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Cultura e società

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La cultura siamo noi Noi i ragazzi

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una diversa lezione di storia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

In visita alla Cantina Perugini, Bracciano, Roma

La visita

La cantina

L'atmosfera

Bracciano com'era

L'acquedotto industriale e la cartiera

Le ferriere

Gli artigiani, gli arnesi, i mestieri e l'apprendistato

L'agricoltura, la pastorizia ed il fenomeno della "transumanza"

Essere bambini a quel tempo

Come ci si vestiva

La condizione delle donne

I trasporti

La solidarietà fra i lavoratori

Le impressioni della visita e le riflessioni dei ragazzi

Invito

 

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In visita alla Cantina Perugini, Bracciano, Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scuola Media Statale “San Giovanni Bosco”, Bracciano, Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Classe 2ª Sezione C – Anno Scolastico 2005-2006

Progetto di studi interdisciplinari "Conoscere il proprio ambiente" nelle materie Lettere ed Educazione Tecnica, proposto e coordinato dalle docenti Prof.ssa Anna Tamanti, Prof.ssa Graziella Mari e Prof.ssa Rosanna Vettori

 

Quello che segue è il fedele racconto collettivo della classe sulla loro visita, parte integrante del progetto, “cucito” insieme dalle insegnanti utilizzando esclusivamente gli appunti originali degli alunni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La visita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mercoledì, 15 febbraio 2006.

 

… Siamo andati a visitare la “Cantina Perugini”, situata in Via dell’Arazzeria, una via della vecchia Bracciano...

(Lorenzo P.)

 

Il tempo non era dei migliori: la notte aveva piovuto, per terra era pieno di pozzanghere e faceva freddo, ma era piacevole pensare che avremmo passato una mattinata diversa.

Arrivati a destinazione, abbiamo trovato ad aspettarci il signor Massimo… 

(Simone P.)

 

Il signor Massimo, nel corso degli anni, ha raccolto pezzi storici che ci hanno permesso di ricostruire la vita di un tempo…

(Charlotte S.)

 

… Ha detto che sono ben trent’anni che cerca e colleziona questi oggetti: sono oggetti che non ci sono più, sono ormai introvabili e perciò hanno valore…

(Sabrina M.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cantina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Appena siamo entrati, ho sentito un “odore di vecchio”: come quello che si sente nelle soffitte piene di “ricordi impolverati”, che si prova dispiacere a buttar via, perché fa sempre piacere “rivederli”…

(Sabrina M.)

 

Appena entrati, ci ha fatto sedere davanti ad un camino dove era acceso un bel fuoco e, intorno a noi, appesi ai muri e ovunque, cerano tanti strumenti, pensili, oggetti… che rappresentavano Bracciano di qualche tempo fa, cioè la vita dei nostri nonni e bisnonni, la “nostra storia”…

(Giada M.)

 

… Più precisamente, le pareti della cantina erano “tappezzate” con questi oggetti antichi, divisi in categorie lavorative, ad esempio vi erano degli zoccoli di legno, “scolpiti” a mano da un calzolaio e gli attrezzi che usava, oppure l’aratro e i gioghi utilizzati dal contadino e così via…

(Simone P.)

 

… A proposito di zoccoli, ci ha parlato dello zoccolaio che faceva gli zoccoli per gli stallieri: ci ha poi mostrato uno zoccolo a forma di cigno davvero particolare - l’originale sembra trovarsi in un museo francese…

(Andrea R.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'atmosfera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… A dire la verità, guardandomi intorno, ho provato una strana sensazione… Sembrava che ci stavamo nascondendo da qualche persona che cercava di inseguirci e che noi non volevamo essere trovati…

E poi quella grotta che si intravedeva, mi metteva paura…

(Giada M.)

 

… Entrando nella cantina, la prima sensazione che ho avuto è stata quella di essere rispedito indietro nel tempo, a qualche centinaio di anni fa…

La seconda, a differenza della mia compagna, è stata di respirare un’atmosfera calda e rassicurante data dallo scoppiettio allegro del focolare.

Questo mi faceva sentire proprio bene.

Una volta seduti, il signor Perugini ha cominciato a raccontare…

(Lorenzo P.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bracciano com'era

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Il signor Massimo, all’inizio, si è soffermato un po’ sulla storia di Bracciano. … Attraverso alcune foto, siamo tornati indietro nel tempo, verso il ’900…

(Giada M.)

 

… Ci ha, soprattutto, illustrato una foto, per farci rendere conto di come era Bracciano: com’è cambiato!…

(Sabrina M.)

 

… In tutti questi anni è davvero cambiato moltissimo: prima era “tutta campagna”, mentre adesso è “tutta costruzioni”…

(Eleonora L.)

 

È incredibile come il nostro paese si sia trasformato così velocemente: prima era tutta zona di “campagna”, anche se c’erano “molte industrie”, mentre adesso ci sono anche “parecchi servizi”…

(Charlotte S.)

 

… C’è da dire che un tempo, nel Lazio, i paesi più industrializzati erano Bracciano, Tuscania, Ronciglione…

(Eleonora L.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'acquedotto industriale e la cartiera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… La prima foto riguardava, in particolare, la zona delle “Cartiere” che si trovavano sulla Via Principe di Napoli, sotto la Scuola Media (ora ci sono dei resti): era la zona dove passava l’“acquedotto” del Principe… 

(Sabrina M.)

 

… L’acquedotto partiva dalla zona delle Caserme e passava per ogni laboratorio commerciale fino a dare lacqua alle fontane, ai fontanili, ai vari lavatoi pubblici, dove qualche vecchietta, ancora oggi, va a lavare

(Simone P.)

 

La Cartiera di Bracciano era nota in tutta la provincia, per la qualità della carta

(Lorenzo P.)

 

… Produceva, infatti, una carta che veniva distribuita in tutta Italia, era speciale perchè era fatta con stracci di lana lasciati macerare e, all’interno, vi era la filigrana, un timbro sicuro per chi l’acquistava

(Simone P.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le ferriere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

... Bracciano sorge vicino ad un lago che viene alimentato da tanti torrenti che si formano sia sottoterra che in superficie: il fatto più importante è che le acque venivano sfruttate per le piccole industrie di ogni tipo.

Anche le acque delle cascate venivano utilizzate nelle industrie del ferro: lo schiocco dellacqua, quando cadeva, ad esempio su un sasso, provocava uno spostamento daria.

Cosi si pensò che, quel soffio, arrivando ai forni, potesse servire a rendere sempre vivo il fuoco che doveva riscaldare il ferro, renderlo malleabile per poi modellarlo e create tanti utensili che duravano una vita…

(Sabrina M.)

 

Il signor Perugini ci ha illustrato il modo che veniva usato proprio dai fabbri per aumentare il calore e portare il forno a temperatura di fusione.

Il procedimento era molto semplice ma ingegnoso: si faceva scendere l’acqua, (che a quel tempo non si pagava) perpendicolarmente, in una normalissima botte; quando l’acqua ne toccava il fondo, si generava una sorta d’onda d’urto che, incanalata in un tubo, arrivava al fuoco sotto forma di potente soffio.

Il signor Perugini, inoltre, ci ha fatto toccare con mano delle scorie lasciate dalle fonderie

(Lorenzo P.)

 

… Con questa trovata, i fabbri avevano più tempo di fare le cose e si sbrigavano di più, poiché ci voleva molto per fare un oggetto ben fatto…

Infatti abbiamo visto un “gancio”, che si appiccava su un ferro, sistemato sul camino, e serviva per attaccare il “paiolo”, dove potevi cuocere tutto: polenta, carne…

Io consideravo “come una chiacchierata” (una stupidaggine) realizzarlo, invece ci voleva una giornata intera…

Per fare un gancio di ferro, bisognava, per prima cosa, riscaldarlo sul fuoco, farlo diventare rosso, piegarlo, quindi rimetterlo di nuovo sul fuoco per cercare di rigirarlo, ma non solo…, bisognava intanto continuare ad alimentare fuoco e mantenerlo vivo, per rendere il ferro morbido e poterlo lavorare, arricciare…

(Massimo B.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gli artigiani, gli arnesi, i mestieri e l'apprendistato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima c'erano molti mestieri strani, perché si faceva qualsiasi cosa per guadagnarsi da mangiare e per riparare gli oggetti che non si potevano buttare, perché non c'erano né i soldi né i negozi per comprarli.

Molti di questi mestieri oggi non esistono più…

 

Nella cantina abbiamo visto anche gli attrezzi dei “ciabattini”: questi costruivano o riparavano le poche scarpe che ogni famiglia possedeva e che non bastavano per tutti, infatti, chi, tra i figli si alzava per primo, riusciva a mettersi per quel giorno un paio di scarpe.

Per farle durare di più, il ciabattino metteva sotto la suola delle scarpe e sotto il tacco chiodini, bollettoni, ferretti così le scarpe passavano di padre in figlio e dai fratelli più grandi ai più piccoli.

Per lucidarle, di certo non usavano sostanze chimiche ma il grasso di cavallo (che era considerato il migliore) oppure di maiale o di pecora ed era chiamato “ossogna”… 

 

Lo “stagnaro” lavorava lo stagno per costruire recipienti o per ripararli.

Un oggetto che abbiamo visto e che era molto usato era il portabanconote di stagno perché i topi, molto numerosi, potevano trovare le poche banconote conservate in casa e rosicchiarle!  

 

Un altro mestiere oggi scomparso era il “conciabrocche”" che, con uno strano trapano di legno e ferro, andava di casa in casa a riparare i “cocci”, cioè bacinelle e recipienti vari che, con un po’ di punti metallici, tornavano pronti per l’uso  

 

… Il signor Massimo ci ha parlato anche dei migliori artigiani che mettevano la “firma” sui loro lavori: per esempio Pietro Pomponi era un fabbro e, sui lavori che produceva, metteva una sigla, che era rappresentata da un quadratino con una specie di croce al centro… (Simone P.)

 

… Io conosco Pericle Pomponi, l’unico fabbro che è rimasto a Bracciano…

(Lorenzo P.)

 

… Spesso, sui lavori finiti, (ad esempio anche sui mattoni della fornace), si trovavano, infatti, dei marchi che identificavano la persona the li aveva realizzati.

Prima di poter firmare i propri oggetti, si doveva lavorare presso una bottega artigiana e “rubare con gli occhi”, per poter imparare tutti segreti per costruire un lavoro ben fatto, poi arrivava il momento di mostrare quello che si era acquisito e, se superavi l’esame, facendo un “capolavoro” (cioè il primo lavoro), si diventava operai e si poteva aprire una propria bottega…

(Sabrina M.)

 

… Allora, infatti, non c’erano “corsi per lavoratori” che ti fornivano attestati, diplomi, se superavi l’esame.

Se lavoravi, ad esempio, presso un fabbro, un falegname… dopo un certo periodo di tempo, dovevi fare un capolavoro.

Il signor Perugini ci ha fatto vedere e toccare con mano un capolavoro: due pezzi di legno, uniti ad angolo retto, che non si muovevano, nemmeno se li sbattevi al muro, perché erano perfettamente incastrati, anche se non avevano chiodi, viti, colla…

(Massimo B.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'agricoltura, la pastorizia ed il fenomeno della "transumanza"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Certo Bracciano è proprio cambiata da allora…

Non c’erano tutte queste case che ci sono ora: Bracciano 1, Bracciano 2…

Prima c’erano tantissime botteghe e, soprattutto, tantissime campagne, dove pascolavano, liberi, tanti animali.

Nelle campagne c’erano ampie terre coltivate, che venivano arate dai buoi che trasportavano l’aratro agganciato al giogo…

(Sabrina M.)

 

Nella cantina Perugini è conservato l’aratro braccianese, costruito con delle caratteristiche che lo rendevano adatto al tipo di terreno e legato nelle vane parti con corde di bufala, insieme a zappetti di varie forme

 

Abbiamo conosciuto anche la “sementarola”, cioè la sacca di canapa (coltivata intorno al lago) che, sfilacciata, battuta e tessuta, veniva cucita in forma allungata e poteva contenere anche 50 kg di grano.

Il seminatore se la metteva sulla spalla e andava a seminare lungo i solchi con un gesto lento e regolare per distribuire bene i semi  

 

… E così, dopo la trattazione della situazione “industriale”, il signor Massimo è passato ad illustrare quella contadina e, principalmente, quella dell’“allevamento”.

Era molto diffuso l’allevamento delle pecore, anzi, era l’unico, infatti le mucche, animali molto delicati e più esigenti, erano riservate solo alle campagne del Principe…

(Lorenzo P.)

 

… C’è da dire che il nostro territorio, quando è estate, è molto arido e, quindi, le pecore mangiano e producono poco, così i pastori erano e sono costretti a trasferirsi in un altro luogo, dove fa più fresco e cresce più erba…

(Sabrina M.)

 

… I pastori arrivavano a Bracciano da Visso, Ussita, Frontignano, attraverso la Val Nerina.

Si trattenevano per brevi periodi in grandi capanne (“lestre”) sorrette da un’intelaiatura fatta di pali, bastoni, rivestita di paglia e coperta con fascetti di “filagne” di castagno, legate con la ginestra e disposte come le tegole…

(Lorenzo P.)

 

… Le lestre erano fatte così bene che l’acqua non entrava, ma neppure il fumo usciva facilmente.

Nelle capanne c’era sempre acceso il fuoco, al centro, e ci vivevano in tanti.

Il capo occupava il posto migliore della capanna, mentre i bambini, quando la sera andavano a dormire, dovevano sistemarsi nella parte più alta della capanna dove si posava tutto il fumo (il posto del “bescino”)…

(Sabrina M.)

 

Il “vergaro” era l’uomo che aveva la responsabilità del bestiame e della capanna che era la fabbrica del formaggio; nella capanna il “vergaro” aveva il posto migliore, dormiva in basso, accanto ai formaggi, mentre il “bescino” era il ragazzo, spesso ancora un bambino, che svolgeva i lavori più umili andando appresso al gregge per recuperare il latte.

Il “bescino” dormiva nel posto più brutto della capanna, cioè in alto, dove arrivava il fumo; ecco perché a volte la gente ancora esclama: “Mi tocca il posto del bescino!”

 

… In queste abitazioni, più che altro capanne, vivevano tre o quattro famiglie e, quando dovevano spostarsi da un luogo ad un altro, i pastori portavano con loro piccole capanne (la nostra tenda), per proteggersi quando si fermavano…

Erano, quando decidevano di andarsene, un grandissimo gruppo…

(Giada M.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Essere bambini a quel tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Devo dire che, a quel tempo, i lavori erano molto faticosi, sporchi, e la gente veniva pagata poco…

(Eleonora M.)

 

Il signor Perugini ci ha raccontato alcuni vecchi mestieri di un tempo: nel paese lavoravano tutti, persone anziane, donne e persino i bambini che avevano solo 7-8 anni e per loro non era un gioco, piuttosto si impegnavano per dare il loro aiuto ai genitori

 

… Anche i bambini, a otto anni, cominciavano già a imparare un mestiere da fare da grande oppure andavano ad aiutare il proprio padre, i genitori a svolgere il loro lavoro…

(Charlotte S.)

 

… Noi, adesso, siamo fortunatissimi perché andiamo a scuola: quei ragazzini, invece, sin da piccoli, dovevano, almeno il pomeriggio, andare a lavorare.

Infatti venivano portati, già a sette o otto anni, nelle botteghe artigiane e veniva insegnato loro il “mestiere”.

Noi, oggi, non fatichiamo per niente, scriviamo solo “due righe” o studiamo “qualche pagina” di storia ma, in fondo, se studiamo, lo facciamo per noi stessi e non per qualcun altro…

(Silvan H.)

 

… I bambini non avevano neanche scuole come le nostre, stavano fuori, con un tavolo e senza sedie, così seguivano la lezione all’aperto e in piedi, una specie di lavagna era appesa al muro di una piccola casa…

(Rachele C.)

 

… La scuola era all’aperto, ma io non ho capito una cosa: se pioveva, come facevano?…

(Erika R.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come ci si vestiva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… A quei tempi non c’era molto denaro come adesso, solo pochi si potevano permettere le scarpe o altre cose.

I più piccoli, il più delle volte, dovevano “arrangiarsi” con i vestiti dei fratelli pia grandi…

(Valentina B.)

 

… Anche i bambini, come molti abitanti di Bracciano, non avevano neppure le scarpe e camminavano scalzi…

(Rachele C.)

 

… Nella Ciociaria, le persone si riconoscevano grazie al particolare tipo di scarpe, le cioce, che portavano, ma, pure se poco costose, non se le potevano permettere tutti…

(Erika R.)

 

I bambini non avevano le scarpe, ma indossavano pantaloni come vanno di moda ora: cioè tutti strappati, con le “toppe”.

Noi oggi li paghiamo a caro prezzo, proprio perché sono strappati, mentre allora li compravano “normali” e, solo dopo averli indossati tantissime volte, si strappavano e così mettevano le toppe.

Quei pantaloni, per loro, duravano un’intera vita e avevano, al massimo, un ricambio…

(Giada M. Sabrina M.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La condizione delle donne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Mi sono rimaste impresse quelle donne in fotografia e quelle scarpe molto consumate o il fatto che non le portassero proprio.

La gente era sopratutto contadina, le donne erano spesso “analfabete”, facevano le “casalinghe” e la cosa più strana è che portavano, quando andavano a lavorare in campagna, cesti con i bambini dentro che mettevano sotto l’ombra di un albero.

Molte, infatti, lavoravano in campagna e svolgevano lavori pesanti: trasportavano, sul capo, fascine, enormi fasci di legna o di erba, oppure avevano pesanti bisacce a tracolla…

(Charlotte S.)

 

… Naturalmente lavoravano molto anche in casa, dovevano badare ai figli, lavare, cucinare…

Uno dei cibi più cucinati era l’“acquacotta”, che veniva preparata con vari tipi di erbe, il pane bagnato e le patate lessate.

Mio nonno la prepara qualche volta e a me piace molto, anche se è pesante…

(Erika R.)

 

… Per le donne, preparare da mangiare, quando si avvicinava l’inverno, era ancora più difficile e il proverbio, riferito alle nespole, ce ne da un’idea: “Piangete donne che è l'ultimo frutto dell’estate!”

(Natalia P.)

 

… C'è da dire, inoltre, che nel passato c’erano usanze molto diverse da ora.

Ad esempio, i bambini non nascevano, come adesso, in ospedale o nelle cliniche specializzate, ma c’era un a persona, la “levatrice”, che faceva nascere i bambini in casa, anche se non c’era neppure il bagno.

Questo lavoro si è perso nel tempo.

Secondo noi, non è molto bello nascere in casa perché ora ci sono degli ospedali con delle attrezzature più igieniche, sicure, moderne e i medici sono certamente più esperti

(Giada M. Sabrina M.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I trasporti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… A quel tempo, a Bracciano, per spostarsi, purtroppo, non c’erano le macchine, ma si usavano dei “carri”, e ce ne erano di diversi tipi.

Come abbiamo visto nella foto, la “barrozza”, ad esempio, era un carro molto grande, da lavoro, che trasportava fieno.

Ne abbiamo visto uno, tipico di Ronciglione, con cui si trasportava il vino, mentre un carro toscano poteva portare fino a cinquecento fiaschi.

Al contrario, c’era un carro abruzzese motto piccolo e leggero.

In paese arrivavano anche molti carri di “pagnotte” di ghisa che, poi, veniva lavorata dai fabbri.

A condurre questi carri c’era il “facocchio” che, molte volte, li costruiva pure

(Giada M. Sabrina M.)

 

Nella nostra visita abbiamo scoperto il mestiere del “fagocchio” o “carradore”, cioè colui che costruiva e riparava i carri ma il più strano ci è sembrato quello che abbiamo visto in una vecchia foto: si vedeva una signora che attraversava un fiumiciattolo sulle spalle di un uomo che “campava” portando a “cavacecio” i viandanti che non volevano bagnarsi dovendo attraversare piccoli corsi d’acqua.

Questi “cavacecio” venivano ricompensati con un po’ di viveri o altre piccole cose

 

Per attraversare, ad esempio un fiume, c’erano delle persone che avevano il compito di “traghettatore”, cioè mettevano i viaggiatori a “cavacecio”, per non farli bagnare…

(Giada M.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La solidarietà fra i lavoratori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Infine, il signor Massimo ci ha raccontato, sempre mostrandoci delle foto, che sulla parete di una Cappella (al Cimitero), hanno trovato una cornice scolpita in cui sono rappresentati tutti gli attrezzi degli artigiani del luogo (fabbro, tornitore, falegname, scalpellino, sarto, fornaio, orafo, tappezziere, pittore, cappellaio, oste, macellaio, musicante, calderaio,…).

Forse si tratta di un’Associazione di Mutuo Soccorso dei lavoratori braccianesi…

(Simone P.)

 

… Queste immagini rappresentavano disegni o, meglio, simboli di molti mestieri…

Alcuni però, a mio parere, non corrispondono proprio a certi mestieri o, almeno, sono difficili da capire…

(Erika R.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le impressioni della visita e le riflessioni dei ragazzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Questa visita è stata molto bella perché ci ha fatto fare “un viaggio nel tempo”

 

… Ho capito quanto era dura e difficile la vita di un tempo non tanto lontano da noi

 

… Io mi sento fortunata a vivere in questi tempi, perché non mi piace condurre una vita da nomade, essere costretta a spostarmi da una parte all’altra dellItalia, ogni estate che viene, come accade ai pastori

Bracciano non l’avrei mai immaginato così

Non riesco a credere che fosse così, però penso che tutti questi cambiamenti l’abbiano rovinata!

(Sabrina M.)

 

… Benché fossi già stato alla Cantina Perugini in V Elementare, per me è stata una piacevole uscita, anche perché ritornare nei posti dove si è già stati, è sempre un’occasione per approfondire qualche argomento interessante…

(Simone P.)

 

… Questa visita mi è piaciuta molto perché mi sono resa conto di quanto siamo cambiati e di come viveva chi cera prima di me e ho scoperto un po della storia del mio paese...

 

… Le cose te le facevi a mano o cercavi proprio di riaggiustarle

 

… Per me, è stato come se fossi tornato nel Medioevo, e, siccome non sono originaria di Bracciano, non sapevo come fosse stato tanti anni fa, perciò ringrazio il signor Perugini per avermi fatto capire alcune cose…

(Skipe L.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Invito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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