Portale

Prima pagina | Mappa

 

Cultura e società

Prima pagina | Mappa

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da qui gli Etruschi... – Note di approfondimento storico

Ieri per capire meglio l'oggi

Chi siamo

Roma città etrusca, eccome!

I Re di Roma, quasi la metà Etruschi

Pagina in costruzione: rinnovare volentieri la pagina con il browser per essere sicuri di visualizzarne la versione più recente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima età regia, Latini e Sabini dominano – Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

Il terzo Re di Roma – Tullo Ostilio
La distruzione di Alba e la nuova sconfitta dell'etrusca Vejo ad opera del latino
Para bellum – Il Collegio dei Feziali
Madre Alba Longa, la prima di troppo
E l'etrusca Vejo la seconda
Ma non ha fatto i conti con Giove
 

  Pagine correlate 

Pagina di origine

 

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

Il quarto Re di Roma Tullo Ostilio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La distruzione di Alba e la nuova sconfitta dell'etrusca Vejo ad opera del latino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proclamato Re dal popolo dopo un ulteriore periodo di interregno, è davvero diametralmente opposto al suo predecessore: latino, aggressivo, la sua reggenza dal 672 al 640 aC viene soprattutto associata ad alleanze, tradimenti e azioni belliche, la più importante dei quali la totale distruzione di Alba Longa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Para bellum – Il Collegio dei Feziali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contribuisce decisamente a formare la futura, legittimante politica espansionistica romana, costituendo addirittura il cosiddetto Collegio dei Feziali, con il preciso compito i trovare un pretesto per ogni guerra o casus belli, anche in assenza cioè di motivi reali inventarsi un qualcosa che comunque giustifichi atti ostili o soprusi verso altri popoli e nazioni, una causa "giusta" agli occhi degli dei di cui si teme altrimenti la motivata reazione e punizione (vengono in mente paralleli contemporanei?...).

 

I Feziali o Fetiales o Feciales sono un collegio sacerdotale (una religione così funziona sempre!) incaricati di preservare gli aspetti formali di quello che oggi chiameremmo il "diritto internazionale", in pratica far valere a tutti i costi il "diritto bellico" di Roma: una guerra ad oltranza per la conquista di un territorio limitrofo, necessario ai Romani o comunque sotto qualche aspetto per loro appetibile, e la conseguente sottomissione-assimilazione o integrazione-colonizzazione della sua popolazione ovvero (molto raramente) un accordo di pace a "conditio sine qua non" di un indennizzo in riparazione dei "danni subiti dal popolo romano".

 

20 ambasciatori di guerra che scelgono fra loro un pater patratus, portavoce ufficiale incaricato della formale dichiarazione di guerra ai popoli confinanti: si usa "erba sacra" o herbam puram, probabile la verbena, simbolo del territorio romano, una selce, simbolo della folgore con cui gli dei annientano lo spergiuro, e lo scettro, simbolo questo di auctoritas - la cerimonia termina con l'uccisione di un maiale, a simboleggiare l'eventuale spergiuro compiuto dai Romani.

 

Gli Equicoli sono nella tarda Età Repubblicana, cioè II-I sec. aC, le genti della Valle del Salto, nel Reatino, ultimo residuo dell'antica nazione degli Equi, un popolo nord-est laziale più volte citato da Tito Livio per la sua tenace ostilità alla Roma dei primi 300 anni: sconfitti solo nel 304 aC, vengono sterminati, le loro terre confiscate come Ager Aequiculanus ed i superstiti forzatamente ammassati in una "riserva" nel cuore dell'Appennino centrale.

 

Lo ius fetiale o "diritto dei feziali", per regolare i rapporti con le popolazioni confinanti, "trattati di pace" e dichiarazioni di guerra, sarebbe stato introdotto a Roma proprio dal loro Re Ferter Resius:

 

"Ferter Resius rex Aequeicolus is preimus ius fetiale paravit inde p(opulus) R(omanus) discipleinam excepit."

 

"Ferter Resius Re equicolo predispose per primo il diritto dei feziali di cui il popolo Romano apprese poi la disciplina."

 

Il patres patratus, un pater familias della patria, scaglia una lancia particolare nel territorio da attaccare o, se troppo lontano, nel tempio dedicato a Bellona, dea della guerra: quest'ufficio cade poi in duraturo disuso fino a che Ottaviano Augusto non lo riesumerà.

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

Madre Alba Longa, la prima di troppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La città di Alba Longa o Albalonga, secondo la leggenda fondata da Ascanio, o Iulo, figlio di Enea, trent'anni dalla fondazione di Lavinio, intorno cioè alla metà del XII sec. aC, dopo la distruzione di Troia, è un antico centro già a capo della confederazione dei popoli latini e di cui Roma vuole prendere il ruolo.

 

Nella dinastia di Re albani, Proca con i figli Numitore, legittimo erede, e Amulio, il quale scaccia il fratello, ne prende il trono e costringe la figlia, Rea Silvia, a farsi vestale, con voto di castità, in modo da garantire l'assenza di successori legittimi: quando la nipote, nonostante tutto, mette al mondo i gemelli Romolo e Remo, figli di Marte, Amulio ordina di ucciderli, ma vengono abbandonati nel fiume Tevere e salvati, poi adulti lo detronano, restituendo il potere a Numitore ed ottenendo in cambio dal nonno il permesso di fondare Roma.

 

Tutto questo per "legittimare" come la crescente potenza di Roma sotto Tullo faccia inevitabilmente scontrare le due città aprendo una guerra lunga e spietata: consapevoli però del rischio che un perdurare del conflitto tra Romani e Albani finisca solo per avvantaggiare gli Etruschi, il Re romano e quello di Alba, Mezzio Fufezio, optano per un duello decisivo tra campioni dei rispettivi schieramenti.

 

Per Alba Longa combattono i tre fratelli Curiazi mentre i tre fratelli Orazi rappresentano Roma, alla quale viene assegnata la vittoria grazie al valore del suo unico superstite: Mezzio e gli Albani riconoscono la sconfitta consegnando le proprie armi e se stessi ai Romani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E l'etrusca Vejo la seconda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Confidente nei rinforzi militari albani, Tullo decide di attaccare l'altra grande contendente, a nord, la potente città etrusca di Vejo, in grado in grado di controllare e contrastare l'attraversamento del Tevere lungo tutta la sua riva destra a confine con i territori latini ed, in particolare quindi, l'accesso alle saline dei septem pagi alla foce del fiume.

 

Secondo i piani di battaglia, sul campo i Romani di Tullo Ostilio vanno contro i Vejenti, mentre Mezzio Fufezio con i suoi Albani, che, ora alleato, dovrebbe affrontare i Fidenati, aspetta gli sviluppi del combattimento per decidere con chi schierarsi: ma i Romani riescono comunque a sconfiggere da soli prima i Fidenati e poi i Vejenti in uno degli scontri più sanguinosi che si ricordino.

 

La vendetta romana per il comportamento ambiguo del Re albano non si fa attendere e resterà di atroce memoria: il giorno successivo Mezzio, accusato di tradimento e condannato a morte, viene legato mani e piedi a carri da guerra fatti partire al galoppo in direzioni opposte e squartato in due alla presenza del suo esercito schierato...

 

Come seconda, tremenda punizione la sua città di Alba Longa vienne rasa al suolo né mai più ricostruita, mentre la popolazione, deportata a Roma e collocata all'interno delle sue mura, va ad occupare il Celio: Tullo stesso vi si trasferisce con i simboli del potere, come prima di lui Romolo al Palatino e Numa al Quirinale, e, a dimostrazione della completa integrazione tra Albani e Romani, la cavalleria albana farà da ora parte dell’esercito romano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma non ha fatto i conti con Giove

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eliminata definitivamente Alba Longa, Vejo, solo temporaneamente sconfitta, manterrà la sua costante rivalità con Roma e ci vorranno ben 14 guerre in 200 anni, da quando cioè già Romolo cerca quella dimicatio ultima, la battaglia risolutiva e la definitiva disfatta dei confinanti Etruschi, che però verrà solo nel 396 aC ad opera di Furio Camillo, seguita, come nel caso di Alba Longa da totale saccheggio, deportazione degli abitanti ed appropriazione del territorio, il prospero Ager Vejentis.

 

Prima di morire fulminato da un Giove irato per le sue inadempienze liturgiche dei riti sacri e la sua reggia ridotta in cenere dal conseguente incendio, Tullo Ostilio, "il bellicoso", sopravvive ad una tremenda pestilenza e fa costruire la nuova sede del Senato, la cosiddetta Curia Hostilia, luogo di riunione dei nuovi magistrati albani.

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Note preliminari aggiuntive

 

All'abile "pio" e "pacifista" Numa Pompilio succede nel 672 aC Tullo Ostilio: il carattere e l'indole del nuovo monarca sono diametralmente opposti a quelli del suo religioso predecessore - il suo stesso nome ("nomen omen"!) lo definisce - Hostis, cioè "ostile" nel senso di "guerriero" - anche se nulla di quello che farà Tullio sarebbe stato possibile senza l'opera preliminare e lungimirante di Numa, che ne crea di fatto ogni presupposto.

 

Tullio apre i propri giochi con una atto tremendo: dichiarare guerra alla "madre" Alba Longa, patria di Numitore, Rea Silvia, Romolo e Remo, è un distinto segnale di rottura addirittura con la comune discendenza divina delle due città, nate dallo stesso sangue, tale da rendere il conflitto "empio" al cospetto degli déi, di rottura con ogni "sacro" legame di appartenenza, perché ormai considerato dalla ancora per il momento velleitaria, giovane Roma "obsoleto", e al tempo stesso un'aperta dichiarazione delle sue poi per secoli insaziabili ambizioni espansionistiche.

 

Alba Longa è troppo vicina così a ridosso di Monte Albano, rappresenta un palese "ostacolo", un ancora potenzialmente temibile avversario, concorrenziale anche se in lenta decadenza: per non provocare gli déi oltre il necessario e per evitare inutili, sanguinose perdite su entrambi i fronti, Alba Longa e Roma si accordano opportunamente di affrontarsi in uno spettacolare quanto simbolico duello tra campioni dei rispettivi eserciti - i famosissimi e leggendari tre fratelli romani Orazi contro i tre fratelli albani Curiazi...

 

Secondo il tardo e naturalmente per Roma glorificante racconto di Tito Livio, le due armate si fermano al confine fra i due territori, schierandosi una di fronte all'altra, faccia a faccia ciascuna lungo un lato delle cosiddette Fossae Cluiliae, in pratica tra il IV e il V miglio dell'attuale Via Appia Antica: forse all'epoca delle linee di difesa naturali oppure come racconta la leggenda un fossato fortificato costruito dall'ultimo Re di Alba Longa, C. Cluilius, proprio prima del combattimento tra gli Orazi e i Curiazi) - porta l'esercito contro Roma, si ferma sulla Via Latina e scava la fossa a difesa del proprio accampamento lungo il confine lo Stato romano e lo Stato di Alba Longa, limite sacro ed inviolabile di Roma, una fossa che attraversa e taglia la Via Appia fino alla Via Latina, sbarrando tutto quel tratto di pianura dell'Ager Romanus.

 

I sei campioni si affrontano proprio tra i due schieramenti e lo scontro si sviluppa dapprima decisamente a favore degli albani Curiazi, i quali uccidono in combattimento "leale" due Orazi romani, rimanendone però feriti: l'ultimo Romano  superstite, pur illeso, si trova ora a dover quindi affrontare da solo i tre fratelli albani, impresa ovviamente impossibile in un combattimento contemporaneo impari uno contro tre, in cui il romano verrebbe facilmente circondato e sopraffatto - l'Orazio fa quindi credere agli avversari di darsi a vigliacca fuga mettendosi a correre in direzione di Roma per cercar salvezza, subito naturalmente inseguito dai tre Curiazi che però, diversamente feriti, finiscono per commettere il fatale errore di distanziarsi uno dall'altro e vengono quindi tutti uccisi uno dopo l'altro in singoli combattimenti uomo a uomo...

 

Una bella trovata questo racconto, ma difficile venirne fuori comunque ed ecco un'altra fantastica svolta: l'euforica gloria della vittoria del romano si dimostra molto breve perché al rientro fra i commilitoni esultanti, vista la propria sorella piangere la morte del fidanzato, guarda caso uno dei tre fratelli Curiazi (!), preso da un raptus "patriottico" la uccide, viene condannato a morte dai suoi per l'omicidio e soltanto l'appassionato intervento del padre a biasimo della figlia gli evita la pena capitale...

 

Ancora in età augustea il leggendario episodio viene documentatamente commemorato proprio al V miglio della Via Appia presso le "tombe" a tumulo circolare, o meglio i "cenotafi" o costruzioni commemorative postume e prive dei morti, sia degli Orazi che dei Curiazi, distanti fra loro solo un centinaio di metri, probabilmente costruiti o restaurati appunto in età augustea a "memoria" della tradizione: a conforto "storico" dell'evento la peculiare ed altrimenti immotivata deviazione che la Via Appia fa in questo preciso punto per poi riallinearsi al suo logico tracciato, un evidente segno di rispetto per un luogo così primitivo da essere considerato "sacro", niente di meno che l'antico confine dello Stato romano al tempo dei Re.

 

Tutta la fantastica e complessa storia del duello, così quasi esageratamente studiata nei particolari, ci dimostra con evidenza, attraverso ad esempio il legame affettivo tra una ragazza romana ed un giovane albano, come le due popolazioni siano di fatto culturalmente molto vicine e simili tra loro, se non addirittura etnicamente delle medesime origini, ed il condiviso optare per tali insolite modalità, come uno scontro fra sei campioni piuttosto che una regolare battaglia tra due eserciti, conferma il voler evitare ad ogni costo eccessivi spargimenti di sangue tra due centri politico-economico-militari in controtendenza - inevitabilmente giunti cioè, ciascuno nella propria corsa, ad uno storico passaggio di testimone per quanto riguarda l'egemonia territoriale, uno decadente e l'altro emergente - sì in diretto conflitto di interessi ma pur sempre legati fra loro da profondi vincoli di "parentela".

 

Questa supremazia acquisita da Roma la porta "benevolmente" ad una alleanza con l'avversario, in effetti non solo "onorevole" per Alba Longa che non viene così umiliata, ma strategicamente importante, anzi vitale, per la stessa Roma che con una sola mossa si garantisce una copertura alle spalle verso sud e può finalmente concentrarsi al cento per cento nei suoi ripetuti, caparbi sforzi di conquistare soprattutto ricco territorio etrusco, muovendo guerra alle città di Vejo e di Fidene.

 

Altro intoppo però a queste mire, dato che Mettio Fufezio, Re di Alba Longa, parentela dei popoli a parte, capisce fin troppo dei veri perché della "benevolenza" dei Romani, e, una volta che questi dichiarano guerra alle città etrusche, rompe immediatamente il suo trattato con Roma e, per puro spirito di sopravvivenza, va a schierarsi con i suoi avversari: purtroppo e nonostante questo la guerra è vinta da Roma che punirà spietatamente il "tradimento" della città di Alba Longa (da notare come qualsiasi tremenda e esecrabile azione compiuta dai Romani, loro stessi più volte nel corso della storia sfacciatamente rei di tradimento verso i propri alleati - ricordano per caso qualcuno dei nostri giorni? - sia sempre e comunque sistematicamente legittimata!).

 

La città viene completamente rasa al suolo dai Romani, le popolazioni dell'antico Monte Albano deportate in massa a Roma e collocate sul Colle Celio, il loro Re platealmente giustiziato al cospetto dei suoi sudditi attraverso una delle più atroci e barbare esecuzioni, legato cioè mani e piedi a due carri facendolo dilaniare alla loro corsa in opposte direzioni: Alba Longa e tutti gli insediamenti limitrofi letteralmente scompaiono, cancellati, ma il fatto curioso resta che nessun colone romano andrà mai rimpiazzare queste popolazioni locali deportate occupandone i territori vinti, contro ogni normale prassi che, al contrario, vede dopo ogni guerra una doppia "romanizzazione" in atto, sia attraverso la deportazione e l'integrazione a Roma delle popolazioni sconfitte, sia la sistematica, rapida e completa occupazione da parte di coloni romani dei nuovi territori acquisiti.

 

Tullo Ostilio non fa certamente questo né per rispetto né per senso di colpa: capisce semplicemente come Roma abbia ora bisogno di una crescita demografica piuttosto ed estremamente accentrata per potersi adeguatamente preparare ad intraprendere ulteriori e ben più ambiziose espansioni: nulla di meno che la conquista dell'Etruria!

 

Purtroppo per Tullo Ostilio - che tra una guerra e l'altra riesce comunque a togliere le riunioni del Senato dalla strada, più precisamente dall'area cosiddetta "del Comizio" tra Palatino e Campidoglio, e dargli una prima sede al coperto nella Curia "Ostilia" - il suo disinteresse per le dovute pratiche religiose, così care al suo predecessore, ed il conseguente abbandono delle pratiche stesse nella vita sociale pubblica della città sotto il suo regno, irritano fortemente gli déi: catastrofi naturali, sciagure una dopo l'altra ed una tremenda pestilenza colpiscono Roma e vengono ovviamente interpretate quali meritati castighi da parte delle divinità: insomma anche qui bisogna in qualche modo giustificare il fatto che Tullo venga fatto fuori - è Giove in persona che, offeso dal suo comportamento irriguardoso, lo fulmina con una delle sue infallibili saette.

 

Alla scelta di un nuovo Re, nel 641 aC, il popolo romano sarà fortemente condizionato dal timore di rinnovata ira da parte degli déi e dalla convinzione di dover "riparare" ponendo a capo di Roma un Re religioso in inintaccati rapporti con il mondo celeste e andrà quindi sul sicuro, acclamando il nipote di Numa Pompilio il "pio" quarto Re di Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina