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Da qui gli Etruschi... – Note di approfondimento storico

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La Tabula Peutingeriana” o “Codex VindobonensisApprofondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attraverso il mondo allora conosciuto

Il "portolanum"

L'"itinerarium"

 

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La Tuscia Romana nel famoso "stradario" chiamato Tabula Peutingeriana.

 

Attraverso il mondo allora conosciuto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il "portolanum"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cosiddetto "portolano" - dal latino portus, porto - è un manuale di navigazione costiera e portuale per il calcolo delle rotte marittime, la cui origine origine è nell'esperienza millenaria della navigazione "sotto costa" - distanze costiere da promontorio a promontorio e da porto a porto: evoluzione del precedente "periplo", già in uso presso Greci, e prototipo dei portolani medievali, sostituisce, o, meglio, precede, la carta nautica vera e propria, un prodotto tipicamente mediterraneo, frutto della secolare esperienza della navigazione lungo le coste del mare interno, i cui i primi esemplari a noi noti risalgono al XIII secolo.

 

Il portolano facilita la navigazione attraverso una descrizione delle coste, risultato delle conoscenze acquisite durante i precedenti viaggi, e viene usato tramandandolo di generazione in generazione in una ininterrotta tradizione, sostanzialmente immutata nello stile, ma naturalmente sempre più ricca e dettagliata nei contenuti.

 

 

Le coste del Mar Mediterraneo in una rappresentazione portolana veneziana che si estende fino all'Inghilterra e all'Irlanda: i tipici vessilli frangiati della Serenissima ad indicare i suoi porti e le aree di influenza commerciale e militare nella massima espansione.


Nel portolano, oltre ai riferimenti per il
cabotaggio costiero - cosiddetta navigazione "per starea", dal greco medievale "sterea ghe" o "terraferma", con perimetri costieri riportati nei minimi dettagli, una ricca toponomastica e, successivamente, profondità delle acque nelle vicinanze della costa, soprattutto degli attracchi e dei porti, si aggiungono man mano anche istruzioni per rotte "in mare aperto" - cioè da costa a isola e da isola a isola: quest'ultime vengono chiamate durante il Medioevo dapprima con il latino transfertus, poi, con l'avvento del volgare, "peleggi" o navigazioni "a golfo lanciato", munite di distanze nautiche, lunghezze dei percorsi per raggiungere una data località, e molto approssimative "rotte" da tenere, sotto forma di "direzioni" da prendere rispetto ai punti cardinali.

 

 

I portolani vengono continuamente riprodotti ed arricchiti di proprio: qui evidenti le similitudini con quello sopra, non importa se siano  di matrice occidentale o turco-ottomana o araba - spesso gli ambiti documenti passano i fronti e le frontiere, rubati e trafugati o bottino di scorrerie di pirati o vere e proprie azioni di guerra.

 

La stesura del portolano, eseguita a bordo dai naviganti come una specie di diario durante l'intera navigazione, viene seguita dal lavoro delle botteghe di copisti a terra, nei porti, che duplicano i manoscritti  per poi rivenderli: ai perimetri costieri si aggiunge nel tempo la costruzione di un reticolo di linee oblique, i primi abbozzi di "carta nautica", la quale si svilupperà velocemente dopo le Crociate, tra il XII e il XIII secolo, quando la "bussola" cinese si diffonde nel Mediterraneo Orientale, permettendo determinazioni di rotta di gran lunga più precise.

Un anonimo portolano veneziano del XVI secolo - non più rullo di pergamena ma libro - che descrive in dialetto veneto le coste del Mar Mediterraneo e quelle spagnole e francesi sul versante occidentale dell'Oceano Atlantico fino all'Inghilterra e all'Irlanda, insieme alle regole di armamento di una nave ed annotazioni di tipo astronomico-zodiacale.

 

Essendo il portolano una pergamena (solo molto più tardi diventerà un libro) viene conservato arrotolato e srotolato ad ogni utilizzo: il suo uso frequente sulle navi ne provoca di conseguenza un progressivo e rapido deterioramento, cosa che spiega perché la maggior parte sia andata perduta ed i rari esemplari ancora esistenti si presentino in cattivo stato, quasi mai integri.

 

Delle carte costiere redatte durante la navigazione prima del 1200 - soprattutto nell'antichità da Fenici, Greci e Romani, grandi solcatori del Mediterraneo - conosciamo ben poco ed altrettanto dicasi della strumentazione di bordo, ad eccezione del cosiddetto "meccanismo di Antikythera" ed alcuni astrolabi.

Esistono ancora alcuni
portolana, come ad esempio quelli romani, vedi l'Itinerarium Maritimum Antonini Augusti, e quelli veneziani, il "
Portolanum a Venetiis in occidentem ad fretum Angliae" o "Portolanum a Mari Maurorum ad Chilon", ma tra i più interessanti sono quelli del capitano navale turco-ottomano Hadji Muhyieddin Piri Ibn Hajji Mehmed, poi ammiraglio Piri Reìs b. Hajji Mehmet: nipote del noto corsaro Kemal Reis, combatte contro le flotte spagnola, genovese e veneta, prendendo parte alle Battaglie di Lepanto del 1499 e 1500.

 

Piri Reìs viene soprattutto ricordato come cartografo, autore del Kitab-ı Bahriye o "Libro sul mare", completato nel 1521 e ricco, tra le altre mappe costiere e portolani dell'intero Mediterraneo, della sua famosa mappa del 1513, rielaborata da una ventina di mappe precedenti, in parte raccolte durante gli anni di navigazione o ereditate dallo zio, tra queste quattro portolani portoghesi ed anche una delle mappe originali di Cristoforo Colombo, bottino di guerra nel 1501 alla cattura di sette navi spagnole al largo di Valencia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'"itinerarium"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'intensificarsi degli scambi commerciali, militari e politici della Roma Imperiale su un territorio sempre più vasto distribuito su tre continenti, si rende indispensabile disporre di informazioni precise anche sulla complessa rete viaria, andatasi creando a partire dalle iniziali Vie Consolari, il cosiddetto cursus publicus: gli alternativi itinerari via terra per raggiungere determinati luoghi, le tappe , le distanze, le stazioni attrezzate per la sosta ed il cambio dei cavalli lungo il percorso ecc, anche al fine di individuare con facilità la via più breve, più conveniente o più comoda, a seconda della natura del viaggio, del tempo a disposizione, dello status sociale e delle condizioni fisiche dei viaggiatori.

 

Nell'antichità effettuare lunghi viaggi, per mare o per terra che siano, significa necessariamente dover affrontare enormi difficoltà durante tempi incomparabili con quelli odierni e richiede quindi la migliore pianificazione possibile, basata sulla conoscenza dei territori da attraversare: nel mondo romano due sono praticamente gli aiuti a disposizione - le pietre miliari, esattamente dislocate lungo tutte le strade romane, e le informazioni contenute in "guide di viaggio", dette itineraria.

 

Gli itineraria si dividono poi - come i portolani - più specificamente in itineraria adnotata, percorsi testuali, cioè descritti attraverso un semplice elenco con relative distanze delle località da attraversare, ed itineraria picta, più avanzati, costituiti da una rappresentazione grafica della rete viaria, uno "stradario", con linee dentate, a scandire le tappe giornaliere da percorrere, gli edifici più rilevanti lungo il percorso a simboleggiare gli agglomerati urbani e le città, le caratteristiche fisiche del terreno e della strada, come fiumi, ponti, montagne e così via.

 

Gli itineraria, come sintesi pratiche di itinerari stradali, rimangono pressoché invariati dall'antichità romana fino alle guide medioevali, molte diari di pellegrinaggi in Terra Santa.
 


Famosi esempi di itineraria, oltre la Tabula Peutingeriana:


- l'
Itinerarium Alexandri, una lista delle conquiste di Alessandro Magno con una descrizione dei suoi

spostamenti in Persia;


- l'
Antonini Itinerarium o Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti o "Itinerario Antonino", registro di

stazioni e distanze lungo le strade dell'Impero Romano per spostarsi da un insediamento all'altro e con una celebre sezione nella "mappa stradale" della Britannia Romana, iniziato nel 217 dC prende il nome dall'Imperatore Caracalla, tramandato nella forma oggi conosciuta dal periodo di Diocleziano, cioè fine del III - inizi del IV sec., ma probabile rielaborazione del primo "itinerario maestro" commissionato nel 44 aC ai tre geografi greci Zenodoxus, Teodoto e Policlitone da Giulio Cesare e Marco Antonio e dopo 25 anni di lavoro completato sotto Ottaviano;

Un frammento dell'Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti mostra evidenti le caratteristiche del supporto di pelle di animale non conciata e composta di collagene, la cosiddetta pergamena o cartapecora o carta pecudina, su cui è annotato: fino all'avvento della carta in Europa, il XIV secolo circa, sono queste pelli di pecora, capra o vitello il materiale per eccellenza sul quale gli uomini comunicano.


- l'
Itinerarium Burdigalense o Itinerarium Hierosolymitanus o Itinerarium a Burdigala Jerusalem usque et  

ab Heraclea per Aulonam et per urbem Romam Mediolanum usque o "Itinerario di Bordeaux", il più antico itinerario cristiano, diario scritto nel 333-334 da anonimo pellegrino nel suo viaggio da Burdigala, l'odierna Bordeaux, fino a Gerusalemme.

L'andata per Via Domizia in Gallia, valico del Moncenisio alle Alpi, Via Postumia da Torino ad Aquileia, Valle del Danubio, Costantinopoli, Anatolia e Siria fino in Terrasanta a Gerusalemme.

Il ritorno per Via Egnatia in Macedonia ad Aulona, l'odierna Valona, da qui imbarco per Hydruntum, l'odierna Otranto, Vie Traiana ed Appia fino a Roma, poi Flaminia ed Emilia fino a Mediolanum, l'odierna Milano, e di nuovo in Gallia.

La specifica importanza di questo itinerarium è la conferma dello stato di viabilità del sistema consolare romano ancora nel IV secolo, con gli attuali toponimi, le città raggiunte, le mansiones o piccoli centri abitati con locanda, e perfino le mutationes, per il solo cambio dei cavalli, tutte meticolosamente annotate le distanze intermedie in miglia.

 

 

Uno dei quattro boccaletti argentei ritrovati, tre nel 1852 ed il quarto nel 1863, durante i lavori di parziale distruzione e ristrutturazione dell'antico complesso termale di Vicarello, tra gli innumerevoli oggetti di un deposito votivo o stipe, colmo cioè di offerte accumulatesi, strato su strato, durante più di un millennio, maggior parte delle quali (ben 4 quintali!) aes rude, grumi di bronzo fuso usati come mezzo di scambio precedentemente al conio della moneta fin dall'VIII sec. aC, seguito da aes grave, monete di Età Romana Repubblicana ed Imperiale, e ancora preziosi vasetti in oro, argento e bronzo.


- l'
Itinerarium Gaditanum o Itinerarium a Gades Romam o "Coppe di Cadice" o "Bicchieri di Vicarello", dal  

luogo della scoperta archeologica nel 1852 presso Forum Clodii sul Lago di Bracciano: quattro vasetti cilindrici in argento del 330 circa, ottimo ed originale esempio di itinerarium adnotatum, con incise le stazioni e le relative distanze dell'intero percorso da Gades, l'odierna Cadice, a Roma.

 

La minuscola superficie, di appena 95 millimetri per 153, del boccaletto di cui sopra, qui riprodotta graficamente sviluppandola in piano con le sue quattro sezioni: annotata in alto a sinistra la prima mansio di Ad Portum dopo Cadice e, in basso a destra, la meta finale, Romam, mentre le due grandi scritte riportano rispettivamente sopra l'Itinerarium, cioè A Gades Romam, "Da Cadice a Roma", e, sotto, la distanza totale da percorrere, cioè la somma delle distanze intermedie notate a destra di ciascuna tappa, Sum[ma] M[ilia] P[assus] MDCCCXXXX(x), vale a dire un viaggio di ben 1.835-1.842 miglia romane (i quatto bicchieri danno sorprendentemente  minimi scarti sulla distanza, dell'ordine 0,3-0,4%!) ovvero circa 2.700 chilometri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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