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Da qui gli Etruschi... – Note di approfondimento storico

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I Re di Roma, quasi la metà Etruschi

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La prima età regia, Latini e Sabini dominano – Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

Il terzo Re di Roma Numa Pompilio

Sabino, il Re saggio che vince su tutti con il suo pacifismo

Il primo interregno

Un uomo "al di sopra delle parti"

Le prime grandi riforme

L'unico Re che non fa guerre!

 

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Il terzo Re di Roma Numa Pompilio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabino, il Re saggio che vince su tutti con il suo pacifismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"La sparizione in cielo" di Romolo, ovvero il suo assassinio, non può che generare un periodo di estrema confusione ed è lotta aperta tra Sabini e Romani per la successione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo interregno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allo scopo di evitare il notevole indebolimento interno di uno Stato senza governo, cosa che esporrebbe la giovane Roma a più che possibili, opportunistici assalti da parte delle popolazioni circostanti, non del tutto rassegnate, si arriva ad un compromesso.

 

Si decide che tra i suoi 10 Senatori, creati da Romolo, ogni decuria ne sceglierà uno: questi 10 patrizi, rappresentanti le decurie, si alterneranno alla guida della città, ma per un periodo massimo di cinque giorni consecutivi ciascuno.

 

Il cosiddetto "interregno" va avanti un anno, ma alla fine gli interessi di parte dei Senatori si fanno troppo evidenti, né il compromesso riesce a risolvere la lotta politica per la supremazia.

 

La plebe, spazientita, reclama che sia il popolo ad eleggere direttamente il suo Re: di fronte al precipitare degli eventi, il Senato accetta, a condizione di una sua successiva ratifica, ma la plebe apprezza a tal punto la concessione ricevuta da rimettere la scelta del Re di nuovo nelle mani dei Senatori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un uomo "al di sopra delle parti"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hanno la meglio i Sabini, che riescono a far eleggere Numa Pompilio: nonostante sia cittadino di Curi, capitale dei Sabini, ed inoltre genero del defunto Re Tito Tazio, avendone sposato la figlia Tazia, non è stato mai prima coinvolto in lotte al potere, anzi sie è dimostrato tanto schivo di carriere politiche da aver preferito ritirarsi nella sua città natale - insomma un uomo "al di sopra delle parti".

 

L’elezione all’unanimità di Numa si rivela un'ottima scelta e il nuovo Re verrà ricordato come "il pio": esperto di giustizia umana e divina, più fiducioso nella forza del diritto che in quella delle armi.

 

Simbolico il suo primo gesto ufficiale di far erigere un tempio in onore di Giano bifronte, come metafora delle due alternative "o pace o guerra" - le sue porte rimarranno aperte con Roma in guerra, chiuse in tempo di pace, cosa questa che accadrà rarissimamente dopo Numa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le prime grandi riforme

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo regno, dal 716 al 672 aC, è caratterizzato soprattutto da riforme religiose:

 

- la creazione della figura del sacerdote preposto al culto di un dio specifico, il flàmine o flamen, tre

Flamines maiores, per Giove, Marte e Quirino, e dodici minores, tutti patrizi che, come massime cariche religiose;

- insieme vanno a formare il nuovo Collegio dei Pontefici o Collegium Pontificum, presieduto dal Pontifex

Maximus;

- l'introduzione di liturgie e riti meno cruenti;

- l'ufficializzazione del culto di Vesta, simbolo dei focolari domestico (famiglia) e pubblico (società), con

l'innalzamento a sacerdotesse delle Vestali, vergini che garantiscano l'ininterrotta continuità del fuoco sacro in onore della dea.

 

Non mancano però riforme laiche:

 

- l’istituzione dell’anno lunare;

- l'evoluzione del calendario da 10 a 12 mesi, con l'aggiunta di Gennaio, in onore di Giano, e Febbraio (il

vecchio cominciava con Marzo, mese consacrato a Marte) ed il conseguente aumento del numero dei suoi giorni da 304 a 355;

- la definjzione di giorni "fasti" e "nefasti", cioè rispettivamente favorevoli o no agli affari pubblici;

- la ulteriore suddivisione dei plebei per mestieri - fabbri, vasai, carpentieri e orefici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'unico Re che non fa guerre!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di fatto le riforme di Numa Pompilio vincono rispetto, sia in Roma che per Roma nei popoli vicini.

 

Numa è un Re che riesce a governare 43 anni e a morire a 80, di per se già straordinario per quei tempi, inoltre, ancora più incredibile, senza aver mai fatto una guerra.

 

Un Re "popolare" nel vero senso di benvoluto dalla plebe e capace di riappacificare le due più irrequiete delle tre etnie, la latina e la sabina, meritevole di un mausoleo già in vita, non autocommemorativo, ma erettogli da altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Note preliminari aggiuntive

 

Dovrebbe essere il 716 aC quando Romolo esce di scena e la sua scomparsa lascia Roma impreparata, per lungo tempo senza una guida, anche se non proprio in anarchia: il Senato dei Patres, già partecipe alle decisioni del Re, lo sostituisce amministrativamente in maniera oligarchica, con un governo "di pochi", in quello che storicamente viene definito un periodo "transitorio" o interrex senatorio, tra due regnanti.

 

Questo all'inizio, ma ciò che avviene poi nell'ambito del Senato è una in effetti una dura lotta tra le famiglie dominanti per una presa di potere di parte, ovvero la successione al trono di un loro appartenente, cosa che va a supportare la legittima teoria di un assassinio di Romolo.

 

Romolo viene ucciso su ordine del Senato, o almeno parte dei Senatori, al fine di eliminare la figura del Re come tale ed instaurare un governo appunto di antico stampo oligarchico: fallito questo tentativo per discordie interne ed incapacità di una fazione di prevalere sulle altre, si cerca, come ripiego, di assicurarsi almeno il trono.

 

Ma l'incapacità di governo dimostrata dal Senato finisce con il provocare un crescente malcontento popolare, il quale letteralmente dilaga fino a diventare ingestibile in assenza di una mano forte: la situazione da loro stessi creata si ritorce gravemente sui Senatori e l'istituzione del Senato...

 

Così nel 715 aC il popolo acclama nuovo Re uno "straniero", una persona cioè al di fuori delle lotte politiche in corso, una scelta che il Senato non può che confermare anche nel proprio interesse, dato che offre insperata soluzione a lunghe, sanguinose quanto infruttuose lotte interne tra le famiglie romane: Numa Pompilio, un sabino noto ed apprezzato sia dal popolo che dai Senatori per la sua fede e la sua dedizione alle pratiche religiose, quindi al disopra delle parti e benvoluto dagli déi.

 

Il conteso ed impoverito potere militare, giudiziario e religioso di Roma si riconcentra finalmente in una sola persona, un nuovo Re che gode della fiducia di popolo e Senato: la scelta si dimostrerà estremamente positiva e Numa Pompilio metterà subito rimedio alle problematiche di una comunità cresciuta troppo in fretta e senza leggi comuni, in cui ciascun potente, ciascuna famiglia si sente di poter decidere proprie regole ed arbitrariamente punirne in prima persona le infrazioni.

 

La mossa di Numa, estremamente abile e coerente con i propri principi personali, risolve con eleganza i conflitti tra le famiglie dei Patres e tra Senato e popolo: se non riescono ad accordarsi su riforme che siano condivisibili da tutti, saranno gli déi a dettare le nuove leggi, le quali così non potranno essere messe in discussione ma altro che accettate.

 

Numa Pompilio attribuisce infatti ogni suo dettame al volere divino, a lui esplicitamente espresso tramite la ninfa Egeria in una serie di incontri faccia a faccia nel bosco delle Camene sul Celio: o per fede religiosa o per pragmatico opportunismo o entrambi, fatto sta che i Romani accettano volentieri la storia del volere divino legittimando così l'opera riformista del nuovo Re sugli ordinamenti e sulle pratiche religione sì, ma, indirettamente, sull'intero funzionamento della società.

 

La città si riappacifica ed in questo nuovo clima di cooperazione sociale viene di conseguenza a godere di una forte crescita economica, la quale, a sua volta, permettendo il salto di qualità dalla mera sussistenza all'abbondanza, facilita senz'altro sempre più generose offerte delle famiglie romane alle divinità - una spirale virtuosa.

 

Quindi la focalizzata attenzione del "pio" Re verso le pratiche religiose non è poi che una vincente strategia politica che gli permette di sviluppare il senso della comunità a discapito del finora pressoché illimitato potere delle famiglie patrizie, regolare e codificare la vita dei Romani sotto l'imperium di una legge uguale per tutti e quindi più facilmente accettabile, sfruttare le enormi quantità di donazioni economiche di tipo "religioso" per creare in effetti dei "fondi" pubblici di riserva a finanziare investimenti di interesse o coprire spese impreviste, come nel caso di una aggressione armata iniziata o subita.

 

In pratica quella che passa alla storia come una "riorganizzazione della religione" modifica profondamente la città di Roma, il concetto di stato e la vita stessa dei Romani: le pratiche religiose da private nel seno della singola famiglia diventano pubbliche e da celebrarsi in appositi templi, come quello di Giano lungo la Via Sacra, ed il potere sacerdotale aumenta fondendo sempre più il concetto di guerra a quello di religione, al solito motto di un "dio con noi".

 

Vengono istituiti l'ordine sacerdotale dei "Salii", cui spetta aprire e chiudere le porte del tempio di Giano nei periodi di guerra e di pace, l'ordine dei "Flamini", cui si affida il culto di Giove, Marte e Quirino, quello femminile delle "Vestali", che veglieranno ininterrottamente sul fuoco sacro di Vesta: tutti questi nuovi ordini con i rispettivi riti sacri seguono precise istruzioni definite fin nel minimo dettaglio dalle nuove leggi dettate dalla ninfa Egeria (alias Numa Pompilio in persona) - anche questo un ottimo modo di tenere se non tutti almeno molti occupati...

 

E poiché muoiono anche i "buoni", così Numa se ne va nel 673 aC dopo un lungo regno "senza guerre", ma avendo lui creato i migliori presupposti per quelle che seguiranno, avendo lui trasformato l'arcaica, rigida e poco capace società di Romolo in una più moderna, flessibile ed efficiente, sicura di se, pronta e motivata  ad entrare d'impeto sulla scena politica e militare del Lazio, non certo per adattarvisi ma per sconvolgerla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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