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Da qui gli Etruschi... – Note di approfondimento storico

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La Tabula Peutingeriana” o “Codex VindobonensisApprofondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

Il viaggio: Peregrenor ergo sum - Mi muovo, quindi esisto

Il "viaggio" come esperienza

L'evoluzione del "viaggio"

Il "viaggio" nell'antichità

Il "viaggio" nel'Età di mezzo

Il "viaggio" nel nostro tempo

L'impossibile evasione

Il cosiddetto "viaggio turistico"

Turismo è davvero "viaggiare"?

La distruzione dell'esperienza

 

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Pagina di origine

 

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

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La famosa Tabula Peutingeriana: nella fascia centrale, rappresentante la penisola italica, a destra (sud) Roma e il Porto di Ostia e, a sinistra (nord), il Fiume Marta con Volsini.

 

Il viaggio: Peregrenor ergo sum - Mi muovo, quindi esisto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Panta rei os potamòs, "tutto scorre come un fiume", nella filosofia greca nel senso di "tutto cambia", "tutto è in movimento" - celebre aforisma attribuito ad Eraclito, anche se da lui mai esplicitamente formulato: il "Divenire" come essenza stessa della natura, contrapposto all'"Essere" di Parmenide.

E ancora nella Bibbia, "i Libri" (per eccellenza), l'Ego sum via del Cristo, "Io sono la via" da percorrere, "Io sono il tuo viaggio", l'esperienza della trasformazione, attraverso me la Vita eterna!
 

Il movimento è il respiro dell'uomo - oltre che fisiologico, spaziale, temporale ed "interiore", tutti altrettanto fondamentali per la sua sopravvivenza, il suo benessere e la sua crescita.

 

Dall'homo erectus in poi, da quando cioè l'uomo vegetariano diventa onnivoro, tutto è legato allo spostamento per la ricerca di cibo, accompagnato da istinti di aggressività verso altri individui, anche della stessa specie: che l'uomo abbia iniziato molto presto a "viaggiare", e spesso seminando morte, è purtroppo un dato di fatto, un fenomeno che si consolida durante millenni di cosiddetta "transumanza", l'esperienza di nuovi luoghi e di nuove genti al seguito degli animali - per l'approvvigionamento del cibo, accompagnato da scontri violenti, sfociato in invasioni e conquiste di nuovi territori...

 

Le civiltà umane di tutti i tempi e di tutti i luoghi sono da sempre in movimento: spostarsi, migrare, viaggiare, con significati, finalità e modalità antichi e nuovi - sopravvivenza, commerci, guerre, conquiste, desiderio di conoscere o di evadere...

 

Il "viaggio", lo spostarsi lungo le "vie" del mondo fisico e non solo, in se possiede un senso metaforico universalmente riconosciuto come rilevante per la vita umana - la vita come cammino, passaggio o pellegrinaggio anche propedeutico al concetto della morte: perché la metafora del viaggio esprime "transizione", quindi "trasformazione", quasi rito d'iniziazione in cui l'idea del movimento spiega il passaggio dal noto all'ignoto, al non ancora conosciuto - nuovi luoghi, nuove idee, nuove esperienze - e lo stesso vocabolo "metafora", dal greco metaphérein, "trasportare", altro non significa che "movimento di concetti"!

 

 

 

         

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  Il "viaggio" come esperienza
               

 

La prima vera crescita del bambino è data dall'acquisizione della capacità di muoversi, una profonda esperienza di mutamento quella della locomozione, la più sconvolgente della prima infanzia!
Quindi "spostarsi", viaggiare, ci rimane dentro rimane intrinsecamente legato all'esperienza, quel nostro intraprendere e tramite il conosciuto tentare di acquisire l'ignoto - la curiosità che diventa più forte del timore del pericolo, il desiderio di avventura che sorpassa di gran lunga e manipola il calcolo dei rischi.


Questa corrispondenza fra
"viaggio", "esperienza" e "pericolo" è anche riscontrabile linguisticamente nel mondo occidentale attraverso una ricerca etimologica: i tre vocaboli hanno semplicemente una radice comune nell'Indo-Europeo "*per", come "tentare-mettere alla prova-rischiare", ma anche "attraversare (uno spazio)-raggiungere (una meta)-andare fuori (dal proprio territorio)".

Le
lingue romanze e germaniche conservano ancora oggi questa radice:

 

- il Latino riporta esplicitamente la radice nei vocaboli "ex-per-ior", negli originariamente sinonimi "ex-per-

imentum" e "per-iculum", prima cioè che si separino per andare a significare rispettivamente "processo o prova giuridica" e "pericolo", ed "ex-per-ientia",  termine palesemente composto da "provenire da" e "andare attraverso", che esprime in altre parole il concetto dell'esperienza come "percorso";

 

- il Gotico nella radice "per", cambia la "p" in "f ", trasmettendola sia alla lingua tedesca che inglese;

 

- il Tedesco, infatti, mantiene la radice in "fer-n" - "lontano", "Fahr-t" - "viaggio" e "fahr-en" - "viaggiare",

"Er-fahr-ung" - "esperienza" ed "er-fahr-en" - "fare esperienza";

 

- l'Inglese, sempre con la "p" trasformata in "f ", mostra la medesima radice nei vocaboli "far" - "lontano",

"fare" - "viaggiare" e "fear" - "temere", in cui esprime sia movimento che pericolo.


È più che evidente quindi come il concetto di
"esperienza" quale acquisizione di nuova conoscenza, trasformazione e crescita personale, sia intimamente legato ad un "passaggio attraverso", una sfida sofferta e vinta, il superamento di una prova: anche l'intraprende un viaggio riflette in pieno questa antica concezione - il viaggio arricchisce e trasforma il viaggiatore, ne soddisfa il bisogno psichico e mentale di mutamento, di rinnovamento.

 

Spostarsi nello spazio fisico, muoversi in altri contesti, aiuta a vedere diversamente sia se stessi che gli altri e, di conseguenza, a vivere diversamente i rapporti con gli altri, cambiamenti anche drastici spesso chiaramente annotati dal viaggiatore in un diario: oltre ad un progressivo mutamento dell'autopercezione prima, durante e dopo il viaggio, esistono anche innumerevoli esempi di drammatici e fulminei capovolgimenti della percezione del viaggiatore - uno fra tutti il Saulo che si trasforma in Paolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'evoluzione del "viaggio"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vero è anche però che la concezione stessa del viaggio e dell'esperienza, come peraltro dei loro effetti sul viaggiatore, ha subito nei tempi lunghi della storia una radicale trasformazione tanto nel modo di vedere se stesso da parte del viaggiatore che nella sua percezione del viaggio in quanto tale, fino ad eliminare del tutto il primordiale rapporto fra movimento (fisico) ed esperienza.

 

Basti considerare l'evoluzione dell'uomo, della società in cui vive e del suo conseguente modo di spostarsi:

 

- dapprima il nomadismo come necessità di sopravvivenza;

- poi la società stanziale da agli spostamenti finalità utilitaristiche, commerciali o culturali;

- ancora l'arricchimento materiale porta con se il "viaggio di piacere";

- segue la globalizzazione - dovuta soprattutto alla capacità di spostarsi sempre più rapidamente - che

genera il cosiddetto "turismo di massa";

- quindi, toccati questi estremi limiti geo-sociali, ecco apparire il fenomeno del neo-nomadismo culturale, a

causa d'una perduta identità;

- infine l'odierno "viaggiare senza partire" nella realtà "virtuale" dell'universo Web.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il "viaggio" nell'antichità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il classico viaggio dell'antichità è quello dell'"Eroe" e serve a legittimare molte cose in quel tipo di società: per prima cosa il "fato", l'inevitabile destino, poi il ruolo degli "dei" nella vita di noi mortali, i quali devono esserci senza via di scampo, da ultimo, ma non meno importante, il ruolo dell'"eroe" stesso nella comunità, con chiare finalità pedagogiche o, volendo dirla tutta, propagandistiche.

 

Tutto è meno che un viaggio "di piacere": perché è un percorso cui l'uomo non può sottrarsi, pieno di sfide e prove imposte dal fato, enormi fatiche, sacrifici e sofferenze, indescrivibili insidie, pericoli e tranelli: "Forze Superiori" esigono, comandano e infliggono, però l'Eroe ne guadagna già in vita fama, gloria, status sociale e, anche da morto, rimarrà punto di riferimento della comunità ed esempio da emulare per le future generazioni - il sistema perpetua se stesso!

 

Il mito dell'eroe è indispensabile alle origini di una civiltà, quando la società stenta ancora ad organizzarsi con leggi civili: l'eroe insegna al suo popolo la coltivazione, la metallurgia, la scrittura, la guerra e fonda città, stabilisce le prime norme di convivenza.
 

Le storie di dei ed eroi dei poeti-cantori greci, che si spostano di città in città, fanno spettacolo, vengono recitate con l'accompagnamento della lira, si tramandano di generazione in generazione, vanno ampliandosi col tempo, si rigenerano e si adattano: sono in effetti la televisione di allora!
 

Le incredibili imprese di Eracle, o Ercole, eroe primigenio le cui "fatiche" derivano dal folklore locale e forniscono inesauribile ispirazione per una serie di leggende, ne deriva addirittura una "stirpe" di eroi - gli "Eraclei", poi il viaggio di Giasone e gli Argonauti, seconda generazione di eroi in un ciclo epico così popolare da fare concorrenza alle avventure di Odisseo, o Ulisse, cioè la terza e sicuramente  più significativa fase di questa Età di Eroi, Iliade, Odissea, la Guerra di Troia e quel che dopo accade - fino all'Eneide e oltre.


Sempre
la stessa storia: un lungo ed accidentato percorso fisico e non in cui il povero "prescelto" viene ridotto ai minimi termini, spogliandosi del "superfluo" delle proprie ambizioni, offrendo piuttosto tutte le sue energie in lotte spesso impari ma che comunque qualcun altro ha deciso "da farsi", rimanendo sempre più solo lungo il cammino, e tutto questo per "scoprire il suo vero io", essere umano al servizio della comunità, per ritornare in "patria" ad elargire della "saggezza" conquistata attraverso le dure esperienze...

 

Attenzione: stranamente ma non proprio, anzi molto volutamente, nella della storia dell'eroe il suo autoannientamento fisico non lo distrugge mentalmente, perché questa equazione didattico-educativa si propone appunto di insegnare che "morendo a se stessi si rinasce più forti" - d'altro canto basterebbe tornare a neppure un secolo fa per rivivere le stesse melodie...

 

La categoria "viaggiatori-eroi" viaggia quindi sì per sfidare e sfidarsi, ma viaggia soprattutto perché "deve" e la necessità del viaggio non sta nell'arrivare a, ma nel tornare al punto di partenza, alla propria terra cui si è e si rimane legati - come persona "nuova", rigenerata, famosa nel mondo come famosa ora la sua patria, arricchita di nuove conoscenze ed esperienze, in altre parole capace di arricchire a sua volta la propria comunità nel ruolo di figura educatrice, tutto secondo l'allora vigente "filosofia di vita" in ambito sociale e pedagogico, "viaggia per imparare e riporta con te l'esperienza spendendola per il benessere e lo sviluppo della tua comunità".

 

È in pratica un νόστος o nostos, greco per "ritorno a casa" - e, non a caso, Νόστοι, "Ritorni", sono chiamati i poemi greci del ciclo epico, quelli Omerici inclusi - un viaggio circolare in cui punto di partenza e di arrivo coincidono.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il "viaggio" nell'Età di mezzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Occidente cristiano genera poi un altro tipo di viaggio: non è un percorso eroico e neppure pedagogico, ma di esilio, di penitenza e di purificazione - il cosiddetto "pellegrinaggio".

 

Per i pellegrini del Cristianesimo medievale tutto si rifà al "peccato originale" dell'uomo e alla conseguente cacciata dall'Eden, ossia l'"esilio" dell'uomo lontano da Dio: ad Adamo ed Eva vie imposto di viaggiare per espiare la propria colpa.

 

Dunque si tratta ancora di un viaggio imposto dall'alto - ed in questo nulla di diverso dal viaggio dell'eroe, e la sua caratteristica principale rimane la sofferenza - niente di nuovo neppure qui: a differenza del viaggio dell'antichità classica però i sacrifici, i patimenti e i rischi servono non a vincere conoscenza, esperienza e gloria, ma a "pagare un debito", come necessaria cura purificante dei peccati che lo hanno provocato.

 

Altra differenza sostanziale è che il pellegrinaggio non prevede ritorno, non è accompagnato e sorretto dalla speranza di un "arrivo", non prevede sollievo perché non ha la promessa di una ricompensa, anzi si avvicina ad una specie di perpetuo vagabondaggio, abbandonando il viaggiatore all'azione purificante della strada, unico luogo dove può sentirsi "a casa".


Questo modo di andar via ricalcando
l'esilio dei progenitori, si fonda sull'idea che il viaggio fatto a certe particolari condizioni verso specifici posti riesca a purificare il viaggiatore, una specie di riabilitazione dell'uomo peccatore: una credenza ed pratica queste così consolidate da arrivare quasi intatte fino ai nostri giorni, non solo nella tradizione religiosa cristiana, ma anche sotto forme molto simili in quella islamica e nel buddismo.
 

Oltre al viaggio di purificazione il Medioevo introduce anche un altro tipo di viaggio, quello intrapreso di propria volontà dal solitario "cavaliere" in cerca di gloria: una dimostrazione di carattere, di capacità e di indipendenza - nobiltà di animo e libertà di movimento, alla ricerca di continue avventure, fitte di incontri con esseri fantastici, nell'atmosfera misteriosa e magica di forereste incantate...

 

Il cavaliere è un viaggiatore irrequieto, che alla fine di un'avventura non trova pace né soddisfacente godimento nel potere su un regno o nelle grazie di una (ma)donna, ma solo nella ricerca di nuove avventure, in un continuo susseguirsi di partenze e ritorni in effetti senza forti perché: la rottura di tendenza nella concezione del viaggio è comunque un fatto - non si parte più per costrizione ma per scelta, facendo del viaggio un'affermazione della propria individualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il "viaggio" nel nostro tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il concetto di viaggio entra così nell'età moderna pronto alla sua lenta ma essenziale trasformazione: dal viaggio necessario dell'antichità, come sfida che porta alla ricompensa della saggezza, dell'esperienza e della ratificazione sociale, dopo quello della cristianità medievale, come sofferenza espiatoria, dopo il viaggio cavalleresco, volontario, individuale e d'avventura, l'Umanesimo apre le porte al viaggio di scoperta geografica, a quello successivo di studio scientifico ed infine al viaggio di pura erudizione.

 

In un certo senso il viaggio riacquista la sua perduta dimensione di "arricchente esperienza", con finalità che presuppongono punti di partenza e di arrivo: questo fino a tutto il Seicento e gran parte del Settecento, quando viaggiare diventa più che mai una prerogativa dell'elite e i viaggi per antonomasia "aristocratici": i soli a poterseli permettere sono i "molto ricchi", con una vera epopea di viaggi reali intrapresi da sovrani-viaggiatori in cosiddetti "Grand Tour", poi viaggi "d'obbligo" per ogni giovane aristocratico, il classico gentleman, attraverso Francia, Germania, Svizzera e Italia quale tocco finale alla sua educazione umanistica, a scopo cioè decisamente istruttivo ed accademico.

 

Per molti anni, il ''Grand Tour'' è stato riservato esclusivamente all'aristocrazia, ma nella seconda metà del diciottesimo secolo si è visto un incremento del turismo come significato di divertimento. Intere famiglie e considerevoli gruppi di persone viaggiano all'estero allo scopo di divertirsi e passare esperienze culturali insieme. .

L'importanza di affascinanti panorami è tale da attirare masse di turisti per molti mesi l'anno.


Il turismo in Europa, nell'ultima decade del 18° secolo, crebbe come risultato dei cambiamenti politici ed economici del continente.

Dopo un susseguirsi di battaglie e guerre nei vari paesi, le nazioni europee divennero più accessibili, sicure e connesse mediante una rete di trasporti ben studiata e realizzata, valorizzando sia le vie di comunicazione sia i paesaggi che si vengono ad incontrare.

 

 

Da notare come il Grand Tour, sia per lungo tempo riservato non solo all'aristocrazia, ma agli uomini dell'aristocrazia: la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento vengono profondamente segnati da proclamazioni di nuova "libertà", sociale ed individuale, è quindi naturale l'evoluzione del viaggio come espressione di questa libertà: con l'abbassamento dei costi di viaggio, non solo il "lusso" del viaggiare diventa accessibile anche alla classe borghese, uomini e donne, ma il viaggio in se stesso da libero diventa esasperato e addirittura "evasivo", fino all'autentico vagabondaggio del Romanticismo - anziché di dolore, il viaggio diventa "di piacere".

 

Le nuove caratteristiche del viaggio del Novecento sono il voler partire, lo scegliere la precarietà del muoversi, il liberarsi da ogni necessità, l'affermare la propria indipendenza da un contesto sociale vissuto come limitante: in pratica decidere di disfarsi dei condizionamenti dell'ambiente socio-culturale cui si appartiene altro non è che la ricerca di una nuova identità, il desiderio profondo di percepire la realtà e, allo stesso tempo di essere percepito dagli altri, in modo del tutto nuovo, lo stimolante bisogno di nuovi significati.


Fra
Ottocento e Novecento alle "certezze" della religione e della razionalità, si sostituisce la ricerca di nuova capacità percettiva, una netta frattura di crisi, rispecchiata in pieno nella concezione del viaggio: dopo aver perso le connotazioni di "sfida", "lotta" e "sofferenza" perde anche quella del "fare esperienza", quando ormai tutto nel mondo è ormai percorso, studiato e documentato - di esperienza da fare rimane  soltanto l'arricchimento che deriva dall'"incontro con lo sconosciuto", umano altro e diverso.

 

Progredendo nel Novecento, la sua esplosione di "progresso" scientifico, tecnologico e industriale completa la distruzione dell'io conducendo l'uomo senza identità a rinnovati fenomeni di nomadismo, verso sogni irraggiungibili,  e vagabondaggio, il viaggio senza meta: proprio questo progresso freddo e disumanizzante diventa il primo ostacolo alla crescita interiore dell'uomo, anzi lo abbruttisce, riducendo la società ad una prigione alienante, imborghesita fino ad una uniformità utilitaristica e conformistica pressoché globale.

 

L'"uomo appiattito" neppure spostandosi trova più occasioni di esperienze autentiche: nuove vie di comunicazione portano da città a città tutte similmente borghesi ed è il boom della fuga verso il "selvaggio", l'"esotico" e il "lontano" dove poter riacquisire ed esprimere la propria umanità - una fuga illusoria che non riesce minimamente a sanare un profondo disagio esistenziale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'impossibile evasione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa disperata illusione di "autenticità" solo possibile nella "lontananza", questo ingenuo, se non stupido, "più mi sposto, più sono vero", porta ineludibilmente alla scoperta della cruda verità che non esiste "evasione".

 

Fuggire alla ricerca del diverso e dell'intoccato - in realtà e necessariamente di conseguenza sempre meno "diverso", sempre meno "genuino" e sempre meno "vergine" - si trasforma di fatto nell'errare di un nomadismo sempre più "inquieto", in pressoché totale assenza di autentiche esperienze e mancanza di qualsivoglia certezze fino al misero crollo delle stesse illusioni: all'inesauribile movimento nello spazio fisico del nomadismo reale, subentra il nomadismo dell'anima - "viaggi" nella memoria, nella coscienza, nell'identità, in spazi fisici sempre più limitati, sempre più poveri di esperienze interpersonali, fino al minimo oggi immaginabile dell'immobilità davanti ad un computer...

 

Le proiezioni del progresso tecnologico raggiungono nuove negatività culturali e sociali: se prima si viaggia con entusiasmo, attraverso una partenza, un arricchimento ed un arrivo-ritorno, oggi, perso l'arricchimento, resta il percorso puro, senza inizio né fine, vagabondaggio alla deriva, in una situazione di sopravvivenza, sempre on the road, in altre parole si viaggia per perdersi: tutt'al più, dato che la geografia del pianeta è tutta già disegnata, si guarda allo spazio - la Luna, Marte...

 

questa forma di puro movimento è ancora chiamata viaggio ma ne perso ogni caratteristica: i moderni mezzi e vie di comunicazione sviluppano un cosiddetto "turismo di massa" - dove il francese "tour" significa "giro" e

 

di "viaggiatori" ne rimangono ben pochi, di quelli cioè che partono senza sapere quando torneranno, se torneranno, a volte senza neppure una meta: i "vacanzieri" non rischiano di smarrirsi né nello spazio né nel tempo, sanno esattamente tutti i dove e i quando

 

Il vacanziere rimane saldamente ancorato alla propria realtà quotidiana, vive quello che incontra già con l'idea del ritorno - in effetti si potrebbe dire che non parta mai...: si muove in uno spazio sempre più omogeneizzato, e il poco di non ancora uniforme, lo vede in televisione, lo legge in una guida turistica, rendendo sempre meno possibile l'esperienza autentica della vita - "qui e adesso", hic et nunc - e la deleteria omogeneizzazione fisica del "villaggio globale" porta alla preoccupante omogeneizzazione dell'immaginario collettivo, di cui quello individuale diventa puro frammento d'ologramma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il cosiddetto "viaggio turistico"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il turismo è oggi un fatto sociale, culturale e politico totale: i suoi meccanismi di carattere economico, sociologico e psico-sociale sono estremamente complessi, contribuiscono a modellare il nostro presente storico e ne sono altrettanto modellati.

 

Da un punto di vista socio-antropologico il turismo è un'azione sociale tipica delle società occidentali industrializzate, anche se per gli etnografi dovrebbe ancora conservare in se qualcosa dell'originario rito di passaggio, un momento cioè di cambiamento e rinnovamento da parte del turista.


Ma, considerati
politicamente, il turismo ed il turista contemporanei rientrano a pieno titolo nell'ormai dominante sistema denominato "imperialismo", accelerando notevolmente il diffondersi di pratiche, comportamenti e mentalità tipici dell'imperialismo, consumistici ed anti-ecologici, tra le popolazioni native, distruggendo rapidamente il loro eco-sistema culturale.

 

Il giro miliardario di affari e il numero a sei zeri di persone che coinvolge fanno del "turismo di massa" una delle cause e degli effetti del fenomeno di "globalizzazione": in controtendenza fortunatamente accelerante il "turismo alternativo" a quello di massa - oltre a quello enogastronomico e culturale, il cosiddetto "turismo sostenibile" o "eco-turismo", con la finalità di fondere ricchezze e peculiarità fisiche di un territorio con le sue produzioni e tradizioni alimentari, promuovendone lo sviluppo culturale ed economico, tutto all'insegna dell'interculturalità e della solidarietà.

 

Il termine "turismo" deriva da parole a lungo utilizzate: l'etimologia ci aiutarci a capirlo meglio quando suggerisce il significato letterale di ''fare un giro", "andare in giro" ma anche "viaggiare per sviluppare la propria individualità e migliorare la qualità della vita''.

 

"Tour" ha origini nel greco τόρνος o tornos, "strumento per disegnare un cerchio", cioè il "compasso", ed in latino troviamo tornus, "macchina per smussare gli angoli e dare una forma rotonda", cioè il "tornio" entrambi dalla radice Proto-Indo-Europea *tere.

 

In Inglese la parola "tour" potrebbe risalire al 1320, nel significato di "giro di controllo" o "ronda", ma, sembra, presa a sua volta dall'antico francese "tour" o "tourn" - anche nel senso di "cerchio", "circuito", "circonferenza" - e "torner" o "tourner", "girare"...

 

Tour nel senso di "a traveling around", "viaggio articolato", cioè "non lineare", viene documentato in Francese e in Inglese per la prima volta nel 1643 con riferimento al cosiddetto "Grand Tour", e come verbo inglese, to tour, dal 1746.

 

Il Dictionnaire historique de la langue française definisce comunque la moderna parola touriste quale originale di quella lingua derivata da tour, dal secolo XVII nel senso di "voyage, circuit au cours duquel on visite différents endroits", "viaggiare da un luogo all'altro" o "secondo un piano o lungo un circuito, un movimento circolare che riporta al punto di partenza": già tra il 1780 e il 1800, ma sicuramente ai primi dell'Ottocento, si usa per definire chi vada in Inghilterra (cioè per un viaggio "circolare" sull'isola con ritorno in patria), e, dopo la pubblicazione di "Mémoires d'un touriste" di Stendhal, nel 1838 acquista il significato più ampio e generico di "qualcuno che viaggi per piacere", non solo in Inghilterra ma dovunque.

 

Nel 1802 appare l'espressione tour de force o "marcia forzata".

 

Tourism o "turismo" in senso moderno è del 1811.

 

Il "Tour de France" viene registrato nel 1922.

 

Tourist viene poi a  connotare correntemente nella prima metà del Novecento una più bassa categoria di comfort e di prezzo, come nell'inglese tourist hotel e nel corrispondente francese hôtel touriste, cioè albergo "turistico", dal 1927 e  tourist class o classe "turistica" otra il 1934 e il 1936.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Turismo è davvero "viaggiare"?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi turismo è sinonimo di "tempo libero" e di "vacanza", ma per molti studiosi di psicologia del turismo rappresenterebbe ancora e comunque la ricerca dell'autenticità, una sorta di versione laica della ricerca del sacro...


Lo spostamento umano esiste da sempre, ma subisce mutamenti radicali nelle sue
motivazioni: dall'esplorazione di nuovi territori, la loro successiva occupazione e la fuga dei nativi dalla propria terra invasa, a fattori fisiologici come fame e sete che costringono popolazioni nomadi da un territorio all'altro, a fattori geografici e ambientali che rendono di particolare interesse alcune zone per la loro ubicazione strategica, a ragioni di cura come nel caso dell'utilizzo delle terme da parte degli Etruschi e dei Romani fino al turismo al mare, al lago o in montagna per il recupero di stati patologici.


Ma il turismo moderno ha quale reale motivo di viaggio lo
"svago", il "divertimento" e il "relax", è conseguenza di profondi mutamenti socio-culturali, della decrescente necessità di lavoro prolungato sotto il controllo della società, dei tempi sempre meno marginali a disposizione dell'individuo.

 

L'evoluzione del turismo va di pari passo a quella dei mezzi e vie di trasporto, come la "strada ferrata" nel XIX e le rotte aeree nel XX secolo: settimane di traversata oceanica si riducono fino a poche ore di volo, ed, in ambito climatoligico, l'inverno di dove si vive può "artificialmente" diventare primavera, estate o autunno di ovunque si voglia nel mondo.

 

Ma i tentativi di definire il turista in termini moderni e, di conseguenza, formattare la moderna concezione di turismo - rivelano e creano ancor più confusione...:

 

- "turista" sarebbe chi si trasferisca per almeno 24 ore ma non più di 1 anno, per motivi ricreativi, vacanza,

salute, studi, religione, sport, lavoro, affari, famiglia...

 

- "viaggiatore" chi si sposti almeno 80 chilometri per affari, piacere, motivi personali o altro, ad eccezione

del pendolarismo lavorativo

 

- "viaggiatore temporaneo" chi si sposti per libera scelta senza porsi scopi strumentali.


In effetti in moderni
termini economici, che ci si allontani per un breve o lungo periodo dalla propria residenza e dal proprio lavoro, spostandosi 10 o 10.000 chilometri, quello che fa più differenza è casomai che durante tale periodo nei luoghi visitati si spenda denaro non guadagnato sul luogo con un consumo di beni locali.

 

Il turista si diversifica dal viaggiatore soprattutto per la motivazione dello spostarsi: il moderno "turista" è semmai un "vacanziere" non un viaggiatore, perché in effetti non si "allontana" come il viandante, non "scopre" come il viaggiatore , non si "rigenera" come il pellegrino, non "si perde" come il vagabondo, non "sogna" come il vagamondo™.

 

Di "viaggiatori" ne rimangono ben pochi, di quelli cioè che partono senza sapere quando o se torneranno, a volte senza neppure una meta: il "vacanziere" non rischia di smarrirsi né nello spazio né nel tempo, sa esattamente tutti i dove e i quando già prima di partire, rimane saldamente ancorato alla propria realtà quotidiana, la sua "sicurezza" o noia di sempre, vivendo quello che incontra già con l'idea o l'angoscia del ritorno (in effetti si potrebbe dire che non parta mai!), si muove in uno spazio sempre più omogeneizzato, e il poco di non ancora uniforme, lo vede in televisione, lo legge in una guida turistica, lo rivede nei videofilmati a bordo degli arei o delle navi che lo portanoa  destinazione, rendendo sempre meno possibile l'esperienza autentica della vita - il "qui e adesso", hic et nunc.

 

E alla di per se già deleteria omogeneizzazione fisica e culturale del "villaggio globale" corrisponde, in maniera sempre più rapidamente dilagante, una catastrofica omogeneizzazione dell'immaginario collettivo, di cui quello individuale diventa puro frammento di questa immagine olografica: la ormai inesistente esperienza individuale non va più ad arricchire la conoscenza della comunità, ma al contrario ne deriva per meccanico frazionamento.

 

 

 

 

 

 

 

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La distruzione dell'esperienza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Vacanze di massa" significa partire piuttosto in gruppo che da solo, per un muoversi "governato" fin nei minimi dettagli di tempo-spazio da cosiddetti tour operator, quelli cioè che "professionalmente" pianificano il "viaggio", standardizzando mete ed "esperienze", decidendo quel che sia interessante e stimolante o meno, escludendo il pericolo del "non previsto" e del "non desiderato", cioè la sorpresa e la vera esperienza...

 

Il viaggio viene "compresso" nello spostamento spaziale sempre più rapido da un punto A per tuffarsi in un punto B, un'abolizione dello "spostamento", con la conseguente impossibilità di spostarsi mentalmente ed emotivamente nella progressiva esperienza delle "diversità", "compresso" nei contenuti e nelle situazioni, sempre più ingordo di cose già note, "da riconoscere" piuttosto che da conoscere, per questo pieno di indifferenza (lo riconosco e quindi lo conosco già), di sordità (ne ho sentito e risentito parlare) e cecità (l'ho visto e rivisto) di fronte al "nuovo" che nuovo non è.

 

Una partenza e un viaggio verso il già noto, non più quindi alla ricerca della propria identità o dell'esperienza autentica del dis-orientamento, ma per la banalità di poter dire "ci sono stato anch'io", una voluta e piena de-ritualizzazione dell'esperienza personale, evitando meticolosamente di intaccare il consueto della nostra esperienza sociale, culturale, psichica o religiosa che sia, guardandoci bene dal provocarne un ri-orientamento, come un'identità più itinerante e problematica...

 

Oggi rimane il "mito" del viaggio, esodo coatto, per rompere con la quotidianità di obblighi sociali oppure voglia morbosa di collezionismo esibizionista, che permetta di riaffermare lo status sociale attraverso litanie di "sono stato qui, sono stato lì - e tu?" - guai a scoprire che qualcuno possa essere stato in un posto dove non sono stato anch'io!

 

Un falso desiderio di "diverso" solo per poter tornare alla sicurezza del "solito", dell'"abituale" e del "normale", in qualunque momento si voglia, spostamenti estivi impropriamente chiamati viaggi, senza spaesamenti, che insomma non hanno proprio più nulla del viaggio: dal viaggio eroico dell'antichità al turismo di massa e al neo-nomadismo del XXI secolo l'umanità traccia di per se un lunghissimo percorso...

 

La nostra civiltà così numericamente bulimica e culturalmente anoressica sta arrivando ad infrangere per sempre i silenzi dei deserti e delle montagne, a sconvolgere irrimediabilmente cieli e mari, in una isterica pretesa evasione, distruggendo nel giro di poche generazioni non solo tutto lo splendore plasmato dalla natura in milioni di anni di continua evoluzione, ma soprattutto la nostra stessa capacità di viverlo, goderlo e farne esperienza oggi e addirittura negandone il legittimo diritto e l'opportunità alle generazioni future!

 

È questa la fine del "viaggio"?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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