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Cultura e società

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La cultura siamo noi Noi la parola

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

Il materiale originale in francese © Shlomo Sand e la traduzione inglese di Donald Hounam in questa pagina sono riportati dal quotidiano online © Le Monde diplomatique, la traduzione italiana di "Giuditta" è riportata dal blog TuttoUno : la Redazione ringrazia per averne autorizzato la ripubblicazione e l'adattamento nel portale (Struttura della Redazione)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Come fu inventato il popolo ebreo Lo smantellamento di un mito"

"Comment fut inventé le peuple juif Déconstruction d’une histoire mythique"

"Israel deliberately forgets its history" Zionist nationalist myth of enforced

exile di Shlomo Sand

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

"Come fu inventato il popolo ebreo Lo smantellamento di un mito"

Gli ebrei formano una nazione?

Da dove viene quest'interpretazione della storia ebraica?

Il giudaismo, religione proselitista

La bibbia può essere considerata come un libro di storia?

L'esilio dell'anno 70 della nostra era, ha effettivamente avuto luogo?

Poiché non c'è mai stato un esilio dalla Palestina romanizzata, da dove vengono i numerosi ebrei che popolano il bacino del Mediterraneo fin dall'antichità?

Israele, sessanta anni dopo la sua fondazione, rifiuta di concepirsi come una repubblica che esiste per i suoi cittadini

"Comment fut inventé le peuple juif Déconstruction d’une histoire mythique"

Les Juifs forment-ils un peuple?

D’où vient cette interprétation de l’histoire juive?

Le judaïsme, religion prosélyte

La Bible peut-elle être considérée comme un livre d’histoire?

L’exil de l’an 70 de notre ère a-t-il, lui, effectivement eu lieu?

A défaut d’un exil depuis la Palestine romanisée, d’où viennent les nombreux Juifs qui peuplent le pourtour de la Méditerranée dès l’Antiquité?

Israël, soixante ans après sa fondation, refuse de se concevoir comme une république existant pour ses citoyens

"Israel deliberately forgets its history" Zionist nationalist myth of enforced exile"

Are the Jews a nation?

Where does this interpretation of Jewish history come from?

Judaism, a proselytising religion

Is the Bible a historical text?

Then there is the question of the exile of 70 AD

But if there was no exile after 70 AD, where did all the Jews who have populated the Mediterranean since antiquity come from?

Sixty years after its foundation, Israel refuses to accept that it should exist for the sake of its citizens

 

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"Come fu inventato il popolo ebreo Lo smantellamento di un mito"

 

 

 

 

 

 

 

 

  Gli Ebrei formano una nazione?
               
 

A questa vecchia questione, uno storico israeliano apporta una [nuova] risposta.

Contrariamente all'opinione comune, la diaspora non nasce con l'espulsione degli Ebrei dalla Palestina, ma da successive conversioni in Africa del Nord, in Europa del Sud ed nel Medio-Oriente.

 

Ecco qualcosa che farà vacillare una delle basi del pensiero sionista, secondo la quale gli Ebrei sono i discendenti del Regno di Davide, ma non [- Dio ce ne guardi! -] gli eredi di guerrieri berberi o di cavalieri kazari.

 

Di Shlomo Sand, storico, Professore all'Università di Tel-Aviv
Titolo originale: Comment fut inventé le peuple juif -
Déconstruction d’une histoire mythique

Traduzione di "Giuditta"

 

 

           
 

Qualsiasi Israeliano sa, senza ombra di dubbio, che il popolo ebreo esiste da quando ha ricevuto la Torah(vedi nota 1) nel Sinai, e che lui o lei è il discendente diretto ed esclusivo del popolo eletto.

Tutti noi siamo convinti che questo popolo, fuggito dall'Egitto, si stabilì "nella terra promessa", dove fu costituito il Regno glorioso di Davide e di Salomone, diviso in seguito nei Regni di Giuda e di Israele.

Inoltre nessuno ignora che questo popolo ha conosciuto l'esilio due volte: dopo la distruzione del primo Tempio, nel VI secolo prima di Cristo, quindi in seguito a quella del secondo Tempio, nell'anno 70 dopo Cristo.

In seguito per il popolo ebreo vi furono peregrinazioni di circa duemila anni: le sue tribolazioni lo condussero nello Yemen, in Marocco, in Spagna, in Germania, in Polonia e fino in Russia, ma riuscì sempre a preservare i legami di sangue tra le sue Comunità così lontane fra loro.

In questo modo la sua unicità non fu alterata.

Alla fine del XX secolo, le condizioni divennero propizie per il suo ritorno nell'antica patria.

Senza il genocidio nazista, milioni di Ebrei avrebbero ripopolato naturalmente Eretz Israel (la Terra di Israele) poiché era il loro sogno da venti secoli.

Vergine, la Palestina attendeva che il suo popolo originale venisse a farla rifiorire.

Dato che apparteneva a lui solo, non a questa minoranza araba, sprovvista di storia, arrivata là per caso.

Giuste erano dunque le guerre condotte dal popolo errante per riprendere possesso della sua terra; e criminale l'opposizione violenta della popolazione locale.

 

 

 

 

 

 

 

 

  Da dove viene quest'interpretazione della storia ebraica?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È l'opera, dalla seconda metà del XIX secolo, di rimanipolatori di talento del passato la cui fertile immaginazione ha ideato, sulla base di pezzi di memoria religiosa, ebraica e cristiana, una sequenza genealogica continua per il popolo ebreo.

La storiografia abbondante del Giudaismo comporta, certamente, una pluralità di approcci.

Ma le polemiche nel suo ambito non hanno mai rimesso in discussione l'essenzialità delle concezioni elaborate soprattutto alla fine del XIX secolo ed all'inizio del XX.

Quando apparivano scoperte suscettibili di contraddire l'immagine di questo lineare passato, esse quasi non beneficiavano di alcun eco.

L'imperativo nazionale, quale una mandibola fermamente chiusa, bloccava ogni tipo di contraddizione e deviazione rispetto alla versione dominante.

Le specifiche istanze di produzione della conoscenza del passato ebraico - i Dipartimenti esclusivamente dedicati "alla Storia del Popolo Ebreo", separati dai Dipartimenti di Storia (chiamata in Israele "storia generale") - hanno in gran parte contribuito a questa curiosa "emiplegia".

Anche il dibattito, di carattere giuridico, su "chi è ebreo?" non ha preoccupato questi storici: per loro, è ebreo qualsiasi discendente del popolo costretto all'esilio duemila anni fa.

Questi ricercatori "autorizzati" del passato non parteciparono neppure alla discussione "dei nuovi storici", iniziata alla fine degli anni 1980.

La maggior parte degli attori di questo dibattito pubblico, in numero limitato, veniva da altre discipline o da orizzonti extra-universitari: sociologi, orientalisti, linguisti, geografi, specialisti in scienza politica, ricercatori in letteratura, archeologi; essi formularono nuove questioni sul passato ebreo e sionista.

Si contavano anche nelle loro file laureati venuti dall'estero.

Dai "Dipartimenti di Storia Ebrea" giunsero, in compenso, soltanto degli echi apprensivi e conservatori, rivestiti di una retorica apologistica a base di idee ricevute.

 

 

 

 

 

 

 

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Il Giudaismo, religione proselitista

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In breve, in sessanta anni, la storia nazionale è maturata pochissimo, e l'evoluzione improbabile nel prossimo futuro.

Eppure, i fatti messi a giorno dalle ricerche pongono ad ogni storico onesto domande sorprendenti a primo acchito, ma tuttavia fondamentali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Bibbia può essere considerata come un libro di storia?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I primi storici ebrei moderni, come Isaak Markus Jost o Léopold Zunz, nella prima metà del XIX secolo, non la pensavano così: ai loro occhi, l'Antico Testamento è un libro di teologia che hanno costituito le comunità religiose ebree dopo la distruzione del primo Tempio.

 

È stato necessario attendere la seconda metà dello stesso secolo per trovare storici, in primo luogo Heinrich Graetz, titolare di una visione "nazionale" della Bibbia: hanno trasformato la partenza di Abramo per Canaan, l'uscita dall'Egitto o anche il Regno unificato di Davide e Salomone in resoconti di un passato nazionale autentico.

Da allora gli storici sionisti non hanno cessato di ribadire queste "bibliche verità", diventate prodotti di consumo quotidiani dell'istruzione nazionale.

Ma ecco che nel corso degli anni 1980 questi miti fondatori vacillano.

Le scoperte "della nuova archeologia" contraddicono la possibilità di un grande esodo nel XIII secolo prima della nostra era.

Inoltre Mosè non ha potuto fare uscire gli ebrei dell'Egitto e condurli verso "la terra promessa" per la semplice ragione che all'epoca questa… era nelle mani degli Egizi.

Non si trova del resto alcuna traccia di una sommossa di schiavi nell'Impero dei Faraoni, né una conquista rapida del paese di Canaan perpetrata da elementi stranieri.

Non esiste neppure un segno dei sontuosi Regni di Davide e di Salomone.

Le scoperte del decennio passato mostrano l'esistenza, all'epoca, di due piccoli regni: Israele, più potente, e Juda, la futura Giudea.

Gli abitanti di quest'ultimo regno non subirono nessun esilio nel VI secolo prima della nostra era: solo le élite politica ed intellettuale dovettero installarsi a Babilonia.

Da questo decisivo incontro con i culti persiani sorgerà il monoteismo ebreo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'esilio dell'anno 70 della nostra era, ha effettivamente avuto luogo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paradossalmente, questo "evento fondatore" nella Storia degli Ebrei, da cui la diaspora trae la sua origine, non ha dato luogo al minima ricerca.

Per una semplice ragione: i Romani non hanno mai esiliato nessun popolo su tutto il lato orientale del Mediterraneo.

Ad eccezione dei prigionieri ridotti in schiavitù, gli abitanti della Giudea continuarono a vivere sulle loro terre, anche dopo la distruzione del secondo Tempio.


Una parte di loro si convertì al Cristianesimo nel IV secolo, mentre la grande maggioranza si congiunse all'Islam in occasione della conquista araba al VII secolo.

La maggior parte degli ideologi sionisti lo sapevano: come Yitzhak Ben Zvi e David Ben Gourion, rispettivamente il futuro Presidente e il fondatore dello Stato di Israele; lo hanno scritto fin nel 1929, anno della grande sommossa palestinese.

Tutti e due citano più volte il fatto che i contadini della Palestina sono i discendenti degli abitanti dell'antica Giudea (vedi nota 2).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Poiché non c'è mai stato un esilio dalla Palestina romanizzata, da dove vengono i numerosi Ebrei che popolano il bacino del Mediterraneo fin dall'antichità?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dietro la cortina della storiografia nazionale si nasconde una stupefacente realtà storica.

 

Dalla sommossa dei Maccabei, nel II secolo prima della nostra era, alla sommossa di Bar-Kokhba, al II secolo dopo G. C., il Giudaismo fu la prima religione proselitista.

Gli Asmonei avevano già convertito di forza gli Idumenei del sud della Giudea ed gli Itureeni di Galilea e annessi al "popolo di Israele".

Sulla base di questo regno giudeo-ellenico, il Giudaismo si espanse in tutto il Medio-Oriente e il Mediterraneo.

Nel primo secolo della nostra era apparve, nell'attuale Kurdistan, il Regno ebreo di Adiabène, e non sarà l'ultimo regno a "giudea-dizzarsi": altri lo faranno successivamente.


Gli scritti di Flavio Giuseppe non costituiscono la sola testimonianza dell'ardore proselitista degli ebrei.

Da Orazio a Seneca, da Giovenale a Tacito, molti autori latini ne esprimono il timore.

Il Mishna e il Talmud (vedi nota 3) autorizzano questa pratica della conversione - anche se, di fronte alla pressione ascendente del Cristianesimo, i saggi della tradizione talmudica esprimeranno riserve al suo riguardo.

La vittoria della religione di Gesù, all'inizio del IV secolo, non mette fine all'espansione del Giudaismo, ma rilega il proselitismo ebreo ai margini del mondo culturale cristiano.

 

Nel V secolo appare così, nei territori dell'attuale Yemen, un regno ebreo vigoroso dal nome di Himyar, i cui i discendenti conserveranno la loro fede dopo la vittoria dell'Islam e fino ai tempi moderni.

Inoltre i cronisti arabi ci danno la notizia dell'esistenza, nel VII secolo, di tribù berbere giudeizzate: di fronte alla spinta araba, che raggiunse l'Africa del Nord alla fine di questo stesso secolo, appare la figura leggendaria della regina ebrea Dihya el-Kahina,che tentò di fermarla.

Alcuni Berberi giudaizzati prenderanno parte alla conquista della penisola iberica, che pose le basi della particolare simbiosi tra ebrei e musulmani, caratteristica della cultura ispano-araba.

La
conversione di massa più significativa si verifica tra il Mar Nero ed il Mar Caspio: riguarda l'immenso regno kazaro, nel VIII secolo.

 

L'espansione del Giudaismo, dal Caucaso all'Ucraina attuale, genera comunità multiple, che le invasioni mongole del XIII secolo respingono in gran numero verso l'est dell'Europa.

Là, con gli ebrei venuti dalle regioni slave del Sud e degli attuali territori tedeschi, porranno le basi della grande cultura yiddish (vedi nota 4).

Questi resoconti delle origini plurali degli ebrei appaiono, in modo più o meno titubante, nella storiografia sionista verso gli anni 1960; sono in seguito gradualmente rese marginali prima di scomparire dalla memoria pubblica in Israele.

I conquistatori della città di Davide, nel 1967, avrebbero dovuto essere i discendenti diretti del suo regno mitico e non gli eredi di guerrieri berberi o di cavalieri kazari.

Gli ebrei fanno allora figura di "etnie" specifiche che, dopo due mila anni d'esilio e d'erranza, ha finito per ritornare a Gerusalemme, la sua capitale.

Ma i fautori del resoconto lineare ed indivisibile
non mobilitano soltanto l'insegnamento della storia: fanno appello anche alla biologia.

 

Dagli anni '70, in Israele, una successione di ricerche "scientifiche" cerca di dimostrare, con tutti i mezzi, la prossimità genetica degli ebrei del mondo intero.

"La Ricerca sulle Origini delle Popolazioni" rappresenta ormai un campo legittimato e popolare della biologia molecolare, mentre il cromosoma Y maschile ha conquistato un posto d'onore al fianco di una Clio ebrea (vedi nota 5) nella ricerca sfrenata dell'unicità dell'origine “del popolo eletto".

Questa concezione storica costituisce la base della politica identitaria dello Stato di Israele, ma è là che il dente duole!

Essa dà infatti luogo ad una definizione esistenzialista ed etnocentrica del Giudaismo, che alimenta una segregazione che mantiene divisi gli Ebrei dai non ebrei - sia gli Arabi, che gli immigranti russi o i lavoratori immigrati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Israele, sessanta anni dopo la sua fondazione, rifiuta di concepirsi come una repubblica che esiste per i suoi cittadini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Circa un quarto di loro non sono considerati come Ebrei e, secondo lo spirito delle sue leggi, questo Stato non è loro.

In compenso, Israele si presenta sempre come lo Stato degli Ebrei del mondo intero, anche se non si tratta più di profughi perseguitati, ma di cittadini che di diritto vivono in piena uguaglianza nei paesi in cui risiedono.

In altre parole, una etnocrazia senza frontiere giustifica la discriminazione rigorosa che pratica nei confronti di una parte dei suoi cittadini invocando il mito della nazione eterna, ricostituita per raccogliersi "sulla terra dei suoi antenati".

Scrivere una storia ebrea nuova, oltre il prisma sionista, non è dunque cosa facile: la luce che vi viene divisa si trasforma in forti colori etnocentrici.

Ora, gli ebrei hanno sempre formato comunità religiose costituite, generalmente da conversioni, in diverse regioni del mondo: non rappresentano dunque “un etnos" fautore di una stessa origine unica e che si sarebbe spostato al seguito di un'erranza di venti secoli.

Lo sviluppo di qualsiasi storiografia come, più generalmente, il processo della modernità passa in un dato momento, si sa, per
l'invenzione della nazione.

Questa fu il sogno di milioni di esseri umani nel XIX secolo e durante una parte del XX.

La fine di quest'ultimo secolo ha visto questi sogni iniziare a infrangersi.

I ricercatori, in numero sempre crescente, analizzano, dissecano e smantellano i grandi resoconti nazionali, ed in particolare i miti dell'origine comune cari alle cronache del passato.

Gli incubi d'identità di ieri faranno posto, domani, ad altri sogni d'identità.

Sul modello di ogni personalità fatta di identità fluide e variate, la storia è anch'essa un'identità in movimento.


Da leggere: "Ebrei di ieri e di oggi - I cromosomi di Abramo si trovano nei Palestinesi", del Rabbino Goldstein

 

Vedi anche: www.comedonchisciotte.org, in Italiano, e fray.slate.com, in Inglese

 

E visita volentieri la - se pur ridotta - sezione in italiano del sito dell'Organizzazione degli Ebrei Ortodossi "Neturei Karta" (in Aramaico letteralmente "I Guardiani della Città" ovvero "Ebrei contro il Sionismo", fieri oppositori e negazionisti del "cosiddetto Stato di Israele", uno Stato - a loro vedere - addirittura proibito dalla stessa Torah: www.nkusa.org

All'inizio di pagina

 

1) Testo fondatore del giudaismo, la Torah - la radice ebraica yara significa insegnare - è composta dai

primi cinque libri della Bibbia, o Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.

Al contesto della nota

 

2) Cf. David Ben Gourion e Yitzhak Ben Zvi, "Eretz Israël" nel passato e nel presente (1918, in yiddish),

Gerusalemme, 1980 (in ebraico) e

Ben Zvi, La Nostra popolazione nel paese (in ebraico), Varsavia, Comitato esecutivo dell’Unione della gioventù e Fondo Nazionale ebreo, 1929.

Al contesto della nota

 

3) La Mishna, considerata come la prima opera della letteratura rabbinica, è stata completata nel secondo

secolo dC.

Il Talmud riassume tutte le disserzioni rabbiniche sulla legge, i costumi e la storia degli ebrei.

Esistono due Talmud: quello della Palestina scritto tra il III e il V secolo, e quello babilonese, terminato alla fine del V secolo aC.

Al contesto della nota

 

4) Parlato dagli ebreo dell'Europa Orientale, lo yiddish è una lingua slavo-tedesca che comprende alcune

parole derivanti dall'ebreo.

Al contesto della nota

 

5) Nella mitologia greca, Clio era la musa della storia.

Al contesto della nota

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"Comment fut inventé le peuple juif Déconstruction d’une histoire mythique"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Les Juifs forment-ils un peuple?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cette question ancienne, un historien israélien apporte une réponse nouvelle.

Contrairement à l’idée reçue, la diaspora ne naquit pas de l’expulsion des Hébreux de Palestine, mais de conversions successives en Afrique du Nord, en Europe du Sud et au Proche-Orient.

 

Voilà qui ébranle un des fondements de la pensée sioniste, celui qui voudrait que les Juifs soient les descendants du royaume de David et non - à Dieu ne plaise! - les héritiers de guerriers berbères ou de cavaliers khazars.

 

Par Shlomo Sand, historien, Professeur à l’Université de Tel-Aviv

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tout Israélien sait, sans l’ombre d’un doute, que le peuple juif existe depuis qu’il a reçu la Torah (1) dans le Sinaï, et qu’il en est le descendant direct et exclusif.

Chacun se persuade que ce peuple, sorti d’Egypte, s’est fixé sur la "terre promise", où fut édifié le glorieux royaume de David et de Salomon, partagé ensuite en royaumes de Juda et d’Israël.

De même, nul n’ignore qu’il a connu l’exil à deux reprises: après la destruction du premier temple, au VIe siècle avant J.-C., puis à la suite de celle du second temple, en l’an 70 après J.C.

S’ensuivit pour lui une errance de près de deux mille ans: ses tribulations le menèrent au Yémen, au Maroc, en Espagne, en Allemagne, en Pologne et jusqu’au fin fond de la Russie, mais il parvint toujours à préserver les liens du sang entre ses communautés éloignées. Ainsi, son unicité ne fut pas altérée.

A la fin du XIXe siècle, les conditions mûrirent pour son retour dans l’antique patrie.

Sans le génocide nazi, des millions de Juifs auraient naturellement repeuplé Eretz Israël ("la terre d’Israël") puisqu’ils en rêvaient depuis vingt siècles.

Vierge, la Palestine attendait que son peuple originel vienne la faire refleurir.

Car elle lui appartenait, et non à cette minorité arabe, dépourvue d’histoire, arrivée là par hasard. Justes étaient donc les guerres menées par le peuple errant pour reprendre possession de sa terre; et criminelle l’opposition violente de la population locale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D’où vient cette interprétation de l’histoire juive?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elle est l’œuvre, depuis la seconde moitié du XIXe siècle, de talentueux reconstructeurs du passé, dont l’imagination fertile a inventé, sur la base de morceaux de mémoire religieuse, juive et chrétienne, un enchaînement généalogique continu pour le peuple juif.

L’abondante historiographie du judaïsme comporte, certes, une pluralité d’approches.

Mais les polémiques en son sein n’ont jamais remis en cause les conceptions essentialistes élaborées principalement à la fin du XIXe siècle et au début du XXe.

Lorsque apparaissaient des découvertes susceptibles de contredire l’image du passé linéaire, elles ne bénéficiaient quasiment d’aucun écho.

L’impératif national, telle une mâchoire solidement refermée, bloquait toute espèce de contradiction et de déviation par rapport au récit dominant.

Les instances spécifiques de production de la connaissance sur le passé juif - les départements exclusivement consacrés à l’"histoire du peuple juif", séparés des départements d’histoire (appelée en Israël "histoire générale") - ont largement contribué à cette curieuse hémiplégie.

Même le débat, de caractère juridique, sur "qui est juif?" n’a pas préoccupé ces historiens: pour eux, est juif tout descendant du peuple contraint à l’exil il y a deux mille ans.

Ces chercheurs "autorisés" du passé ne participèrent pas non plus à la controverse des "nouveaux historiens", engagée à la fin des années 1980.

La plupart des acteurs de ce débat public, en nombre limité, venaient d’autres disciplines ou bien d’horizons extra-universitaires: sociologues, orientalistes, linguistes, géographes, spécialistes en science politique, chercheurs en littérature, archéologues formulèrent des réflexions nouvelles sur le passé juif et sioniste.

On comptait également dans leurs rangs des diplômés venus de l’étranger.

Des "départements d’histoire juive" ne parvinrent, en revanche, que des échos craintifs et conservateurs, enrobés d’une rhétorique apologétique à base d’idées reçues.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le judaïsme, religion prosélyte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bref, en soixante ans, l’histoire nationale a très peu mûri, et elle n’évoluera vraisemblablement pas à brève échéance.

Pourtant, les faits mis au jour par les recherches posent à tout historien honnête des questions surprenantes au premier abord, mais néanmoins fondamentales.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Bible peut-elle être considérée comme un livre d’histoire?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Les premiers historiens juifs modernes, comme Isaak Markus Jost ou Leopold Zunz, dans la première moitié du XIXe siècle, ne la percevaient pas ainsi: à leurs yeux, l’Ancien Testament se présentait comme un livre de théologie constitutif des communautés religieuses juives après la destruction du premier temple.

Il a fallu attendre la seconde moitié du même siècle pour trouver des historiens, en premier lieu Heinrich Graetz, porteurs d’une vision "nationale" de la Bible: ils ont transformé le départ d’Abraham pour Canaan, la sortie d’Egypte ou encore le royaume unifié de David et Salomon en récits d’un passé authentiquement national.

Les historiens sionistes n’ont cessé, depuis, de réitérer ces "vérités bibliques", devenues nourriture quotidienne de l’éducation nationale.

Mais voilà qu’au cours des années 1980 la terre tremble, ébranlant ces mythes fondateurs.

Les découvertes de la "nouvelle archéologie" contredisent la possibilité d’un grand exode au XIIIe siècle avant notre ère.

De même, Moïse n’a pas pu faire sortir les Hébreux d’Egypte et les conduire vers la "terre promise" pour la bonne raison qu’à l’époque celle-ci... était aux mains des Egyptiens.

On ne trouve d’ailleurs aucune trace d’une révolte d’esclaves dans l’empire des pharaons, ni d’une conquête rapide du pays de Canaan par un élément étranger.

Il n’existe pas non plus de signe ou de souvenir du somptueux royaume de David et de Salomon.

Les découvertes de la décennie écoulée montrent l’existence, à l’époque, de deux petits royaumes: Israël, le plus puissant, et Juda, la future Judée.

Les habitants de cette dernière ne subirent pas non plus d’exil au VIe siècle avant notre ère: seules ses élites politiques et intellectuelles durent s’installer à Babylone.

De cette rencontre décisive avec les cultes perses naîtra le monothéisme juif.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’exil de l’an 70 de notre ère a-t-il, lui, effectivement eu lieu?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paradoxalement, cet "événement fondateur" dans l’histoire des Juifs, d’où la diaspora tire son origine, n’a pas donné lieu au moindre ouvrage de recherche.

Et pour une raison bien prosaïque: les Romains n’ont jamais exilé de peuple sur tout le flanc oriental de la Méditerranée.

A l’exception des prisonniers réduits en esclavage, les habitants de Judée continuèrent de vivre sur leurs terres, même après la destruction du second temple.

Une partie d’entre eux se convertit au christianisme au IVe siècle, tandis que la grande majorité se rallia à l’islam lors de la conquête arabe au VIIe siècle.

La plupart des penseurs sionistes n’en ignoraient rien: ainsi, Yitzhak Ben Zvi, futur président de l’Etat d’Israël, tout comme David Ben Gourion, fondateur de l’Etat, l’ont-ils écrit jusqu’en 1929, année de la grande révolte palestinienne.

Tous deux mentionnent à plusieurs reprises le fait que les paysans de Palestine sont les descendants des habitants de l’antique Judée (2).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A défaut d’un exil depuis la Palestine romanisée, d’où viennent les nombreux Juifs qui peuplent le pourtour de la Méditerranée dès l’Antiquité?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Derrière le rideau de l’historiographie nationale se cache une étonnante réalité historique.

De la révolte des Maccabées, au IIe siècle avant notre ère, à la révolte de Bar-Kokhba, au IIe siècle après J.-C, le judaïsme fut la première religion prosélyte.

Les Asmonéens avaient déjà converti de force les Iduméens du sud de la Judée et les Ituréens de Galilée, annexés au "peuple d’Israël".

Partant de ce royaume judéo-hellénique, le judaïsme essaima dans tout le Proche-Orient et sur le pourtour méditerranéen.

Au premier siècle de notre ère apparut, dans l’actuel Kurdistan, le royaume juif d’Adiabène, qui ne sera pas le dernier royaume à se "judaïser": d’autres en feront autant par la suite.

Les écrits de Flavius Josèphe ne constituent pas le seul témoignage de l’ardeur prosélyte des Juifs.

D’Horace à Sénèque, de Juvénal à Tacite, bien des écrivains latins en expriment la crainte.

La Mishna et le Talmud (3) autorisent cette pratique de la conversion - même si, face à la pression montante du christianisme, les sages de la tradition talmudique exprimeront des réserves à son sujet.

La victoire de la religion de Jésus, au début du IVe siècle, ne met pas fin à l’expansion du judaïsme, mais elle repousse le prosélytisme juif aux marges du monde culturel chrétien.

Au Ve siècle apparaît ainsi, à l’emplacement de l’actuel Yémen, un royaume juif vigoureux du nom de Himyar, dont les descendants conserveront leur foi après la victoire de l’islam et jusqu’aux temps modernes.

De même, les chroniqueurs arabes nous apprennent l’existence, au VIIe siècle, de tribus berbères judaïsées: face à la poussée arabe, qui atteint l’Afrique du Nord à la fin de ce même siècle, apparaît la figure légendaire de la reine juive Dihya el-Kahina, qui tenta de l’enrayer.

Des Berbères judaïsés vont prendre part à la conquête de la péninsule Ibérique, et y poser les fondements de la symbiose particulière entre juifs et musulmans, caractéristique de la culture hispano-arabe.

La conversion de masse la plus significative survient entre la mer Noire et la mer Caspienne: elle concerne l’immense royaume khazar, au VIIIe siècle.

L’expansion du judaïsme, du Caucase à l’Ukraine actuelle, engendre de multiples communautés, que les invasions mongoles du XIIIe siècle refoulent en nombre vers l’est de l’Europe.

Là, avec les Juifs venus des régions slaves du Sud et des actuels territoires allemands, elles poseront les bases de la grande culture yiddish (4).

Ces récits des origines plurielles des Juifs figurent, de façon plus ou moins hésitante, dans l’historiographie sioniste jusque vers les années 1960; ils sont ensuite progressivement marginalisés avant de disparaître de la mémoire publique en Israël.

Les conquérants de la cité de David, en 1967, se devaient d’être les descendants directs de son royaume mythique et non - à Dieu ne plaise! - les héritiers de guerriers berbères ou de cavaliers khazars.

Les Juifs font alors figure d’"ethnos" spécifique qui, après deux mille ans d’exil et d’errance, a fini par revenir à Jérusalem, sa capitale.

Les tenants de ce récit linéaire et indivisible ne mobilisent pas uniquement l’enseignement de l’histoire: ils convoquent également la biologie.

Depuis les années 1970, en Israël, une succession de recherches "scientifiques" s’efforce de démontrer, par tous les moyens, la proximité génétique des Juifs du monde entier.

La "recherche sur les origines des populations" représente désormais un champ légitimé et populaire de la biologie moléculaire, tandis que le chromosome Y mâle s’est offert une place d’honneur aux côtés d’une Clio juive (5) dans une quête effrénée de l’unicité d’origine du "peuple élu".

Cette conception historique constitue la base de la politique identitaire de l’Etat d’Israël, et c’est bien là que le bât blesse!

Elle donne en effet lieu à une définition essentialiste et ethnocentriste du judaïsme, alimentant une ségrégation qui maintient à l’écart les Juifs des non-Juifs - Arabes comme immigrants russes ou travailleurs immigrés.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Israël, soixante ans après sa fondation, refuse de se concevoir comme une république existant pour ses citoyens

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Près d’un quart d’entre eux ne sont pas considérés comme des Juifs et, selon l’esprit de ses lois, cet Etat n’est pas le leur.

En revanche, Israël se présente toujours comme l’Etat des Juifs du monde entier, même s’il ne s’agit plus de réfugiés persécutés, mais de citoyens de plein droit vivant en pleine égalité dans les pays où ils résident.

Autrement dit, une ethnocratie sans frontières justifie la sévère discrimination qu’elle pratique à l’encontre d’une partie de ses citoyens en invoquant le mythe de la nation éternelle, reconstituée pour se rassembler sur la "terre de ses ancêtres".

Ecrire une histoire juive nouvelle, par-delà le prisme sioniste, n’est donc pas chose aisée.

La lumière qui s’y brise se transforme en couleurs ethnocentristes appuyées.

Or les Juifs ont toujours formé des communautés religieuses constituées, le plus souvent par conversion, dans diverses régions du monde: elles ne représentent donc pas un "ethnos" porteur d’une même origine unique et qui se serait déplacé au fil d’une errance de vingt siècles.

Le développement de toute historiographie comme, plus généralement, le processus de la modernité passent un temps, on le sait, par
l’invention de la nation.

Celle-ci occupa des millions d’êtres humains au XIXe siècle et durant une partie du XXe.

La fin de ce dernier a vu ces rêves commencer à se briser.

Des chercheurs, en nombre croissant, analysent, dissèquent et déconstruisent les grands récits nationaux, et notamment les mythes de l’origine commune chers aux chroniques du passé.

Les cauchemars identitaires d’hier feront place, demain, à d’autres rêves d’identité.

A l’instar de toute personnalité faite d’identités fluides et variées, l’histoire est, elle aussi, une identité en mouvement.

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1) Texte fondateur du judaïsme, la Torah - la racine hébraïque yara signifie enseigner - se compose des

cinq premiers livres de la Bible, ou Pentateuque : Genèse, Exode, Lévitique, Nombres et Deutéronome.

 

2) Cf. David Ben Gourion et Yitzhak Ben Zvi, "Eretz Israël" dans le passé et dans le présent (1918, en

yiddish), Jérusalem, 1980 (en hébreu) et

Ben Zvi, Notre population dans le pays (en hébreu), Varsovie, Comité exécutif de l’Union de la jeunesse et Fonds national juif, 1929.

 

3) La Mishna, considérée comme le premier ouvrage de littérature rabbinique, a été achevée au IIe siècle

de notre ère. 

Le Talmud synthétise l’ensemble des débats rabbiniques concernant la loi, les coutumes et l’histoire des Juifs.

Il y a deux Talmud : celui de Palestine, écrit entre le IIIe et le Ve siècle, et celui de Babylone, achevé à la fin du Ve siècle.

 

4) Parlé par les Juifs d’Europe orientale, le yiddish est une langue slavo-allemande comprenant des mots

issus de l’hébreu.

 

5) Dans la mythologie grecque, Clio était la muse de l’Histoire.

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"Israel deliberately forgets its history Zionist nationalist myth of enforced exile"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Are the Jews a nation?]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[To this old question] an Israeli historian [gives a new answer.]

[He] suggests the diaspora was the consequence, not of the expulsion of the Hebrews from Palestine, but of proselytising across north Africa, southern Europe and the Middle East.

 

[This is indeed something that will shaken one of Zionism's founding myths, which likes to see the Jews as the direct and only descendents of the mythic kingdom of David rather than – God forbid[!] – of Berber warriors or Khazar horsemen.]

 

By Schlomo Sand, Professor of History at Tel Aviv University

Original title: Comment fut inventé le peuple juif - Déconstruction d’une histoire mythique

Translated by Donald Hounam

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Every Israeli knows that he or she is the direct and exclusive descendant of a Jewish people which has existed since it received the Torah (1) in Sinai.

According to this myth, the Jews escaped from Egypt and settled in the Promised Land, where they built the glorious kingdom of David and Solomon, which subsequently split into the kingdoms of Judah and Israel.

They experienced two exiles: after the destruction of the first temple, in the 6th century BC, and of the second temple, in 70 AD.

 

Two thousand years of wandering brought the Jews to Yemen, Morocco, Spain, Germany, Poland and deep into Russia.

But, the story goes, they always managed to preserve blood links between their scattered communities. Their uniqueness was never compromised.
At the end of the 19th century conditions began to favour their return to their ancient homeland.

If it had not been for the Nazi genocide, millions of Jews would have fulfilled the dream of 20 centuries and repopulated Eretz Israel, the biblical land of Israel.

 

Palestine, a virgin land, had been waiting for its original inhabitants to return and awaken it.

It belonged to the Jews, rather than to an Arab minority that had no history and had arrived there by chance.

The wars in which the wandering people reconquered their land were just; the violent opposition of the local population was criminal.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Where does] this interpretation of Jewish history [come from?]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[It] was developed as talented, imaginative historians built on surviving fragments of Jewish and Christian religious memory to construct a continuous genealogy for the Jewish people.

Judaism’s abundant historiography encompasses many different approaches.

But none have ever questioned the basic concepts developed in the late 19th and early 20th centuries.

 

Discoveries that might threaten this picture of a linear past were marginalised.

The national imperative rejected any contradiction of or deviation from the dominant story.

University departments exclusively devoted to “the history of the Jewish people”, as distinct from those teaching what is known in Israel as general history, made a significant contribution to this selective vision.

The debate on what constitutes Jewishness has obvious legal implications, but historians ignored it: as far as they are concerned, any descendant of the people forced into exile 2,000 years ago is a Jew.


Nor did these "official" investigators of the past join the controversy provoked by the "new historians" from the late 1980s.

Most of the limited number of participants in this public debate were from other disciplines or non-academic circles: sociologists, orientalists, linguists, geographers, political scientists, literary academics and archaeologists developed new perspectives on the Jewish and Zionist past.

Departments of Jewish history remained defensive and conservative, basing themselves on received ideas.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Judaism, a proselytising religion

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

While there have been few significant developments in national history over the past 60 years (a situation unlikely to change in the short term), the facts that have emerged face any honest historian with fundamental questions.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Is the Bible a historical text?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Writing during the early half of the 19th century, the first modern Jewish historians, such as Isaak Markus Jost (1793-1860) and Leopold Zunz (1794-1886), did not think so.

They regarded the Old Testament as a theological work reflecting the beliefs of Jewish religious communities after the destruction of the first temple.

It was not until the second half of the century that Heinrich Graetz (1817-91) and others developed a “national” vision of the Bible and transformed Abraham’s journey to Canaan, the flight from Egypt and the united kingdom of David and Solomon into an authentic national past. By constant repetition, Zionist historians have subsequently turned these Biblical “truths” into the basis of national education.

But during the 1980s an earthquake shook these founding myths.

The discoveries made by the “new archaeology” discredited a great exodus in the 13th century BC.

Moses could not have led the Hebrews out of Egypt into the Promised Land, for the good reason that the latter was Egyptian territory at the time.

And there is no trace of either a slave revolt against the pharaonic empire or of a sudden conquest of Canaan by outsiders.

Nor is there any trace or memory of the magnificent kingdom of David and Solomon.

Recent discoveries point to the existence, at the time, of two small kingdoms: Israel, the more powerful, and Judah, the future Judea.

The general population of Judah did not go into 6th century BC exile: only its political and intellectual elite were forced to settle in Babylon.

This decisive encounter with Persian religion gave birth to Jewish monotheism.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Then there is the question of the exile of 70 AD

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

There has been no real research into this turning point in Jewish history, the cause of the diaspora.

And for a simple reason: the Romans never exiled any nation from anywhere on the eastern seaboard of the Mediterranean.

Apart from enslaved prisoners, the population of Judea continued to live on their lands, even after the destruction of the second temple.

Some converted to Christianity in the 4th century, while the majority embraced Islam during the 7th century Arab conquest.

Most Zionist thinkers were aware of this: Yitzhak Ben Zvi, later president of Israel, and David Ben Gurion, its first prime minister, accepted it as late as 1929, the year of the great Palestinian revolt.

Both stated on several occasions that the peasants of Palestine were the descendants of the inhabitants of ancient Judea (2).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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But if there was no exile after 70 AD, where did all the Jews who have populated the Mediterranean since antiquity come from?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The smokescreen of national historiography hides an astonishing reality.

From the Maccabean revolt of the mid-2nd century BC to the Bar Kokhba revolt of the 2nd century AD, Judaism was the most actively proselytising religion.

The Judeo-Hellenic Hasmoneans forcibly converted the Idumeans of southern Judea and the Itureans of Galilee and incorporated them into the people of Israel. Judaism spread across the Middle East and round the Mediterranean.

The 1st century AD saw the emergence in modern Kurdistan of the Jewish kingdom of Adiabene, just one of many that converted.

 

The writings of Flavius Josephus are not the only evidence of the proselytising zeal of the Jews.

Horace, Seneca, Juvenal and Tacitus were among the Roman writers who feared it.

The Mishnah and the Talmud (3) authorised conversion, even if the wise men of the Talmudic tradition expressed reservations in the face of the mounting pressure from Christianity.


Although the early 4th century triumph of Christianity did not mark the end of Jewish expansion, it relegated Jewish proselytism to the margins of the Christian cultural world.

During the 5th century, in modern Yemen, a vigorous Jewish kingdom emerged in Himyar, whose descendants preserved their faith through the Islamic conquest and down to the present day.

Arab chronicles tell of the existence, during the 7th century, of Judaised Berber tribes; and at the end of the century the legendary Jewish queen Dihya contested the Arab advance into northwest Africa.

Jewish Berbers participated in the conquest of the Iberian peninsula and helped establish the unique symbiosis between Jews and Muslims that characterised Hispano-Arabic culture.


The most significant mass conversion occurred in the 8th century, in the massive Khazar kingdom between the Black and Caspian seas.

The expansion of Judaism from the Caucasus into modern Ukraine created a multiplicity of communities, many of which retreated from the 13th century Mongol invasions into eastern Europe.

There, with Jews from the Slavic lands to the south and from what is now modern Germany, they formed the basis of Yiddish culture (4).

Until about 1960 the complex origins of the Jewish people were more or less reluctantly acknowledged by Zionist historiography.

But thereafter they were marginalised and finally erased from Israeli public memory.

The Israeli forces who seized Jerusalem in 1967 believed themselves to be the direct descendents of the mythic kingdom of David rather than – God forbid – of Berber warriors or Khazar horsemen.

The Jews claimed to constitute a specific ethnic group that had returned to Jerusalem, its capital, from 2,000 years of exile and wandering.
 

This monolithic, linear edifice is supposed to be supported by biology as well as history.

Since the 1970s supposedly scientific research, carried out in Israel, has desperately striven to demonstrate that Jews throughout the world are closely genetically related.

 

Research into the origins of populations now constitutes a legitimate and popular field in molecular biology and the male Y chromosome has been accorded honoured status in the frenzied search for the unique origin of the “chosen people”.

 

The problem is that this historical fantasy has come to underpin the politics of identity of the state of Israel.

By validating an essentialist, ethnocentric definition of Judaism it encourages a segregation that separates Jews from non-Jews – whether Arabs, Russian immigrants or foreign workers.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sixty years after its foundation, Israel refuses to accept that it should exist for the sake of its citizens

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

For almost a quarter of the population, who are not regarded as Jews, this is not their state legally.

At the same time, Israel presents itself as the homeland of Jews throughout the world, even if these are no longer persecuted refugees, but the full and equal citizens of other countries.
A global ethnocracy invokes the myth of the eternal nation, reconstituted on the land of its ancestors, to justify internal discrimination against its own citizens.

 

It will remain difficult to imagine a new Jewish history while the prism of Zionism continues to fragment everything into an ethnocentric spectrum.

But Jews worldwide have always tended to form religious communities, usually by conversion; they cannot be said to share an ethnicity derived from a unique origin and displaced over 20 centuries of wandering.

The development of historiography and the evolution of modernity were consequences of
the invention of the nation state, which preoccupied millions during the 19th and 20th centuries.

The new millennium has seen these dreams begin to shatter.
And more and more academics are analysing, dissecting and deconstructing the great national stories, especially the myths of common origin
so dear to chroniclers of the past.

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1) The Torah, from the Hebrew root yara (to teach) is the founding text of Judaism. It consists of the first five books of the Old

Testament (the Pentateuch): Genesis, Exodus, Leviticus, Numbers and Deuteronomy.

 

2) See David Ben Gurion and Yitzhak Ben Zvi, Eretz Israel in the past and present, 1918 (in Yiddish), and Jerusalem, 1980 (in

Hebrew);

Yitzhak Ben Zvi, Our population in the country, Executive Committee of the Union for Youth and the Jewish National Fund, Warsaw, 1929 (in Hebrew).

 

3) The Mishnah, regarded as the first work of rabbinic literature, was drawn up around 200 AD

The Talmud is a synthesis of rabbinic discussions on the law, customs and history of the Jews.

The Palestinian Talmud was written between the 3rd and 5th centuries; the Babylonian Talmud was compiled at the end of the 5th century.

 

4) Yiddish, spoken by the Jews of eastern Europe, was a Germano-Slavic language incorporating Hebrew words.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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