui non abbiamo finora avuto risposta.
Così anche l'affresco di Gnaeus Tarquinius da Roma, che appartiene con molta probabilità alla famiglia dei Tarquini, futuri Re di Roma: questo confermerebbe indirettamente una serie di lotte fra Etruschi e le altre etnie ma anche di lotte interne fra diverse fazioni etrusche nella stessa Roma, uno scontro per il potere fra Etruschi alla conquista della supremazia su Roma, una guerra fratricida fra Tarquinia e Vulci, come l'episodio di Mastarna, poi Servio Tullio, conferma la presa armata del potere da parte degli Etruschi nella città dopo i Re Latini e Sabini - un "vuoto storico" mai riempito negli annali romani, mentre alla cacciata dell'ultimo Re Etrusco, Tarquinio il Superbo, con la conseguente instaurazione della Res Publica si riserva spazio e dettagliata descrizione.
L’Etruscus ritus di fatto e documentatamente entra a far parte fondante della religione romana, già di quella "romulea" secondo la tradizione teologica a noi nota, senza la quale addirittura non sarebbe possibile definire l'origo della dimensione "spazio-tempo" in e da cui nasce tutto quanto è e sarà romano.
Nonostante le persecuzioni da parte degli imperatori cristiani e la distruzione dei testi sacri della disciplina Etrusca (avvenuta insieme a quella dei Libri Sibyllini), in occasione del primo assedio di Roma da parte delle orde di Alarico vengono chiamati aruspici etruschi a celebrare nell’Urbe i propri riti sacri per impetrare la liberazione della città, perché il rispetto della tradizione ha già salvato Narni dal medesimo pericolo!
Micro-crepe queste che da sole bastano a letteralmente polverizzare la falsa, "monolitica" immagine ad hoc che Roma Imperiale prima e Chiesa Romana, sua degna erede, poi, vogliono darci a bere da sempre.
Il punto è che Roma, già contesa fra Etruschi, minaccia ora di prendere il sopravvento su tutte le città etrusche, proprio a causa delle loro divisioni e lotte fratricide: non ricordiamo che Roma può essere vinta, di nuovo - ma il presupposto è che le città Etrusche rimangano unite! |
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Il genocidio etrusco |
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C’era una volta un popolo, quello etrusco, cancellato dalla storia.
Un popolo di ingegneri, unici a quel tempo nel bonificare paludi in fertile terra da coltivare. Un popolo di costruttori, padri di tegola e coppo.
Un popolo di artigiani, cultori della meravigliosa sinergia fra mano e mente. Un popolo di commercianti, esperti di calde rotte mediterranee e di gelide valli alpine.
Un popolo di artisti, pittori, scultori, maestri di terracotta e bucchero, musici e teatranti. Un popolo di buongustai, inventori di olio d'oliva e vino.
Un popolo moderno, che sa vedere il mare come ponte fra le nazioni. Un popolo progredito, che non teme la donna alla pari dell'uomo.
Un popolo eletto, le cui liturgie del sacro vengono trasferite e rubate.
Un
popolo bastardo, ricco di tre etnie,
tollerante e mai razzista. Un popolo, quello etrusco, di cui Romani prima e Chiesa di Roma poi cancellano opere, lingua e spirito.
I nostri concetti di “storia”, di “tradizione”, di “continuità” hanno qualcosa di fondamentalmente fuori asse così come li hanno inculcati a noi e continuano ad inculcare ai nostri figli quelle istituzioni dalla società preposte per definizione a perpetuare, non certo rinnovare e migliorare o addirittura mettere in dubbio, il vigente sistema di potere nella sua assiomatica struttura!
Perché “genocidio” è anche cercare di disperdere e distruggere sistematicamente ogni traccia storica, ogni fonte diretta, di un intero popolo, della sua civiltà e della sua cultura, impossessarsene del meglio e farlo passare per proprio: ancora peggiore di una morte fisica di massa come quella dell’Olocausto – l’uccisione pianificata, assoluta e definitiva della “memoria storica” di un intero popolo – e mentre gli Ebrei, prima accanitamente perseguitati ed ora riscattati anche all’eccesso, possono piangere i propri martiri, noi Etruschi no.
Etruschi, Celti…: Roma non è solo “ladrona”, ma anche “assassina” o, meglio, "matricida" in questo senso! E Roma sarebbe nostra "madre"? Tutt'al più "figliastra"...
Il messaggio della Tomba dei Saties ci raggiunge affidato per due millenni e mezzo al più sacro dei luoghi , le viscere di Madre Terra a Vulci. Un monito: Pelasgi, Dardani, Tirreni, Etruschi, Tusci, Rasenna - rimanete uniti! L'unico modo per contrastare Roma è rimanere liberi.
Lo spirito del luogo rende la nostra terra "luogo dello spirito", sacra: la storia come ce la raccontano serve solo a distrarre e confondere, non ad insegnare, ovvero finché siamo in tempo respingiamo uniti la terza colonizzazione romana dell’Etruria! |
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