Portale

Prima pagina | Mappa

 

Cultura e società

Prima pagina | Mappa

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da qui gli Etruschi... – Note di approfondimento storico

Ieri per capire meglio l'oggi

Chi siamo

Roma città etrusca, eccome!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le grandi opere della Roma etrusca – Approfondimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

Una sconosciuta località latino-sabina diventa città etrusca

È quando scende dai colli che "Roma" diventa Roma

Il Vicus Tuscus o "Via Etrusca" nel Foro Romano

La Cloaca Maxima

Il Circus Maximus

L'area sacra di Sant'Omobono

Il Tempio di Giove Capitolino

Non tutto hanno potuto cancellare

Materiali, tecniche edilizie e databilità delle opere

 

  Pagine correlate 

Pagina di origine

 

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

Una sconosciuta località latino-sabina diventa città etrusca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È quando scende dai colli che "Roma" diventa Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Impedita dal corso del fiume l'ulteriore espansione ad ovest, una intensificazione dell'abitato è solo possibile bonificando le zone paludose attraverso un prosciugamento artificiale: attuare un progetto avanzato come questo presuppone conoscenze tecniche specifiche di drenaggio, proprie dell'ingegneria idraulica, scienza all'epoca ancora sconosciuta alla maggior parte delle popolazioni europee, con una sola eccezione: gli Etruschi!

 

Gli Etruschi sono in città a fianco dei Latini e delle altre etnie originarie, fatto archeologicamente supportato e confermato dalla presenza di cocci di ceramica nera, il "bucchero", inconfutabilmente etrusco, sull’Esquilino, sotto il Foro Boario, anche con iscrizioni etrusche: le più antiche testimonianze della loro presenza nella Roma primitiva.

 

Gli Etruschi usano regolarmente il guado all’Isola Tiberina, portando con se e lasciando dappertutto prodotti tipici della loro industria, di argilla e di metallo: gli artigiani si fermano ed i mercanti vanno oltre, a sud, fino alla Campania.

 

Gli Etruschi stimolano culturalmente e tecnicamente Roma ed in pochi decenni la trasformano: le zone paludose vengono prosciugate ed un nuovo ampio, pianeggiante terreno recuperato, su cui edificare.

 

 

Un'urna cineraria a forma di capanna con pareti di rami coperti con argilla ed il tetto di paglia, una fedele rappresentazione di una abitazione latino-laziale, databile a 800 anni prima di Cristo.

 

All'improvviso spariscono le capanne di argilla latine, con il tetto di paglia, e da villaggi separati su Palatino, Esquilino e Quirinale nasce il geniale disegno agglomerante di una città tutt'intorno ad un’unica grande area edificabile centrale, frutto di un grandioso progetto edilizio, un programma urbanistico moderno, concepibile, pianificabile e realizzabile solo da architetti, ingegneri e maestri artigiani etruschi: cambia la fisionomia dei luoghi e la percezione dello spazio, il vuoto acquista la funzione unificante di un mercato, di una piazza, e appaiono le linee rette delle prime strade, si creano relazioni, appaiono tecniche e materiali mai prima usati, fondamenta di pietra, pareti di mattoni e moduli costruttivi rettangolari sostituiscono la tradizionale pianta architettonica tonda ed ovale.

 

 

Il Foro Romano visto voltando le spalle al futuro Colosseo, dettaglio nel plastico di Roma antica, esposto al Museo della Civiltà Romana a Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Il Vicus Tuscus o "Via Etrusca" nel Foro Romano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ubicazione del Vicus Tuscus o Via Etrusca nella topografia generale, dall'ansa fluviale dell'Isola Tiberina al centro dell'anfiteatro naturale della zona dei sette colli.

 

Nella planimetria dettagliata del futuro Foro Romano, fiancheggiante il Colle Palatino, a delimitare, insieme all'opposto Vicus Iugarius i confini del Velabro con al centro il collettore drenante della Cloaca Massima, il Vicus Etruscus appare con forte evidenza come l'arteria primaria tra il cuore del Foro, l'area centrale della Piazza delle Basiliche, e l'arco a quattro facce, detto di Giano Quadrifonte, all'ingresso del piazzale-mercato del Foro Boario.

 

All'inizio di pagina

 

Anche le testimonianze delle iscrizioni sono di valido aiuto per decifrare crapporti di ospitalità e rango sociale tra le etnie: ad esempio, alla cosiddetta "Area Sacra" di Sant'Omobono appartiene una piccola tessera ospitale in avorio a sagoma di leone, databile alla fine del VI secolo aC, con il nome etrusco Araz Silqetenas, ospite a Roma degli Spurianas, potente famiglia gentilizia di provenienza tarquiniese, e, ancora, iscrizioni etrusche esistono nei depositi votivi sia del Foro Boario che ai piedi del Campidoglio prova archeologica sicura che almeno dal VI secolo aC, se non da prima, genti di lingua e cultura etrusca vivono a Roma e partecipano da cittadini ai suoi culti religiosi.

 

Un Vicus "Tuscus", conferma del resto, al di là di ogni dubbia interpretazione storica, l'esistenza di una "zona etrusca" nel cuore di Roma, precisamente tra Campidoglio e Palatino, a sud-ovest, cioè, della futura Piazza del Foro e non distanza dalla citata area sacra di Sant'Omobono.

 

Alla "prima" età regia, con i quattro Re sabino-latini Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marcio, vale a dire dal tradizionale 753 aC della mitica fondazione di Roma e il 616 aC, segue una cosiddetta "seconda" età regia: è questo il periodo della monarchia etrusca, fra il 616 e il 509 aC, con Tarquinio Prisco dal 616 al 578 aC, Servio Tullio dal 578 al 534 aC ed infine Tarquinio il Superbo dal 534 al 509 aC.

 

L'Imperatore Claudio a secoli di distanza menzionerà in un discorso al Senato il Re Servio Tullio chiamandolo con il "soprannome", equivalente per i Romani al cognomen nel senso originario, di Mastarna o in vero etrusco Macstrna da leggere Macistrena, e descrivendolo come fedele compagno d'armi del condottiero vulcente Celio Vibenna cioé Caile Vipinas: interessante notare come proprio questo personaggio arrivi fino a noi raffigurato con suo fratello Aule e con lo stesso Mastarna nei famosissimi affreschi della cosiddetta Tomba Francois di Vulci, le cui ricche scene riferiscono ad una saga del tutto "ignorata" dagli storici romani in cui avversario degli eroi etruschi Vibenna c'è anche un Cneve Tarchunies o in latino Gneo Tarquinio, appartenente alla famiglia reale romana dei Tarquini!

 

Sono di fatto i Re etruschi che "inventano" Roma come noi la conosciamo, attraverso una serie di interventi urbanistici di ampio respiro, essenziale importanza e radicale cambiamento:

 

- Livio nella sua Storia di Roma attribuisce a Tarquinio Prisco la pianificazione e l'inizio lavori della prima

cinta muraria della città con il sacrale e giuridico limite inviolabile del pomerium, poi completata da Servio Tullio prendendone il nome;

 

- è etrusco il compimento ed il successo della rivoluzionaria bonifica della Valle del Foro, già tentata da Anco

Marcio, con il drenaggio, a partire dal quartiere della Subura e lungo tutta la zona in cui, proprio grazie a questa imponente opera di ingegneria idraulica, potrà poi sorgere il Foro Romano, delle acque paludose e malsane nel Tevere, attraverso il sistema di canali di smaltimento della Cloaca Maxima, come ricorda Plinio nella sua Storia Naturale, anche se molti consolidamenti architettonici, interramenti e perfezionamenti siano da datare alla successiva epoca Repubblicana;

 

- è Servio ad organizzare e suddividere Roma in quattro "Regioni", la Suburana, Celio compreso,

l'Esquilina, con l'Oppio, il Cispio, e il Fagutal, la Collina del Viminale e Quirinale e infine la Palatina, con il Palatium, il Cermalus e la Velia, (sia Aventino che Campidoglio ne rimangono per ora esclusi, in attesa dell'importanza e della gloria successivamente loro legata in Età Imperiale), per un'area urbana totale di quasi 300 ettari, ancora solo in parte stabilmente abitati, ed una popolazione stimabile già tra i 40 e gli 80.000 abitanti (!);

 

- è ancora Servio a creare il santuario federale di Diana sul Colle Aventino, proprio a fianco del Lucus

Feroniae, il luogo sacro delle riunioni della cosiddetta "Lega Latina",

 

- e sempre etrusca è tutta una serie di complessi religiosi e santuari, oltre a quello sopra dedicato a Diana,

quali di Fortuna e Mater Matuta - con una totale ristrutturazione dell'area del Foro Boario in prossimità del Tevere e dell'Isola Tiberina, trasformando la già dal periodo arcaico zona di mercato e scalo portuale a ridosso dell'area fluviale in un luogo altamente rappresentativo della monarchia, sia sul piano ideologico che religioso e politico - e di Giove Capitolino - iniziato da Tarquinio Prisco, proseguito da Servio Tullio, ma terminato da Tarquinio il Superbo ed inaugurato solo un anno dopo la sua cacciata da Roma, il sommo, grandioso e celebratissimo tempio cittadino, per l'epoca davvero imponente sul suo basamento di 50x60 metri (!), composto da tre celle, ciascuna dedicata ad una delle divinità formanti la cosiddetta "triade capitolina" sotto la cui protezione si pongono le sorti della città, Giove, Giunone e Minerva, una trinitaria concezione del sacro di indubbia derivazione etrusca, direttamente corrispondente cioè a quella di Tinia, il greco Zeus, Uni, Juno o Giunone, la greca Herae, e Menrva o Menerva, la greca Atena.

 

Le fonti storiche antiche addirittura posizionano la residenza di Tarquinio Prisco tra la Sacra Via e la Nova Via: i effetti tracce archeologiche della sua residenza regale sarebbero ragionevolmente riconoscibili nei blocchi di "cappellaccio" del sacello riportato alla luce sul lato occidentale dell'area e che conserva ancora resti di offerte a Orbona e ai Lari.

 

Come pure numerose sono le terrecotte architettoniche arcaiche della originaria Regia, un edificio già esistente alla fine del VII secolo aC tra il Palatino e la Valle del futuro Foro, con tre sale su un cortile a cielo aperto, poi luogo di rappresentanza e di culto a pianta trapezoidale durante l'Età Repubblicana: tutte queste terrecotte mostrano tra l'altro forti ed interessantissime analogie con Vejo, in particolare con le immagini cultuali e gli acroteri a quadriga attribuiti al vejente genio della coroplastica o "scultura ceramica" ed unico artista etrusco di cui ci sia pervenuta testimonianza storica attraverso la tradizione letteraria latina e di cui si è ritrovata rivenuta la "bottega" di lavoro, Vulca, in etrusco Velxas.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

La Cloaca Maxima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il più grande dei collettori romani ancora oggi funzionante, la cosiddetta "Cloaca Massima", ha origine dalla canalizzazione di un corso di acque di drenaggio e di scolo che dall'area del Foro Romano si dirige verso il Vicus Tuscus, segue un percorso serpeggiante attraverso il Velabro e il Foro Boario e, dopo aver disegnato un'ampia curva, va a sboccare nel Tevere all'altezza di Ponte Emilio.

 

 

La tradizione attribuisce appunto la realizzazione del tratto iniziale e delle prime canalizzazioni a cielo aperto della Cloaca e la relativa bonifica della Valle del Foro Romano alla famiglia dei Tarquini: in effetti anche le pareti del primo tronco risultano ora in blocchi di pietra cosiddetta "gabina", e, lungo tutto il loro percorso, vi si immettono imbocchi di fogne minori, semplicemente ricoperte a cappuccina.

 

 

All'inizio di pagina

 

Questa pietra "gabina" o "sperone", in latino lapis gabinus, un tufo litoide o simile a pietra con numerose scorie, comparabile al più duro peperino e proveniente da cave soprattutto nel territorio dell'antica Gabii, lungo la Via Prenestina, e dal Tuscolo, viene provatamente utilizzata su larga scala solo a partire dal II secolo aC, quindi a dimostrazione che l'originaria Cloaca Maxima etrusca sarà più volte modificata, ingrandita e modernizzata, sia nella tecniche che nei materiali, in periodi più recenti.

 

 

Sarebbe così ragionevolmente deducibile che nella sua prima realizzazione il grande condotto e le affluenti capillari ramificazioni corrano a cielo aperto, e soltanto in una seconda fase, databile al II o I secolo aC venga coperto con la volta in conci di tufo litoide, interrata in vari punti da restauri in opera a sacco o in cortina laterizia e finisca allo sbocco nel Tevere con un imponente sistema fognario che ancora oggi mostra una triplice armilla in peperino: il tratto finale è comunque senz'altro rettificato contestualmente alla costruzione del muro che fiancheggia la sponda del fiume.

 

     

 

     

 

     

 

     

 

La sezione del condotto è già all'origine di metri 2,70 di altezza per 2,10 di larghezza, ma aumenta progressivamente a cono inverso fino a raggiungere, alla fine del percorso, l'altezza di 3,30 e l'apprezzabile larghezza di addirittura 4,50 (!).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Il Circus Maximus

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con i suoi ben 600 metri di lunghezza e 140 metri di larghezza, il  più grande edificio per spettacoli mai costruito, un ippodromo capace di contenere oltre 250.000 spettatori.

 

Tarquinio Prisco, dopo aver bonificato le paludi della Valle Murcia lo fa costruire sfruttando un avvallamento naturale proprio sul luogo, tra il Palatino e l'Aventino, dove, secondo la tradizione, sarebbe avvenuto il famoso Ratto delle Sabine, e dove con un altare sotterraneo si venera il dio Consus, protettore dei raccolti.

 

 

Sopra, la veduta "aerea" della ricostruzione del Circo Massimo, nel plastico della Roma Imperiale esposto al Museo della Civiltà Romana a Roma, e, sotto, una suggestiva prospettiva del medesimo.

 

 

All'inizio di pagina

 

Quello che si può vedere oggi del Circo originario è un'area quasi completamente libera la cui topografia ricalca comunque esattamente l’antica struttura: i rilievi erbosi ne segnano con fedeltà la pianta e il piano in terra copre di parecchi metri l'originaria arena, mentre un rialzo di terra la cosiddetta "spina", il  marciapiede con muro centrale intorno al quale gareggiavano le quadrighe.

 

 

 

 

Dall'alto, l’area del Circo Massimo come appare oggi al visitatore ed in un'immagine satellitare.

 

Il Circo Massimo acquista subito una rilevante importanza sociale e politica, la quale lo fa oggetto di particolari cure ed interventi da parte del potere: per secoli le strutture del Circo sono di legno, come tutte le più arcaiche costruzioni pubbliche, Ponte Sublicio incluso, poi le prime opere in muratura a partire dal II secolo aC, con i carceres, da dove partono i carri da corsa, e le sette uova di pietra sulla "spina", per contare il numero dei giri effettuati, fino all’assetto definitivo nel 46 aC ad opera dello stesso Cesare, mentre Agrippa nel 33 aC fa sostituire le uova con sette delfini di bronzo, Augusto aggiunge un "palco imperiale" per i VIP sul lato Palatino, un'edicola dedicata alle divinità protettrici degli spettacoli e, sulla "spina", l'obelisco di quasi 24 metri di Ramsete II, "prelevato" dall'egizia Heliopolis e solo nel 1589 trasferito a Piazza del Popolo dove rimane ancora oggi, Caligola e Claudio lo restaurano dopo un incendio nel 36 dC, i carceres diventano di marmo ed i coni che delimitano le estremità della "spina", le cosiddette metae, si abbelliscono di bronzo dorato.

All'inizio di pagina

 

Purtroppo tutto questo gran lavoro di generazioni viene completamente distrutto dall'incendio di Nerone del 64 dC, doloso o meno che sia, ma che ha comunque origine proprio dal lato curvo del Circo, poi ricostruito parzialmente dallo stesso imperatore ed abbellito con un arco in onore di Tito, di nuovo bruciato all'epoca di Domiziano, completamente ricostruito da Traiano all'inizio del II secolo dC, ristrutturato ancora da Adriano, parzialmente crollato sotto Antonino Pio, reinaugurato da Settimio Severo, ampliato da Caracalla e  restaurato per l'ennesima volta Bene!da Costantino: nel 357 Costanzo II vi fa ereggere un secondo obelisco, questo di Thutmosis III proveniente da Tebe, con i suoi oltre 32 metri il più alto di tutti gli obelischi esistenti, anche questo nel 1588 trasferito da Sisto V in Piazza di San Giovanni in Laterano, dove ancora può essere ammirato.

 

     

 

Da sinistra, la raffigurazione del Circo Massimo su un sesterzio di Traiano, 103-111 dC,  un aureo di Settimio Severo, 202-210, un altro sesterzio di Caracalla, 213, e su uno tardo del 360-425 (ben visibili, su tre delle monete, il maestoso obelisco al centro e, sulla moneta all'estrema destra, le quadrighe in piena corsa).

 

Questo particolare del trasferimento da parte dei Papi della Chiesa di Roma dei "più alti" simboli fallici del potere acquisiti dall'eredità dell'Impero Romano meriterebbe senz'altro uno studio tutto particolare...

 

Sappiamo come il Circo Massimo perduri comunque con la sua originaria funzione sotto Teodorico e come Totila, Re dei Goti, vi organizzi le ultime gare nel 549: ancora oggi rimane luogo per molti versi ideale per grandi spettacoli all'aperto ed altamente simbolico, etrusco com'è (!), a livello di manifestazioni popolari anche dai toni nostalgicamente "nazional-patriottici", con chiaro riferimento alla da secoli ormai per sempre tramontata grandezza dell'Impero Romano (vedi ad esempio le a momenti isteriche, disperatamente compensatorie ed esageratamente prolungate celebrazioni di massa dopo i Mondiali di Calcio del 2006 con l'Italia politicamente avviata allo sbando, ma... Campione del Mondo!)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

L'area sacra di Sant'Omobono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'intersezione di Via del Teatro di Marcello con Vico Iugario, la zona archeologica prende il nome di Area Sacra di Sant'Omobono, dalla chiesa che la sovrasta, con scavi che riportano alla luce resti del santuario di Fortuna e Mater Matuta di Servio Tullio.

 

 

Si tratta di un importante santuario emporico dedicato alle dee Fortuna, divinità evidentemente prediletta da Servio che la sceglie a tutelare sotto i suoi auspici ogni propria azione come reggente, e Mater Matuta o "Madre Fertilità", divinità del Mattino o dell'Aurora, di antichissima origine e protettrice delle nascite e della luce, la cui particolare festa i Romani celebrano l'11 giugno.

 

 

Il culto di Mater Matuta è sicuramente etrusco, come tra l'altro provato da numerose sue raffigurazioni rinvenute tra l'altro nei grandi centri etruschi della dodecapoli tosco-laziale: qui la Mater Matuta di Chiusi, l'antica Camars poi chiamata dai Romani Clusium, oggi esposta al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

All'inizio di pagina

 

La scoperta del santuario risale agli anni Trenta: le indagini archeologiche confermano le forti caratteristiche etrusche di guesta zona collocandovi, antecedentemente all'età Repubblicana, un classico tempio etrusco a tre celle, una centrale e due laterali o alae, decorato all'esterno con lastre di argilla, la cui prima fase di costruzione è databile al 580 aC, come del resto anche confortato dalle fonti storiche.

 

 

Lo specifico doppio culto introdotto da Servio Tullio vi continua anche dopo la fine della monarchia, dato che in Età Repubblicana esistono due edifici appaiati ma divisi: anche la data di costruzione del secondo santuario corrisponde al periodo riportato dalle fonti storiche, che lo collegano cronologicamente alla caduta della città di Vejo.

 

La reggenza etrusca di Roma rende quindi non casuale il fatto che la città proprio nel VI secolo aC sia profondamente segnata politicamente e culturalmente dalla civiltà etrusca: se si pensa che questo preciso intervallo storico addirittura coincide significativamente sia con l'ascesa al trono di Servio Tullio nel 578 aC che con l'inizio dell'arte arcaica in Etruria, per tradizionae fatto risalire al 580 aC circa, troppe sono le "coincidenze" per essere tali!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Il Tempio di Giove Capitolino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicato a "Giove Ottimo Massimo", Giunone e Minerva, le divinità della cosiddetta "triade capitolina"  secondo gli antichi costumi etruschi, l'Aedes Jovis Optimi Maximi viene eretto sul Campidoglio a protezione della città, diventa meta di ogni corteo trionfale e luogo per eccellenza dei più solenni sacrifici pubblici.

 

Questa scultura in marmo lunense del II secolo aC raffigura una pressoché integra "triade capitolina" con le tre divinità Giove (probabilmente all'origine con ai suoi piedi l'aquila, poi distrutta), Giunone (con l'oca) e Minerva (con la civetta) sedute su un comune trono.

 

Iniziata da Tarquinio Prisco, la realizzazione del più importante dei templi di Roma e, successivamente, di tutto lo Stato e dell'Impero, viene portata avanti dal successore Servio Tullio e terminata solo da Tarquinio il Superbo, ultimo Re di Roma: il tempio non verrà mai però inaugurato dai Re etruschi - lo farà uno dei due neo-eletti consoli, Marco Orazio Pulvillo, nel 509 aC, primo anno della instaurata Repubblica.

 

 

Il plastico rende l'idea dell'imponenza spaziale-scenografica del Tempio di Giove Capitolino e della piazza antistante, la cosiddetta Area Capitolina, con templi di divinità minori, edifici sacri, statue e trofei di vario tipo.

All'inizio di pagina

 

Per conferire al gigantesco edificio, di oltre 50x60 metri in pianta, dominante maestosità lo si fa sorgere ancora più in alto del naturale terreno collinare, su un podio, cui si accederà attraverso una scenografica scalinata frontale per tutta la larghezza del tempio: a tal fine Tarquinio Prisco ne avvia i lavori nel 575 aC appunto con la realizzazione di un enorme terrapieno supportato da un possente muro su quell'altura sud del colle da ora in poi chiamato Capitolium, proprio a seguito, secondo la tradizione, del ritrovamento durante i lavori di scavo del teschio del condottiero etrusco Aulo Vibenna, da cui Caput Oli o "la testa di Aulo".

 

 

Orientato verso sud-est, con la gradinata frontale evidenziata da due avancorpi a ciascuna estremità e circondato da colonnato tuscanico in tufo su tre lati, frontale e laterali, chiuso in fondo da un muro, due file di colonne (nelle successive ricostruzioni quattro!), perfettamente allineate con quelle centrali della facciata, solcano la notevole profondità del pronao, circa metà della lunghezza dell'intero corpo architettonico, conducendo fino alle tre altrettanto profonde celle ospitanti ciascuna una delle divinità della triade: la centrale di Giove (nella versione iniziale) più larga delle altre due, di cui quella di sinistra dedicata a Giunone e quella di destra a Minerva, tutto meticolosamente pianificato secondo i ben documentati canoni del tempio etrusco di tipo "tuscanico".

 

Vi lavoreranno in gran numero e, sebbene con lunghi periodi di sospensione dei lavori, per oltre mezzo secolo i migliori artisti e artigiani etruschi, tra i quali Vulca, lo scultore di Vejo (chi altri se no?): sua è la statua di Giove trionfante e sua è la quadriga in terracotta al culmine del tetto, realizzata su commissione di Tarquinio il Superbo e sostituita solo all'inizio del III secolo aC da una bronzea.

Restauri e migliorie della struttura si susseguono numerosi durante i secoli, soprattutto viene impreziosita con sempre più ricchi ornamenti e materiali pregiati, come statue di bronzo e doratura dei soffitti, con l'evidente valore simbolico di un proporzionale adeguamento d'immagine alla crescente potenza politica e militare di Roma, ma il tempio subisce anche continui danneggiamenti soprattutto da parte di un Giove che, evidentemente contrariato, lo centra regolarmente con le sue saette (o forse viene colpito dai fulmini perché li attira come un vero "parafulmine" da uno dei punti più alti della città): comunque sia l'originario edificio risulta distrutto nell'83 aC, ricostruito da Silla, di nuovo inaugurato nel 69 aC, ancora restaurato, questa volta da Augusto, ancora distrutto da un incendio nel 69 dC, ricostruio ex novo da TitoDomiziano, rirestaurato da Vespasiano e ridistrutto da un ennesimo incendio nell'80 dC ...

All'inizio di pagina

 

   

 

Da sinistra, due monete romane, quella centrale del 78 aC, raffiguranti il tempio di Giove Capitolino nella sua prima versione arcaica "tetrastila" o a quattro file di colonne, distrutto appena pochi anni prima, nell'83 aC, da un incendio  e la cui ricostruzione Silla intraprende prontamente, e, a destra, una moneta del 42 aC con la riproduzione "aggiornata" del nuovo tempio, così come ricostruito con sostanziali variazioni, cioè ampliato, esastilo ed abbellito con molte più statue e decorazioni: le antiche monete sono spesso preziosa fonte di informazione dell'epoca in cui vengono coniate, come in questo caso di dettagliata, quasi "fotografica" documentazione di una struttura architettonica in evoluzione.

 

Ogni rifacimento, pur ricalcando le caratteristiche essenziali della precedente costruzione, mantenendone cioè invariate le fondazioni e le dimensioni, trasfigura tuttavia man mano l'originaria sobrietà etrusca del tempio, portando da quattro a sei le file di colonne, sostituendo la statua di culto fittile di Vulca con una marmorea di manieristica ispirazione greca, usando marmo lunense e poi "pentelico" invece del tufo in muri e colonne, togliendo le tegole dal tetto e ricoprendolo con lastre di bronzo dorato, simili a quelle che vanno a nascondere il legno nudo delle grandi porte, e così via.

 

   

 

Il tempio comunque rimane intatto per certo fino alla fine del IV secolo dC, ma con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, i saccheggi e l'abbandono di Roma, anche la grandiosa opera fondata da Re Tarquinio Prisco subisce progressivo sciacallaggio e alla fine nulla ne rimarrà, salvo alcuni tratti di mura sotto i nuovi palazzi circostanti ed una significativa porzione sia del podio che del basamento del tempio originario: i resti murari a blocchi di cappellaccio testimoniano ancora oggi la mirabile maestosità dell'opera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Non tutto hanno potuto cancellare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lungo il Tevere si incrociano le rotte di comunicazione con il Mediterraneo: nella zona del Palatino, l’Isola Tiberina, al centro del fiume, costituisce infatti un facile guado, per lunghissimo tempo l'unico passaggio naturale tra le due sponde, snodo obbligato dell'importantissimo commercio del sale, su quell'itinerario, poi futura via ancora oggi detta "Salaria".
 

Per questo molti villaggi nascono letteralmente appollaiati sui colli tutti attorno al Palatino: si parla di una "sacra lega" che unisce almeno otto località e che celebra il loro vincolo, molto probabilmente ancora di tipo federale, con una festa, il Settimonzio, ad assicurare appunto la pacifica convivenza degli abitanti delle "borgate" sui colli circostanti - ma questi agglomerati, distribuiti a corona su alture difendibili, non sono Roma.

 

Solo nel tempo faranno tutti riferimento ad un'unica zona centrale sapientemente bonificata dalle paludi che infestano da sempre il luogo: è proprio questo cuore socio-politico-economico, la zona liberata dalle acque stagnanti, grazie ad una rete di canali tutti a confluire sistematicamente nel Tevere e che noi conosciamo come "Cloaca Massima", che crea dal nulla il Foro, tra Palatino e Campidoglio - il centro nevralgico di Roma.

 

E nel Foro evidentissimo è il taglio, netto tra il megalitico etrusco della parte inferiore di moltissimi edifici e l'opus reticolatum romano di quella superiore.

 

La Via Sacra, il Vicus Tuscus, la Domus Regia, il Tempio di Vesta, la Cloaca Massima, il Circo Massimo, il Tempio di Giove Capitolino...: la vera Roma nasce con gli Etruschi ed è tipica città etrusca per stile di vita, costumi, tradizioni, architettura ed economia.

 

Tanto che la data di fondazione di Roma andrebbe decisamente spostata al 575 aC!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

Materiali, tecniche edilizie e databilità delle opere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo delle tecniche e dei materiali da costruzione nella Roma antica è di fatto un ottimo ed affidabile indicatore della cronologia delle varie realizzazioni.

 

L'opera cosiddetta "quadrata", in latino opus quadratum, la più importante in epoca arcaica, usa blocchi di tufo o pietra squadrati a parallelepipedo e di altezza più o meno uniforme, messi in opera in cosiddetti "filari" più o meno omogenei, che vanno a loro volta a costituire un piano di appoggio pressoché continuo per il prossimo filare.

 

Questa tecnica viene sicuramente ripresa dagli Etruschi già a partire dal VI secolo aC, anche se i Romani la affineranno progressivamente, sia dando una maggiore regolarità al taglio dei blocchi che sviluppandone una messa in opera con disposizione ad incastro sempre più articolata: difatti l'uso dell'opera quadrata non verrà mai abbandonata, neppure dopo l'introduzione del rivoluzionario ed economico metodo "cementizio", continuando anzi per tutta l'età imperiale, anche se affiancato da quello delle altre nuove tecniche sostitutive o complementari.

 

La più economica e versatile opera cementizia o opus caementicium viene inventata solo a metà del III secolo aC e poi ampiamente utilizzata a partire dal II secolo aC, caratterizzata negli elementi strutturali dall'uso del cosiddetto "cementizio", caementa e malta, rispettivamente pietre grezze e/o spezzoni e frammenti di pietra tenuti insieme da calce mescolata con sabbia o pozzolana di natura vulcanica mentre gli ordini architettonici tradizionali greci si riducono ad una funzione esclusivamente decorativa.

 

E la famosa opera reticolata o opus reticulatum o reticolatum altro non è che una tecnica edilizia secondaria, usata solo per realizzare un elegante "paramento" o ricopertura di muri realizzati in opera cementizia e quindi non proprio belli da vedere.

 

I criteri di datazione utilizzano dunque indicatori come il tipo di pietra, l'unità di misura di taglio dei blocchi e il modo di disporli nella messa in opera.

 

Per quanto riguarda i materiali si possono distinguere:

 

- il cosiddetto "cappellaccio", tufo granulare e friabile di colore grigiastro, costituente lo strato superiore e

quindi più facilmente sfruttabile degli stessi colli di Roma, utilizzato soprattutto in epoca arcaica;

 

- il cosiddetto "tufo di Fidene", con scorie nere, proveniente appunto dalle cave di Fidene, utilizzato a Roma

dalla conquista della città nel 426 aC;

 

- il cosiddetto "tufo di Grotta Oscura", poroso di colore giallastro, tipico delle cave dell'Ager Vejentano e, di

conseguenza, sicuramente databile perché utilizzato nell'Urbe solo dal 396 aC, cioé dalla data della conquista di questa città;

 

- il cosiddetto "tufo di Monteverde", anche questo litoide con scorie ma di color marrone chiaro, proveniente

dalle cave sotto il Gianicolo, utilizzato a partire dalla metà del II secolo aC;

 

- il cosiddetto "tufo dell'Aniene", semipietra di colore rossastro, dalle cave lungo il corso del fiume, anche

questo utilizzato a partire dalla seconda metà del II secolo aC per la facilità di trasporto via acqua;

 

- il cosiddetto "peperino" o lapis albanus, tufo litoide decisamente più compatto di colore grigiastro, estratto

nelle cave dei Colli Albani, tra l'altro ancora oggi attive, sempre utilizzato a partire dalla metà del II secolo aC;

 

- la cosiddetta "pietra gabina" o pietra sperone o lapis gabinus, tufo pietroso ricco di scorie simile al

peperino, dalle cave dell'antica Gabii lungo la Via Prenestina e del Tuscolo, utilizzata sempre dal II secolo aC;

 

- il cosiddetto "travertino" o lapis tiburtinus, una pietra calcarea sedimentaria di colore biancastro, tipica

delle cave di Tivoli o Tibur, anche queste tuttora attive, abbondantemente utilizzata dalla fine del II secolo aC;

 

- il marmo, di tipi prevalentemente bianchi, utilizzati in epoca imperiale per ordini architettonici, lastre di

rivestimento e sculture oltre che per gli stessi blocchi di muratura negli edifici di massimo prestigio, come quello cosiddetto "lunense", a cristalli piccoli, dalle cave dell'antica Luni (a noi più conosciuto come "marmo di Carrara"), utilizzato dalla metà del I secolo aC, il cosiddetto "proconnesio", bianco-azzurrastro a cristalli grandi, dall'isola di Proconneso nel Mar di Marmara in Turchia, utilizzato dalla metà del II secolo dC e il cosiddetto "pentelico" del Partenone, bianco-giallastro a cristalli piccoli con minerali silicati brillanti o "miche", tipico delle cave del monte Pentelos nei pressi di Atene, utilizzato seppur non estensivamente in epoca imperiale.

 

Per quanto invece riguarda le tecniche edilizie:

 

- in epoca arcaica la tecnica viene esplicitamente definita come "maniera etrusca", con filari di blocchi

alquanto discontinui, perché non perfettamente omogenei né "standardizzati", di identiche caratteristiche sia nelle città etrusche che a Roma, soprattutto nelle numerose cisterne sotterranee, nei muri di terrazzamento e nei podi dei templi;

 

- successivamente si passa alla cosiddetta "maniera greca", tecnica in cui i blocchi parallelepipedi vengono

disposti o "di taglio", cioè con il lato lungo a vista, o "di testa", con a vista il lato corto e quello lungo nello spessore del muro - alternando i blocchi di testa e di taglio in modi diversi nel filare e da un filare all'altro, si irrobustisce il muro fino all'ottimale corrispondenza dei giunti tra i blocchi di un filare con il centro dei blocchi dell'altro;

 

- un'altra variante "alla greca" è l'opera quadrata cosiddetta "isodoma", con blocchi parallelepipedi tutti di

uguali dimensioni e tutti disposti di taglio con i giunti verticali sfalsati tra un filare e l'altro;

 

- con l'opera cementizia, tarda tecnica innovativa tutta romana, la muratura in blocchi viene ancora

utilizzata, ma esclusivamente come  rivestimento esterno di valore estetico, salvo alcune elementi cui viene mantenuta l'originaria funzione statica,  inserendoli di testa a legare lo strato esterno della muratura in blocchi al nucleo portante interno in cementizio;

 

- l'ancora più tardo utilizzo del laterizio (mattoni) per il rivestimento esterno del nucleo in cementizio, a sua

volta ricoperti con intonaco o lastre di marmo ornamentali, comporta un'ulteriore diminuzione nell'utilizzo dell'opera quadrata che, tuttavia, sarà ancora utilizzata per elementi architettonici "critici" per la statica degli edifici, come pilastri ed archi in ponti, acquedotti e così via.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina