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Portale
Cultura e società
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La cultura siamo noi – Noi la parola La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia: la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è. Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture! I testi originali in questa pagina sono © Massimo Perugini: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale |
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"Per non dimenticare" di Massimo Perugini – Continua |
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In questa pagina Parte Prima – "Scava, scava, che mamma sta qui sotto!" Domenica, 12 settembre 1943-XXI – Mussolini viene liberato dai Tedeschi Lunedì, 13 settembre 1943-XXI – Muore Enrica Ginesi Lunedì, 13 settembre 1943-XXI – Alberto Pomponi viene ucciso a Villafranca di Verona Giovedì, 16 settembre 1943-XXI – Muore il piccolo Mario Verzulli Domenica, 19 settembre 1943-XXI – Prima strage tedesca in Italia Lunedì, 20 settembre 1943-XXI – Muore il bambino Michele Palazzotto Giovedì, 23 settembre 1943-XXI – Mussolini proclama la costituzione della R.S.I. Martedì, 28 settembre 1943-XXI – Discorso del Maresciallo Pietro Badoglio Martedì, 5 ottobre 1943-XXI – Muore Angelo Ciervo Martedì, 12 ottobre 1943-XXI – Eccidio di Caiazzo Mercoldì, 13 ottobre 1943-XXI – Il Regno del Sud dichiara guerra alla Germania Venerdì, 29 ottobre 1943-XXI – La strage di Blera Venerdì, 29 ottobre 1943-XXI – La strage di Blera Venerdì, 5 novembre 1943-XXI – Attacco aereo R.S.I. alla Città del Vaticano Mercoledì, 17 novembre 1943-XXI – L’eccidio di Montefosco, presso Sutri Martedì, 21 dicembre 1943-XXI – Francesco Carradori trovato morto ad Anguillara Mercoledì, 22 dicembre 1943-XXI – Treno allodola attaccato da caccia alleati Inverno 1943-1944 – Prigionieri di guerra russi a Bracciano
Pagine correlate
Massimo Perugini – Una presentazione
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Parte Prima – "Scava, scava, che mamma sta qui sotto!" |
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Appennino abruzzese, Gran Sasso d’Italia, Rifugio di Campo Imperatore
Mussolini viene “liberato” dai Tedeschi e trasferito, sotto il loro controllo, in alta Italia. Le forze dell’“ordine” che lo detengono, non fanno nemmeno un cenno di difesa nei confronti dei pochi tedeschi scesi dagli alianti ed armati di sole armi leggere: addirittura, cosa vergognosa, un nostro ufficiale va loro incontro... con un fiasco di vino!
Nei giorni precedenti, due nostri paesani, su invito del Tenente dei Reali Carabinieri Faiola, già comandante della Stazione di Bracciano, sono saliti a Campo Imperatore: Alfredo Petrucci e Alfonso Nisi, detto “Sciabboletta”.
Ci racconta il figlio di Alfredo, Pierluigi:
“Papà mi ha raccontato di essere stato invitato a fare una partita a “scopetta” con il Duce. Mentre giocavano gli chiese spiegazioni sulla situazione attuale ed il Duce gli rispose, molto amareggiato, che non si sarebbe mai aspettato un comportamento simile dal popolo italiano, che precedentemente, ovunque lo incontrasse, lo acclamava con tanto entusiasmo. Gli sembrò molto più vecchio di come lo avevo visto nei film-Luce.”
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Napoli
Di fronte ad una folla di ostaggi, otto nostri soldati prigionieri, scelti a caso, sono fucilati dai Tedeschi contro le mura del Palazzo dell’Ammiragliato, in via Cesareo Console, “responsabili” di aver difeso Castel dell’Ovo, di aver fatto, cioè, il proprio dovere di soldati.
Sul “Rettifilo” spingono una colonna di uomini rastrellati: lungo la strada, un soldato italiano ferito ad una gamba, che si rifiuta di unirsi al corteo, viene abbattuto con una raffica di mitraglia.
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Bracciano, ore 13.30
All’Ospedale Civile muore a seguito delle ferite riportate per lo scoppio di una bomba a mano Enrica Ginesi, “Enrichetta” per parenti e amici, casalinga di 61 anni, vedova di Pietro Bergodi.
Boezio, testimone oculare, racconta che il tragico evento ha luogo sul marciapiede a fianco dell’ingresso delle Casermette: da una finestra del primo piano lasciano cadere un materasso sul marciapiede, proprio dove si sta soffermando Enrichetta, solo che vi hanno nascosto dentro una bomba a mano e, come tocca terra, l’esplosione investe in pieno la sventurata, la quale, pur trasportata di corsa all’Ospedale, vi arriva, purtroppo, priva di vita.
In quei giorni la popolazione, visto l’abbandono di tutte le strutture militari da parte di un Esercito svanito nel nulla, fa la “spola” cercando di “rimediare” qualche oggetto: scarpe, vestiario, coperte, lenzuola, materassi o qualsiasi altra cosa utile, tra le migliaia lasciate in balia degli eventi, prima che se ne impossessino le truppe occupanti.
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In questo clima di totale caos e sbandamento, c’è addirittura una “banda” di ragazzini “monticiani”, tra cui Carlo Vergari detto “Cattiveria”, “Pappetta” dei Lepretto, Umberto Crocetti e Franco Faraoni chiamato “lo Sprecato”, che si inventa di giocare con i proiettili trovati abbandonati lungo tutta la vallata dove è nascosta la “Polveriera” dell’Esercito, vale a dire dietro il nuovo Ospedale.
Smontati un gran numero di proiettili d’artiglieria, fanno un bel mucchietto di polvere da sparo e ci sistemano sopra decine di bombe a mano tedesche, di quelle con il manico di legno: “Cattiveria” traccia con la polvere nera una miccia sulla terra e poi strofina una cartuccia tracciante contro una grossa pietra...
La fiammata che si sprigiona è violenta e una potente scintilla sprizza diritta sul mucchio di polvere da sparo che, con un gran lampo, scaraventa letteralmente in aria le bombe a mano tedesche ed il caso vuole che una di queste centri proprio una delle tante baracche stipate delle munizioni di riserva della Caserma: da questo si innesca una micidiale reazione a catena che va a far esplodere in successione centinaia di proiettili d’artiglieria, i quali, scaraventati in alto e all'intorno in ogni direzione, finiscono con il provocare l'incendio dell'intera valle.
La violenza incontrollata delle esplosioni dura fino a tarda notte, riempiendo il vecchio cratere vulcanico di possenti boati ed illuminandone il cielo di bagliori, mentre un'immensa nuvola gialla si innalza centinaia di metri (ma che tipo di proiettili erano mai esplosi da creare una così densa fumata di color giallo?).
Quando, una decina di anni dopo, si incendiò la vicina scarpata sopra la ferrovia, le esplosioni degli ordigni abbandonati impedirono ai volontari accorsi ad estinguere l’incendio di avvicinarvisi.
Ricordo come dall'abitazione di un mio amichetto in Via Flavia fosse possibile vedere l'incendio e noi rimanemmo tutto il pomeriggio a “gustarci” le fiamme interrotte ogni tanto dallo scoppio dei proiettili o mine abbandonate tra le sterpaglie, provocando dense fumate nere e botti assordanti.
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Villafranca di Verona
Questo medesimo giorno alla Stazione Ferroviaria di Villafranca di Verona, approfittando di una sosta momentanea del treno che li sta deportando in Germania, un soldato braccianese, Alberto Pomponi, “Albertino” per gli amici, ed un suo commilitone ligure di Isolabona, Gildo Pianeta, tentano la fuga, rifugiandosi in un sottopasso vicino al passaggio a livello.
Poco dopo, un altro militare italiano, un ufficiale, cerca anche lui di fuggire dal treno, ma la scorta armata se ne accorge e comincia a sparare nel campo di granturco dove è corso a nascondersi: la pattuglia uscita per rintracciarlo fallisce e lui riesce a dileguarsi, ma, nel rientrare verso il treno, i tedeschi scovano accidentalmente il nascondiglio dei due nostri soldati nel sottopassaggio e li trucida barbaramente sul posto a raffiche di mitragliatrice.
Il compaesano Pietro Migani, conosciuto ed apprezzato meccanico-tornitore, racconta di aver fatto il servizio militare a Ventimiglia insieme ad Albertino, anzi di aver tentato in tutti i modi perché venisse trasferito nella stessa armeria dove lui lavorava: dietro suo suggerimento, Albertino si fa spedire dai parenti, titolari della vecchia ferrriera di Bracciano, la “borace” e le polveri necessarie per realizzare il suo “capolavoro”, la prova tecnica necessaria per diventare specialista, e con queste polveri lui eseguirà la perfetta, quasi invisibile, saldatura della bacchetta di un moschetto, passando “armiere”.
I parenti di Albertino, saranno invitati all’inaugurazione del monumento posto a memoria della barbara esecuzione: un piano inclinato con due grosse sfere di marmo spezzate: poco tempo fa, il nipote Giorgio ha visitato il piccolo monumento e l’ha trovato rispettosamente curato, pulito ed ornato di bellissimi fiori freschi - a Bracciano invece, come si suol dire, “zero carbonella”!
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Napoli
14 carabinieri, “colpevoli” di essersi opposti il giorno prima alla distruzione del Palazzo dei Telefoni resistendo ai Tedeschi, vengono passati per le armi!
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Bracciano, ore 17.30
All’Ospedale Civile muore il piccolo Mario Verzulli, di appena 8 anni, “dell’ Oriolo”, per lo scoppio di una bomba a mano.
Un paio di giorni prima, Mario, suo fratello Franco ed altri due amici trovano sul ciglio della strada una bomba a mano “Balilla”, la rossa cosiddetta “SRCM”, ed, incuriositi, cercano di aprirla per poterla smontare e vedere come è fatta dentro, scagliandola con violenza dentro la formetta piena d’acqua, accanto al fontanile poco prima della Stazione Ferroviaria di Oriolo: dopo qualche tentativo fallito, Mario toglie inavvertitamente il cappellozzo al quale è assicurata la linguetta della sicura, provocandone la violenta esplosione.
Le schegge lo colpiscono in pieno ferendolo gravemente all'addome, mentre il fratello Franco viene ferito alle gambe: i vicini accorrono disperati a loro soccorso e li caricano sulla “barrozza” di Renato Imperatori, che sopraggiungeva in quel momento, per trasportarli al pronto soccorso davanti a Palazzo Altieri.
Il medico di guardia, vista la gravità delle ferite, ordina di trasferirli immediatamente al più attrezzato Ospedale di Bracciano e, dato che non ci sono auto né private né pubbliche, i genitori chiedono aiuto ai militari tedeschi di stanza nel paese.
In un primo tempo i Tedeschi si rifiutano per timore di finire mitragliati dagli aerei alleati, che in questi giorni attaccano qualsiasi mezzo di trasporto lungo le vie di comunicazione, ma dietro l’insistenza dei genitori disperati, caricano alla fine i due fratellini su una camionetta fino all’Ospedale di Bracciano: purtroppo i sanitari non riusciranno a salvare Mario, che va incontro ad una lunga e straziante agonia, mentre Franco verrà ulteriormente trasferito al al Bambin Gesù di Roma, da dove uscirà soltanto dopo 8 lunghi mesi di degenza riuscendo, però, a salvare le gambe.
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Boves, Provincia di Cuneo
Prima strage tedesca in Italia.
Nonostante sembra abbia pronunciato la famosa frase “vale più la parola di un Tedesco che 100 firme di Italiani”, il Maggiore Joachim Peiper fa torturare e uccidere, insieme ad altri 30 paesani, il parroco Don Giuseppe Bernardi e l’industriale Antonio Vassallo, i quali si sono offerti volontari intermediari riuscendo a far liberare due soldati tedeschi fatti prigionieri dai partigiani.
Non soddisfatto da questo crimine vigliacco, ordina dar fuoco alle case del paese.
Circa un anno più tardi, Peiper si renderà anche responsabile dell’eccidio di 142 indifesi prigionieri americani a Malmedy, nelle Ardenne.
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Bracciano
All'Ospedale Civile muore Michele Palazzotto, ancora un bambino, anche lui di soli 10 anni, anche in questo caso in seguito alle ferite riportate per lo scoppio di una bomba a mano.
Suo cugino Gianni De Lisi racconta:
“Michele, ospitato insieme a tutta la famiglia e numerosi altri sfollati presso l’edificio scolastico di Piazza Dante, vi porta una bomba a mano raccolta fuori da qualche parte e, giocandoci di nascosto, ne causa inavvertitamente l’esplosione che gli dilania l’addome."
La nonna di Michele, in quel momento solo a poche decine di metri di distanza nei pressi del negozietto di fiori di Rosina, è tra i primi ad accorrere e trova il nipote ferito a morte: Mauro Sala e Piero Bovesecco lo caricano su una improvvisata barella per trasportarlo all’ospedale - ma tutto è inutile.
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Italia del Nord
Mussolini proclama la costituzione della Repubblica Sociale Italiana o R.S.I., con sede a Salò, riconosciuta da Germania, Giappone, Croazia, Bulgaria, Slovacchia e Ungheria, ma non dal Vaticano né addirittura dalla Spagna, facendo precipitare quel che resta dell’Italia nel baratro della più infame delle guerre: quella fratricida.
L’ex-dittatore della Nazione si riduce così a semplice strumento nelle mani di Hitler, il quale annette le Province di Trento, Bolzano e Belluno facendole confluire nella cosiddetta Alpenvorland o “Regione Prealpina”, sotto il Commissariato Supremo di Innsbruck del Gauleiter Franz Hofer, mentre le Province di Udine, Gorizia, Trieste, Treviso, Fiume e Lubiana vanno a formano l’Adriatische Kustenland tedesca o “Regione del Litorale Adriatico”, con a capo il Commissario Friedrich Rainer.
Il “Duce” non prenderà mai alcuna iniziativa né per riscattare i territori “confiscati” dalla Gemania nazista, né per agevolare quei militari italiani che, fedeli al giuramento prestato, vengono internati e costretti a pesantissimi lavori nell’“alleata” Germania.
Nel giro di pochi anni, il vasto “Impero” si frantuma in ben quattro misere “italiette”, il Regno del Sud, la R.S.I. e due regioni tedesche, perdendo addirittura un territorio nazionale molto più vasto di quello conquistato con il primo conflitto mondiale, costatoci l'inutile olocausto di circa 1 milione di giovanissimi Italiani morti, scomparsi senza lasciare traccia, salvo i poveri resti senza nome recuperati dopo anni e anni nelle pietraie e nei ghiacciai.
Senza contare i feriti, gli invalidi, chi senza gambe chi senza braccia, i ciechi, gli impazziti, e tutte le distruzioni, le sofferenze, l’esodi forzati di centinaia di migliaia di profughi, trasferiti senza organizzazione alcuna, malvisti da popolazioni locali già allo stremo.
Oltre tutti i possedimenti nell’Africa del Nord, in quella orientale, nel Mediterraneo e nel Dodecaneso: ci sono costati decine e decine di migliaia di caduti!
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Località Agro di San Giorgio Ionico
Discorso del Maresciallo Pietro Badoglio ad Ufficiali del ricostituito Esercito Italiano (vedi negli allegati la “modernità” dei contenuti!)
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Dugenta, Provincia di Benevento
Giuseppe Ciervo, ormai braccianese da decenni, ci racconta la tragedia che lo colpisce in quei giorni:
”Verso il tardo pomeriggio, le 17 circa, cinque soldati americani, di cui quattro di colore, arrivano alla nostra casa, costruita nel mezzo del podere, chiedendoci, nella loro incomprensibile lingua, da bere: mio padre Angelo, che aveva allora 43 anni, per esser sicuro di accontentarli, gli offre un fiasco di vino ed uno d’acqua.
Nonostante i nostri avvertimenti, che lì vicino, a non più di 500 metri, sull’altra sponda del Volturno, ci sono i tedeschi appostati con le loro mitragliatrici, i soldati prendono quella direzione senza nessun accorgimento: dopo qualche minuto, un'improvvisa, lunga raffica di mitragliatrice e per tutti e cinque i soldati non c’è nulla da fare.
Più tardi, verso le 20, un cannone tedesco, abilmente nascosto nel bosco oltre il fiume, comincia a sputare una serie di proiettili che esplodono intorno nelle vicinanze della nostra abitazione, a pochi secondi l’uno dall’altro.
Mio padre, radunati i vecchi ed i cinque figli, tra cui una sorellina di appena 14 mes, ci conduce di corsa nel rifugio costruito in precedenza, insieme ad altri vicini, in un avvallamento poco distante.
Messa in salvo la famiglia, torna per serrare la casa dopo aver recuperato provviste e qualche suppellettile necessaria per passare la notte nel rifugio, facendosi accompagnare dal fratello, solo pochi giorni prima laureatosi in Lettere e Filosofia a Napoli.
Un colpo di cannone centra l’aia della ascina e una scheggia assassina colpisce mio padre alla schiena trapassandogli il petto ed uccidendolo sul colpo. Mio zio, anche lui ferito da schegge alla gamba, dopo diverse ore viene trasportato al più vicino posto di medicazione tedesco, dove gli ingessano la gamba fratturata, ma l’infezione gli cova sotto il gesso e lo ucciderà di lì a poco dopo, tra atroci sofferenze - solo le truppe americane, a quei tempi, erano in possesso della penicillina.”
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Caiazzo, Provincia di Caserta, Masserie Montecarmignano
Subito dopo aver abbandonato Napoli, i Tedeschi arretrano sui monti, verso nord. A Caiazzo, il comandante di un reparto tedesco vede dei contadini al lavoro nei campi e gli chiede: “Dov’è il nemico?” I contadini si guardano gli uni con gli altri, poi uno alza il braccio e indica a nord.
La reazione è immediata e vengono passati per le armi ventitré innocenti, tra i quali: mamma Perrone con 4 figli, di cui il più grande, Giuseppe, ha solo 10 anni, la vedova Albanese con 4 figlie, Maria Angela di 20 anni, Maria 18, Elena 16 ed Angelina 12, tre anziane donne e tutti gli uomini.
I corpi sono talmente sfigurati che altri contadini accorsi sul luogo non riescono a riconoscere nessuna delle vittime!
La lapide posta a memoria del barbaro eccidio è scritta da Benedetto Croce:
“Presso Caiazzo - nel luogo detto S. Giovanni e Paolo - alcune famiglie campagnole - rifugiate in una stessa casa - furono il 13 ottobre 1943 – fucilate e mitragliate – per ordine di un giovane ufficiale prussiano – uomini donne infanti – non d’altro colpevoli – di aver inconsce – alla domanda ove si trovasse il nemico – additato a lui senz’altro la via – verso la quale si erano volti i tedeschi – improvvisa uscì dalle loro labbra – la parola verità – designando non l’umano avversario – nelle umane guerre – ma l’atroce presente nemico – dell’umanità.”
Uno dei massimi personaggi del XX secolo, il grande medico, teologo protestante, musicologo e fondatore del centro ospedaliero e lebbrosario di Lambaréné, nel Gabon, Albert Schweitzer, scrive:
“Le uniche guerre “etiche”, sono quelle combattute tra i cannibali, che almeno, non sprecano i morti!”
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Brindisi
Il governo italiano del Regno del Sud dichiara guerra alla Germania.
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Bieda (ora Blera), ore 06.15
Guidati da un delatore, catturato mentre recuperava fucili e bombe a mano abbandonati, quattro camion di Tedeschi raggiungono il paese bloccandone tutte le vie d’accesso.
Mentre di casa in casa procedono i “rastrellamenti” di tutti gli uomini validi, le pattuglie lasciate a presidio degli ingressi del paese, si mettono a sparare su chiunque capiti loro a tiro, falciando anche dei contadini ignari di tutto, tra cui il padre della spia che li aveva guidati.
Il bilancio è di 14 trucidati:
- Angelo Polidori, studente di soli 16 anni - Gabriele Sandoletti - Riccardo Piccini - Francesco Mantovani - Vincenzo Iannicoli - Giovan Battista Galli - Giuseppe Truglia - Angelo Manfredi MANFREDI - Domenico Angeli - Giovan Battista Milli - Antonio Gnocchi, di S. Angelo Romano - Giovanni Vanni, sfollato da Civitavecchia - Andrea Salis , soldato sardo sbandato, da Orgosolo - Pietro della Malva, ex carabiniere della Stazione di Blera, da Vico del Gargano.
Tra i feriti: - Giuseppe Baldini - Felice Perla - un altro sfollato da Civitavecchia.
Una trentina di uomini rastrellati, tra cui il delatore, vengono portati alcuni ad Aurelia ed altri deportati in Germania.
Il comandante tedesco impartisce il barbaro ordine, non rispettato dalla popolazione, che a recupero avvenuto, le salme delle vittime siano sepolte in una fossa comune e senza alcuna funzione religiosa!
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Roma
Un aereo sorvola da più notti la Città del Vaticano sganciando isolate bombe, che provocano un morto e danni ad importanti edifici storici.
Più tardi si saprà che si tratta di un velivolo della “Repubblica Sociale”, partito dall’aereoporto di Viterbo e pilotato da un tale Sergente Parmeggiani.
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Capranica, Viterbo
L’attuale parroco di S. Stefano a Bracciano, don Nicola Fiorentini, nativo di Capranica, ricorda quel che avviene nel suo paese quel giorno:
“Ero in vacanza presso la mia famiglia, in quanto seminarista nella basilica de “La Quercia”, e quel mattino stavo passeggiando, insieme al parroco e suo fratello, lungo la Cassia, quando dei soldati tedeschi, che da qualche tempo lavoravano come meccanici nella vicina officina campale, ci avvisarono di metterci al sicuro in quanto sarebbero arrivati i soldati “cattivi”.
Ritornammo subito alla casa parrocchiale, giusto in tempo per assistere all’arrivo di numerosi camion pieni di “SS” che iniziarono a perquisire le abitazioni, mentre altre squadre si aggiravano nel paese sparando contro tutte le persiane non serrate.
Su segnalazione di un delatore (la taglia era molto allettante), cercavano un gruppo di partigiani, che altro non erano che ex soldati, “sbandati” dopo l’8 settembre, rimasti nella zona perché impossibilitati a raggiungere la loro Sardegna, in quanto priva di collegamenti, e che si erano adattati a sbarcare il lunario lavorando come braccianti agricoli nelle varie tenute del luogo.
Catturati i 18 “sbandati”, le “SS” li costrinsero a salire sugli autocarri per trasportarli poco oltre Sutri, sulla strada che porta a Bassano Romano, a circa un chilometro dal bivio, dove, fattili scendere dai camion, li trucidarono sul greto del torrente.”
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Lo stesso giorno Tocchi Elvio, di 15 anni, sta lavorando al terreno del padre, nella campagna lungo la strada che dalla Cassia conduce a Bassano Romano:
“Stavo accudendo le vacche nel nostro terreno, quando vidi sopraggiungere sulla strada un autocarro tedesco, con il cassone pieno di ex avieri italiani, scortato da due motociclette con sidecar armate di mitragliatrice: le seguii con lo sguardo, mentre superavano il punto dove mi trovavo finché si fermarono poche centinaia di metri oltre.
Passati pochi minuti sentii lunghe raffiche di mitraglia, seguite, pochi minuti dopo, da sporadici spari di pistola.
La contadina, che dal casale poco distante aveva visto tutta la scena, iniziò ad urlare disperata e, non appena i soldati se ne furono andati, corremmo entrambi sul luogo dell’eccidio: a fianco della strada, sul greto del torrente [in località Montefosco], giacevano i corpi dei nostri avieri falciati senza misericordia dalle raffiche di mitra.
Non soddisfatti, i Tedeschi avevano trivellato le fronti di quei poveri ragazzi con un colpo di pistola sparato a bruciapelo per poi, a dimostrazione di massimo disprezzo, addirittura sigillarne i fori di entrata della pallottola con una carta da gioco napoletana, sicuramente presa dal mazzo che uno degli sventurati aveva con se.
Un paio di loro avevano evidentemente tentato la fuga nel campo adiacente, arato da poco, ma neppure saltato il reticolato, furono fulminati da una raffica cadendo bocconi dentro un solco: due SS andarono a rivoltarne i corpi con i piedi e spararono con la pistola mirando alla fronte, poi la solita carta da gioco a suggellare il misfatto.
Soltanto uno dei prigionieri riuscì a sottrarsi all’eccidio: benché colpito alle gambe e alle braccia era riuscito a rotolare e scivolare giù nel torrente, nascondendosi dentro delle fitte “fratte” di rovi lungo la sponda: riuscì a percorrere in quelle condizioni circa un chilometro ed infine, privo di forze, fu soccorso da un allevatore romano proveniente da Bassano, tale Amando Diotallevi, che riuscì a trasportarlo sul suo carro fino a Sutri, nascondendolo in una cesta sotto alcune le pelli di pecora.
I corpi degli altri sventurati rimasero lì all’addiaccio per tutta la notte, mentre sul luogo dell’eccidio si abbatteva un nubifragio scrosciante: solo l’indomani Giovanni Colantoni poté andare a caricare con grande fatica tutti quei cadaveri sulla propria “barrozza” deponendoli poi all’interno del Cimitero di Sutri.
Durante la notte, qualche misero, e non per sciacallaggio, aveva comunque già tolto a tutti gli scarponi e a qualcuno persino la giacchetta...”
Voglio ricordare quei nomi perché, come racconta il nostro più importante testimone, Boezio Ansuini, ancora oggi ha un nitido ricordo di alcuni di questi suoi commilitoni a Vigna di Valle, la maggior parte dei quali, appunto, ex avieri di origine sarda già di servizio insieme a lui presso il non lontano idroscalo:
- Salvatore Alessi - Pietro Barcellona - Giuseppe Canu - Piero Contini - Salvatore Cossiga - Nino Me - Pasqualino Mereu - Giovanni Mezzettiri - Giovan Battista Mulas - Gavino Pilo - Efisio Piras - Giuseppe Deroma - Sebastiano Pinna - più cinque di loro rimasti senza nome, come riportato sulla lapide che li commemora al monumento poi eretto sul luogo dell’eccidio.
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Pochi anni fa è stato possibile conoscere il resoconto della Compagnia dei Carabinieri Reali di Viterbo datato 14 luglio 1945 e protocollato dal Comando Generale il 24 dicembre dello stesso anno:
“A Capranica il 17 novembre 1943 furono uccisi [omessi paternità, maternità e l’elenco dei testimoni riportati nei verbali] ALESSI Salvatore, nato nel 1922; BALDI Antemio, nato nel 1921; ANDREOTTI Virgilio, nato nel 1922; PILU Gavino; ME Nino; MESTIERI Giovanni; CORRIGA Salvatore; MULA Giovanni; CONTINI Pietro; BARCELONE Piero; NEREU Pasqualino; PIRAS Efisio; MELONI Mario; DEROMA Giuseppe; PINNA Sebastiano; CANU Giuseppe; MELONI Salvatore; RIU Giuseppe; MANCA Francesco; ZUDDAS Fernando.
Questi i fatti.
Il 14 novembre 1943 un maresciallo tedesco delle SS giunto a Capranica condusse a Bracciano Alessi Salvatore, Baldi Antemio ed Andreotti Virgilio, ritenuti responsabili di possedere delle armi.
Nelle prime ore del 17 novembre successivo giunsero a Capranica il maresciallo che aveva preso i suddetti tre giovani in unione all’Alessi con altri militari delle SS e un interprete nativo della Toscana di cui non è stato possibile conoscere il nome, i quali rastrellarono dei giovani sardi, sbandati a Capranica, riuscendo a catturarne 18.
Nel pomeriggio dello stesso giorno i predetti giovani, l’Alessi compreso, con autocarro furono condotti verso Roma. Giunti al bivio di Bassano di Sutri [oggi Bassano Romano], fatti scendere dall’automezzo furono uccisi con due raffiche di mitragliatrice e abbandonati sul posto.
Uno di essi, e precisamente lo Zuddas ultimo elencato, rimase ferito a una gamba e a un braccio e trasportato a Sutri prima e all’ospedale di Ronciglione poi ove riuscì a guarirsi.
Il 21 successivo nel territorio di Bracciano furono fucilati il Baldi e l’Andreotti. Si sconoscono i motivi di tale barbarie.”
Questo verbale, insieme a centinaia di altri che denunciano immani crimini commessi da militari Tedeschi e loro degni collaboratori in camicia nera, viene tenuto a lungo nascosto nel cosiddetto “armadio della vergogna”, sottratto alla giustizia dai “nostri” governanti, nel vergognoso ideale di una nazione asservita, oltraggiando e giustiziando così una seconda volta decine di migliaia di vittime innocenti!
Il Procuratore Militare che “inventa” la famosa formula di “archiviazione provvisoria” con cui sono di fatto sepolti nell'oblio detti fascicoli, farà una splendida carriera, coronando la sua “preziosa” opera quale testimone dell’incenerimento dei fascicoli del vergognoso scandalo “SIFAR”: deceduto qualche anno dopo, sua moglie richiederà ed otterrà il riconoscimento della sua morte per “cause di servizio”, a seguito dell’inalazione dei fumi dei fascicoli!...
Tornando ai nominativi nel rapporto dei Carabinieri, ce ne sono di aggiuntivi, non presenti sulla lapide del monumento, tutti risultati nomi di copertura usati dagli sbandati per nascondere la propria identità: comunque, per testimonianza diretta dell’unico superstite, Zuddas, si ha la certezza che una delle cinque vittime anonime sia tale Emilio Coni da Ales.
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A riguardo dei soldati allo sbando, molti dei quali finiscono altrettanto miseramente come quelli trucidati a Sutri, vale la pena citare le “gesta” di un missionario saveriano di San Gavino, Padre Luciano Usai - amico personale del Vice Presidente della Repubblica Sociale Italiana Francesco Maria Barracu - il quale ama ostentare sul petto medaglie naziste e fasciste insieme al crocefisso rosso e che, con tranelli ed inganni, tenta la ricostruzione di Reparti combattenti sardi da schierare a fianco dei Nazisti: il suo personale insuccesso forse il motore dell’odio contro i corregionali sbandati.
Il 23 giugno 1944 questo “padre” capeggerà il paracadutamento su suolo sardo, precisamente nei pressi di Is Arutas, Cabras, di un manipolo di spie, destinate ad operazioni d’intelligence con i germanici e, forse, al sabotaggio, per facilitarne il ritorno nell’isola: finiscono tutti catturati e processati, ma Usai, condannato a trent’anni di reclusione nonostante la richiesta pena di morte, uscirà dal carcere solo sette mesi dopo, tornando in libertà grazie alla famosa amnistia Togliatti del 1947.
Quanto sopra verrà pubblicato nel 1993 dalla rivista Almanacco di Cagliari, in cui Dino Sanna ricostruirà dettagliamene l’eccidio di Montefosco, la più triste località di Sutri.
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A Bracciano, il Comando delle sanguinarie Schutzstaffel, meglio conosciute come “SS”, si trova nella palazzina costruita da Giuseppe Bresciani, detto “Mastro Peppe”, all’inizio di Via San Francesco d’Assisi, a fianco dell’odierno Ufficio Postale.
Diversi braccianesi vengono rinchiusi per diversi giorni dentro le sue buie cantine e, cosa più amara, si racconta che molti dei “carcerieri” risultassero essere addirittura nostri “bravi” paesani.
Amedeo Gentilucci, a conferma del racconto della madre riguardo a Baldi ed Andreotti uccisi sulla strada di Trevignano, racconta che lui stesso ne ha visti i corpi nei pressi dell’attuale Camping Uliveto, dove vengono poi sepolti temporaneamente, e di ricordarsene i nomi: successivamente, come suo solito, interverrà l'amorosa pietà di Rosina la fioraia, la quale, insieme a Giulio Ambrogi detto “Stoppetta”, trasporteranno le povere salme al Cimitero di Bracciano su una carretta di legno spinta a mano - trascorsi circa cinque anni i resti dei due verranno di nuovo riesumati, con Decreti Prefettizi n. 402 e n. 501, per essere traslati a Capranica, loro paese natio degli sventurati.
Anche Boezio Ansuini, ricorda di aver visto le due fosse vuote, scavate nella nera carbonara, proprio nel luogo indicato da Amedeo Gentilucci.
Don Nicola Fiorentini riferisce anche il caso sfortunatissimo di una povera contadina di Capranica, colpita mortalmente dal serbatoio di riserva di un caccia americano, il quale, sganciato dall'aereo andrebbe a cadere altrove se all’ultimo momento non urtasse contro i fili di un traliccio ad alta tensione, deviando traiettoria a centrare la malcapitata.
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Roma
L’agenzia di stampa fascista “Stefani” comunica che su 600.000 soldati italiani deportati in Germania, solo 10.000 sono stati rimpatriati, perché aderito alla Repubblica Sociale Italiana: 100.000 non faranno mai ritorno, morendovi per stenti, malattie e maltrattamenti.
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Bracciano, Località S. Celso
Francesco Carradori fu Antonio, nato e residente ad Anguillara Sabazia, di 61 anni, coniugato con Adele Germani, muore per paralisi cardiaca “da paura”, così come riportato sul referto medico: i paesani ricordano però che viene “trovato morto nella sua barca da pescatore”, abbandonata alla deriva nel lago dopo che una banda di fascisti lo ha malmenato all'interno del paese.
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Anguillara Sabazia, Stazione Ferroviaria di Crocicchie
Renato Torri racconta che i treni viaggiavano saltuariamente in quel periodo: “quel” treno viene quindi fatto partire di proposito, quasi a far da esca, davanti a un convoglio tedesco che si ferma opportunamente al riparo sotto la galleria di Pisciarelli.
Composto dalla locomotiva a vapore, tre vagoni merci, sui quali però salgono comunque numerosi passeggeri, ed un vagone postale nero in coda, non appena il convoglio si avvicina alla Stazione di Crocicchie lo sorvolano un paio di caccia americani, i quali, avvistatolo, danno inizio ad una veloce virata per attaccarlo.
I macchinisti azionano immediatamente il freno d’emergenza e si gettano poi a capofitto nel fosso sottostante, altrettanto nel panico tutti i passeggeri saltano giù dai vagoni, uno degli ultimi Renato, insieme ad un ragazzetto che gli siede accanto, proprio mentre i caccia aprono il fuoco con le mitraglie.
Raggiungono di corsa la Braccianese senza neppure voltarsi e solo lì Renato si rende conto che il suo giovane compagno di sventura è ferito ad una gamba e perde molto sangue: il ragazzo s'accascia a terra privo di sensi e viene poco dopo caricato su una camionetta tedesca sopraggiunta nel frattempo.
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Inverno 1943-1944
Bracciano
Luciano Sardilli, di circa 10 anni, sta andando a scuola dalle Monache del Divino Amore alle 8 di mattina di una fredda giornata di tramontana.
Arrivato davanti a S. Maria Novella vede un gruppo di sette o otto prigionieri vestiti di marrone, abiti stracciati, bende ai piedi, stretti l’un l’altro per proteggersi dal freddo: sono prigionieri di guerra russi!
“Quel ricordo mi è rimasto indelebilmente impresso nella mente, perché a scuola ci avevano sempre spaventato col dirci che i russi mangiavano i bambini vivi!”...
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La precedente pagina Mercoledì, 8 settembre 1943 - Annuncio dell'Armistizio di Cassibile |
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Il racconto di Massimo continua Di prossima pubblicazione |
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