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Cultura e società

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La cultura siamo noi Noi la parola

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

Il materiale originale in questa pagina, tutto riportato dal web, è © dei rispettivi autori, La Repubblica e gli altri notiziari online

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“Non credo alle parole, ma ai comportamenti”: basta con una Chiesa in retro-

marcia al Medioevo, che perde ogni giorno quel che resta della sua credibilità!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

"Benedetto XVI ha fallito - I Cattolici perdono la fiducia"

"Democrazia nella Chiesa: il Concilio è stato tradito"

Visione di una Chiesa futura

"Ratzinger, colpo di freno sulle 'Chiese Sorelle'"

"Ratzinger: 'Salvezza solo nella Chiesa Cattolica'"

"I mea culpa del Papa erano solo spettacolo"

"Wojtyla, il Papa che ha fallito"

"La CEI: la pedofilia non ci riguarda"

"Voci fuori dal coro commentano l'elezione di Joseph Ratzinger"

"Il Papa riceve il teologo ribelle"

"Il ritorno all'ordine dei fraticelli d'Assisi"

"Onesti in tempi difficili - la sfida degli intellettuali"

"I rapporti tra teologia, fisica e darwinismo secondo Hans Küng"

"Così Ratzinger mi ha tradito"

"Una parola amichevole su Hans Küng"

"L'attacco del 'teologo ribelle' Küng - 'Nella Chiesa c'è una restaurazione'"

"Hans Küng: Papa Ratzinger riporta la Chiesa al Medioevo"

"Quel Papa che pesca nell’acqua di destra"

"Hans Küng: catechismi e Bibbia non bastano più"

"Trent'anni all'indice"

"Ratzinger reciti il mea culpa sulla pedofilia"

"Reazioni alla Lettera Pastorale di Benedetto XVI"

"Hans Küng, celibato dei preti, Chiesa, pedofilia e sessualità"

"Il segreto di Ratzinger"

"Chiesa e pedofilia - l’omertà imposta da Ratzinger"

"Il muro del 'Segreto Pontificio': silenzio obbligatorio sui religiosi pedofili e/o adescatori in confessionale"

 

  Approfondimenti 

Il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone circa la secretazione dei "Delitti più gravi" del clero

Dagli Archivi Vaticani la definizione del misterioso "Segreto Pontificio"

"L’errore filologico e teologico di Papa Benedetto XVI, nel titolo della sua prima Enciclica"

 

 

 

 

 

 

CROATIA RELAX - Appartamenti al mare in Istria e Dalmazia

 

EFFEDÌ - Promozioni aziendali e PTO

 

 

Il Professor Emeritus Hans Küng è esplicito: "La Chiesa Cattolica si richiama a Gesù Cristo come origine e fondamento!" - tutt'altra cosa è l'attuale cosiddetto 'Sistema Romano' o, meglio, Centralismo Medioevale Romano, che nasce soltanto nell'XI sec.
 

 

"Benedetto XVI ha fallito - I Cattolici perdono la fiducia" di Hans Küng

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 15 aprile 2010

 

 

 

 

Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger - oggi Benedetto XVI - ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio.

Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività.

Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa.

Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell'elezione di Papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta.

È questo infatti l'unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi.
 


Avevo apprezzato molto a suo tempo l'invito di Papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l'inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole.

Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all'Università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un'intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II.

 

Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a Papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui.
Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli Encicliche sulla fede, la speranza e l'amore.

 

Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo Pontificato si dimostra ogni giorno di più come un'ulteriore occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità:

-
È mancato il ravvicinamento alle Chiese Evangeliche, non considerate neppure

come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l'impossiblità di un riconoscimento delle sue Autorità e della celebrazione comune dell'Eucaristia.


-
È mancata la continuità del dialogo con gli Ebrei: il Papa ha reintrodotto l'uso

preconciliare della Preghiera per l'Illuminazione degli Ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni Vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l'Ebraismo solo in quanto radice storica del Cristianesimo, e non già come Comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza.

In tutto il mondo gli Ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del Venerdì Santo ha paragonato le critiche rivolte al Papa alle persecuzioni antisemite.


-
Con i Musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla

fiducia.

Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal Papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell'Islam un'immagine caricaturale, descrivendolo come una Religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i Musulmani.


-
È mancata la riconciliazione con i nativi dell'America Latina: in tutta serietà, il 

Papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati "anelassero" ad accogliere la Religione dei conquistatori europei.


-
Non si è colta l'opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell'Africa nella 

lotta contro la sovrappopolazione e l'AIDS, assecondando la contraccezione e l'uso del preservativo.


-
Non si è colta l'opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo

senza ambiguità la teoria dell'evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.


-
Si è mancato di adottare infine, all'interno stesso del Vaticano, lo spirito del

Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa Cattolica, portando avanti le sue riforme.
 


Quest'ultimo punto, stimatissimi Vescovi, riveste un'importanza cruciale.

 

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Questo Papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri Conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio Ecumenico, il quale rappresenta, in base al Diritto Canonico, l'Autorità suprema della Chiesa Cattolica:

-
ha accolto nella Chiesa Cattolica, senza precondizione alcuna, i Vescovi 

tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa Cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;


-
ha promosso con ogni mezzo la Messa Medievale Tridentina, e occasionalmente

celebra egli stesso l'Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;


-
non realizza l'intesa con la Chiesa Anglicana prevista nei Documenti Ecumenici

ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa Cattolica Romana rinunciando all'obbligo del celibato.


-
ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all'interno della Chiesa

attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di Vescovi reazionari.

 


Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del Popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il Vescovo locale.

So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del Papa ha il pieno appoggio della Curia Romana, che cerca di soffocare le critiche nell'Episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo.

A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l'immagine di una Chiesa forte, con un "Vicario di Cristo" assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita.

Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della Dottrina Romana le idee della maggioranza dei Cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale.

Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.

Nella vostra qualità di Vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall'epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato.

Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo.

La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa.

In molte delle vostre Diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti.

In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l'accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche "unità pastorali" affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.

E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti.

Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione Romana per la Dottrina della Fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal Cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi.

In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i Vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi ("Epistula de Delictis Gravioribus"), imponendo nel caso di abusi il "Secretum Pontificium", la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni.

È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale "mea culpa" al Prefetto di allora, oggi Papa Benedetto XVI.

Il quale però non ha colto per farlo l'occasione della Settimana Santa, ma al contrario ha fatto attestare "urbi et orbi", la Domenica di Pasqua, la sua innocenza al Cardinale Decano.
 


Per la Chiesa Cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti.

Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile.

 

Sta a voi, stimatissimi Vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre Diocesi e quello della nostra Chiesa.

Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme.

L'ho già fatto più d'una volta, sia prima che dopo il Concilio.

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Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise - ne sono convinto - da milioni di Cattolici che non hanno voce.

1. Non tacete

 

Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili.

 

Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente.

 

Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!


2. Ponete mano a iniziative riformatrici 

 

Tanti, nella Chiesa e nell'Episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un'iniziativa.

 

Ma se oggi in questa o quella Diocesi o Comunità i parrocchiani disertano la messa, se l'opera pastorale risulta inefficace, se manca l'apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma.

 

Tutti, dal Vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia.

Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi.

 

Spetta a voi, nella vostra qualità di Vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli.


3. Agire collegialmente

 

Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la Collegialità dei Papi e dei Vescovi, in analogia alla storia degli Apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del Collegio degli Apostoli.

 

Ma nel periodo post-conciliare il Papa e la Curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare.

 

Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l'Episcopato, Paolo VI promulgò un'Enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale.

 

Nella stessa liturgia il Papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i Vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce.

 

Perciò, stimatissimi Vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri Vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il Popolo della Chiesa.

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4. L'obbedienza assoluta si deve solo a Dio

 

Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al Papa.

Tuttavia sapete anche che l'obbedienza assoluta è dovuta non già al Papa, ma soltanto a Dio.

 

Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull'attuale crisi della Chiesa, della vostra Diocesi e del vostro Paese.

 

Seguite l'esempio dell'Apostolo Paolo, che si oppose a Pietro "a viso aperto, perché evidentemente aveva torto" (Gal. 2,11).

 

Può essere legittimo fare pressione sulle Autorità Romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione.

 

Numerosi traguardi - come l'uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l'adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all'intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso.


5. Perseguire soluzioni regionali

 

Il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei Vescovi, dei preti e dei laici.

Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali.

 

Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi.

 

Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività.

 

Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l'intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo Vescovo e della sua Comunità.

 

Una singola Conferenza Episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale.

Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme.

 

Perciò


6. si chieda la convocazione di un Concilio 

 

Se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all'ecumenismo e al dialogo interreligioso c'è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici.

 

Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un Concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia Romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un Concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri.

 

È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un Concilio, o quanto meno di un'Assemblea Episcopale rappresentativa.

 


Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l'appello che rivolgo a voi, stimatissimi Vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio.

 

Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi.

Innumerevoli sono i Cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono.

 

Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri Vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica "franchezza" (At 4,29.31).

 

Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa.

Vi saluto nella comunione della fede cristiana.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Democrazia nella Chiesa: il Concilio è stato tradito!" di Hans Küng

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 27 gennaio 2000

 

 

 

 

I giorni di rinnovamento e di speranza del Concilio Vaticano II sono ormai lontani, quasi dimenticati o cancellati!

 


La riflessione sul futuro della Chiesa di uno dei più grandi teologi viventi
 


Quando all’inizio degli anni Sessanta, dopo la prima sessione del Concilio Vaticano II, preparavo il mio primo viaggio negli Stati Uniti per tenervi delle conferenze sul tema "Chiesa e Libertà", un uditore americano mi disse:

"Sapevo che c’è la Chiesa, come sapevo che c’è la Libertà, ma non sapevo che esse possono stare insieme".
 


Ora, con il Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica ha senza dubbio ampliato di molto lo spazio della libertà: libertà religiosa, libertà di coscienza, libertà di opinione, di discorso e di stampa.

Contemporaneamente però non si può negare che già durante il Concilio come dopo e in maniera particolarissima sotto l’attuale Pontificato da parte della Curia Romana è stato fatto di tutto per reprimere il più possibile la libertà nella Chiesa.

Si è cercato di ammutolire le voci critiche, sia che si trattasse di un Vescovo o di un teologo, di un pastore d’anime o di una suora.

Intere Conferenze Episcopali vennero richiamate all’ordine e piegate al corso vaticano da "quinte colonne" obbedienti a Roma.

Nella teologia cattolica si è di nuovo diffuso il conformismo.

Al riguardo è sufficiente ricordare che in Germania un’associazione femminile cattolica, fino ad ora attiva nella consulenza in casi di gravidanze difficili, di fronte all’atteggiamento, totalmente incomprensibile, del Papa, pretende di organizzare autonomamente questa consulenza in accordo con le leggi dello Stato.

E già il Vescovo competente dichiara che a queste donne si dovrebbe chiudere il rubinetto delle sovvenzioni.

Oppure basta che un teologo ed emerito esegeta della Svizzera scriva un articolo, in cui, alla luce del Nuovo Testamento, mette in discussione le irrigidite strutture ecclesiastiche, quali si sono formate nel corso dei secoli, perché un arrogante giovane Vescovo, che subito dopo la sua elezione si è interamente piegato al corso romano, pensi di dover aizzare l’intera Conferenza Episcopale del nostro paese affinché tolga in ogni forma a questo Professor Emeritus la fiducia che, questi, a quanto mi consta, non ha mai goduto pienamente.

Inoltre i Vescovi devono ammettere che la situazione della attività pastorale in Svizzera diventa sempre più catastrofica, il clero cattolico è in tutto o in parte in via di estinzione e un numero sempre maggiore di comunità si trova privo della regolare celebrazione eucaristica.

Ma invece di impegnarsi decisamente per l’abolizione dell’infausta legge medievale del celibato e, a certe condizioni, di ordinare una buona volta i molti laici, uomini e donne, ben formati teologicamente, così che le nostre comunità abbiano di nuovo celebrazioni eucaristiche regolari, ci si profonde in manovre, autoillusioni e vuoti appelli al laicato.

Basterebbe inoltre che un Vescovo leggesse la Prima Lettera ai Corinzi per constatare che nella Comunità di Corinto, quando l’Apostolo Paolo non era presente, gli uomini e le donne di questa Comunità hanno celebrato l’Eucarestia senza fare ricorso a ministri ordinati.

Questo non è affatto il modello che ora si dovrebbe esaltare universalmente.

Esso però dimostra che il sacerdozio universale dei fedeli non è una frase vuota e che le nostre Comunità non devono rimanere senza Eucarestia per colpa della cecità e ostinazione della Gerarchia Ecclesiastica.

Oppure basta che un noto Vescovo, il Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, osi affermare che il Papa, quando non è più in grado di assolvere pienamente il suo ufficio, avrebbe sicuramente il coraggio di ritirarsi.

E subito in Italia, ma non soltanto là, si elevano enormi proteste, come se la questione dell’abdicazione di un Papa, per motivi di salute, fosse un delitto di lesa maestà.

Del resto una simile questione è perfettamente prevista dal Codex Iuris Canonici; il Papa non deve far approvare le sue dimissioni da una qualche commissione.

Va però insieme osservato che con l’attuale autoritario Papa polacco esisterebbe il serio pericolo che, in caso di dimissioni, egli cerchi di predeterminare un successore a lui gradito.

Chi dovrebbe poter impedire al Papa di parlare con singoli Cardinali sul candidato da lui desiderato e, quindi, di manipolare l’elezione?

E a Roma sanno tutti che la gente dell’Opus Dei auspica di nuovo un Papa ad essa vicino e ha paura che il successore del Papa attuale possa fare ritorno al corso rinnovatore del Concilio Vaticano II e, quindi, ridurre o eliminare il notorio influsso dell’Opus Dei, di questa organizzazione segreta reazionaria, ma potente finanziariamente.

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Con ciò siamo al punto decisivo:
il Concilio Vaticano II ha cercato di rinnovare, alla luce del Nuovo Testamento, l’intera struttura ecclesiastica e, in particolare, di stabilire, al posto dell’assolutistica autocrazia papale, la collegialità di Papa e Vescovi.

Ma proprio su questo punto il Concilio è stato tradito, da un Papa autoritario e da un Episcopato codardo.

 

Una discussione sulla urgentemente necessaria riforma della Curia è stata bloccata già durante il Vaticano II, e dopo il Concilio è stata impedita anche la riforma della Curia.

Così la Chiesa Cattolica, ad onta della splendida facciata romana, si trova in una seria crisi strutturale e costituzionale.

Nel frattempo perfino tra i più fedeli della stessa Curia sono stati sollevati dubbi che si chiedono se l’attuale stile di governo del Papa e di certi Cardinali corrisponda ancora al Vangelo di Gesù Cristo.

In effetti si tratta del Sistema Romano in generale, quale si è formato come un sistema clericale, giuridico assolutistico, soprattutto nel sec. XI durante la cosiddetta Riforma Gregoriana.

Infatti solo a partire dal sec. XI esiste questa forma di Chiesa del Potere e del Diritto Papale, c’è nella nostra Chiesa il dominio assolutistico del Vescovo Romano sull’Ecclesia Catholica, c’è questo predominio del clero sui laici, c’è la fatale legge del celibato e così via.

Naturalmente nel nostro secolo e in particolare sotto l’attuale Papa a ciò si sono aggiunti altri elementi specifici.

E se oggi nella Repubblica Federale di Germania si prende conoscenza fin troppo tardi dei distruttivi effetti del "sistema Kohl", si dovrebbe analizzare spassionatamente anche il "sistema Wojtyla", che rivela sorprendenti parallelismi con il "sistema Kohl".

Alcuni aspetti risaltano a prima vista: uno stile di governo paternalistico, circondarsi di persone che dicono sì e premiare i fedeli seguaci, punire spietatamente gli spiriti critici, cordate e favoritismi con nomine a gente qualificata (i Cardinali Groer e Meissner, i vescovi Haas, Krenn), tolleranza nei confronti di operazioni finanziarie oscure (legate ai nomi di Calvi, Sindona e Marcinkus, il quale ultimo dal Vaticano è stato sottratto alla giustizia italiana); costose imprese giubiliari, non importa da chi pagate; legame emotivo con i Capi, che sembra più importante degli obblighi nei confronti della Comunità Ecclesiale; e in tutto ciò l’emergere di pressanti problemi e una politica, concentrata sulla conservazione e sull’ampliamento del potere, e buon ultimo una sopravvalutazione della propria opera storica e un ostinato attaccamento all’ufficio...
 


Di fronte a questo "sistema", per noi della Fondazione "Per la Libertà nella Chiesa", il punto di vista è chiaro:

Noi siamo contro una Chiesa del potere e del dominio, della burocrazia e della discriminazione, della repressione e dell’inquisizione.

 

Noi siamo piuttosto per una Chiesa della filantropia, del dialogo, della sonorità e dell’ospitalità anche per i non conformisti, del servire non pretenzioso delle sue guide e della sociale comunione solidaristica, che non esclude dalla Chiesa nuove energie e idee religiose, ma le fa fruttare.

Noi siamo contro una Chiesa dell’immobilità dogmatica, della censura moralistica e del garantismo giuridistico, della canonistica che tutto regola, dell’onnisciente scolastica e della paura.

 

Noi siamo piuttosto per una Chiesa della lieta novella e della gioia, di una teologia orientata sul semplice Vangelo, che presta ascolto agli uomini invece di essere puramente indottrinata dall’alto, una Chiesa che non si limita a insegnare, ma è anche sempre disposta ad imparare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'oggi ottantaduenne teologo cattolico tedesco Hans Küng, uno delle più autorevoli al mondo, voce potente della Chiesa "che cresce dal basso".

 


Visione di una Chiesa futura
 

 

Premessa

Questa "visione" è stata concepita per l’incontro della "Chiesa dal basso" a Colonia il 25 aprile 1987, in occasione della seconda visita del Papa in Germania, e lì esposta.

Nella sua introduzione essa riferiva di alcuni episodi di cronaca, illuminanti la situazione attuale.

Perciò comincio subito con le quattro Fondamentali Prospettive sul futuro della Chiesa.
 


Prima prospettiva

 

Ha un futuro non una Chiesa ancorata al passato, ma una Chiesa che si rapporta alle origini e al presente

 

Appartiene definitivamente al passato:

1. il modello di
una Chiesa Imperiale costantiniano-bizantina, in cui Stato e Chiesa

si armonizzavano fin troppo bene e pensavano di realizzare sulla terra il Regno di Dio;


2. anche il modello di
una Chiesa Papale Medievale, in cui un monarca, che governava

in maniera teocratica, pensava di poter dominare assolutisticamente sulle Chiese Apostoliche d’Oriente e sulle Chiese d’Occidente, anzi sulle coscienze di tutti gli uomini, e addirittura di poter dettare i comportamenti ai governi civili:

 

una Chiesa che si fissa sul Papa e che ancora oggi pensa di poter conservare il proprio potere con decreti autoritari, con sanzioni disciplinari e strategie politiche;


3. ma anche il modello di
una Chiesa Protestante di Stato o di prìncipi, in cui il Papa è

sostituito dallo Stato o dai Prìncipi e il sacerdozio universale dei fedeli è diventato una parola vuota senza contenuto;


4. e infine anche il modello di
una moderna Chiesa Burocratica finanziariamente

potente che, rifiutando il liberalismo e il socialismo moderni, si è rifugiata nella centralizzazione e nella burocratizzazione:

 

un paradigma di chiesa solo in apparenza moderno, ma fondamentalmente medieval-contro-riformistico, quale quello che ha ricevuto una legittimazione sacrale dal Vaticano I ( 1870) e che anche dopo il Vaticano II (1962-65) cerca di imporsi con mezzi autoritari e inquisitori e con un nuovo codice di diritto canonico:

 

sostenuto da un culto della personalità che fa presa sulle masse e da una politica personalistica totalmente non collegiale e non democratica, con l’unico obiettivo di conservare il potere di Roma.

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No, la Chiesa ha un futuro soltanto a tre condizioni:

- se, anzitutto,
tiene presenti le sue origini e continua a prendere come norma il

Vangelo, Gesù Cristo stesso.

 

E ciò significa:

 

una Chiesa intesa non come apparato di potere o multinazionale religiosa che continua a ostacolare la pratica del dialogo e della democrazia, ma come Popolo di Dio e come Comunità dei credenti;

 

il ministero ecclesiale inteso non come falange, come "potere sacro" (= "gerarchia"), ma come "servizio" (= "diakonia") reso agli uomini;

 

il Papa, non come un semidio e un autocrate spirituale, ma come Vescovo-Guida, con il suo primato pastorale inserito collegialmente nel Collegio dei Vescovi, a servizio dell’ Ecumene;


- se, in secondo luogo,
mantiene la grande Tradizione Cattolica, legittimata dal

Vangelo (non però le molte piccole tradizioni cattoliche per nulla legittimate dal Vangelo):

sempre risolutamente orientata verso la Comunità primitiva,

 

ma anche stimolata

dall’apertura universale di un Origene,

dall’impegno personale e dalla potenza espressiva di un Agostino,

dall’ideale di povertà e dal religioso amore per la natura di un Francesco d’Assisi e

dalla apertura intellettuale di Tommaso d’Aquino,

 

ma anche

dalle proposte autenticamente evangeliche di Lutero e Calvino e

dalla vita, dalle opere, dalla lotta e sofferenza cristiane di tutti i nostri fratelli e sorelle vissuti prima di noi;


- se, infine, in terzo luogo,
si dispone in modo nuovo ai compiti del presente:

 

la Chiesa diventa una Comunità Solidale di fratelli e sorelle che, lungi dall’autocelebrarsi trionfalisticamente,

 

fa questa autocritica delle proprie enormi omissioni in America Latina, in Cina, in India, in Africa e nel Primo Mondo,

 

corregge chiaramente i propri errori e si dedica al suo grande compito nella società contemporanea.

 

E per quanto riguarda la Germania:

 

tutto il rispetto per figure come Rupert Mayer e Edith Stein - "beatificata" dal Papa in Germania - e per la loro testimonianza cristiana sotto il nazional-socialismo;

 

ma motivata diffidenza verso una tale consuetudine ecclesiastica che proviene dal Medioevo, se la singola coraggiosa resistenza, in mezzo al generale conformismo ecclesiastico, viene sfruttata per l’autocelebrazione papale, per la rimozione la negazione della colpa invece che per una sua chiara confessione.

 

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Tutte queste sono soltanto illusioni senza speranza?

Niente affatto:
il nuovo futuro della Chiesa è già cominciato.

Noi infatti siamo testimoni del fatto che questo nuovo futuro comincia dal basso.

 

Esso è cominciato

-
ovunque un parroco (ce ne sono molti di più di quanto si pensi) in questioni
come la

regolazione delle nascite, i matrimoni misti, l’ammissione dei divorziati ai sacramenti, l’esercizio dell’autorità, il riconoscimento degli errori della Chiesa, il Terzo Mondo e la teologia della liberazione - non rappresenti semplicemente, in conformità al Sistema, le posizioni dei Superiori Ecclesiastici Romano-Tedeschi, ma pensi, senta e agisca con gli uomini della sua comunità;


-
ovunque un Vescovo (un Helder Camara, Oscar Romero, Evaristo Arns, Aloisio

Lorscheider, Raymond Hunthausen), in questioni controverse, non dipende semplicemente dal Vaticano, ma in quanto "buon pastore" e non "mercenario" si identifichi primariamente, nello Spirito di Gesù, con gli uomini della sua Diocesi e del suo Paese;


-
ovunque un Papa (come forse un Giovanni XXIV) invece che sui vincoli del Sistema

Romano si orienti sulle esigenze del Vangelo e sui bisogni degli uomini di oggi, e quindi promuova con parole e gesti l’"aggiornamento" della Chiesa, l’Ecumene, la piena cattolicità e un critico impegno evangelico;

 

ma, allora, anch’egli appartiene alla Chiesa dal basso, allora non si comporta come il Signore, il Maestro e il Giudice Supremo della Chiesa di Dio.

 

Allora egli è quello che, come successore del semplice, simpatico e fallibile pescatore di Galilea, Pietro, deve essere, secondo un’espressione di Gregorio Magno, "servo dei servi di Dio".

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Seconda prospettiva

 

Ha un futuro non una Chiesa patriarcale, ma una Chiesa di comunione

 

È passato il tempo:

1.
delle idee stereotipe sulle donne

le donne non accettano più in silenzio quello che le autorità della Chiesa e i teologi hanno da dire su di esse, sulla loro essenza e sul loro - evidentemente unico - ruolo nella Chiesa e nella Società.
 

Esse si oppongono al dovere di corrispondere alle idee che se ne sono fatti gli uomini.

Come cristiane maggiorenni esse vogliono e possono stabilire chi esse - ciascuna a suo modo - siano e in che cosa ciascuna ravvisi il proprio compito;


2.
del linguaggio a senso unico

le donne non si rassegnano più a un linguaggio ecclesiale, liturgico, teologico, che le esclude, le rende invisibili, le riduce al silenzio.

Dal punto di vista ecclesiale, non vogliono più essere "incluse" sotto "fratelli" e "figli".

 

Non sono più disposte a parlare di, e a Dio con concetti desunti esclusivamente dall’ambito di esperienza dei maschi.

 

Sono sempre più frequenti le donne che si prendono il diritto di indicare esse stesse quello che Dio significa per loro e per la loro vita.

Non sono più disposte a tollerare che, nel nome di Dio Padre e dell’uomo Gesù, nella Chiesa vengano legittimati il dominio dei maschi e la repressione delle donne;


3.
del ruolo prestabilito dei sessi

le donne non accettano più "in silenzio e in piena sottomissione" la concreta prassi della Chiesa nei loro confronti:

dal divieto di servire all’altare fino a quello dell’ordinazione delle donne e a quello della regolazione artificiale delle nascite:

un unico tentativo di regolamentazione.

 

Oggi le donne non sopportano più di essere degradate a oggetto di precetti, divieti, regole e assegnazioni di ruoli maschili.

 

Ogni forma di dominio e di autorità che cerchi di costringere gli altri al proprio volere invece di favorirne il processo di autorealizzazione, dalle donne non è ritenuta soltanto anacronistica e ingiusta, ma addirittura un peccato.

 

Cresce ogni giorno il numero delle donne che si oppongono a tali costrizioni e insieme lavorano per una Chiesa diversa.

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La Chiesa ha un futuro soltanto a tre ulteriori condizioni:

-
se tutti si convertono:

se noi tutti, donne e uomini, non tolleriamo più il sessismo e il patriarcalismo: fin quando nella Chiesa il potere resta solo nelle mani dei maschi, mentre dalle donne ci si aspetta che servano per amore e rappresentino la dimensione della premura e della dedizione, l’unità di potere, giustizia e amore, fondamentale per i Cristiani, viene infranta e rovinata;


-
se noi agiamo tutti insieme

se riusciamo a testimoniare in maniera credibile, con parole e azioni, in un mondo sessistico-patriarcale, Dio come il Dio della liberazione e della redenzione e la bontà di Dio;

non possiamo limitarci ad affermare a parole la somiglianza di tutti gli uomini con Dio: proprio nella Chiesa dobbiamo opporci attivamente alla divisione tra uomini di prima e seconda classe;


-
se cessa il clericalismo, e ministero e carisma nella Chiesa formano di nuovo

un’irrinunciabile unità:

i criteri più importanti per il ministero nella Chiesa non devono più essere il sesso maschile e l’accettazione opportunistico conformistica dello status quo.

 

Dovremmo piuttosto prendere sul serio il fatto che esistono capacità, vocazioni, carismi diversi, che concorrono all’edificazione, nella Chiesa, di una comunità di donne e uomini in dialogo reciproco.


Tutto questo è un vuoto postulato?

 

Niente affatto: il futuro della Chiesa nella linea della reciprocità è già cominciato.

Insieme noi, uomini e donne, siamo testimoni del fatto che nella Chiesa la reciprocità cresce dal basso.

- In tutto il mondo le donne hanno cominciato a
smascherare il sessismo e il

patriarcalismo presenti nella Chiesa e nella teologia cristiana;

esse non accettano più le strutture ecclesiastiche e teologiche di subordinazione delle donne, ma le criticano apertamente come espressione di un dominio ingiusto e ingiustificato.


- Per molte donne è definitivamente passata la fase in cui si limitavano a porre domande,

come pure è passato il tempo dell’attesa in cui la Chiesa ufficiale ascolta le loro richieste ed esigenze.

 

Le donne si prendono la libertà di agire conformemente alla loro comprensione della fede cristiana, consapevoli di essere anch’esse la Chiesa.


- Per molte donne essere cristiani significa:

il dovere di impegnarsi qui e ora per la liberazione degli oppressi in vista di una vita auto determinata e umana per tutti, nella convinzione , che "in Cristo non c’è ne uomo né donna" (Gal 3,28).

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Terza prospettiva

 

Ha un futuro non una Chiesa chiusa nella propria confessione, ma una Chiesa aperta all'Ecumene


È finito il tempo :

1.
dell’esclusività confessionale

almeno a partire dai documenti del Concilio Vaticano II non è più lecito che una singola confessione si presenti come l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo capace di donare la salvezza, e al di fuori della quale nessuno può salvarsi.

 

In questo spirito innumerevoli Cristiani non tollerano più che le Chiese si dividano, fin dentro le famiglie, a causa delle loro contrapposizioni dottrinali e che i Cristiani screditino vicendevolmente l’altrui appartenenza confessionale;


2.
della presunzione ministerial-confessionale

innumerevoli cattolici, laici e sacerdoti, inoltre non accettano più

che gli atti ministeriali dei parroci protestanti (soprattutto nella celebrazione della Cena) vengano ritenuti invalidi,

che il contrarre matrimonio misto venga considerato un crimine contro la fede e la partecipazione attiva al culto evangelico un delitto religioso,

che le liturgie ecumeniche siano rigorosamente vietate alla domenica;


3.
del rifiuto confessionale della Comunione:

in tutte le Chiese la maggior parte dei fedeli non capisce più perché ci si escluda vicendevolmente dalla Comunione della Cena e si considerino inefficaci o superflui i sacramenti delle altre Chiese (con l’eccezione, nel migliore dei casi, del battesimo).

Questo rifiuto della Comunione è contro lo Spirito di Gesù, che aveva invitato alla sua tavola tutti, anche gli emarginati dalla società religiosa.

 

È anche un rifiuto opposto allo spirito della primitiva Comunità Cristiana, che considerava il convito della Cena come il segno dell’unità pur in mezzo a tutte le diversità di stato, cultura, sesso e teologia.

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La Chiesa ha un futuro soltanto a tre condizioni.

- Che essa
pratichi all’interno quello che predica all’esterno

a che serve, infatti, che dei Gerarchi della Chiesa pretendano dal mondo riconciliazione, pace, giustizia e libertà, se essi stessi impediscono la riconciliazione delle Comunità, allontanano la pace nella Cristianità, calpestano la giustizia nella Chiesa - nei confronti dei teologi, delle suore e delle donne in generale - e soffocano la libertà nell’elezione del Vescovo e nella ricerca teologica?

 

A che serve che il Papa, nel suo viaggio nella Regione della Ruhr si pronunci contro la disoccupazione nella società, se non fa di tutto per diminuire la disoccupazione nella Chiesa, rendendo possibile un posto di lavoro, ad esempio, a tutti i teologi laici disoccupati, dei quali hanno urgente bisogno le nostre Comunità sempre più prive di sacerdoti?


- Che essa
agli innumerevoli gesti, parole e preghiere ecumenici faccia finalmente

seguire dei fatti ecumenici:

come può essere credibile la Chiesa ufficiale se, nonostante il notevole riavvicinamento delle posizioni nei dialoghi inter ecclesiali, si ostina a sottolineare le differenze che ancora sussistono?

 

È ora che chi guida la Chiesa traduca seriamente in atto i risultati delle proprie Commissioni Ecumeniche di Dialogo;

un primo passo sarebbe, in uno dei viaggi del Papa - invece di celebrare una delle tante, in pratica non impegnative, liturgie della parola - la solenne abolizione delle "condanne" del tempo della Riforma e della scomunica di Martin Lutero.


- Che essa
prosegua nel rinnovamento iniziato dal Vaticano II:

 è controproducente per la Chiesa universale e locale che il Papa e i Vescovi, invece di favorire, comincino di nuovo a soffocare i gruppi ecumenici da anni formatisi in molte comunità;

che essi, che subissano parroci e Comunità di documenti non letti, non compiano finalmente, con realistici programmi di unione, dei passi concreti verso l’unità.

 

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Ma forse tutto questo è soltanto un pio desiderio ecumenico?

 

Niente di più falso: il futuro ecumenico della Chiesa è già cominciato.

Sono in molti a confermarlo: la Chiesa aperta all’Ecumenismo cresce dal basso.


- Da anni innumerevoli teologi cattolici ed evangelici lavorano ovunque nel mondo, con

discrezione e senza preoccuparsi della propria carriera, sulle questioni nevralgiche che dividono le Chiese, rendendo possibile con il loro lavoro il superamento della divisione.


- Tra le Comunità si è sviluppata in loco una multiforme collaborazione pratica in campo

sociale e formativo, nel lavoro tra i giovani, nella consulenza e nell’assistenza agli anziani, oltre che nelle questioni relative alla pace e allo sviluppo.


- Nelle nostre scuole molti giovani scelgono in tutta naturalezza il proprio insegnante di

religione;

famiglie di confessione mista rispettano da tempo la prassi dell’altra Chiesa e prendono attivamente parte alla sua vita.

Anzi, innumerevoli Pastori delle Chiese separate si sono da tempo riconosciuti vicendevolmente nella prassi e si sono assunti la comune responsabilità dell’annuncio del Vangelo:

non da ultimo perché hanno capito che oggi la linea di divisione corre sempre meno tra le Confessioni che tra fede e non fede.


In molte comunità di tutto il mondo viene praticata da tempo senza rumore, l’ospitalità eucaristica, considerata come espressione di una comunione di fede già realizzata.

 

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Quarta prospettiva

 

Ha un futuro non una Chiesa eurocentrica, ma una Chiesa universale

 

È passato il tempo:

1.
dell’Esclusivismo Cristiano

 

Dopo il Concilio Vaticano II perde terreno anche nelle Chiese del Consiglio Mondiale la convinzione, piena di sé, che la fede cristiana sia l’unica Religione legittima sulla terra;

che soltanto essa possa esigere il rispetto di tutti, e non anche le altre Religioni.

 

Il fatto che le altre Religioni vengano screditate come parto diabolico dell’autogiustificazione e dell’arroganza dell’uomo, viene sempre più considerato incompatibile con lo spirito del Nazareno, che ha dimostrato simpatia e persino amore verso tanti non Ebrei;


2.
del Colonialismo Europeo 

che nell’età moderna europea l’espansione religiosa ed economica, sostenuta da interessi militari, nel nome di Gesù Cristo abbia distrutto intenzionalmente e sistematicamente altre Religioni e Culture, soprattutto in America Latina e in Africa, oggi viene deprecato da molti Cristiani, ma dai Prìncipi della Chiesa solo di rado confessato come colpa della Chiesa stessa.

 

Baciare il suolo di Paesi stranieri è certamente cosa buona;

una confessione schietta della mostruosa storia delle colpe della Chiesa e della sua corresponsabilità per le miserabili condizioni sociali di quei Paesi, è un’altra, e certo migliore cosa.

 

Molti Cristiani dal Sud Africa al Cile però si attendono dalla Chiesa una chiara e netta parola di opposizione nei confronti dei potenti che sfruttano e delle strutture politiche repressive.

 

La nostra Chiesa è ancora troppo legata agli interessi di dominio del Primo Mondo.

Ovunque la chiesa fa propri gli interessi del popolo (esempi: Haiti, Filippine) si possono conseguire mutamenti democratici (si spera presto anche in Cile e in Sud Africa);


3.
dell’Imperialismo Romano. 

 

Europei aperti di tutte le confessioni oggi non tollerano più che le Chiese Cristiane di altri continenti, sia di antica sia di recente fondazione, vengano tenute sotto tutela.

 

Essi rifiutano un imperialismo romano che mira a legare tutte le Chiese a un sistema giuridico e di religiosità medievale, superato dal tempo.

 

E le tre richieste cinesi di auto sostentamento, auto amministrazione e auto diffusione delle Chiese regionali e nazionali non corrispondono soltanto alla concezione contemporanea della democrazia.

Esse corrispondono perfettamente anche alla costituzione cristiana originaria della Chiesa e della grande Tradizione Cattolica del primo millennio.

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La Chiesa ha un futuro soltanto in base a tre premesse:

- in quanto, in primo luogo,
ha rispetto per la verità che è sempre più grande.

 

Nonostante tutti i suoi diritti sulla verità, la Chiesa non ha un monopolio della verità.

Essa deve accettare la sfida della pretesa di verità delle altre Religioni, senza temere di perdere la propria identità;


- ma anche in quanto, in secondo luogo,
cerca di imparare dalle altre Religioni

nel rispetto della storia delle altre Religioni, la Chiesa è sollecitata ad accogliere le ricchezze non considerate delle altre Religioni in vista dell’approfondimento della propria prassi:

tutte le tradizioni estetiche, meditative, liturgiche delle altre religioni - senza confusione sincretistica;


- in quanto
lascia una giusta autonomia alle diverse Chiese nazionali, regionali e  

locali:

le Chiese devono poter dare forma, sotto la propria responsabilità, al loro stile di vita e di organizzazione - in piena corrispondenza alla ricchezza e alla varietà, voluta da Dio, della storia umana.


Ma tutto questo non è pura utopia?

 

No certamente: questo futuro globale della Chiesa è già cominciato.

Sappiamo infatti che la Chiesa cresce dal basso.

- Dall’Africa Orientale all’America Latina, dall’India fino alla Birmania, alla Thailandia e alla

Corea si organizzano gruppi di base e "Small Christian Communities" per praticare concretamente l’amore del prossimo al di là di tutti i confini di religione e di ideologia.


- Nelle chiese d’Africa, in particolare, ci si apre sempre più alle tradizioni artistiche, alla

danza e al gusto spontaneo della vita proprio degli africani e si cerca, contemporaneamente, di resistere al predominio straniero, all’occidentalizzazione sostenuta dai governanti dell’Africa.


- In molti centri di meditazione e comunità religiose d’America, Europa e anche Germania 

viene insegnato il silenzio, come negli ashram cristiani dell’India, e non la prepotenza dogmatica;

il rapporto comunitario con persone di idee diverse e non l’indottrinamento gerarchico,

la spontanea disponibilità a partecipare alla vita degli altri e non un freddo distacco -

il tutto in un comune approfondimento mistico-spirituale e impegno politico-sociale.

 

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In che cosa, dunque, possiamo sperare?


Come si realizzeranno concretamente queste quattro prospettive di una Chiesa futura, non lo sappiamo.

 

Nessuno di noi è così ingenuo da credere, ad esempio, che soltanto in virtù di riforme strutturali la Chiesa Cattolica automaticamente tornerà a crescere (le Chiese Protestanti, pur alle prese con situazioni diverse, attestano il contrario).

 

In ogni caso senza di esse il futuro è compromesso, e il conflitto tra una Chiesa dall’alto fin troppo ostinata, rassicurante, burocratizzata, e i gruppi d’azione e di sequela aperti all’innovazione e impegnati nelle situazioni problematiche e di conflitto, potrebbe crescere.

No, noi non sappiamo come si presenterà la Chiesa del Terzo Millennio dopo Cristo.

 

Ma a dispetto di tutto l’umor nero, di tutto lo scetticismo e di tutto il diffuso cinismo, noi non ci lasciamo togliere la speranza che la Chiesa, che ha già cominciato a crescere dal basso, finisca ancora, come al tempo del Concilio, per imporsi e fiorire in alto: una Chiesa dal volto umano.

 

Su quale fondamento?

"Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo", così Paolo ( 1 Cor 3,11).

 

In base a quale criterio?

"Io sono la via, la verità e la vita", così Gesù nel Vangelo di Giovanni ( 14,6).

 

Alla luce del criterio del messaggio e del destino di Gesù di Nazareth, della sua morte e della sua resurrezione alla vita eterna, ci si impongono due principi:

la Chiesa spesso così burocratica e poco umana può morire, mentre risorge continuamente nei nostri cuori la Chiesa di Gesù, amica degli uomini.


Può morire la Chiesa dal volto burocratico e poco umano.

Può morire una Chiesa,

- nella quale domina lo spirito maligno dell’
immobilità dogmatica, della censura 

moralistica, delle garanzie e sanzioni giuridiche;


- nella quale la paura del crollo di ciò che è stato custodito gelosamente per secoli viene

dominata e attribuita all’influsso del male;


- nella quale domina la
mentalità meschina dei burocrati di Curia, degli

azzeccagarbugli dei Tribunali Ecclesiastici, dei prepotenti moralisti delle Commissioni Ecclesiastiche, dei cortigiani dei mass media che sono di proprietà della Chiesa.

 

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Gli
scandali finanziari del Vaticano dell’ordine di centinaia di miliardi, con oscure connessioni mafiose e misteriosi casi di morte, sparirebbero definitivamente per fare posto a una politica finanziaria trasparente.

 

E una cosiddetta "Opus Dei" - un’associazione segreta, finanziariamente potente, con lo spirito della controriforma spagnola e con tratti fascistoidi - non potrebbe più diffondersi nella nostra Chiesa in modo indisturbato, con protezioni dall’alto, dopo che da tempo sono state condannate e scomunicate società segrete come la massoneria.

Per converso però: nel nostro cuore può continuare a risorgere la Chiesa di Gesù, amica degli uomini.

 

Infatti, nel suo Spirito, nello Spirito di Gesù, nello spirito dell’umanità solidale, noi siamo capaci

- di rinunciare, tra noi, alla discriminazione e all’inquisizione:  

un Leonardo Boff in Brasile, uno Edward Schillebeeckx in Olanda, uno Jacques Pohier in Francia, un Charles Curran negli Stati Uniti, un Georg Bulanyi in Ungheria e innumerevoli altri teologi sconosciuti dell’Asia e dell’Africa non avrebbero più nulla da temere.

 

In un tempo in cui lo stesso Cremlino comincia a riabilitare i propri dissidenti, sarà davvero lecito chiedersi che cosa il Vaticano pensi di fare con i propri.
 

Si continuerà nello spirito dell’Inquisizione, che ha portato molti di noi alla rassegnazione e alcuni addirittura sulla soglia dell’esaurimento psico-fisico e dell’annientamento professionale?


- di
praticare il perdono e osare un nuovo inizio, invece di rinfacciare la storia delle 

colpe trale Chiese e le Religioni:

inter comunione non sarebbe più uno slogan, e la felice manifestazione religiosa di Assisi con i rappresentanti di altre Religioni non sarebbe più considerata come ciò che dura lo spazio di un mattino.


- di
impegnarci nuovamente anche in senso politico-sociale.

 

Nel movimento pacifista, non soltanto per il disarmo, ma più profondamente contro la follia degli armamenti e per uno spirito di pace a tutti i livelli (compreso quello privato);

 

nel movimento ecologico, non soltanto per la difesa dell’ambiente, ma più profondamente contro la follia dello sfruttamento e per uno spirito di rispetto e conservazione della creazione a tutti i livelli (compreso quello privato);

 

nel movimento alternativo, non soltanto per modi umani di produzione e consumo, ma più profondamente contro la follia dello spreco e per uno spirito di rinnovamento, un nuovo atteggiamento di fondo, una nuova scala di valori per la nostra vita (anche privata);

 

nel movimento sociale, non soltanto per nuovi doveri sociali, ma più profondamente contro la follia della concorrenza e per un diverso spirito di collaborazione e condivisione economica a livello mondiale.

 


Su ciò, dunque, si fonda la nostra
"docta spes", la nostra "provata speranza ", là dove regna il suo Spirito, la Chiesa ha già ora un futuro.

 

Perciò possiamo conservare la speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Ratzinger, colpo di freno sulle 'Chiese Sorelle'" di Marco Politi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 2 settembre 2000

 

 

 

 

 

 

 

Duecentomila fedeli domani a Roma per la beatificazione di Papa Giovanni XXIII e Pio IX
Una "nota" del Cardinale ai Presidenti delle Conferenze Episcopali - Giovanni Paolo II approva


Più di centomila pellegrini, e forse anche il doppio, sono attesi per la grande cerimonia di domenica quando verranno beatificati Pio IX e Giovanni XXIII insieme ad altri tre prelati.

E intanto crescono le polemiche intorno a Pio IX.

Oggi pomeriggio alle 16, all'Arco di Giano a Roma, si terrà una manifestazione per ricordare che Papa Mastai fu il Pontefice che continuò a servirsi del boia.

Nel clima di dissenso viene allo scoperto
una lettera segreta del Cardinale Raztinger ai Presidenti delle Conferenze Episcopali per trasmettere una Nota in cui si sconsiglia un uso "non appropriato" del termine Chiese Sorelle invalso da anni per definire tutte le Chiese Cristiane.

 

La mossa vaticana era già trapelata qualche settimana fa, ma nè il testo della Nota (che stranamente non verrà pubblicata negli Atti Ufficiali della Santa Sede) nè la lettera di accompagnamento di Ratzinger erano stati resi pubblici.
 


Il documento, approvato personalmente da Giovanni Paolo II, è destinato a creare nuove difficoltà nei rapporti fra la Chiesa Cattolica e le altre Chiese Cristiane.

 

Ratzinger nelle sue "direttive sull'uso dell'espressione" sottolinea esplicitamente che nell'impiego corretto del termine Chiese Sorelle bisogna attenersi ad una linea precisa:

"Deve essere sempre chiaro che l'Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa Universale non è sorella ma madre di tutte le Chiese particolari".

 

Benchè guarnito di tutta una serie di sottigliezze teologiche, il documento (diffuso dall'Agenzia di Informazione Religiosa Adista) implica di fatto che "una, santa, cattolica e apostolica" è proprio ed esclusivamente la Chiesa Cattolica: il che non mancherà di suscitare nuovamente l'irritazione della altre Comunità Cristiane.

Allo stesso tempo la Nota contine un accenno destinato ad approfondire il solco specialmente con le Chiese Protestanti:

"Si deve tener presente - afferma Ratzinger - che l'espressione Chiese Sorelle in senso proprio, come attestato dalla tradizione comune di Oriente e Occidente, può essere usato solo per quelle Comunità ecclesiali che hanno conservato un Episcopato e un'eucarestia validi".

 

Con questa definizione le Chiese Riformate e Luterane vengono automaticamente degradate ad un livello inferiore.

Dirlo così, a mezzo secolo dal Concilio Vaticano II è un passo indietro.

 

Forse è per evitare imbarazzi che la Nota non verrà inserita negli Atti Ufficiali della Santa Sede, però nella sua lettera il Cardinale Raztinger sottolinea che le "indicazioni sono autorevoli e vincolanti".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Ratzinger: 'Salvezza solo nella Chiesa Cattolica'" di Marco Politi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 6 settembre 2000

 

 

 

 

Altri significativi passi indietro nel cammino della Chiesa: si ritorna all'arroganza della "supremazia del Cattolicesimo" e alla più che sconfessata "infallibilità del Magistero"...

 

 

Il Cardinale all'attacco: nelle altre Religioni errori e inganni


Ratzinger fa squillare le trombe.

Ribadisce l'unicità e la supremazia del Cattolicesimo, respinge l'idea che le Chiese Cristiane possano essere considerate su un piede di parità, proclama fermamente che le Religioni non costituiscono vie uguali per raggiungere Dio, perchè l'unica via vera resta la Chiesa Cattolica.
 

 

L'ultimo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, dedicato all'unicità e all'universalità del mistero di Cristo, sta scatenando una tempesta di polemiche.

Protestano le altre Chiese Cristiane, che si sentono declassate a fronte della perentorietà con cui la Dichiarazione Dominus Jesus di Ratzinger proclama il ruolo primario e superiore del Cattolicesimo in quanto unico titolare della "pienezza" della Chiesa di Cristo:

"Esiste un'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui".

Quanti non si professano Cattolici sono in difetto: se Ortodossi, perchè non riconoscono il primato del Papa, se Protestanti, perchè "non hanno conservato l'Episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico".

Per i Protestanti la sorte è peggiore.

Per Ratzinger, infatti, "non sono Chiese in senso proprio".

Nei fatti non rimane agli altri Cristiani che il "ritorno all'ovile", anche se non è detto così.

Con lo stesso atteggiamento si guarda alle altre Religioni.

I loro seguaci, benchè possano ricevere la grazia divina, "si trovano oggettivamente in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici".

Navarro, portavoce papale, getta acqua sul fuoco:

"La Santa Sede non cambia linea nelle relazioni con le altre Chiese Cristiane".

 

Gli strali della Congregazione per la Dottrina della Fede sembrano indirizzarsi soprattutto contro i teologi europei ed asiatici, che da qualche anno si sforzano di capire in che modo la "potenza salvifica" di Dio agisce anche nelle altre tradizioni religiose.

 

Sono problemi teologici complessi e a rigore la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede non introduce novità.

Ma sono gli accenti del documento a suscitare forti preoccupazioni dentro e fuori la Chiesa.

Sparando a zero contro i tentativi di aprire vie nuove, la Dichiarazione pone sbarramenti alle aperture del Concilio Vaticano II e dello stesso Papa Wojtyla.

Certo, resta l'acquisizione che anche i fedeli di altre Religioni possono salvarsi per l'intervento divino e un Ebreo che nega Gesù come figlio di Dio può ricevere il dono della salvezza e, comunque, Israele alla fine dei tempi "riconoscerà Cristo", ma i paletti sono tanti.
 

La Dichiarazione se la prende con il relativismo, l'eclettismo, le tesi che oltre al Cristianesimo ci siano anche altre "vie di salvezza" oppure che il Logos, il Verbo, cioè Cristo nella sua divinità possa manifestarsi al di fuori dell'evento rappresentato da Cristo nella sua incarnazione storica.

 

Guai a pensare che tutte le Religioni siano uguali.
"Deve essere fermamente creduto - afferma il cardinale Ratzinger - che la Chiesa è necessaria alla salvezza.

Infatti solo Cristo è il mediatore e la via della salvezza".

 

È ora, sostiene Ratzinger, di "riaffermare le verità smarrite" da un certo tipo di dialogo che avrebbe introdotto "l'idea errata che le Religioni del mondo siano complementari alla rivelazione cristiana", dimenticando che in esse vi sono anche errori e inganni.

Soprattutto il Cardinale si scaglia contro quella che definisce "l'ideologia del dialogo che si sostituisce alla missione e all'urgenza dell'appello alla conversione".

Fissando i suoi sbarramenti, la Dichiarazione finisce per correggere e svuotare anche i ripetuti gesti fraterni di Papa Wojtyla nei confronti delle Chiese Cristiane e le sue aperture nei confronti delle altre Religioni.

Quando il Papa dice che Dio non manca di rendersi presente anche nel patrimonio spirituale delle altre Religioni il tono è proiettato su nuovi scenari.

Quando Ratzinger sottolinea che le altre credenze sono sostanzialmente un'esperienza religiosa umana alla ricerca della verità assoluta, è un richiamo all'ordine.
 


Comunque, la Dichiarazione è stata approvata in forma solenne da Giovanni Paolo II e il Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, Monsignor Bertone, ha spiegato che i contenuti del documento sono sempre stati "infallibilmente proposti dal Magistero" della Chiesa e quindi richiedono da ogni fedele un "assenso definitivo e irrevocabile".
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"I mea culpa del Papa erano solo spettacolo"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 6 settembre 2000

 

 

 

 

Un Papa, quello polacco, con molte responsabilità: senza di lui "precursore", inpensabile oggi un Benedetto XVI.

 

 

La delusione di Küng

Le altre Chiese: un passo indietro


Hans Küng, patriarca dei teologi critici, è durissimo:

 

"E adesso tiri le conseguenze chi nei mesi scorsi non si stancava di lodare i mea culpa del Papa e i suoi gesti nei confronti degli Ebrei.

Era solo uno spettacolo.

Le audaci intuizioni del Concilio Vaticano II vengono oggi spinte all'indietro.

È chiaro, anche dalla beatificazione di Pio IX, che si vogliono cancellare gli impulsi che vennero dati da Giovanni XXIII e dal Concilio".
 


Non c'è solo la verve polemica di Küng, da tutte le parti è una levata di scudi contro la proclamata supremazia della Chiesa Cattolica.

 

Il leader della Chiesa Anglicana, l'Arcivescovo di Canterbury George Carey, ha reagito con tristezza:

 

"L'idea che quella Anglicana e altre Chiese non siano Chiese in senso proprio - ha detto - sembra mettere in questione i considerevoli passi ecumenici compiuti".

Il documento di Ratzinger, ha soggiunto, non riflette la "profonda intesa che è stata raggiunta tramite il dialogo ecumenico e la cooperazione negli ultimi trent'anni".

 

L'Arcivescovo Carey ha reagito con durezza all'idea di guidare una Chiesa di seconda categoria:

"La Comunità Anglicana nel mondo non accetta nemmeno per un solo istante che il suo ministero e la sua eucaristia soffrano di una qualsiasi insufficienza".

Reazione costernata anche al Consiglio Mondiale delle Chiese, che ha sede a Ginevra.

 

Tom Best, suo esponente, ha dichiarato che sarebbe una tragedia se la testimonianza comune delle Chiese Cristiane nel mondo "fosse oscurata" da una disputa delle Chiese sulla loro rispettiva autorità e sul loro status.
 

A nome dei Luterani Tedeschi Manfred Koch, Presidente del Consiglio delle Chiese Evangeliche, ha affermato che il documento Dominus Jesus rappresenta "un passo indietro per le relazioni ecumeniche".

La Dottrina Cattolica sulle Chiese, ha spiegato Koch, "è il principale ostacolo" sulla via di una più profonda comunione fra la Chiesa Cattolica e le Chiese della Riforma.
 

Più asciutta la reazione del Patriarcato di Mosca, che si è riservato di studiare il documento, ma le relazioni fra gli Ortodossi Russi e il Vaticano sono già pessime.

 

Al richiamo di Ratzinger al Primato del Romano Pontefice, un portavoce del Patriarcato si è limitato a dire che "Cattolici e Ortodossi hanno una diversa concezione dell'universalità della Chiesa e questo resta il nocciolo della questione".
 

Per l'Islam il problema si pone in maniera identica e opposta.

 

Al primato di Cristo si contrappone il primato di Allah.

"Per noi - sostiene Hamza Piccardo, esponente dei Musulmani Italiani - vale il versetto del Corano, secondo cui si salverà chi crederà ad Allah e ai profeti, uno dei quali è Gesù.

L'intero progetto finisce con Mohammed".

Amos Luzzatto, Presidente delle Comunità Ebraiche d'Italia, è conciso:

 

"Il Cardinal Ratzinger può fare tutte le acrobazie verbali che vuole, ma la realtà dei fatti è che per gli Ebrei il Nuovo Testamento non esiste proprio.

E, poi, dire che l'unica mediazione possibile per la salvezza è Gesù Cristo non ci taglia fuori da ogni dialogo?".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"La CEI: la pedofilia non ci riguarda"  di Marco Politi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 22 maggio 2002

 

 

 

L'Assemblea dei Vescovi Italiani ritiene il problema "estremamente limitato" e non prevede alcun "monitoraggio"
Allarme solo per il calo dei preti, tra 20 anni un terzo in meno


Allarme pedofili alla Conferenza Episcopale Italiana.

 

Allarme, nel senso che la Gerarchia Ecclesiastica è terrorizzata all'idea che si apra in Italia una discussione sulle molestie sessuali perpetrate da esponenti del clero ai danni di minori.

 

Invece di prendere spunto dalle vicende americane per indagare lucidamente su ciò che avviene (o non avviene) nelle strutture ecclesiastiche, la CEI ha scelto di chiudersi a riccio e di negare l'esistenza del problema.
 

I preti pedofili, sostiene recisamente il vertice della CEI, sono un fatto assolutamente marginale che non richiede interventi da parte delle istanze centrali della Chiesa Italiana.

 

"Si tratta di un fenomeno estremamente limitato - ha dichiarato il Segretario Generale dell'Episcopato, Monsignor Giuseppe Betori, incontrando la stampa al termine della prima giornata di dibattito plenario - e i Vescovi riaffermano la loro fiducia nella stragrande maggioranza dei preti, che servono con fedeltà la Chiesa e l'educazione dei giovani".
 


Betori ha difeso con grande determinazione la linea scelta dalla Gerarchia Ecclesiastica:

"Il Consiglio Permanente non ha mai parlato di casi di pedofilia, alla CEI non c'è nessun elenco in proposito, non abbiano né casi in evidenza né una procedura di monitoraggio".

 

Alla domanda se la CEI si fosse interessata del caso della Diocesi di Monreale, dove un prete latino-americano era stato accusato e condannato per atti di molestia a bambini (e l'unico intervento pubblico ecclesiastico era consistito in un'assemblea di solidarietà da parte di altri sacerdoti), Betori ha replicato:

"Non spetta a noi vedere cosa fa il Vescovo di una Diocesi o se è ricorso alla Santa Sede.

La CEI non esercita sorveglianza sui Vescovi, non è una superconferenza che li controlla, perché è responsabilità di ogni singolo Vescovo affrontare la questione".
 


Perentoria l'affermazione che "non sta alla CEI monitorare il problema" e che non intende assolutamente farlo, perché "il fenomeno pedofilia all'interno della Chiesa è talmente minoritario che non merita attenzione specifica più di quanto non vada riservata ad altre categorie sociali".
 


Nulla di cui curarsi?

I dati a disposizione degli psicoterapeuti in Italia sembrano smentire le certezze dei Vertici Ecclesiastici.

Nel segreto della "confessione" terapeutica emergono sistematicamente tantissimi casi di molestie (a volte lievi a volte meno) di cui sono stati vittime minori inseriti in strutture ecclesiastiche.

 

Proprio in questi giorni lo psichiatra Paolo Crepet porta all'attenzione del pubblico - sulla rubrica da lui curata per un settimanale - la vicenda di una professoressa di liceo, che ha scoperto l'inquietante esperienza di una sua allieva:

"Il suo prete dell'oratorio tenta di usarle violenza e siccome non riesce a penetrarla, si spoglia e la costringe a guardare mentre le si masturba addosso".

 

Ciò che è successo alla ragazza (che ha taciuto traumatizzata) sarebbe accaduto anche ad altre tre studentesse.

La profesoressa ha informato il Preside e il Vescovo, ma aggiunge: "Invano".
 


Sull'Agenzia di Informazione Religiosa Adista
un prete, abusato sessualmente da un parente per otto anni da quando ne aveva dieci, segnala un caso di segno diverso.

Per sette anni è andato regolarmente a confessarsi e "nessuno (dei confessori) che abbia mai tirato questo bambino dal confessionale e abbia detto 'ehi, mamma e papà dove sono?'".
 


Intanto l'Assemblea Generale dell'Episcopato è entrata nel vivo del tema centrale all'ordine del giorno: la crisi della fede in una società multiculturale e multireligiosa.

 

Paradossalmente, mentre il mondo politico tira di qua e di là la coperta del messaggio del Papa e della relazione del Cardinal Ruini, nessuno dei Vescovi ha ritenuto necessario toccare i temi politico-sociali nei propri interventi alla riunione plenaria.

 

Segno che i Vescovi hanno poca voglia di immischiarsi nelle vicende politiche italiane e preferiscono, invece, concentrarsi sulle proprie difficoltà.

Preoccupa moltissimo la crisi delle vocazioni.

Per venticinquemila parrocchie oggi ci sono quarantamila preti (di età media elevata).

"Tra vent'anni - prevede allarmato monsignor Betori - saranno un terzo di meno".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Wojtyla, il Papa che ha fallito" di Hans Küng

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

corriere.it - 30 marzo 2005, traduzione del Gruppo Logos

 

 

 

 

Giovanni Paolo II: il Papa che verrà ricordato per l'avvio della restaurazione dello status quo ante Concilium.

 

 

Una voce critica.

Il teologo cattolico dissidente Hans Küng indica le undici contraddizioni che avrebbero segnato il Pontificato di Giovanni Paolo II, costringendo milioni di credenti a una drammatica "crisi di speranza".

Predica il dialogo, ma ha isolato la Chiesa.

Le sue idee di fede e di morale hanno cancellato il Concilio Vaticano II.


La situazione della Chiesa Cattolica è seria.

Il Papa è gravemente malato e merita ogni compassione.

Ma la Chiesa deve vivere.

Per questo, nella prospettiva di un’elezione papale, ha bisogno di una diagnosi, di una sincera analisi svolta dal suo interno.

Delle terapie si potrà discutere dopo.
 


Gli oltre venticinque anni di Pontificato di Karol Wojtyla sono stati una conferma delle critiche che già avevo espresso dopo un anno del suo Pontificato.

Secondo la mia opinione, egli non è il Papa più grande, ma il più contraddittorio del XX secolo.

Un Papa dalle molte, grandi doti, e dalle molte decisioni sbagliate!

La sua "politica estera" ha preteso da tutto il mondo conversione, riforma, dialogo.

Però, in tutta contraddizione, la sua "politica interna" ha puntato alla restaurazione dello status quo ante Concilium, a impedire le riforme, al rifiuto del dialogo intra-ecclesiastico e al dominio assoluto di Roma.

Questa contraddizione si evidenzia in undici ambiti problematici.

Riconoscendo gli aspetti positivi di questo Pontificato, mi concentrerò quindi sui suoi aspetti critici e contraddittori.

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Prima contraddizione
 

Giovanni Paolo II predica i diritti degli uomini all’esterno, ma li ha negati all’interno, cioè ai Vescovi, ai teologi e soprattutto alle donne.

 

Il Vaticano, un tempo nemico convinto dei diritti dell’uomo, ma ben disposto oggi a immischiarsi nella politica europea, continua a non poter sottoscrivere la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del Consiglio d’Europa: troppi canoni del Diritto Ecclesiastico Romano, assolutistico e medioevale, dovrebbero prima essere modificati.

 

La separazione dei poteri, principio fondamentale del diritto moderno, è sconosciuta alla Chiesa Cattolica Romana, nel cui comportamento non vi è nessuna lealtà: nei casi di disputa l’Autorità Vaticana funge nel contempo da legislatore, accusa e giudice.

Seconda contraddizione
 

Grande ammiratore di Maria, il Wojtyla predica gli ideali femminili, vietando però alle donne la pillola e negando loro l’ordinazione.

Per molte donne cattoliche tradizionali (soprattutto le donne appartenenti a ordini religiosi), l’aspetto più apprezzato di questo Papa è il suo respingere le donne moderne, in quanto le ha escluse da tutte le consacrazioni più importanti e considera la contraccezione appartenente alla "cultura della morte".

 

Tuttavia, molte delle donne che partecipano alle manifestazioni di massa del Papa, rifiutano la dottrina papale che si oppone ai metodi contraccettivi.

Terza contraddizione
 

Questo Pontefice predica contro la povertà di massa e l’indigenza nel mondo ma, al tempo stesso, con la sua posizione in merito al controllo delle nascite e all’esplosione demografica, si è reso colpevole di questa indigenza.

In occasione dei suoi numerosi viaggi e anche di fronte alla Conferenza delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo tenutasi al Cairo nel 1994, questo Papa ha preso posizione contro l’uso della pillola e del profilattico e, pertanto, potrebbe essere ritenuto responsabile più di qualsiasi Uomo di Stato della crescita demografica incontrollata in alcuni Paesi e del dilagare dell’AIDS in Africa.

Quarta contraddizione
 

Karol Wojtyla propaganda una figura sacerdotale maschile caratterizzata dal celibato ed è, quindi, il principale responsabile della catastrofica carenza di sacerdoti, del collasso dell’assistenza spirituale in molti Paesi e dello scandalo della pedofilia nel clero, ormai venuto alla luce.

 

Agli uomini che si sono dichiarati pronti al servizio sacerdotale nelle comunità viene proibito il matrimonio.

Questo è solo un esempio di come anche questo Papa abbia ignorato la dottrina della Bibbia e la grande Tradizione Cattolica del primo Millennio in cui non vi era alcuna legge sul celibato per i sacerdoti.

 

I quadri si sono ridotti, il reclutamento è fermo e fra poco, non solo nell’area di lingua tedesca, quasi due terzi delle parrocchie rimarranno senza sacerdote e la stessa celebrazione domenicale dell’eucarestia non potrà più essere assicurata, nemmeno con l’importazione di parroci e il raggruppamento delle parrocchie in "unità spirituali".

Il clero fedele al celibato è dunque in crescente pericolo di estinzione.

 

Gli scandali della pedofilia verificatisi dagli Stati Uniti all’Austria hanno inoltre gravemente danneggiato la sua credibilità, portando sull’orlo della bancarotta grandi diocesi negli Stati Uniti.

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Quinta contraddizione
 

Il Papa polacco ha praticato un numero elavatissimo di canonizzazioni, ma al tempo stesso ha ignorato l’inquisizione attuata nei confronti di teologi, sacerdoti e membri di ordini malvisti dalla Chiesa.

 

I devoti, strumentalizzati politicamente e commercialmente con spese ingenti e conseguenti profitti per la Curia, sono soprattutto pie suore, fondatori di ordini religiosi o Papi come l’antidemocratico, antisemita, autoritario Papa Pio IX (controbilanciati dalla canonizzazione di Giovanni XXIII).
Devoti sono divenuti anche l’Imperatore Asburgico Carlo I e il ben poco pio Fondatore dell’Opus Dei Josémaria Escrivá.

 

Uomini e donne (anche donne appartenenti a ordini religiosi) che si sono distinti, per il loro pensiero critico e per la loro energica volontà di riforme, sono stati invece trattati con metodi da Inquisizione.

Come Pio XII fece perseguitare i più importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano Giovanni Paolo II e il suo Grande Inquisitore Ratzinger con Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann e anche il Vescovo di Evreux Gaillot e l’Arcivescono di Seattle Huntington.

 

Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e teologi cattolici della levatura della generazione del Concilio.

Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i pensatori critici di questo Pontificato.

I Vescovi si sentono Governatori Romani invece che servitori del popolo della Chiesa.

E troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono.

Sesta contraddizione
 

Il Papa elogia spesso e volentieri gli ecumenici, ma al tempo stesso ha pesantemente compromesso i rapporti con le Chiese Ortodosse e con quelle Riformiste ed evita il riconoscimento dei suoi funzionari e dell’eucarestia.

 

Il Papa avrebbe dovuto consentire - come suggerito in molti modi dalle Commissioni di Studio Ecumeniche e come praticato direttamente da tanti parroci - le messe e l’eucarestia nelle Chiese non cattoliche e l’ospitalità eucaristica.

 

Avrebbe anche dovuto ridurre l’eccessivo potere esercitato dalla Chiesa nei confronti delle Chiese dell’Est e delle Chiese Riformiste e avrebbe dovuto rinunciare all’insediamento dei Vescovi Romano-Cattolici nelle zone delle Chiese Russe-Oortodosse.

Avrebbe potuto, ma non ha mai voluto.

Ha voluto invece mantenere e ampliare il Sistema di potere Romano.

La politica di potere e di prestigio del Vaticano è stata mascherata da discorsi ecumenici pronunciati dalla finestra di Piazza San Pietro, da gesti vuoti e da una giovialità del Papa e dei suoi Cardinali che cela in realtà il desiderio di "sottomissione" della Chiesa dell’Est sotto il Primato Romano e il "ritorno" deiP rotestanti alla Casa Paterna Romano-Cattolica.

Settima contraddizione
 

Come Vescovo suffraganeo e poi Arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla ha preso parte al Concilio Vaticano II.

Una volta diventato Papa, ha però disprezzato la collegialità del Pontefice con i Vescovi decretata proprio al Concilio.

Questo Pontefice ha più volte dichiarato la sua fedeltà al Concilio, per poi tradirlo nei fatti attraverso la sua "politica interna".

I termini conciliari come "aggiornamento, dialogo, collegialità e apertura ecumenica" sono stati sostituiti da parole quali "restaurazione, magistero, obbedienza, ri-romanizzazione".

 

Il criterio per la nomina dei Vescovi non è affatto lo spirito del Vangelo e l’apertura mentale pastorale, bensì la fedeltà assoluta verso la condotta romana.

I sostenitori del Papa tra i Vescovi di lingua tedesca come Meisner, Dyba, Haas, Groer e Krenn sono solo gli sbagli più eclatanti di questa politica pastorale devastante, la quale fa pericolosamente scivolare in basso il livello morale e intellettuale dell’episcopato.

Un Episcopato reso ancor più mediocre, rigido, conservatore e servile, è forse l’ipoteca più pesante di questo lunghissimo Pontificato.

Ottava contraddizione
 

Questo Papa ha cercato il dialogo con le Religioni del mondo, ma contemporaneamente ha disprezzato le Religioni Non Cristiane definendole "forme deficitarie di fede".

 

In occasione dei suoi viaggi o "preghiere di pace", il Papa ha radunato con piacere attorno a sé dignitari di altre Chiese e Religioni.

Non vi erano tuttavia molte tracce reali della sua preghiera teologica.

Anzi, il Papa si è presentato in sostanza come un "missionario" di vecchio stampo.
 

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Nona contraddizione
 

Il Papa polacco ha assunto la funzione di rappresentante della fede in un’Europa cristiana, ma il suo ingresso trionfale e la sua politica reazionaria hanno involontariamente favorito l’inimicizia nei confronti della Chiesa, se non addirittura l’avversione contro il Cristianesimo stesso.

 

La campagna di evangelizzazione del Papa, il cui punto centrale è rappresentato da una morale sessuale ben poco adeguata ai tempi, ha discriminato soprattutto le donne: quelle che in questioni controverse, quali la contraccezione, l’aborto, il divorzio, l’inseminazione artificiale hanno dimostrato di avere opinioni diverse da quelle della Chiesa, sono state definite portatrici di una "cultura della morte".

 

Attraverso interventi politici - come è accaduto in Germania contro il Parlamento e l’Episcopato nel caso del conflitto sul tema della gravidanza - la Curia Romana ha dato l’impressione di rispettare poco la separazione giuridica tra Stato e Chiesa.

Il Vaticano cerca (attraverso il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo) di esercitare delle pressioni anche sul Parlamento Europeo, incentivando l’ingaggio di osservatori particolarmente vicini alle idee di Roma per questioni relative alla legislazione sull’aborto.

 

Invece di farsi ovunque fautrice di soluzioni ragionevoli che consentano la mediazione, la Curia Romana con i suoi proclami acutizza di fatto a livello mondiale la polarizzazione tra oppositori e sostenitori dell’aborto, moralisti e libertini.

Decima contraddizione
 

Come carismatico comunicatore e "star" mediatica, questo Papa fino alla sua veneranda età ha fatto presa in particolare sui giovani, ma si è appoggiato soprattutto ai "nuovi movimenti" di origine italiana, all’Opus Dei di casa in Spagna e a un pubblico acritico e fedele del Pontefice.

 

Tutto ciò è sintomatico del rapporto del Papa con la laicità e della sua incapacità di dialogare con un pubblico critico.

I grandi raduni mondiali dei giovani sostenuti a livello regionale e internazionale, sotto la sorveglianza della gerarchia dei nuovi movimenti laici (Focolare, Comunione e Liberazione, St. Egidio, Legionari di Cristo, Regnum Christi, etc.), hanno attirato e attirano centinaia di migliaia di giovani.

Molti di essi volonterosi, troppi del tutto acritici.

Il carisma personale di Wojtyla è quasi più importante dei contenuti da lui trasmessi.

Le domande che i giovani avevano posto al Papa e che, in occasione del suo primo viaggio in Germania, lo avevano messo in serio imbarazzo, in seguito non sono state più consentite.

Le associazioni cattoliche di giovani, che non si trovano sulla linea del Vaticano, vengono disciplinate e messe alla fame dall’ordine romano attraverso il ritiro di finanziamenti da parte dei Vescovi locali.

 

Inoltre viene messa in discussione la fiducia un tempo accordata all’Ordine dei Gesuiti: prediletti dai Papi precedenti, ora vengono percepiti come sabbia negli ingranaggi della politica di restaurazione del Papa a causa delle loro qualità intellettuali, dei loro teologi critici e delle opzioni teologiche di liberazione.

Invece Karol Wojtyla, già ai tempi in cui era ancora Arcivescovo di Cracovia, concesse la piena fiducia all’associazione segreta Opus Dei, potente sia dal punto di vista finanziario che in termini di influenze, ma antidemocratica e in passato compromessa con regimi fascisti.

Undicesima contraddizione
 

Giovanni Paolo II ha offerto nel 2000 una pubblica confessione dei peccati per gli errori della Chiesa nel passato, senza però trarne alcuna conseguenza pratica.

La confessione dei peccati ampollosa e barocca inscenata a San Pietro per gli errori della Chiesa è rimasta vaga e ambigua.

Il Papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei "figli e delle figlie della Chiesa", ma non per quelle del "Santo Padre", per quelle della Chiesa stessa e dei Gerarchi presenti.

 

Il Papa non ha mai preso posizione in merito agli intrighi delle varie sedi della Curia in affari mafiosi e ha contribuito più all’occultamento che alla rivelazione di scandali e crimini (Banca Vaticana, il "suicidio" di Guido Calvi, l’omicidio avvenuto nell’ambiente del corpo delle guardie svizzere...). Anche con la rivelazione degli scandali della pedofilia dei clericali, il Vaticano è stato straordinariamente titubante.

 

Nonostante alcune richieste, il Papa non ha mai dato udienza ad alcuna vittima.

Anzi, ha riempito di elogi un insigne criminale nel corso di una fastosa cerimonia al Vaticano: il messicano Marcial Maciel Degollado, Fondatore dei Legionari di Cristo (500 sacerdoti e 2.000 seminaristi) e del movimento laico Regnum Christi, diventato ormai concorrente ancora più conservatore dell’Opus Dei.

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Conclusioni

Per la Chiesa Cattolica questo Pontificato si rivela, nonostante i suoi aspetti positivi, una grande speranza delusa, in fin dei conti un disastro, perché Karol Wojtyla, con le sue contraddizioni, ha profondamente polarizzato la Chiesa, allontanando i suoi innumerevoli uomini e gettandoli in una crisi epocale.

 

Contro tutte le intenzioni del Concilio Vaticano II, il Sistema Romano Medioevale - un apparato di potere caratterizzato da tratti totalitari - è stato restaurato grazie a una politica personale e dottrinale tanto astuta quanto spietata: i Vescovi sono stati uniformati, i padri spirituali sovraccaricati, i teologi dotati di museruola, i laici privati dei diritti, le donne discriminate, le iniziative popolari dei Sinodi Nazionali e delle Chiese ignorati.

 

E poi ancora scandali sessuali, divieti di discussione, dominio liturgico, divieto di predica per i teologi laici, esortazione alla denuncia, impedimento dell’eucarestia.

Di tutto questo è forse colpevole "il mondo"?

La grande credibilità della Chiesa Cattolica, cioè quella ottenuta da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, ha lasciato il posto a una vera e propria crisi della speranza.

Questo è il risultato della profonda tragicità personale di questo Papa: la sua idea cattolica di stampo polacco (medioevale, controriformista e antimoderna), in qualità di Pontefice Karol Wojtyla l’ha voluta portare anche nel resto del mondo cattolico.

 

Si è però verificato il contrario di ciò che egli sperava: la Polonia stessa è stata travolta dal moderno sviluppo secolare e, dopo la sostituzione dell’alleanza elettorale in carica fino al 2001, Solidarnosch, si appoggia sempre meno alle idee di fede e di morale promosse dal Pontefice.

 

 

Quando verrà il momento, il nuovo Papa dovrà decidere di affrontare un cambio di rotta e dare alla Chiesa il coraggio di nuove spaccature, recuperando lo spirito di Giovanni XXIII e l’impulso riformistico del Concilio Vaticano II.

 

"Videant consules", i consoli vogliano fare in modo che la Repubblica non subisca danni, si diceva nell’antica Roma.

 

"Videant cardinales", i Cardinali vogliano fare in modo - si dovrebbe dire nella Roma di oggi - che la Chiesa non subisca danni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Voci fuori dal coro commentano l'elezione di Joseph Ratzinger"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 19 aprile 2005

 

 

 

 

Il neo-eletto Benedetto XVI si affaccia a ricevere il giubilo di Piazza San Pietro: "Il peggio del peggio" uno dei non proprio incoraggianti, purtroppo realistici e malauguratamente "profetici" commenti fuori campo...

 

 

Küng: "Profonda delusione, speriamo in una linea moderata"
Le perplessità dei riformisti
I timori dei gay e delle donne
Le comunità omosessuali:
"È la Chiesa più sorda e retriva"
Don Gallo:
"È il mio Papa, ma io resto dalla parte degli ultimi"



Una delusione "per tutti coloro che sono orientati verso le riforme", come commenta il teologo cattolico dissidente Hans Küng, un motivo di "preoccupazione" per la Comunità Gay Italiana e Internazionale, di "dubbi" per le Chiese Protestanti e Ortodosse del Belgio.

 

 

Di fronte all'elezione di Joseph Ratzinger si levano voci fuori dal coro, pur con il beneficio dell'attesa di segnali che smentiscano i timori di una minaccia alla laicità dello Stato da parte di una Chiesa conservatrice, quale si è confermata con questa scelta, che non lascia presagire grandi cambiamenti.

I progressisti

 

Le maggiori perplessità sono quelle manifestate da chi sperava in un Papa riformista.

 

Parla di "profonda delusione" Hans Küng, uno dei teologi più controversi del pensiero cattolico contemporaneo (nel 1974 il Vaticano lo costrinse a cedere la Cattedra di Teologo Cattolico Ufficiale), secondo il quale la scelta del nome Benedetto XVI "lascia comunque sperare che Ratzinger decida di seguire una linea d'azione moderata".

 

E come il Presidente degli Stati Uniti, "così anche il nuovo Papa, che si trova di fronte a una montagna di impegni ancora da evadere, dovrebbe avere cento giorni per imparare".

Gli omosessuali

 

Fra i timori più marcati, quelli provenienti dalle Comunità Omosessuali.

 

Secondo Aurelio Mancuso, Segretario Nazionale di Arcigay, l'elezione di Ratzinger è la vittoria "della Chiesa più retriva, contraria a qualsiasi apertura in materia di morale sessuale, assolutamente sorda rispetto all'evoluzione dei tempi e della società".

 

E Franco Grillini, deputato DS, recupera uno slogan di borrelliana memoria: "Resistere, resistere, resistere".

 

"Preoccupazione" è stata espressa anche da una delle maggiori associazioni di gay e lesbiche degli Stati Uniti, la "Parents, Families and Friends of Lesbiasns and Gays": una scelta che "non rappresenta motivo di speranza per il futuro".

 

"La scelta peggiore per noi", dichiara il Collettivo dei gay e delle lesbiche spagnoli.

Le donne

 

"Il peggio del peggio".

Così una delle leader dell'Associazione della Federazione delle Femministe Internazionali, Francesca Koch - che precisa di parlare a titolo personale - commenta l'elezione di Ratzinger.

Una Dottrina, quella del nuovo Pontefice, che "nega i diritti delle donne e costringe a una morale sessuale priva di ogni rispetto della persona.

Sarebbe stato meglio Martini che predica un ritorno al Vangelo, invece che una dottrina assolutistica".

Il prete degli ultimi

 

"È il mio Papa - dice - ma io continuerò a gridare dalla parte degli ultimi, sarò vicino ai poveri e a coloro che cercano una teologia che vive con la gente": così don Gallo, il prete di strada e degli emarginati, fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, accoglie la nomina di Ratzinger.

 

La rapidità con cui il Conclave si è chiuso, secondo il sacerdote sarebbe una "conferma di questa Chiesa Gerarchica".

"Ma la Chiesa - aggiunge - è comunione, non gerarchia.

Come prete cattolico accetto la disciplina canonica.

Benedetto XVI è il legittimo successore di Pietro a cui si deve ascolto, ubbidienza; è il Vescovo di Roma.

Tuttavia è chiaro che io vorrò continuare nella mia piccola strada di presbitero, di Cristiano".

Protestanti e Ortodossi

 

"Dubbi" e "timori" sul futuro del dibattito ecunemico da parte delle Chiese Protestanti e Ortodosse del Belgio.

 

"Siamo dubbiosi sulla capacità del nuovo Papa di approfondire il dibattito ecumenico" ha dichiarato all'agenzia Belga Michel Dandoy, portavoce della Chiesa Protestante del Belgio, aggiungendo che "senza dubbio non è il Papa che i Cattolici progressisti sognavano".

 

Per la Chiesa Ortodossa del Belgio, il Vescovo Athenagoras de Sinope ha commentato:

"Speravamo l'arrivo di un Papa che favorisse l'apertura nei confronti di altri Cristiani.

Dobbiamo constatare che a questo proposito non si tratta di un'elezione felice".

Atei e agnostici

 

L'Unione Atei e Agnostici Razionalisti evidenzia "la volontà di portare la Chiesa in una posizione ancora più retrograda.

La Chiesa può fare quello che vuole, ma non deve toccare lo Stato Laico".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Il Papa riceve il teologo ribelle" di Marco Politi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 27 settembre 2005

 

 

 

 

 

Il Papa e l'Eretico.

La notizia che il celebre teologo contestatore Hans Küng è stato ricevuto sabato scorso a Castel Gandolfo è piombata in Vaticano come un fulmine a ciel sereno.

 

 

È stata una cena amichevole tra "vecchi colleghi", due ore passate a esplorare vasti orizzonti: l'etica nel mondo contemporaneo, la ricerca di Dio nel mondo contemporaneo, il dialogo tra le Religioni, il confronto tra fede e ragione.

 

Entrambi d'accordo, ha spiegato il portavoce Navarro, a non rivangare le "questioni dottrinali persistenti" tra il teologo e la Chiesa.

 

Si è guardato avanti.

 

Küng aveva cercato invano di essere ricevuto da Papa Wojtyla.

Benedetto XVI, a sorpresa, gli ha invece aperto le porte.

 

I due si conoscono dal Concilio, quando da giovani teologi facevano parte dell'ala "rivoluzionaria".

Poi le loro strade si sono irrevocabilmente divise.

 

Kung era critico sulla restaurazione in Vaticano, Ratzinger diventava guardiano dell'ortodossia.

 

[...]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Il ritorno all'ordine dei fraticelli d'Assisi" di Gad Lerner

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 22 novembre 2005

 

 

 

 

"Laudato si', mi Signore", per frate Francesco: ma sapessi quanta "infirmitate et tribulatione" sta sostenendo la tua Chiesa!

 


A meno di vent'anni dal 1986, decisivo momento di svolta nel pontificato di Karol Wojtyla, il suo successore Benedetto XVI ha intrapreso la via della restaurazione.

 

 

Nel giro di pochi mesi Giovanni Paolo II aveva parlato a ottantamila giovani musulmani riuniti nello stadio di Casablanca (19 agosto 1985); varcato per la prima volta la soglia della sinagoga di Roma per abbracciarvi i "fratelli maggiori" ebrei (13 aprile 1986); proclamato una Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace ad Assisi, dove si recò pellegrino fra i pellegrini insieme ai capi delle religioni di tutto il mondo (27 ottobre 1986).

Una spinta ecumenica ardita e possente, culminata quel giorno nella città di San Francesco non certo in un'impossibile preghiera comune ma - come spiegò il cardinale Roger Etchegaray - nello "stare insieme per pregare".

Quel giorno fu proprio Etchegaray a preoccuparsi che i numerosi Cardinali presenti al raduno conclusivo non occupassero tutte le prime file, in modo che ne uscisse esaltata la pluralità delle presenze religiose.

George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, annota che tale richiesta suscitò proteste.

Del resto nella Curia Vaticana lo stesso progetto interreligioso di Assisi aveva destato numerose opposizioni.

Quell'evento naturalmente enfatizzò la speciale autonomia concessa nel 1969 da Paolo VI ai Francescani di Assisi: la cittadella umbra diveniva capitale mondiale di una spiritualità ecumenica ben oltre i confini della cristianità che pure l'aveva generata.

Impossibile prescindere dal ricordo di quella Giornata storica oggi che Benedetto XVI decide di ripristinare la Disciplina Vescovile sulla Basilica di Assisi, col plauso dell'uscente Monsignor Sergio Goretti che denuncia "queste assurde enclave autonome sulle quali non avevo nessun potere".
 


Papa Ratzinger non è certo uomo restio alla sfida delle idee.

 

L'hanno dimostrato anche i suoi colloqui estivi a Castelgandolfo con il portavoce dei lefèbvriani, con Oriana Fallaci, con Hans Küng.

Ma evidentemente la sua visione pessimistica circa lo stato di salute del Cristianesimo nel mondo contemporaneo lo conduce a esercitare il suo pontificato innanzitutto come ripristino di una tradizione avvertita come pericolante.

Nell'idea - presumo - che i fedeli sottoposti all'offensiva del pensiero scientista, nichilista o scettico, per non parlare dell'islam, debbano trovare un punto di riferimento saldo nella dottrina e nei suoi legittimi rappresentanti.

Temo lo incoraggi in questa direzione anche lo spropositato peso politico attribuito alla Chiesa da leader e intellettuali ad essa estranei, portatori di un nuovo pensiero reazionario generato dal tempo di guerra.

Per intenderci, non è certo colpa di Benedetto XVI se Silvio Berlusconi ha fatto precedere la sua visita in Vaticano da una surreale copertina di Panorama in cui il pontefice giganteggia sull'insieme dell'intellighenzia italiana (da Antonio Fazio a Benigni, da Celentano a Mieli, da Casini a Cecchi Paone, da Pera a Scalfari).

Diciamo che il clima mondano non aiuta.
 


Ma è un dato di fatto che il Papa sta procedendo al ripristino della tradizione attraverso una serie di segnali coerenti, nell'intento probabile di porre fine a controversie aperte nel mondo cattolico fin dall'epoca del Concilio.

Prima ancora della revoca dell'autonomia alla Basilica di Assisi, merita di essere ricordata una decisione significativa in materia di dialogo con il mondo ebraico: la scelta di farsi rappresentare dal Cardinale Lustiger, figura eminente e autorevole di ebreo convertito, alla celebrazione vaticana del quarantesimo anniversario della Nostra Aetate.

Ben comprendo la decisione del Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, che ha disertato quella cerimonia.

Non poteva sfuggire a Joseph Ratzinger, che partecipò ai lavori conciliari da giovane teologo, quanto avesse pesato in quell'acceso dibattito l'interrogativo sulla conversione degli Ebrei.

Era stato proprio Ratzinger a confidare al Cardinale Congar che Paolo VI "sarebbe convinto della responsabilità collettiva del popolo ebraico nella morte del Cristo" ("Storia del Concilio Vaticano II", vol.4, pag. 177, a cura di Giuseppe Alberigo, Peeters/Il Mulino).

E in effetti il 21 maggio 1964 Papa Montini aveva raccomandato per iscritto che al documento conciliare fossero aggiunte parole "circa la speranza della futura conversione d'Israele", in quanto "la condizione in cui gli ebrei si trovano ora - anche se degna di rispetto e simpatia - non è da approvarsi come perfetta e definitiva".

Dunque risulta difficile credere che la designazione del convertito Lustiger alla cerimonia dello scorso 27 ottobre in Vaticano sia stata casuale, o magari amichevole.

Più corretto è annoverarla fra i suoi gesti di restaurazione dottrinale.

Certo il richiamo all'ordine gerarchico della Basilica di Assisi è scelta assai più appariscente.

Un messaggio preciso che farà il giro del mondo e non a caso ringalluzzisce tutti coloro che nella Chiesa mal sopportavano la vocazione ecumenica dei Francescani, accusati di sincretismo religioso e di pacifismo irenistico.

Giovanni Paolo II era già stato raggiunto dalle critiche di teologi tradizionalisti come Inos Biffi e Divo Barsotti ("L'ho scritto al Papa, due volte, che non vedevo di buon occhio l'incontro interreligioso di Assisi dell'ottobre 1986").

 

 

Ora il successore evita di sferrare un attacco diretto a Wojtyla, ma ne delegittima la profezia dirompente.

Restringe il significato della speranza ecumenica.

È evidente il tentativo di recidere per via amministrativa la linfa vitale dello spirito di Assisi: perché il dialogo intrapreso dagli eredi di Frate Francesco presupponeva una disponibilità a lasciarsi vicendevolmente trasformare nella relazione con l'altro, senza timore di una contaminazione che di certo non allontana, ma semmai rivitalizza la fede.

Da decenni la cittadella di Assisi è sede di incontri fecondi con la società italiana e con tante realtà mondiali.

 

Immagino che adesso molti credenti leggeranno in una nuova luce la scelta altra di chi - come Enzo Bianchi - nel 1968 ha fondato a Bose una comunità monastica preservata al di fuori dai vincoli dell'ordinazione sacerdotale, e dunque della disciplina diocesana, anche per salvaguardarne la vocazione ecumenica.
 

 

Benedetto XVI ha eretto un nuovo recinto.

Ma i recinti nel mondo contemporaneo non proteggono la fede, la mortificano.

Per questo mi sento di adoperare la parola: restaurazione.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Onesti in tempi difficili - la sfida degli intellettuali" di Dario Olivero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 24 novembre 2005

 

 

 

 

 

L'Islam spiegato dal grande teologo Hans Küng

[...]

Hans Küng
Teologia del Dialogo

 

Hans Küng è uno dei più grandi teologi viventi.

Maestro, amico e collega di Joseph Ratzinger ai tempi del Concilio Vaticano II, i due si allontanarono quando il futuro Papa intraprese la sua lunga carriera di uomo dell'ortodossia per poi riavvicinarsi di recente in un incontro in cui hanno cercato di non parlare delle antiche divergenze.

 

Ma basta questa sua ennesima opera, "Islam. Passato, presente e futuro" (Rizzoli), che chiude la trilogia sulle Religioni Monoteistiche alle quali il pensatore ha dedicato l'intera vita, per ricavare i motivi profondi che hanno spinto Küng fuori dagli schemi di una certa visione della Chiesa.

Primo fra tutti una ricerca continua del mutare dei paradigmi che una religione (in questo caso l'Islam, ma sono continui i richiami anche a Ebraismo e Cristianesimo) storicamente attraversa nel suo divenire e l'analisi delle forze spirituali che invece rimangono intatte anche nel presente e sulle quali è possibile stabilire contatti critici.

Siamo abituati a pensare che la teologia sia questione non alla nostra portata.

Con questo libro Küng dimostra che non è così.

 

Primo, perché il libro è scritto in un modo così chiaro che non ci si accorge delle oltre 700 pagine da cui è composto.

 

Secondo, perché la religione e la sua grande forza dinamica smuove e unisce popoli ed è una delle istanze più importanti del divenire storico e per questo è bene conoscerne il più possibile.

 

Terzo, perché solo un teologo con le immense conoscenze storiche e culturali come Küng può spiegare a noi occidentali tutto quello che non sappiamo dell'Islam, di come, dove e perché è nato, di quanto c'entri un certo Cristianesimo con Maometto, di come si sia evoluto e attraverso quali passaggi politici, dei suoi punti di splendore e delle forze che ne hanno impedito una riforma critica e perché.

Quarto perché è l'occasione per ripercorrere 1.400 anni di storia per una volta inquadrati da un'altra prospettiva e con altri personaggi al centro della scena.

 

Chiudiamo con il quinto, ma sicuramente ce ne saranno altri: Küng dice di aver scritto questo libro per contribuire al dialogo tra le Religioni e quindi tra le Nazioni.

 

Questo è il suo contributo.

Il nostro, con la garanzia che è molto piacevole, è leggerlo.

 

(Ci sono voluti cinque traduttori per affrontare questa fatica, eccoli: S. De Maria, G. Giri, S. Gualdi, V. Rossi, L. Santini).
 

[...]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"I rapporti tra teologia, fisica e darwinismo secondo Hans Küng" di Dario Olivero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 21 settembre 2006

 

 

 

 

 

[...]


Teologia Critica
 

Bisogna sempre leggere quello che scrive Hans Küng.

Non solo perché è uno dei più grandi teologi e filosofi del mondo, ma anche perché è un uomo che ha sempre avuto il coraggio di sostenere le sue tesi anche a costo di perdere molto come la benedizione della Santa Sede e l'amicizia di un futuro Papa.

 

Quindi ecco questo manualetto dal titolo "L'inizio di tutte le cose" (traduzione italiana V. Rossi, Rizzoli) che prende a pretesto la grande polemica degli ultimi tempi sulla teoria evoluzionistica di Darwin messa addirittura sotto accusa in certi programmi scolastici.

 

Visto che ci sono momenti in cui il pensiero dell'uomo sembra essersi impantanato in diatribe che si credevano scomparse, ben venga questo libricino che ripercorre secoli di filosofia e decenni di pensiero scientifico e teologico con un'agilità da grande divulgatore per arrivare a ridefinire i ruoli e gli ambiti che scienza e fede - con le visioni del mondo che intessono - dovrebbero tenere.

 

Le conclusioni sono così sensate da far tirare un sospiro di sollievo sulle capacità filosofiche degli uomini.
 

[...]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Così Ratzinger mi ha tradito" di Andrea Tarquini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 10 settembre 2007

 

 

 

 

Hans Küng durante i lavori del Concilio Vaticano II: insieme a Ratzinger il più giovane teologo a parteciparvi.

Teologo cattolico svizzero, studia nella Pontifica Università Gregoriana di Roma, alla Sorbona e nell’Istituto Cattolico di Parigi, poi, ordinato sacerdote nel 1954, insegna Teologia all'Università di Tubinga e viene nominato "peritus", cioè consulente in materia teologica, da Giovanni XXIII: uno dei teologi di avanguardia più straordinari e controversi del pensiero cattolico contemporaneo, basandosi su una solida ricerca storico-teologica, sostiene una revisione delle "strutture" della Chiesa, del tutto inadeguate al nostro tempo, e ad un'analisi delle formulazioni dogmatiche del passato, per liberarle da condizionamenti linguistici e mentali, estrarne il vero senso e comunicarle agli uomini e alle donne di oggi.
Forse anche proprio perché nel 1979 il Vaticano lo costringe a lasciare la Cattedra di Teologo Cattolico "Ufficiale", diventa punto di riferimento e guida del pensiero progressivo nella Chiesa Cattolica, il cui futuro vede piuttosto nella direzione di dialogo ed apertura sociale chiaramente indicataci da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II.
 

 

 

L'atto d'accusa di Hans Küng



Ratzinger era Professore di Teologia con me, ma poi si rivelò figlio di un gendarme, quale era.

Si piegò alla Curia, mi denunciò come "non cattolico" e mi fece condannare.

E lo fece facendo il doppio gioco: mi scriveva lettere di riconciliazione e intanto preparava le sanzioni contro di me.

 

Ecco, riassunto in due parole, quanto Hans Küng, il celebre teologo ribelle tedesco, racconta nel suo nuovo libro di memorie, "Umstrittene Wahrheit. Erinnerungen" ("Verità discusse", Ricordi), appena uscito in Germania per i tipi dell' Editore di Monaco Piper Verlag.

Una resa dei conti con Papa Benedetto XVI, con cui pure egli pareva essersi riconciliato dopo un incontro recente.

Di cui Der Spiegel riferisce il contenuto essenziale.

 

Küng e Ratzinger erano insieme Professori all'Università di Tubinga, che possiede una delle più vivaci e importanti Facoltà di Teologia d'Europa.

Fu Küng a proporre con successo di assumere a Tubinga quel teologo che insegnava a Muenster.

 

Per tre anni lavorammo insieme, racconta Küng nel suo libro, non senza dettagli divertenti:

Küng allora amava le Alfa Romeo, Ratzinger andava in bici.

Spesso, col maltempo, Küng dava un passaggio a Ratzinger caricando la sua bicicletta nel vano bagagli della sportiva italiana.

"Mi sembrava che fossimo sulla stessa lunghezza d' onda", scrive ora il teologo.

 

 

Invece non fu così, racconta ancora.

Quando, alla fine dei Sessanta, le spinte riformatrici conciliari si esaurirono nella Chiesa, venne il momento della scelta.

Per me come per lui.

"Al contrario di lui io decisi di non schierarmi non con le Gerarchie di Roma e con una Chiesa centralista: volli essere un Cristiano Cattolico al servizio degli uomini dentro e fuori la Chiesa".

 

Il vento del Sessantotto secondo Küng "traumatizzò" Ratzinger: non seppe affrontare il dialogo coi giovani.

"Non lo interessava la Chiesa del Nuovo Testamento, ma la Chiesa del Padre, beninteso senza madre ovviamente il figlio di un gendarme cresce diversamente dal figlio di un commerciante", aggiunge non senza un po' di veleno.

 

Lasciata Tubinga nel 1969, Ratzinger - narra ancora Kung - dieci anni più tardi, nel 1979 denunciò in pubblico me, suo ex collega.

E fece una specie di doppio gioco: su mia richiesta mi scrisse una lettera di riconciliazione.

Settimane dopo venne la Dichiarazione della Congregazione della Fede, che mi privava del diritto di insegnare Teologia in nome della Chiesa.

 

Purtroppo, sostiene ancora Küng, tra chi non ebbe il coraggio di appoggiarmi dopo fu anche il Cardinale Lehmann, il liberale numero uno della Conferenza Episcopale Tedesca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Una parola amichevole su Hans Küng" di Luigi Accattoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il blog di Luigi Accattoli - 24 novembre 2008

 

 

 

 

 

Il dibattito che qui si è sviluppato negli ultimi giorni mi provoca a dire una parola di amico su Hans Küng.

Un poco infatti gli sono amico – avendolo incontrato più volte a Roma e a Tubinga – e debbo qualcosa alla fatica che ha sempre svolto per rendere credibile all’uomo d’oggi la fede cristiana.

 

Una dichiarazione della Congregazione per la Dottrina che ha la data del dicembre 1979, autorizzata da Giovanni Paolo II ma preparata sotto Paolo VI, l’ha privato del mandato canonico per insegnare nella Facoltà di "Teologia Cattolica" di Tubinga, perché sostenitore di opinioni che si oppongono "in diverso grado" alla Dottrina della Chiesa.

 

Chi legge Küng è bene che lo sappia.

 

Come è bene sappia che non vi è stato mai nei suoi confronti un giudizio di eresia e che egli è un sacerdote che celebra regolarmente l’Eucarestia, in comunione con il suo Vescovo.

 

Questa collocazione ecclesiale – come anche il colloquio "amichevole" che ebbe con lui Benedetto XVI nel settembre del 2005 – sta a dire che gli viene riconosciuto, di fatto, un ruolo nella vita della Chiesa Cattolica e più ampiamente in quella dell’Ecumene Cristiana.

 

Un ruolo che non è più quello del teologo con mandato canonico, incaricato della formazione intellettuale dei futuri sacerdoti, ma quello del teologo che opera in campo aperto, nel libero dibattito accademico ed ecumenico, impegnato ad aiutare l’umanità del nostro tempo a comprendere e ad amare la figura di Gesù.

 

Io di questo gli sono grato.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"L'attacco del 'teologo ribelle' Küng - 'Nella Chiesa c'è una restaurazione'" di Andrea Tarquini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 27 gennaio 2009

 

 

 

 

Papa Benedetto XVI in uno dei suoi meno sfortunati momenti di black out pubblici...

 

 

Per lo studioso tedesco "gli ultimi eventi sono il segno della continua marcia indietro e dell'irrigidimento del Vaticano"
"Il Papa vive nel suo mondo, si è allontanato dagli uomini"


"Voglio aspettare a prendere una posizione su questa polemica, perché in gioco ci sono problemi di fondo.

Voglio prepararmi a dire la mia sugli aspetti cruciali del processo in corso.

Perché la questione di questi quattro Vescovi è solo da vedere nel contesto generale di una restaurazione".

 

 

Così il famoso "teologo ribelle" tedesco il Professor Hans Küng commenta al telefono con La Repubblica e altri media internazionali la situazione nella Chiesa Cattolica dopo il ritiro della scomunica del Vescovo negazionista Williamson e degli altri tre presuli della Confraternita ultraconservatrice fondata da Monsignor Lefebvre.

Nella Chiesa Cattolica Tedesca prevalgono pareri fortemente contrari,

La teologa Uta Ranke-Heinemann parla di "responsabilità vergognose".

Professor Küng, quanto è importante la revoca della scomunica contro i quattro Vescovi?
 

"I significati fondamentali li ha il processo generale in corso.

La questione della revoca della scomunica ai quattro Vescovi sopra citati secondo me, da sola, di per sé non è davvero importante, ma ha un significato e va vista e inquadrata in un contesto generale di restaurazione".

Che significato hanno questo contesto generale e gli ultimi eventi?
 

"Nel contesto generale gli ultimi eventi sono un segno del continuo irrigidimento del Vaticano, la continua marcia indietro, il continuo susseguirsi di un passo indietro dopo l'altro.

Voglio pensare e prendere posizione sugli eventi in questo contesto, sto riflettendo ancora su come farlo".

Quanto è preoccupante e serio questo processo?
 

"È molto preoccupante.

Ma voglio aspettare ancora qualche giorno, farò attendere ancora un po' la mia voce".

Eppure per il caso Williamson fedeli e opinioni pubbliche sono sotto shock, che ne dice?
 

"Williamson è solo un aspetto del contesto generale.

Non l'unico.

Per quanto l'antisemitismo sia ributtante e da respingere, l'insieme dello sviluppo in corso è molto più carico di serie conseguenze.

Stiamo parlando di persone che non hanno ancora sottoscritto la Dichiarazione sulla Libertà di Religione e il Decreto sugli Ebrei (i Documenti Conciliari, ndr)".

Cioè il problema non è solo la polemica Cristiani-Ebrei bensì le idee di fondo della Chiesa sul suo posto nel mondo moderno?
 

"Sì.

La questione è l'insieme del corso che Papa Ratzinger ha fatto imboccare alla Chiesa.

Purtroppo un percorso significativamente all'indietro".

Anche rispetto a Papa Wojtyla?
 

"Sì.

Certo, Papa Wojtyla ha saputo evitare alcuni errori, e sapeva meglio parlare alla gente.

E fu lui a scomunicare i Vescovi di Lefebvre.

Ecco un altro esempio di passo indietro oggi.

In generale, la volontà di riconciliazione con i membri della confraternita è da valutare positivamente.

Ma insisto resta del tutto non chiaro se questi Vescovi riconoscano il Concilio Vaticano II o se rispettino il Decreto sulla Libertà Religiosa".

Il Papa vive davvero nel mondo moderno, capisce i fedeli?
 

"Il Pontefice vive nel suo mondo, si è allontanato dagli uomini, e oltre a grandi processioni e pompose cerimonie, non vede più i problemi dei fedeli - risponde Küng alla TV Svizzera.

Per esempio la morale sessuale, la cura pastorale delle anime, la contraccezione.

La Chiesa è in crisi, io spero che egli lo riconosca.

Sarei felice di passi di riconciliazione specie verso gli ambienti dei fedeli progressisti.

Ma Benedetto non vede che sta alienando se stesso dalla gran parte della Chiesa Cattolica e della Cristianità.

Non vede il mondo reale, vede solo il mondo vaticano".

 

 

 

... per fortuna assiduamente assistito dal suo fedelissimo da sempre Cardinale Tarcisio Bertone!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Hans Küng: Papa Ratzinger riporta la Chiesa al Medioevo" (AGI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica-MicroMega - 15 ottobre 2009

 

 

 

 

Benedetto XVI con il capo coperto dal curioso cosiddetto "camauro", un copricapo di velluto rosso bordato di pelliccia d'ermellino bianco, indossato dai Papi del Settecento: ha deciso infatti di reindossare abiti pontifici alcuni dei quali risalenti addirittura al Rinascimento, tra cui la "mozzetta" di velluto rosso e quella bianca, entrambi bordate di ermellino bianco, il cappello detto "saturno" a tesa larga - anche in questo un Papa in tutti i sensi delle "reintroduzioni" e degli "spolveramenti", in un cammino della Chiesa evidentemente più a ritroso che in avanti.

 

 

Durissimo attacco di Hans Küng a Benedetto XVI, accusato dal teologo voler riportare con la sua politica la Chiesa al Medioevo.

 

 

In un'intervista al settimanale 'Stern' [14-10-2009 - "Die Politik des Vatikan wird ein Fiasko", Nota della Redazione] il teologo svizzero, al quale nel 1979 la Congregazione per la Dottrina delle Fede revocò la "missio canonica", l'autorizzazione all'insegnamento della teologia cattolica, afferma che sulle questioni della fede, il Papa "sulla base della sua fede bavarese" si esprime in modo "sorprendentemente ingenuo, a volte premoderno e populistico".

Küng prosegue nel suo affondo spiegando:

"L'attuale politica del Vaticano è un fiasco.

Il tentativo di costringere la Chiesa a tornare al Medioevo la svuota.

Non si può tornare ai vecchi tempi".

Nel 1966 era stato Küng a chiamare Joseph Ratzinger ad insegnare all'Università di Tubinga e nell'intervista si rammarica che il Pontefice "non ha proseguito sulla via della riforma come ho fatto io.

Adesso non ci troveremmo con questa spaccatura della Chiesa Cattolica dall'alto e dal basso.

Io rappresento quella dal basso, lui quella dall'alto".

Nell'intervista, l'ottantunenne teologo rivendica il diritto per ogni persona di decidere sulla propria morte:

"Non vorrei mancare il momento giusto - spiega - e questo momento dipende dalla mia responsabilità, non da quella della Chiesa, del Papa, di un prete, di un medico o di un giudice".

Küng aggiunge di guardare con serenità alla morte e si dice "curioso di vedere cosa succederà nell'aldilà.

Non credo a queste raffigurazioni semplicistiche del cielo, come quella di sedere su una sedia dorata cantando alleluia".

Kung dichiara di non credere alla resurrezione della carne, anche se in cielo avrebbe voglia di incontrare volentieri qualcuno, "di preferenza Mozart, invece che Willy Brandt".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Quel Papa che pesca nell’acqua di destra" di Hans Küng

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 28 ottobre 2009

 

 

 

 

L'attuale Papa viene apertamente accusato di guardare troppo spesso e volentieri indietro...

 


È una tragedia: dopo le offese già arrecate da Papa Benedetto XVI agli Ebrei e ai Musulmani, ai Protestanti e ai Cattolici Riformisti, ora è la volta della Comunione Anglicana.

Essa conta pur sempre 77 milioni di aderenti ed è la terza Confessione Cristiana, dopo la Chiesa Cattolica Romana e quella Ortodossa.
 


Cosa è successo?

 

Dopo aver reintegrato l’antiriformista Fraternità San Pio X, ora Benedetto XVI vorrebbe rimpolpare le schiere assottigliate dei Cattolici Romani anche con Anglicani simpatizzanti di Roma.
 

I sacerdoti e i Vescovi Anglicani dovrebbero potersi convertire più facilmente alla Chiesa Cattolica, mantenendo il proprio status, anche di sposati.
Tradizionalisti di tutte le Chiese, unitevi - sotto la cupola di San Pietro!

Vedete: il Pescatore di Uomini pesca soprattutto sulla sponda destra del lago.

Ma lì l’acqua è torbida.

Questo Atto Romano rappresenta niente meno che un drastico cambio di rotta: via dalla consolidata strategia ecumenica del dialogo diretto e di una vera riconciliazione.

E verso una pirateria non ecumenica di sacerdoti, cui viene persino risparmiato il medioevale obbligo di celibato, solo per render loro possibile un ritorno a Roma sotto il Primato Papale.

 

Chiaramente l’attuale Arcivescovo di Canterbury, il Dr. Rowan Williams, non era all’altezza della scaltra Diplomazia Vaticana.
Nel suo voler ingraziarsi il Vaticano apparentemente non ha compreso le conseguenze della pesca papale in acque anglicane.

In caso contrario non avrebbe firmato il comunicato minimizzante dell’Arcivescovo Cattolico di Westminster.
 


Le prede nella rete di Roma non capiscono che nella Chiesa Cattolica Romana saranno solo preti di seconda classe, e che alle loro funzioni i Cattolici non possono partecipare?

 

Il comunicato fa sfacciatamente riferimento ai documenti realmente ecumenici della Anglican Roman Catholic International Commission (ARCIC), elaborati in anni e anni di laboriosi negoziati tra il romano Segretariato per l’Unione dei Cristiani e l’anglicana Conferenza di Lambeth: sull’Eucarestia (1971), sull’ufficio e l’ordinazione (1973) nonché sull’autorità nella Chiesa (1976/81).

Gli esperti però sanno che questi tre documenti, a suo tempo sottoscritti da entrambe le parti, non sono mirati alla pirateria, bensì alla riconciliazione.

Questi documenti di vera riconciliazione offrono infatti la base per il riconoscimento delle ordinazioni anglicane, delle quali Papa Leone XII nel 1896 aveva negato la validità con argomentazioni poco convincenti.

 

Dalla validità delle ordinazioni anglicane deriva anche la validità delle celebrazioni eucaristiche anglicane.

Sarebbe così possibile una reciproca ospitalità eucaristica, una intercomunione, un lento processo di unificazione tra Cattolici e Anglicani.
 


Ma la Vaticana Congregazione per la Dottrina della Fede fece all’epoca in modo che questi documenti di riconciliazione sparissero il più rapidamente possibile nelle segrete del Vaticano.

 

"Chiudere nel cassetto", si dice.

"Troppa teologia küngiana", recitava all’epoca un comunicato riservato della agenzia di stampa cattolica KNA ([Katholische Nachrichten-Agentur, Nota della Redazione].

 

In effetti avevo dedicato l’edizione inglese del mio libro "La Chiesa" all’allora Arcivescovo di Canterbury, Dr. Michael Ramsey in data 11 Ottobre 1967, quinto anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano Secondo: nella "umile speranza che nella pagine di questo libro si ponga una base teologica per un accordo tra le Chiese di Roma e Canterbury".

Vi si trova anche la soluzione alla spinosa questione del primato del Papa, che da secoli divide queste due Chiese, ma anche Roma dalle Chiese dell’Est e dalle Chiese Riformiste.

 

Una "ripresa della comunità ecclesiale tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Anglicana sarebbe possibile", se "da un lato alla Chiesa d’Inghilterra fosse garantito di poter mantenere il proprio attuale ordine ecclesiale sotto il Primato di Canterbury e dall’altro la Chiesa d’Inghilterra riconoscesse il Primato Pastorale del soglio di Pietro come istanza superiore di mediazione e conciliazione tra le Chiese".

"Così", speravo io all’epoca, "dall’Impero Romano nascerà un Commonwealth Cattolico!".

 

 

Ma Papa Benedetto vuole assolutamente restaurare l’Impero Romano.

Alla Comunione Anglicana non fa alcuna concessione, intende piuttosto mantenere per sempre il Centralismo Medioevale Romano, anche se impedisce un accordo delle Chiese Cristiane su questioni fondamentali.

 

Il Primato del Papa - dopo Papa Paolo VI bisogna ammetterlo il "grande scoglio" sulla via verso l’unità della Chiesa - non agisce apparentemente come "Pietra dell’Unità".

Torna in auge il vecchio invito al "ritorno a Roma", ora attraverso la conversione soprattutto di sacerdoti, possibilmente in massa.

A Roma si parla di mezzo milione di Anglicani con venti o trenta Vescovi.

E gli altri 76 milioni?

 

Una strategia dimostratasi fallimentare nei secoli passati e che condurrà nel migliore dei casi alla nascita di una minichiesa anglicana "unita" a Roma in forma di Diocesi personali (non territoriali).

All'inizio di pagina

 

Ma quali sono le conseguenze odierne di questa strategia?

1. Ulteriore indebolimento della Chiesa Anglicana

 

In Vaticano gli antiecumenici giubilano per l’afflusso di conservatori, nella Chiesa Anglicana i liberali esultano per l’esodo di disturbatori simpatizzanti cattolici.

Per la Chiesa Anglicana questa scissione implica un’ulteriore corrosione.

Essa soffre già in conseguenza della nomina inutilmente osteggiata di un pastore dichiaratamente omosessuale a Vescovo in USA - effettuata mettendo in conto lo scisma della sua Diocesi e dell’intera Comunità Anglicana.
 

La corrosione è stata rafforzata dall’atteggiamento discordante dei vertici ecclesiastici nei confronti delle coppie omosessuali: alcuni Anglicani accetterebbero senz’altro la registrazione civile con ampie conseguenze giuridiche (tipo diritto di successione) e con eventuale benedizione ecclesiastica, ma non un "matrimonio" (da millenni termine riservato all’unione tra uomo e donna) con diritto di adozione e conseguenze imprevedibili per i figli.


2. Generale disorientamento dei fedeli Anglicani

 

L’esodo dei sacerdoti anglicani e la proposta loro nuova ordinazione nella Chiesa Cattolica Romana solleva per molti fedeli (e Pastori) anglicani un pesante interrogativo: l’ordinazione dei sacerdoti anglicani è valida?

E i fedeli dovrebbero convertirsi alla Chiesa Cattolica assieme al loro Pastore?

Che ne è degli immobili ecclesiastici e degli introiti dei Pastori?


3. Sdegno del clero e del popolo cattolico 

 

L’indignazione per il persistere del no alle riforme si è diffusa anche tra i più fedeli membri della Chiesa.

Dopo il Concilio molte Conferenze Episcopali, innumerevoli pastori e credenti hanno chiesto l’abrogazione del divieto medioevale di matrimonio per i sacerdoti, che sottrae parroci già quasi a metà delle nostre parrocchie.
Ma non fanno che urtare contro il rifiuto caparbio e ostinato di Ratzinger.

 

Ed ora i preti cattolici devono tollerare accanto a sé pastori convertiti sposati?

Cosa devono fare i preti che desiderano il matrimonio, forse farsi prima Anglicani, sposarsi, e poi ripresentarsi?

Come già nello scisma tra Oriente e Occidente (XI sec.), ai tempi della Riforma (XVI sec.) e nel Primo Concilio Vaticano (XIX sec.) la fame di potere di Roma divide la Cristianità e nuoce alla sua Chiesa.

 

Una tragedia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Hans Küng: catechismi e Bibbia non bastano più" di Francesco Comina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 17 ottobre 2009

 

 

 

 

"Molte persone sono in cerca di una fede comprensiva di tutto, di una fede che si combina con un’etica adeguata al Terzo Millennio".

 

 

L’analisi del grande teologo, amico di Benedetto XVI:

“Né la croce nelle scuole, né il radicalismo laicista aiutano la speranza.

Non approvo la restaurazione contro il Concilio Vaticano II.

La Chiesa non può più demonizzare matrimonio dei preti e contraccettivi”.
 

 

Anche per Hans Küng è venuto il momento di raccontarsi.

Superati gli ottant’anni il grande teologo tedesco ha deciso di uscire nella librerie con un testo autobiografico.

Was ich glaube, In che cosa credo (per ora solo in edizione tedesca [pubblicato ora anche in lingua italiana: Hans Küng, "Ciò che credo" - Rizzoli, Nota della Redazione]) è stato presentato per la prima volta in Italia a Brunico in una sala affollatissima.

Intervistato dal missionario altoatesino Sepp Hollweck, il teologo ha voluto ripercorrere i fili di una fede critica liberatrice.
 

Lo incontriamo nell’albergo poco prima della conferenza.

“Scrivo – ci spiega Küng – per tutti quegli uomini che sono in ricerca, che non si sentono soddisfatti dal modo tradizionale di professare la fede sia romana che protestante.

Scrivo per uomini e donne che non si sentono a loro agio in una costosa spiritualità in stile wellness (Wellness-Spiritualität) o in una semplice fede intesa come balsamo per la vita.

Scrivo per chi ha dubbi, ma anche il desiderio di vivere la vita come gioia e come bellezza”.

Hans Küng, perché proprio ora un libro autobiografico?
 

Una delle domande più difficili che spesso mi è stata posta è questa:

“Professor Küng, al di là di tutto in che cosa crede lei?”

Ho pensato fosse giunto il momento di rispondere alla domanda non solo su un piano formale, ma personale.

I capitoli del libro sono il frutto di alcune lezioni che ho tenuto all’Università di Tubinga.

Mille persone hanno letteralmente occupato ogni angolo dell’aula per sentire il racconto di una visione di fede libera, gioiosa, aperta.

 

Non bastano più i catechismi, non sono sufficienti i libri di religione, i corsi di formazione e nemmeno la Bibbia presa soltanto come libro di studio.

Molte persone sono in cerca di una fede comprensiva di tutto, di una fede che si combina con un’etica adeguata al Terzo Millennio.

Lei insiste molto sul dialogo ecumenico e interreligioso, eppure negli ultimi quindici anni si è assistito ad un irrigidimento di posizioni.

 

Lo storico incontro ad Assisi del 1986 quando Papa Wojtyla radunò i rappresentanti delle grandi Religioni dell’umanità, sembra un evento lontano.
Ho protestato fortemente contro la dichiarazione
Dominus Jesus sulla unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa come se l’unica Chiesa perfetta fosse quella Cattolica.

La mia posizione è fortemente critica verso il tentativo di restaurazione in atto, specialmente contro il Concilio Vaticano II.

 

Non si ha come modello Gesù Cristo, ma il Diritto Canonico.

Su tante questioni fondamentali come il ruolo della donna, quello dei laici, il celibato dei preti la Chiesa ha un atteggiamento di difesa dello status quo.

Ogni tanto mi viene da pensare che Gesù avrebbe serie difficoltà a capire l’apparato ecclesiastico di oggi.

Nel libro lei affronta questioni spinose come il rapporto fra il vivere e il morire.
 

Sì, nel capitolo dal titolo Lebenskunst (l’arte della vita) ho affrontato il tema della morte a cui ho dedicato il paragrafo Ars moriendi.

C’è una responsabilità individuale che bisogna tenere presente anche in quella che io chiamo la “dignità del morire”.

 

È una questione delicata perché si intreccia fortemente con un elemento esistenziale, profondo che potremmo sintetizzare con queste domande:

“Come voglio morire io?"

"Come è morto mio fratello?"

Mors certa, hora incerta.

Siamo coscienti che la morte arriverà, ma non sappiamo l’ora.

Su questi temi le ideologie sono perniciose.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che la croce è un simbolo che non si può imporre.

Lei cosa pensa?
 

La croce è essenziale per il Cristiano.

È un messaggio di vita, di speranza, di gioia.

Nella storia però la croce è stata brandita come un’arma, è stata utilizzata come strumento di condanna degli eretici.

Non è sempre stata un segno di benedizione.

 

Capisco che ci siano delle persone che manifestano dubbi o avversioni nei confronti della croce appesa nelle scuole, però non credo che nemmeno il radicalismo laicista sia la soluzione al problema.

 

La Corte Europea non può legiferare su questioni del genere, ma sono gli stati che autonomamente sono chiamati a disciplinare la materia.

Sono uno strenuo difensore della libertà religiosa, ma sono anche convinto che per la maggior parte delle scuole italiane o tedesche la croce non sia un’offesa, semmai è la mancanza di dialogo e di ascolto alla base di molti conflitti.

Papa Benedetto XVI apre i lavori al vertice della FAO sulla sicurezza alimentare.

Un miliardo e 20 milioni di persone sono ridotte alla fame.

Cosa si aspetta che dica il Pontefice?
 

Mi aspetto che dica qualcosa sull’esplosione demografica inaccettabile.

Il problema della fame si combatte con una politica di controllo delle nascite.

La pillola è uno strumento efficace per evitare il collasso della popolazione.

La Chiesa non può più continuare a demonizzare i metodi contraccettivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Trent'anni all'indice" di Andrea Tarquini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 16 dicembre 2009

 

 

 

 

Dopo le promesse di un entusiasmante Concilio Vaticano II colmo di speranza, la delusione, lo sconforto e l'amarezza dell'interdizione vaticana all'insegnamento teologico!

 

 

Intervista ad Hans Küng
 


Sono passati trent'anni, ma il Professor Hans Küng ricorda ancora quel 18 dicembre 1979 in cui la punizione impostagli dal Vaticano lo colpì come un fulmine, segnò la sua vita e il clima nel mondo cattolico.

Lui, considerato allora e oggi forse il più autorevole teologo cattolico critico, fu interdetto dall'insegnamento negli Istituti Superiori legati alla Chiesa.

 

 

Trent'anni dopo, ascoltiamolo confessare le emozioni e i ricordi di allora, e riflettere sulle sfide attuali per il Cattolicesimo.
 

Professore, quali ricordi di quel giorno le sono rimasti più a fondo nella mente, e a che riflessioni la portano?
 

"La revoca della facoltà d'insegnamento ecclesiale, quel 18 dicembre 1979, per me fu una totale sorpresa.

Un attacco-lampo da parte di persone al massimo livello nella Congregazione della Fede
Romana e della Conferenza Episcopale Tedesca.

 

Anche oggi, trent'anni dopo, resta valido quanto dissi già allora: questa azione da Inquisizione era teologicamente infondata, giuridicamente impugnabile e politicamente controproducente.

Quel che venne poi per me, furono i tre mesi più amari della mia vita.

Fu un peso estremo, spirituale quanto fisico.

Il pericolo che si presentò allora e che io affrontai fu di essere completamente emarginato, nella Chiesa come nel mondo universitario, e ridotto alla morte civile del silenzio".
 

Non ci furono spazi o speranze di dialogo e compromesso con la Santa Sede allora, trent'anni fa?
 

"Mi accingo a raccontare tutto al pubblico.

Sta per uscire, anche in Italia, il secondo volume delle mie memorie, Verità disputata.

Narrerò al pubblico quali trame furono tessute allora, e quali persone vi furono coinvolte come parte attiva.

 

Allora, trent'anni fa, non si giocava sul terreno di una possibilità di dialogo serio su una questione così discussa e sofferta nella Chiesa Cattolica quale è la questione dell'infallibilità papale.

No, la situazione cui mi trovai di fronte fu la richiesta di una sottomissione e resa incondizionata al Diktat da Roma".
 

Fu uno choc.

Come ce la fece ad andare avanti?
 

"Ce l'ho fatta a sopravvivere grazie a un vasto appoggio, nel mio circolo di amici e accademico, e a livello mondiale.

La solidarietà con me fu straordinaria, quasi soverchiante.

Mi disse che non avrei dovuto arrendermi, in nessun caso.

Da parte mio ero convinto che le mie posizioni trovavano conferma nel Vangelo.

 

All'Università di Tubinga, la mia posizione fu relativamente tranquilla, garantita.

Affrontai intensi negoziati, dopo quattro mesi riuscii a ottenere un compromesso.

Sarei restato Professore di Teologia Ecumenica con ogni diritto, e il mio Istituto per la Ricerca Ecumenica fu sganciato dalla Facoltà Cattolica di Teologia e posto alle dirette dipendenze del Senat, il collegio di direzione accademica dell'ateneo.

Non è una scusa o discolpa postuma per gli Inquisitori, ma oggi posso dire una cosa importante".
 

Quale?
 

"Che la revoca papale della mia facoltà di docente, paradossalmente, mi ha dato, nel sistema universitario tedesco, una libertà unica di condurre ricerca e insegnare.

Ciò mi ha permesso di portare avanti con energia il dialogo tra le religioni, e anche di varare il progetto Weltethos, la mia fondazione per l'etica mondiale".
 

Con Benedetto XVI lei ebbe un incontro, ci furono speranze di riconciliazione.

Sono poi tramontate, e perché?
 

"Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, fu mio collega come Peritus del Concilio Vaticano Secondo, poi come Professore alla Facoltà di Teologia Cattolica dell'Università di Tubinga.

Gli sarò sempre grato per la sua scelta, dopo un periodo di totale estraniazione tra noi due, di concedermi dopo la sua elezione a Papa un colloquio di ben quattro ore a Castel Gandolfo. Quel colloquio si svolse in uno spirito amichevole, e davvero risvegliò in me la speranza che egli fosse pronto ad azioni sagge e coraggiose.

 

Concordammo, anche con un comunicato ufficiale vaticano, un'intesa su un rapporto costruttivo tra religione e scienze naturali, sul dialogo interreligioso, e sulla necessità di
principi etici comuni, come nella Fondazione per l'Etica Mondiale.

Ma purtroppo adesso Papa Benedetto sembra aver scelto una linea di restaurazione.

Le sue infelici affermazioni sulla Chiesa Evangelica, sull'Ebraismo e sull'Islam, lo indicano chiaramente".
 

Cioè tornano tempi di pericolo?
 

"C'è anche il pericolo che la Chiesa Cattolica diventi luogo di raccolta di correnti arciconservatrici.
Lo vediamo con la decisione di riaccogliere nella Chiesa i Vescovi tradizionalisti, consacrati
illegalmente, e schierati contro il Concilio Vaticano Secondo.

Ma anche con l'offerta agli Anglicani conservatori di tornare nel Castello della Chiesa Cattolica.

 

Eppure non ho abbandonato la mia speranza che Papa Benedetto, anche in Vaticano, prenda atto dell'emergenza della cura pastorale cattolica delle anime, e si decida a necessarie riforme, per aiutare le migliaia di parrocchie in tutto il mondo che non hanno più un parroco.

Ma anche molte altre emergenze nella Chiesa impongono una urgente risposta positiva del Papa".
 

Obbligo del celibato, dogmi, crisi delle vocazioni…

Secondo lei la Chiesa come può restare viva nel mondo d'oggi?
 

"La Chiesa Cattolica si richiama a Gesù Cristo come origine e fondamento.

È da differenziare rispetto al Sistema Romano, che è nato e si è consolidato solo dall'undicesimo secolo.

 

Solo dalla Riforma Gregoriana vigono nella Chiesa Cattolica un centralismo romano imposto, un estremo clericalismo e un obbligo del celibato per tutto il clero.

Non a caso venne nella stessa epoca lo scisma d'Oriente.

Le sorti delle riforme della Chiesa d'Occidente e della riconciliazione con la Chiesa d'Oriente dipendono da una correzione di questo medievale Sistema Romano".
 

Cosa vuol dire oggi, secondo lei, essere Cristiano, e Cattolico?
 

"La misura del nostro essere Cristiani non può essere il Diritto Ecclesiastico Medievale, bensì deve esserlo il Vangelo stesso, secondo le Scritture del Nuovo testamento.

 

Che cosa significhi essere Cristiani, lo scrissi già 35 anni fa, e non ho cambiato idea:

'Seguendo Gesù Cristo

l'uomo nel mondo
oggi può

vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano:

nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte

sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri'.".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Ratzinger reciti il mea culpa sulla pedofilia" di Hans Küng

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica - 18 marzo 2010

 

 

 

 

Benedetto XVI, più che alcun altro nelle Gerarchie Ecclesiastiche, proprio grazie al suo particolarissimo e, dal punto di vista dell'informazione interna, "privilegiato" ruolo di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha da sempre saputo e, anzi, contribuito attivamente e sostanzialmente a nascondere la verità sul mostruoso, già enorme e pur tuttora crescente scandalo degli abusi sessuali del Clero su minori (e non solo!).

 

 

Si è detto che dopo aver ricevuto in udienza l'Arcivescovo Robert Zollisch il Papa era "profondamente scosso" e "sconvolto" per i numerosi casi di abusi.

Dal canto suo, il Presidente [della Conferenza Episcopale Tedesca] ha chiesto perdono alle vittime, citando nuovamente le misure già adottate e quelle previste.

 

Ma nessuno dei due ha risposto a una serie di domande di fondo che non è più possibile eludere.

 

 

Stando ai risultati dell'ultimo sondaggio Emnid, solo il 10% degli interpellati trova soddisfacente l'opera di rielaborazione della Chiesa, mentre per l'86% dei Tedeschi l'atteggiamento degli alti livelli della Gerarchia Ecclesiastica manca di chiarezza.

 

Le loro critiche troveranno peraltro conferma nell'insistenza con cui i Vescovi continuano a negare ogni rapporto tra l'obbligo del celibato e gli abusi commessi sui minori.

Prima domanda

 

Perché il Papa continua, contro la verità storica, a definire il "santo" celibato un "dono prezioso", ignorando il messaggio biblico che consente espressamente il matrimonio a tutti i titolari di cariche ecclesiastiche?

 

Il celibato non è "santo", e non è neppure una grazia, bensì piuttosto una disgrazia, dal momento che esclude dal sacerdozio un gran numero di ottimi candidati, e ha indotto molti preti desiderosi di sposarsia rinunciare alla loro missione.
L'obbligo del celibato non è una verità di fede, ma solo una norma ecclesiastica che risale all'XI secolo, e avrebbe dovuto essere sospesa ovunque in seguito alle obiezioni dei riformatori dal XVI secolo.
 

In nome della verità, il Papa avrebbe dovuto quanto meno promettere un riesame di questa norma, da tempo auspicato dalla grande maggioranza del clero e della popolazione.

Anche personalità come Alois Glück, presidente del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, o Hans-Jochen Jaschke, Vescovo Ausiliare di Amburgo, si sono espressi in favore di un rapporto più sereno con la sessualità e della possibilità di far coesistere fianco a fianco sacerdoti celibi e sposati.

Seconda domanda

 

È possibile che "tutti gli esperti" abbiano escluso l'esistenza di qualsiasi rapporto tra la pedofilia e l'obbligo del celibato sacerdotale, come ha nuovamente asserito l'Arcivescovo Zollitsch?

 

Chi mai può conoscere il parere di "tutti gli esperti"!?

Di fatto si potrebbero citare innumerevoli psicoanalisti e psicoterapeuti che al contrario hanno sottolineato questo rapporto: mentre l'obbligo del celibato impone ai preti di astenersi da qualunque attività sessuale, i loro impulsi sono però virulenti, col rischio che il tabù e l'inibizione sessuale li induca a ricercare una qualche compensazione.

In nome della verità, la correlazione tra l'obbligo del celibato e gli abusi non può essere semplicemente negata, ma va presa invece in seria considerazione.
 

Lo ha ben chiarito ad esempio lo psicoterapeuta americano Richard Sipe, che a questi studi ha dedicato un quarto di secolo (cfr. "Knowledge of sexual activity and abuse within the clerical system of the Roman Catholic Church", 2004): la forma di vita del celibato, e in particolare la socializzazione che la prepara (il più delle volte nei convitti e successivamente nei seminari) può favorire tendenze pedofile.

Richard Sipe ha individuato un tipo di inibizione dello sviluppo psicosessuale più frequente nei celibi che nella media della popolazione; ma spesso la consapevolezza dei deficit dello sviluppo psicologico e delle tendenze sessuali si raggiunge solo dopo l'ordinazione al sacerdozio.

Terza domanda

 

Oltre a chiedere perdono alle vittime, i Vescovi non dovrebbero finalmente riconoscere anche le proprie corresponsabilità?

 

Per decenni, dato il tabù sulla norma del celibato, hanno occultato gli abusi, limitandosi a disporre il trasferimento dei responsabili.

Tutelare i preti era più importante che proteggere bambini.

C'è poi una differenza tra i casi individuali di abusi commessi nelle scuole, al di fuori della Chiesa Cattolica, e gli abusi sistemici, spesso reiterati e frequenti, all'interno stesso della Chiesa Cattolica Romana, in cui vige tuttora una morale sessuale quanto mai rigida e repressiva, che culmina nella norma sul celibato.

 

In nome della verità, anziché porre un ultimatum di 24 ore al Ministro Federale della Giustizia, sopravvalutando peraltro gravemente l'Autorità Ecclesiastica, il Presidente della Conferenza Episcopale avrebbe dovuto finalmente dichiarare con chiarezza che d'ora in poi, in caso di reati di natura penale le Gerarchie della Chiesa non cercheranno più di eludere l'azione giudiziaria dello Stato.

 

O dovremo aspettare che per ricredersi, la Gerarchia sia costretta a pagare risarcimenti dell'ordine di milioni di euro?

Negli USA la Chiesa Cattolica ha dovuto versare a questo titolo, nel 2006, ben 1,3 miliardi di dollari; e in Irlanda, nel 2009, il Governo ha stabilito con gli Ordini Religiosi un accordo - rovinoso per questi ultimi - per un fondo risarcimenti di 2,1 miliardi di euro.

Cifre del genere sono assai più eloquenti dei dati statistici sulle percentuali dei celibi tra gli autori di reati sessuali, citati nel tentativo di sdrammatizzare il dibattito.

Quarta domanda

 

Il Papa Benedetto XVI non dovrebbe assumersi a sua volta le proprie responsabilità, anziché lamentarsi di una campagna che sarebbe in atto contro la sua persona?

 

Nessuno finora, in seno alla Chiesa, si è mai trovato sulla scrivania un così gran numero di denunce di abusi.

 

Vorrei ricordare quanto segue:
 

Per otto anni Docente di Teologia a Regensburg e in stretti rapporti col fratello Georg, Maestro della Cappella del Duomo (Domkapellmeister), Joseph Ratzinger era perfettamente al corrente della situazione dei Domspatzen, i piccoli cantori di Regensburg.

E non si tratta qui dei ceffoni, purtroppo all'ordine del giorno a quei tempi, bensì anche di eventuali reati sessuali.
 

Arcivescovo di Monaco per cinque anni, in un periodo durante il quale un prete, trasferito nel suo Episcopato, perpetrò una serie di ulteriori abusi che oggi sono venuti alla luce.

Anche se Mons. Gerhard Gruber, suo Vicario Generale (oltre che mio ex collega di studi) si è assunta la piena responsabilità di questi episodi, la sua lealtà non poteva bastare a scagionare l'Arcivescovo, responsabile anche sul piano amministrativo.
 

Per 24 anni Joseph Ratzinger è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel cui ambito si prendeva atto dei più gravi reati sessuali commessi dal clero in tutto il mondo, per raccoglierli e trattarli nel più totale segreto ("Secretum pontificium".

Il 18 maggio 2001, con una lettera rivolta a tutti i Vescovi sul tema delle "gravi trasgressioni", Joseph Ratzinger aveva confermato per gli abusi il "Segreto Pontificio", la cui violazione è punita dalla Chiesa).
Papa per cinque anni, non ha cambiato di una virgola questa prassi infausta.
 


In nome della verità Joseph Ratzinger, l'uomo che da decenni è il principale responsabile dell'occultamento di questi abusi a livello mondiale, avrebbe dovuto pronunciare a sua volta un "mea culpa".

 

Così come lo ha fatto il Vescovo di Limburg, Franz Peter Tebartz-van Elst, che in un'allocuzione trasmessa per radio il 14 marzo 2010 si è rivolto a tutti i fedeli in questi termini:

 

"Poiché un'iniquità così atroce non può essere accettata né occultata, abbiamo bisogno di cambiare strada, di invertire la rotta per dare spazio alla verità.
Per convertirci ed espiare, dobbiamo incominciare col riconoscere espressamente le colpe, fare atto di pentimento e manifestarlo, assumerci le responsabilità e aprire così la strada a un nuovo inizio"
.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'inizio di pagina

 

 

 

"Reazioni alla Lettera Pastorale di Benedetto XVI" a cura di Federico La Sala

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ildialogo.org - 21 marzo 2010

 

 

 

 

"Sgomento ... al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo con cui le Autorità della Chiesa ... li hanno affrontati" (!?): sfacciatamente falsa e scoraggiante come dichiarazione di uno dei in primissima persona principali responsabili di tutto questo scandalo - non certo coraggiosa la scelta di scaricare su subordinati le nefande conseguenze delle proprie decisioni sbagliate!

 

 

Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi, invece di dire "abbiamo", "noi", "dobbiamo", "abbiamo", Papa Ratzinger scrive:

"Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti.

Avete perso la stima della gente" (Lettera, pf. 7)!


Una crisi dell'intero ordine sacerdotale e una "Lettera Pastorale" che prende con poco coraggio e molta furbizia (come "tradizione" comanda) le distanze da crimini abnormi e dal lavoro di insabbiamento istituzionale.

 

 

Una breve rassegna stampa sulle reazioni:

Il Papa si sente "tradito".

Ma non si scusa per le violenze.

 

Le Gerarchie Ecclesiastiche approvano, ma le le associazione delle vittime chiedono anche una condanna dell'insabbiamento.

In Germania, nuove accuse a Ratzinger e Zollitsch.

 

Abusi anche in Italia.

Per i preti pedofili saremmo secondi solo al Belgio e all’Irlanda...


 

"Il Papa si sente 'tradito'. Ma non si scusa per le violenze" di Roberto Monteforte
L’Unità - 21 marzo 2010

Presentata ieri la "Lettera Pastorale" di Benedetto XVI alle vittime dei preti pedofili in Irlanda, ai colpevoli e ai loro Vescovi.

Conferma "tolleranza zero" e piena collaborazione della Chiesa con la Magistratura.

La Lettera: I colpevoli rispondano a Dio e ai tribunali.

Padre Lombardi: gesto inusuale

Benedetto XVI incontrerà le vittime: "Nulla cancellerà il vostro dolore"


"Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo con cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati".

 

È con questa presa di posizione, netta e senza equivoci, che Papa Benedetto XVI si rivolge alle vittime di abusi sessuali da parte del clero nella sua "Lettera Apostolica" indirizzata a tutti i Cattolici del Paese cattolico, in primo luogo alle vittime e alle loro famiglie, ma anche ai sacerdoti colpevoli, ai Vescovi, ai giovani, al clero "incolpevole".

 

L’atteso documento è stato ieri presentato dal Direttore della Sala Stampa, Padre Federico Lombardi.

È una lettera indirizzata all’Irlanda, che tiene conto delle specificità di quella situazione, che è solo "un primo passo" di un cammino non semplice di assunzione i responsabilità e di recupero di credibilità di quella Chiesa e di quell’Episcopato, ma che per alcune indicazioni può avere anche un valore più generale.

Soprattutto per l’invito rivolto ai colpevoli.

Collaborare con la giustizia

Chi ha sbagliato deve pagare.

I preti e religiosi colpevoli di abusi sessuali verso giovani devono rispondere dei loro peccati e dei loro crimini, non solo davanti a Dio, ma anche davanti ai "tribunali debitamente costituiti".

 

Per loro Ratzinger ha parole durissime.

"Avete perso la stima della gente d’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli.

Avete violato la santità del Sacerdozio creando grave danno alla Chiesa" scrive, invitandoli ad assumersi la responsabilità dei peccati commessi.

 

Chiede "pentimento sincero" e di render conto delle proprie azioni "senza nascondere nulla".

"Riconoscete apertamente la vostra colpa sottomettendovi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio" è il suo invito.

 

Non è un "mea culpa", ma sicuramente un’esplicita assunzione di responsabilità anche per quei Vescovi e quei "Superiori" che non hanno vigilato abbastanza, che hanno sottovaluto e coperto i responsabili.

"Alcuni di voi e dei vostri precedessori afferma rivolgendosi all’episcopato irlandese avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico circa i crimini di abusi di ragazzi".

 

"Seri errori aggiunge furono commessi nel trattare le accuse".

Vi sono state "mancanze di governo" che hanno seriamente minato la credibilità ed efficacia dell’azione della Chiesa.

 

Nella Lettera non si parla di dimissioni da accogliere.

Ai Vescovi il Papa chiede però di "mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico" e soprattutto "di cooperare con le Autorità civili".

Non vi possono più essere incertezze.

Invita a seguire "un approccio chiaro e coerente" nell’applicare le norme stabilite a tutela dei ragazzi.

Vi saranno "visite apostoliche" nelle Diocesi per fare chiarezza sulle situazioni specifiche.

Il buon nome della Chiesa

Come rimediare?

Il Papa indica dove intervenire e non solo per la Chiesa d’Irlanda.

Oltre alle "procedure inadeguate" nella selezione dei sacerdoti e alla "insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari" aggiunge la "tendenza a favorire il clero e altre figure in autorità" e "una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare scandali" che hanno portato alla "mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità della persona".

 

L’effetto è stato che le conseguenze negative per la Chiesa sono state superiori a secoli di persecuzioni.

Con la sua lettera personale, "gesto inusuale" come ha sottolineato padre Lombardi il Papa intende "contribuire a riparare, risanare, rinnovare" ha espresso la sua vicinanza personale alle vittime che è pronto ad incontrare ad incontrare e ascoltare così come è avvenuto in America, in Australia e anche a Roma.

Qualcuno resterà deluso.

Anche perché restano in ombra le responsabilità antiche e recenti della Santa Sede.

Tutto pare scaricarsi su preti e vescovi.

 

Padre Lombardi ha sottolineato "la coerenza e la chiarezza nell’azione" di Papa Ratzinger anche quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nel "contrastare atteggiamenti di copertura o nascondimento".

La "Lettera", ha chiarito, è un documento pastorale e dunque non si sofferma su provvedimenti amministrativi e giuridici riguardanti eventuali dimissioni di presuli irlandesi.

Sono decisioni che spettano al Papa.

C’è chi assicura che arriveranno a breve.
 



"Abusi anche in Italia, li racconta 'Il peccato nascosto'" di R. M.
L’Unità - 21 marzo 2010

 

Per i preti pedofili saremmo secondi solo al Belgio e all’Irlanda.
Omertà e sottovalutazione hanno nascosto l’ampiezza della pedofilia in canonica anche nel nostro paese.

I casi eclatanti e la denuncia dell’Avvocato Marazzita.

 

Una pubblicazione tempestiva e utile "Il peccato nascosto" (casa editrice Nutrimenti,  pagg. 178).

Soprattutto per il grande pubblico che vuole capire qualcosa in più sullo scandalo dei preti pedofili e soprattutto sui "silenzi della Chiesa", quelli sui quali ieri Benedetto XVI ha avuto parole di inequivocabile condanna.

 

L’autore ha voluto restare anonimo.

Il libro è stato curato dal giornalista Luigi Irdi.

Si parte da ampi stralci dei documenti della commissione d’inchiesta sui casi irlandesi, per poi fornire un quadro delle storie "italiane dimenticate da giornali e TG".

Storie aberranti e drammatiche di pedofilia consumate nelle canoniche.
 


Tutto parte dal dicembre del 2009 quando la Commissione Murphy ha reso pubblico il suo rapporto d’indagine sugli abusi sessuali commessi dai preti della Chiesa irlandese nei confronti di minori: sono stati presi in esame, nella sola diocesi di Dublino, i casi di 46 sacerdoti che, dal 1975 al 2004, hanno fatto 320 vittime.

 

Le conclusioni che gli inquirenti irlandesi traggono sono chiarissime.

Per molti anni l’unica preoccupazione delle Gerarchie Ecclesiastiche chiamate a misurarsi con questo problema è stata quella di tutelare, ben prima delle vittime degli abusi, il buon nome della Chiesa, la sua reputazione.

Il nodo sarebbe il documento De delictis gravioribus, un aggiornamento del Crimen sollicitationis (1962) con le nuove istruzioni rivolte ai preti sui casi di pedofilia nel 2001 dallo stesso Joseph Ratzinger allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

 

Per gli autori il documento forniva un’indicazione molto chiara:

"Le cause di questo genere sono soggette al Segreto Pontificio".

Un’interpretazione sbagliata?

Forse, ma ha giustificato una scarsa collaborazione della Chiesa con la Magistratura.

Anche in Italia.

 

Secondo l’Avvocato Nino Marazzita, Presidente dell’Associazione antipedofilia "La Caramella buona" che ha collaborato alla realizzazione del libro, in Europa per gli abusi di preti pedofili saremmo secondi solo al Belgio e all’Irlanda.

L’avvocato denuncia il clima di omertà, la logica di insabbiamento, ma sarebbero decine i casi affrontati nelle aule di giustizia.

 

Per rompere questo clima "Il peccato nascosto" dà conto di alcuni, emblematici.

Racconta della piccola Alice (nome di fantasia) e di Don Giorgio Carli, a Bolzano, ricorda il caso di Don Piero Gelmini, il "prete antidroga" ed i casi di abuso denunciati all’Istituto Valsalice dei Salesiani a Torino, di Don Mauro Stefanoni a Como e di Don Ruggero Conti a Roma.

Lo fa senza compiacimento.

Sottolineando, però, quanto le coperture della Gerarchia abbiano nuociuto alla verità e alla credibilità della stessa Chiesa.
 



"Io, bimbo violentato arrivai a odiare me stesso" di Colm O’Gorman
L’Unità - 21 marzo 2010


In prima pagina sull’Independent il racconto di una vittima: il Papa si assuma la responsabilità di insabbiamenti e connivenze.

E parli a chi ha perso la fede.

 

Non fu la violenza subita da un prete a 14 anni a mandare in frantumi la mia fede; fu rendermi conto che la Chiesa Cattolica mi aveva volontariamente e consapevolmente abbandonato, fu venire a sapere che avevano ordinato sacerdote il prete che mi aveva abusato pur sapendo che era un pedofilo e che lo lasciavano fare impunemente ignorando le lamentele.

Quindi è difficile non essere cinici riguardo alla lettera pastorale di Benedetto XVI.

Tanto per cominciare la lettera è diretta ai "fedeli d'Irlanda".

 

Il Papa non scriverà a quanti sono scappati o hanno lasciato la Chiesa traumatizzati o furibondi a causa degli atti di depravazione e delle complicità, ma a quanti, malgrado tutto, conservano la fede.
 

So benissimo perché ho perso la fede nella Chiesa Cattolica Romana.

 

Ero un bravo cattolico, nato in una società dove essere irlandese voleva dire essere Cattolico.

Da bambino alla sera mi inginocchiavo insieme alla mia famiglia per recitare il rosario e divenni chierichetto perché da giovane per me aveva un enorme significato servire il Dio di cui parlavano i miei genitori.

La mia fede per me contava molto; era giunta a me dalle generazioni passate e mi dava un forte senso di identità e mi faceva capire quale era il mio posto nel mondo.

La fede era forte abbastanza da non essere spazzata via dall’abuso.

 

Padre Sean Fortune fece leva sulla mia fedeltà per attirarmi nella sua parrocchia di campagna e violentarmi.

Ma la mia fede era talmente forte e la mia necessità di credere nella bontà della Chiesa e dei suoi preti talmente potente mini, introiettando dentro di me l’odio per quel gesto di violenza e lì, nel mio animo, l’odio per decenni mi avvelenò.

Era svanita la fede in me stesso, ma non quella nella Chiesa.

Nel corso degli anni andai a messa la domenica sempre meno, ma continuai a stimare la Chiesa fin quando fui colpito dalla dolorosa consapevolezza di quanto grande era stata la rete di connivenze, silenzi e complicità non solo nel mio caso, ma anche nel caso di molti altri.

Il Vaticano, in primo luogo, non deve mai tentare di dare ad altri la colpa dei fallimenti della Chiesa.

Papa Benedetto XVI non deve dire che le rivelazioni dei reati commessi dai sacerdoti e gli insabbiamenti fanno parte di un complotto mediatico come ha fatto in precedenza.

Non deve cercare di attribuire la responsabilità alla decadenza della società occidentale, alla rivoluzione sessuale, ai gay, alla secolarizzazione o persino al diavolo come hanno affermato nel corso degli anni alti prelati.

Inoltre deve andare ben oltre le espressioni di angoscia e dolore per le rivelazioni degli ultimi anni.

Nella sua qualità di Capo della Congregazione della Dottrina della Fede, è stato responsabile per oltre venti anni della gestione dei casi di abusi sessuali sui bambini.

Il Papa sa, più di chiunque altro, quali sono le dimensioni del problema in seno alla Chiesa Cattolica.

Non deve farci la paternale dicendoci quello che tutti sanno e cioè che gli abusi sessuali nei confronti dei bambini sono "crimini efferati".

Non deve esprimere il suo rammarico per le azioni di alcuni o magari di molti.

Né il Pontefice né l’Istituzione che rappresenta sono mai stati considerati direttamente responsabili delle azioni di singoli sacerdoti.

Il Papa deve porre fine alla negazione e al rifiuto di affrontare in maniera adeguata l’accusa di insabbiamenti e connivenze.

Al cospetto di casi ormai accertati in Irlanda, Stati Uniti, Australia e Canada, che hanno sollevato il tema della corruzione della stessa Istituzione, comportarsi diversamente vorrebbe dire continuare a coprire gli scandali e rifiutarsi di affrontarli.

Si assuma la responsabilità degli insabbiamenti e delle connivenze e chieda scusa.

In quanto Capo Supremo della Chiesa Cattolica, deve usare il suo potere per fare in modo che i bambini siano tutelati in seno alla Chiesa.

Inoltre deve dire con chiarezza che quanti verranno meno al dovere di proteggere i bambini saranno chiamati a risponderne.

Da bambino mi insegnarono l’importanza della verità e della giustizia.

Mi insegnarono che dovevo avere il coraggio di assumermi la responsabilità del male eventualmente fatto ad altri.

Mi insegnarono che il primo passo su questa strada consisteva nel confessare i miei errori.

Non mi aspetto nulla di meno dal Capo della Chiesa che ha predicato a me questi valori.
 


L’autore dell’articolo è promotore di un movimento di tutela delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e ha scritto "Beyond Belief", storia di un bambino che ha fatto causa al Papa.
© The Independent, Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

 


"Delusione in Irlanda: 'Il mea culpa non basta'" di Enrico Franceschini
a Repubblica - 21 marzo 2010
 

Le Gerarchie Ecclesiastiche approvano, ma le associazione delle vittime chiedono anche una condanna dell'insabbiamento


"Profonda delusione" da parte delle associazioni che riuniscono le vittime degli abusi sessuali perpetrati da preti e suore.

Speranza in una svolta che permetta "la rinascita e il rinnovamento" della Chiesa d'Irlanda, da parte delle Autorità Ecclesiastiche di Dublino.

 

Reazioni contrapposte ha dunque suscitato la Lettera Pastorale di Papa Benedetto XVI nell'Isola di Smeraldo, teatro per decenni di stupri, sevizie e violenze ad opera di sacerdoti pedofili e monache perverse.

Le vittime, ma anche molti rappresentanti della popolazione, incluso il maggiore partito irlandese, si aspettavano di più dal Pontefice, volevano un mea culpa più netto, che comprendesse una richiesta di scuse non solo per gli abusi nei confronti di migliaia di bambini ma anche per il cover-up, per l'insabbiamento di cui la Chiesa Irlandese si è resa responsabile, nascondendo i misfatti per proteggere preti e suore dalla giustizia civile.

Il Cardinale Sean Brady, Primate della Chiesa Cattolica in tutta l'Irlanda ha letto la lettera del Papa durante una messa nella cattedrale di San Patrizio a Dublino, esprimendo il suo sostegno alle parole di Benedetto XVI senza fare alcun riferimento alla possibilità di dare le dimissioni per il ruolo che lui stesso ebbe nel non denunciare alla polizia gli abusi sessuali commessi da un noto prete pedofilo negli anni '70.
 

Ben diverse le reazioni delle vittime:

"Sono profondamente delusa", dice Maeve Lewis, Direttrice di One in Four, uno dei gruppi dei superstiti degli abusi e anche lei una ex-vittima.

"Il Papa ha sprecato una grande occasione".

Una delle vittime, Christine Buckley, pure lei delusa, prende lo spunto per rilanciare la polemica sul celibato:

"Il voto di castità ha avuto un peso enorme in questa vicenda", dice.

E chiede che il Papa si rechi in Irlanda "a incontrare le vittime e chiedere loro scusa di persona".
 



"I boy scout hanno un archivio segreto"

La Repubblica - 21 marzo 2010

 

I Boy Scouts d'America, l'associazione a cui fanno capo decine di migliaia di gruppi legati negli USA a varie Chiese, hanno tenuto per anni un archivio segreto circa gli abusi sessuali accaduti all'interno dei loro gruppi.

 

L'archivio è registrato come "perversion files" [documenti delle perversioni, Nota della Redazione].

 

A denunciarlo è un Avvocato americano, Kelly Clark, nel processo in cui difende un uomo di 37 anni che accusa un ex capo scout di averlo molestato sessualmente all'inizio degli anni Ottanta, quando era un ragazzo.




"Messaggio anche per noi" di Andrea Tarquini
La Repubblica - 21 marzo 2010

 

La Germania sotto shock
Nuove accuse a Ratzinger e Zollitsch
 


"Nella Lettera del Pontefice non è spesa neanche una parola sui molti, gravissimi casi di abusi in Germania".

 

Le durissime parole di Christian Weisner, leader e portavoce di "Wir sind Kirche" ("La Chiesa siamo noi", l'Associazione di base dei fedeli) la dicono tutta sulla delusione e sulle ore drammatiche che vivono i Cristiani del Paese natale di Papa Benedetto XVI.

"La lettera è un monito di anche per noi in Germania", afferma il Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, Monsignor Robert Zollitsch.

Ma "La Chiesa siamo noi" accusa Zollitsch stesso di aver insabbiato un caso anni addietro, non denunciando nella sua Diocesi un prete colpevole di abusi.

Zollitsch smentisce di aver insabbiato coscientemente, ma chiede perdono.

 

E Spiegel online lancia altre accuse: l'Episcopato di Essen avrebbe inviato alla Diocesi di Monaco, quando Joseph Ratzinger ne era Vescovo, documenti e avvertimenti chiari sulle tendenze pedofile apparentemente inguaribili di Padre Peter Hullermann, il sacerdote trasferito da là alla Baviera di Ratzinger.

Accuse a cui risponde arriva subito la replica da Oltretevere:

"Il Vaticano non ha mai negato che Ratzinger sapesse del sacerdote pedofilo proveniente da Essen, tanto che lo autorizzò a curarsi ma gli proibì qualunque attività pastorale".

Divieto che però, nota l' Osservatore Romano, dopo la partenza di Ratzinger per Roma venne disatteso.

Per la Germania credente e cattolica, per le Gerarchie Ecclesiastiche Tedesche, per la società e i media, è un giorno "che presenta luci e ombre", riassume Weisner.

Il messaggio papale è importante, dice, e affronta il problema.

Ma non spende una parola sui numerosi, gravissimi casi nella Repubblica Federale.

"Casi che al momento, contando quelli denunciati, sono trecento, ma potrebbero essere venti volte superiori".

E non è finita: il Pontefice non entra nel merito della questione della morale sessuale della Chiesa, e ciò rende ambivalente il documento.

E la Lettera, prosegue il Leader dei Cattolici del Dissenso, non menziona mai le vere cause, che "secondo noi risiedono anche nei dettami cattolici sul sesso e sull'obbligo del celibato per i sacerdoti".

Benedetto XVI, criticano ancora i dissidenti, "sottolinea ancora una volta l'immagine tradizionale del prete, che secondo noi non è adeguata ad affrontare il grave problema degli abusi pedofili negli ambienti cattolici".

Su questo sfondo di delusione emergono le accuse a Monsignor Zollitsch.

Avrebbe trasferito, ma non denunciato, un sacerdote accusato con prove di aver abusato di almeno 17 minori nella sua diocesi.

Zollitsch ha negato con forza di aver insabbiato volutamente il caso, allora.

Ma chiedendo perdono, ha ammesso che oggi si sarebbe comportato diversamente, "cercando e ascoltando vittime e testimoni in maniera più coerente e con maggior vigore".
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Hans Küng, celibato dei preti, Chiesa, pedofilia e sessualità" di Gigi Cortesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLIS ETHOS LOGOS - 22 marzo 2010

 

 

 

 

"Non sta alla CEI [Conferenza Episcopale Italiana!, Nota della Redazione] monitorare il problema:              il fenomeno pedofilia all'interno della Chiesa è talmente minoritario che non merita attenzione specifica più di quanto non vada riservata ad altre categorie sociali"...

Monsignor Giuseppe Betori, Segretario Generale dell'Episcopato.

 

 

Rispondo a un amico che mi invia la seguente domanda:

"Un articolo del teologo tedesco dissidente, Hans Küng, pubblicato su La Repubblica (pag. 1 del 18 marzo 2010), invita a riflettere sulla relazione possibile, alquanto sottovalutata, e sdegnosamente rifiutata dalla Chiesa, tra condizione del celibato e pulsioni sessuali dei sacerdoti che potrebbero finire per sfociare nella pedoflia.

 

È  possibile postulare, in termini psicologici, che possa esistere un rapporto di causa ed effetto di questo tipo, dove la causa è il celibato dei preti cattolici reso obbligatorio e l’effetto è lo scatenarsi di abusi sessuali sui minori?".
 


Prima di rispondere rammento che già questo blog ha avuto occasione di parlare di Chiesa e pedofilia.

Rinvio al proposito ai due post 2009/07/29 – Monumento del governo irlandese, pedofilia dei preti, Agostino Vallini e denuncia di "Avvenire" contro Berlusconi e 2009/11/27 – Anche per la pedofilia, come al solito il Vaticano tace.

Rispondo ora al mio amico:

a) con una premessa filosofica, teologica e psicologica;

b) con considerazioni cliniche legate alla mio professione di psicologo psicoterapeuta.
 


Premessa filosofica, teologica e psicologica

Sia l’uomo che Dio sono relazione.

A suggerirlo, sono da un lato il sapere naturale, dall’altro quello sovrannaturale.

Per sapere naturale intendo
ogni discorso che dica a partire dall’uomo e soltanto dall’uomo.

Per sapere sovrannaturale intendo
ogni discorso che dica a partire dalla Rivelazione o, comunque, da un dato assunto come non falsificabile, proprio perché attribuito a Dio (e, in quanto tale, non verificabile né falsificabile scientificamente) e/o direttamente alla sua ispirazione.

Il sapere naturale, in tutti i propri maggiori registri – da quello più propriamente espressivo (in particolare la letteratura, l’arte, il dirsi storico, l’esprimersi antropologico-culturale) a quello più propriamente riflesso o teoretico (le scienze, la filosofia, l’ermeneutica) – giunge sempre più decisamente a cogliere nella relazione inter-umana il senso dell’umano (o, all’estremo opposto, il suo disperante e spaesante non senso; ma – come ben sanno i logici – ogni negazione presuppone l’affermazione che sta negando).

 

In particolare, in filosofia, il pensiero fenomenologico, da Husserl a Sartre, a Heidegger, senza per altro dimenticare riflessioni quali quella di Martin Buber, ci ha detto dell’uomo come in-tenzione dell’essere e nell’essere e come relazione; in psicologia poi, soprattutto l’approccio sistemico-relazionale ci ha detto della relazione come dell’evento decisivo per l’attivazione, costituzione e strutturazione dell’universo psichico, al punto che la funzionalità o meno del sistema relazionale di riferimento decide della salute o della patologia degli individui.

Il sapere sovrannaturale, in particolare quello ebraico-cristiano derivante dalla Rivelazione biblico-evangelica, ci dice che Dio e l’uomo sono, ciascuno a modo proprio, relazione.

 

Quanto a Dio, la Rivelazione ci parla di Lui come di una Trinità di persone tra loro relazionate in modo talmente perfetto che il loro essere coincide con il loro stesso relazionarsi:

il Figlio difatti è l’essere stesso del Padre nel relazionarsi con la propria divinità (relazione di “filiazione”);

lo Spirito Santo è l’essere stesso del relazionarsi tra loro del Padre e del Figlio (relazione di “spirazione”).

 

Quanto all’uomo, in Genesi, 1, 27 e in tutto Genesi, 2, la Rivelazione dice dell’uomo come sostanziale relazione tra maschio e femmina: dunque non c’è uomo se non nella relazione tra le due diversità umane [vedi nota 1], come non c’è Dio se non nella relazione tra le tre diversità divine.

Genesi, 2 inoltre parla del
"peccato originale" come di un evento della coppia umana, lo descrive come dinamica della coppia umana, per cui è facilmente presumibile che anche la salvezza non possa prescindere dalla coppia umana come tale.

 

La teologia e la dottrina poi del Sacramento del Matrimonio suggeriscono notazioni formidabili:

 

a) ponendo come "Ministri" di questo Sacramento gli sposi stessi, dice della relazione

tra gli sposi come "segno visibile ed efficace della Grazia", cioè come eucarestia del divino, senza alcuna altra mediazione ministeriale che non sia quella degli sposi stessi nel loro relazionarsi;

 

b) questa unicità e questo privilegio sono propri non del sacerdozio ministeriale, ma

direttamente di quello "regale", di fatto affermando che – nel e con il Sacramento del Matrimonio – il sacerdozio "regale" ha e trova "ministerialità" soltanto in sé stesso.


Pensando a tutto questo, mi pare inconcepibile pensare all'uomo prescindendo dalla relazione tra maschio e femmina.

Sarebbe un'assurdità pari a quella che pretenda di dire di Dio prescindendo dalla Trinità.

Del resto Gesù prese come apostolo e "pietra" della propria chiesa
Pietro, sposato e con tanto di suocera, che Gesù non mancò di guarirgli.

Non penso sia certo un caso che la Bibbia in Genesi, 1, 27 dica della relazione tra le due diversità umane (il maschio e la femmina) come dell’immagine di Dio, che – come si è detto – è relazione tra le tre entità relazionali divine.

 

Penso perciò che l’imitazione di Cristo non possa, limitarsi alla imitazione di alcuni suoi comportamenti, ma vada ripensata molto profondamente sulla base di considerazioni di natura relazionale, non dimenticando che nell’unica persona di Gesù sono presenti sia la natura umana sia quella divina, con una tale complessità relazionale, che forse sia la teologia, sia l’ermeneutica, sia il Magistero della Chiesa non hanno ancora saputo adeguatamente nè affrontare, né approfondire.
 


Considerazioni su base clinica

Da psicologo clinico poi mi pare assurdo che si possa pensare che nella loro giovinezza un maschio o una femmina decidano – in piena, evoluta, adeguata consapevolezza – di rinunciare alla propria identificazione primaria [vedi nota 2], quella che unisce tra loro maschio e femmina in una relazione in-tenzionalmente piena, assoluta, spregiudicata e, nella propria spregiudicatezza, pura [vedi nota 3].

L’esperienza clinica poi mi dà ogni giorno di più conferme in proposito.

 

Quando, direttamente o attraverso le loro famiglie d’origine, ho avuto in terapia consacrati legati al voto di celibato o nubilato, ho sempre constatato la presenza di gravi e patogene disfunzioni relazionali, sfociate – all’interno del sistema familiare o direttamente sul consacrato – in gravi patologie psicotiche e/o borderline e/o nevrotiche.

 

Queste famiglie presentano rigidità di sistema particolarmente gravi e patogene; inoltre, di solito, utilizzano in misura più o meno massiccia e pervasiva il riferimento alla fede (pensano alla propria sanità psichica come "provata" proprio dalla presenza in famiglia della persona consacrata) come alibi difensivo e mitico che impedisce ancora di più l’ingaggio e/o il pieno impegno terapeutici.
 


In particolare, da un punto di vista relazionale, queste famiglie presentano dinamiche incestuose coperte, rimosse o negate (e di solito la prima e più pesante copertura o rimozione o negazione è proprio giocata sulla convinzione che la presenza di uno o più consacrati in famiglia sia la prova che tutto vada bene, che "Dio ci è vicino", che "siamo proprio una famiglia sana"): spesso in queste famiglie la madre o la sorella fanno da perpetua al figlio (soprattutto il primogenito) o al fratello, con una devozione e una dedizione di solito tanto idealizzate quanto ambivalenti, tali in ogni caso da coprire o rimuovere o negare la reale presenza di dinamiche incestuose.

 

Il fatto che si tratti di dinamiche incestuose psicologiche e non fisicamente consumate, non toglie molto alla loro rilevanza relazionale; semmai ne favorisce la copertura, rimozione o negazione difensive.
 


Ho trovato parecchi casi nei quali il Sacerdozio del figlio copriva, rimuoveva o negava la presenza di gravi disfunzioni nella relazione della coppia genitoriale.

Spesso, poi, il figlio sacerdote ha come proprio padre relazionale non il padre naturale, bensì il prete del quale la madre era, per lo più inconsciamente, innamorata, non importa che fosse il parroco del paese le cui prediche ascoltava rapita o il proprio fratello sacerdote al quale era legata da dinamica tanto ambivalente, quanto inconsciamente incestuosa.
 


In famiglie tanto problematiche, come può il figlio accedere a una evoluzione edipica adeguata?

Come può accedere a una sessualità corretta e adeguatamente evoluta, tale da portarlo a un equilibrato rapporto con l’alterità sessuale e con la propria identita sessuale?

 

Non può allora stupire che il Sacerdozio di frequente possa finire con l’essere la strategia difensiva, che copre, rimuove o nega la presenza di sessualità preedipiche, infantili, fortemente connotate da dinamiche proiettive, che possono anche facilmente portare alla pedofilia.

 

Che poi individui, figli di famiglie con siffatte dinamiche, si ritrovino tra loro in gran numero in strutture esclusive e protette quali i seminari, non può non favorire la copertura, rimozione e negazione delle dinamiche in atto.
 


Se è vero, come purtroppo è vero, che
spesso le madri di queste famiglie sono donne bloccate o perfino mortificate nella propria femminilità e nella espressione della propria sessualità, come si può pensare che sappiano davvero dare al padre e al mondo il loro figlio, che di solito è l’unico maschio con il quale abbiano la possibilità di relazionarsi?

 

Ne deriva che, allora, il suo sacerdozio può essere il modo per mezzo del quale queste donne, di solito sposate con uomini spesso del tutto evanescenti, trattengono a sé il figlio, possedendolo per sempre, impedendone il parto effettivo.

Dandolo "a Dio e alla Chiesa", in realtà, lo tengono solo per sé, impedendogli il reale accesso alla donna, a sé stesso e al mondo.

Per quanto inconscia e idealizzata possa essere la loro azione, in realtà vivono una maternità intransitiva, oggettivamente violenta, di cui il figlio è prima di tutto vittima.

 

Tutto questo carico di violenza subìta, che si trova ad avere in sé, di solito porta, a propria volta, il figlio a espressioni di tanto coperta quanto oggettiva ed effettiva violenza, spesso identificata in comportamenti sessuali di abuso su donne molto deboli o su bambini, comportamenti resi spesso possibili proprio sfruttando lo status e il potere religiosi.
 


Che l’obbligo del
celibato ai preti possa essere, nella propria origine risalente all’ XI secolo (in un’epoca altamente critica, di tumultuosa "rinascita" demografica, sociale, politica, culturale), un dato di necessità storica dovuto alla più o meno urgente e corretta necessità di garantire una permanenza non ereditaria del potere sia politico che religioso, può essere.

 

Ma di qui ad affermare che il celibato dei sacerdoti possa essere un valore e un bene assoluti, ce ne passa, e parecchio.

Soprattutto oggi, in cui maschile e femminile possono e devono sempre più e sempre meglio relazionarsi tra loro, per potersi sempre più e sempre meglio identificare, così da aprire il mondo a una umanità sempre più e sempre meglio felice.

Proprio nella speranza di questa apertura, ho scritto il mio libro "La tenerezza dell’eros".

 

 

Note

 

  1) Nel mio libro "La tenerezza dell’eros" ho precisato come, a mio avviso, il maschio la femmina vadano intesi

come entità relazionali in senso pieno, cioè non come diversità pre-definite rispetto al proprio relazionarsi, ma come diversità che unicamente nel reciproco relazionarsi si definiscono, differenziandosi e al tempo stesso identificandosi.

Al contesto della nota

 

  2) Come ho precisato ne "La tenerezza dell’eros", per "identificazione primaria" intendo quella senza della quale

non è possibile ogni altra autentica identificazione.

Al contesto della nota

 

  3) Per quanto riguarda le cosiddette "vocazioni adulte", che – a quanto mi si dice – sono oggi in aumento, il  

discorso esigerebbe una scansione ancora più mirata sulle storie individuali, così da potere verificare caso per caso l’applicabilità o meno di quanto vengo qui dicendo.

Al contesto della nota

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Il segreto di Ratzinger" di Enzo Mazzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Manifesto - 26 marzo 2010

 

 

 

 

L'attuale Papa ha sicuramente molto su cui riflettere e molto di cui chiedere pubblicamente perdono a Dio e agli uomini.

 

 

Questo stillicidio di scandali riguardanti la pedofilia del Clero, che dilaga senza sosta e coinvolge con un crescendo impressionante gli stessi massimi Vertici Vaticani, è esiziale per la Chiesa tutta.

 

È di ieri la notizia rivelata dal New York Times che lo stesso Benedetto XVI, quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e il Cardinal Bertone, occultarono gli abusi di un prete americano, il reverendo Lawrence C. Murphy, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi di una scuola del Wisconsin dove aveva lavorato dal 1950 al 1974.

 

Il prestigioso giornale statunitense lo scrive sulla base di alcuni documenti ecclesiastici di cui sarebbe venuto in possesso.
 

 

La richiesta che sale dal basso ma è condivisa da settori non marginali della stessa Gerarchia è che finalmente si faccia piena luce, a qualsiasi costo.
 

Molti ormai fanno riferimento alla "Epistola de Delictis Gravioribus" (Lettera sui delitti più gravi) inviata il 18 maggio 2001 a tutti i Vescovi della terra con cui il Cardinale Ratzinger blindava gli abusi sessuali del clero imponendo il "Secretum Pontificium" (segreto papale) e vincolando così al centro vaticano la competenza di tutti i reati sessuali ad opera dei religiosi di ogni parte del il mondo.
 

La definizione di "Segreto Pontificio" è stata firmata nel 1974 dall'allora Segretario di Stato, Cardinale Jean Villot, dopo un'opportuna direttiva ricevuta dalla viva voce di Papa Paolo VI.

 

Il testo sottolinea che è assolutamente escluso che un argomento sottoposto a Segreto Pontificio possa essere portato a conoscenza di "estranei" cioè, per esempio, di Polizia, Carabinieri e Magistrati o degli stessi genitori delle vittime dei casi di pedofilia del Clero.

 

L'articolo 3 della direttiva dice che:

"chi è tenuto al Segreto Pontificio ha sempre l'obbligo grave di rispettarlo e chi non lo fa rischia delle sanzioni vere e proprie".

 

È proprio l'imposizione del "Segreto Pontificio" che il teologo tedesco Hans Küng ha rinfacciato al Papa.

 


La Lettera di Benedetto XVI alla Chiesa Irlandese invita a denunciare i casi di pedofilia, ma non dice una parola su questa secretazione.

 

Non ne parla perché dovrebbe ammettere di essere lui stesso corresponsabile della copertura degli abusi.

 

Ma così facendo impedisce che si faccia piena luce e mette la Chiesa in una situazione di estrema debolezza di fronte alla spregiudicatezza dei media.

 

È inutile che l'Osservatore Romano accusi i giornali di pescare nel torbido, dichiarando ad esempio che la ricostruzione della vicenda fatta dal quotidiano americano è "funzionale all'evidente e ignobile intento di arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori".

 

È inutile che padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa Vaticana si affanni a dichiarare che "le norme della Chiesa non hanno mai proibito la denuncia degli abusi sui minori alle autorità giudiziarie".

 

I fatti stanno lì a dimostrare il contrario.

 

E allora che si dica tutto.

Le vittime lo stanno chiedendo con forza.

Non si può aspettare.
 

E la luce piena senza se e senza ma è solo il primo passo.

Perché la trasparenza metterà in evidenza le gravi distorsioni del Sistema-Chiesa, le quali sono all'origine degli stessi scandali della pedofilia e non solo di quelli.
 

E diciamo la parola indicibile: c'è bisogno finalmente di democrazia nella Chiesa Cattolica.

Chiamiamola pure con altri nomi di sapore ecclesiastico come "sinodalità" o "conciliarità".

In sostanza c'è bisogno di attuare nella pratica la "rivoluzione copernicana" che il Concilio indicò come principio: non più al centro la Gerarchia, ma il "Popolo di Dio".
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Chiesa e pedofilia - l’omertà imposta da Ratzinger"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica-MicroMega - 28 marzo 2010

 

 

 

 

 

Il teologo Hans Küng in un suo recente intervento sul quotidiano la Repubblica ha accusato esplicitamente Papa Ratzinger di avere imposto il silenzio sul dilagare della pedofilia nel clero cattolico e ha citato a questo proposito un ben preciso documento firmato nel 2001 dal Pontefice.

 

È lo stesso documento che in Germania ha fatto pubblicamente infuriare il Ministro degli Interni.

Hans Küng ha specificato che sui casi di pedofilia Ratzinger ha imposto il "Segreto Pontificio", che però nessuno sa cosa sia.

 

Eppure sia l’intero testo del documento firmato dall’attuale Papa e sia il testo della definizione vaticana di cosa sia il "Segreto Pontificio" sono stampati e ben commentati nell’appendice del libro "Emanuela Orlandi – La Verità: dai Lupi Grigi alla banda della Magliana", edito nel 2008 da Baldini-Castoldi-Dalai e scritto dal giornalista Pino Nicotri.

Il quale per giunta ne aveva già ampiamente parlato nel suo blog [ArruotaLibera, Nota della Redazione] www.pinonicotri.it e prima ancora sul blog che aveva sul sito del settimanale L’espresso.

 

Stranamente però i mass media hanno continuato a far finta di niente nonostante la frequente riproposizione dei due documenti sul blog di Nicotri man mano che esplodeva il nuovo scandalo della pedofilia nel clero in Irlanda e in Germania, e nonostante le molte interviste date a radio e tv non solo private.
 

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo quindi l’intera appendice del suo libro dedicata appunto alle responsabilità di Papa Ratzinger in questo brutto argomento e al cosa sia esattamente il misterioso "Segreto Pontificio".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'allora Cardinale Joseph Ratzinger, per quasi un quarto di secolo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, già "Santa (!) Inquisizione" e poi "Sant’Uffizio", dove, su sua diretta istruzione, i più gravi reati sessuali del Clero di tutto il mondo vengono ancora raccolti e trattati nel più totale, illegale ed omertoso segreto...

 

 

"Il muro del 'Segreto Pontificio': silenzio obbligatorio sui religiosi pedofili e/o adescatori in confessionale" di Pino Nicotri


Il silenzio e l’omertà della Segreteria di Stato del Vaticano possono sorprendere, ma se ne comprende meglio l’origine e il motivo se si è a conoscenza del fatto che in tutto il mondo i religiosi di professione hanno l’obbligo del "Segreto Pontificio" per tutto ciò che riguarda gli atti sessuali con maggiorenni adescati durante il sacramento della confessione o ai danni di minori comunque adescati e abusati.

 

Si tratta di un ordine aggiornato nel 2001 per volontà proprio di Wojtyla e a firma degli allora Monsignori Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone.

 

Nel caso Emanuela sia stata vittima di abusi sessuali, l’obbligo di preti, sacerdoti, monaci e monache dentro e fuori il Vaticano era tenere la bocca cucita, quali che fossero le conseguenze degli ipotetici abusi.

 

Vediamo meglio questa scivolosa faccenda raccontando qualche caso realmente accaduto e vedendo come lo stesso confessionale oggi diffuso in tutte le chiese è nato proprio per tentare di arginare gli abusi sessuali dei religiosi, da sempre fin troppo in voga.
 


Al tempo del caso Orlandi il Segretario dell’Anticamera del Papa era una persona molto particolare: il già allora noto pedofilo Monsignor Julius Paetz, polacco come Wojtyla.

Dopo qualche tempo è stato promosso Arcivescovo di Poznan e in tale veste spedito in Polonia.

 

Nonostante l’accumularsi di denunce – almeno 14 – per abusi sessuali ai danni di giovani seminaristi, il pedofilo Paetz stava per essere elevato, sempre da Wojtyla, alla prestigiosa carica di Primate della Polonia quando il Governo Polacco ha deciso di rompere gli indugi ed uscire allo scoperto per evitare l’insulto e l’infamia di una tale promozione.

Minacciando pubblicamente di cacciare l’Arcivescovo dal Paese, Varsavia il 28 marzo 2002 riusciva a ottenerne le dimissioni.

 

Insomma Paetz, accolto di nuovo in Vaticano e questa volta come un perseguitato – nella cattolicissima Polonia! – e un eroe era un accanito pedofilo.

Così come Emanuela Orlandi era una bella minorenne.

 

Essendo lei di sesso femminile, non è detto che Paetz volesse aggiungerla al suo carnet, ma alla luce dei molti scandali di sacerdoti stupratori di minorenni di entrambi i sessi non è una ipotesi da escludere a priori.

 

 

Per esempio, la settimana della Pasqua del 2006 è esploso in Italia lo scandalo di un parroco fiorentino, Don Lelio Cantini, che per l’appunto collezionava da decenni violenze sessuali ai danni di bambini e bambine.

Una ventina di vittime di Cantini, ormai adulte, si sono rivolte con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia locale esposti e memoriali sulle violenze sessuali subite quando erano bambini dal sacerdote titolare della parrocchia Regina della Pace.

 

A furia di insistere, hanno ottenuto qualche incontro prima con l’Arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con il suo successore Arcivescovo Ennio Antonelli oltre che nel frattempo con l’Ausiliare Claudio Maniago.

 

Tutto quello che sono riusciti però a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa Diocesi a far data dal settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti.

 

Il trasferimento è stato motivato ufficialmente "per motivi di salute", vale a dire senza che il parroco pluristupratore di lungo corso venisse né denunciato alla Magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione "a divinis".
 


Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al Papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le venti vittime che avevano iniziato a protestare.

 

“Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al Papa il 13 ottobre 2006 con una nuova missiva, nella quale a proposito dell’ex parroco parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane”.

 

I dieci lamentano anche come a quasi due anni dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né "una decisa presa di distanza" dai personaggi della curia resi edotti della vicenda né "una scusa ufficiale" e neppure "un atto riparatore autorevole e credibile".
 


Alla loro missiva ha risposto il Cardinale Camillo Ruini, all’epoca numero uno della Conferenza Episcopale Italiana, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità.

 

Il famoso Cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato Italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la Diocesi e per augurare che il trasferimento "infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti".

 

Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove.

 

Come a dire che i parenti delle vittime della strage di Piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, "serenità" tra i superstiti e i parenti delle vittime.

 

Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi nei loro territori, da Mai Lay al Cermis, da Abu Ghraib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli USA anziché stendere il velo omertoso del segreto li processano pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.
 


Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché – per quanto possa parere incredibile – a voler imporre il silenzio, anzi il "Segreto Pontificio" sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale Papa, Ratzinger.

 

Con una ben precisa circolare inviata ai Vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora Capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la Santa (!) Inquisizione e poi il Sant’Uffizio, non solo imponeva il segreto su questi poco commendevoli argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il Papa di allora in persona.

 

Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto "Santo Subito", in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori.

Compresi quello di accreditare senza motivo alcuno il "rapimento" di Emanuela Orlandi.
 


Da notare che per quell’ordine scritto, diramato a tutti i Vescovi assieme all’allora suo Vice, Cardinale Tarcisio Bertone (scelto dal Papa Tedesco come nuovo Segretario di Stato), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas.

 

Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della Diocesi di Galveston Houston, Arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale Pontefice.

 

Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori.

 

Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa sia dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari con una marea di risarcimenti) che di quelli pedofili in altre parti del mondo.

 

Un Porporato che si è visto denunciare un folto gruppo di preti dalle loro vittime, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.
 


A muovere l’
accusa contro l’attuale Pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston.

 

E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato Papa.

 

Nel settembre 2005 infatti il Ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora Segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al Papa, in quanto Capo dello Stato Pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i Capi di Stato.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Cardinale Tarcisio Bertone, allora Vice del Prefetto Ratzinger in qualità di Arcivescovo Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, esperto di Diritto Canonico (!) e specialmente in tale materia da sempre stretto collaboratore di Ratzinger, già assistente di Ratzinger nelle trattative per la riammissione di Monsignor Marcel Lefebvre (!), già Rettore Magnifico dell'Università Pontificia Salesiana, già Presidente della Commissione Ecclesiale Giustizia e Pace, già corresponsabile insieme all'Arcivescovo di Milwaukee, USA, della decisone di lasciare l'abito talare a Padre Murphy, prete pedofilo reo confesso dell'abuso sessuale di circa 200 minori in confessionali e dormitori, in "the hope that the Church will be spared any undue publicity from this matter" - nella "speranza che alla Chiesa venga evitata eccessiva pubblicità riguardo a questo caso" (!), dal 2006 per volontà di Ratzinger, ora Benedetto XVI, Cardinale Segretario di Stato Vaticano e Camerlengo di Santa Romana Chiesa,  oggi dimissionario rigettato da un Papa che non vuole rinunciare alla sua "preziosa collaborazione" in quel tandem Ratzinger-Bertone così "vincente" già alla guida dell'ex Santa Inquisizione - ex Sant'Uffizio sotto Giovanni Paolo II!

 

 

Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

 


"LETTERA

inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi di tutta la Chiesa Cattolica

e agli altri ordinari e prelati interessati, circa

I DELITTI PIÙ GRAVI

riservati alla medesima Congregazione per la Dottrina della Fede,

18 maggio 2001
 

 

Per l’applicazione della Legge Ecclesiastica, che all’Art. 52 della Costituzione Apostolica sulla Curia Romana dice: “[La Congregazione per la Dottrina della Fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, con gli Articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
 

Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la Dottrina della Fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di Diritto Canonico sia del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema Sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi Codici Canonici.
 

Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i Padri della Congregazione per la Dottrina della Fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al Sommo Pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale Apostolico.

Tutte queste cose sono state dal Sommo Pontefice approvate, confermate e promulgate con la Lettera Apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
 

 

I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, sono:
 

 

- I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio

dell’eucaristia, cioè:

 

1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle

specie consacrate;

 

2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della

medesima;

 

3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di

comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;

 

4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella

celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
 

 

- Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:


1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del

Decalogo;

 

la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, 

al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso [nel Catechismo secondo il Concilio di Trento - nel 1545, cosiddetto "Concilio Tridentino", di una Chiesa Cattolica Romana da secoli ormai sulla difensiva, più re-attiva che pro-attiva, più aggrappata al potere che ancorata nel Vangelo, in cui viene definita la Riforma della Chiesa o "Controriforma" e la reazione appunto alle Dottrine del Calvinismo e Luteranesimo, cioè la Riforma Protestante - il sesto comandamente è "Non commettere atti impuri", Nota della Redazione];

 

3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
 

 

- Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del

Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
 

 

Al Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
 

Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale.

Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al Supremo Tribunale della medesima Congregazione.
 

Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede si estingue per prescrizione in dieci anni.

La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
 

Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti.

Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
 

Tutti i tribunali della Chiesa Latina e delle Chiese Orientali Cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e da applicare in tutto.
 

Le cause di questo genere sono soggette al Segreto Pontificio.
 

 

Con la presente lettera, inviata per mandato del Sommo Pontefice a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica, ai Superiori Generali degli Istituti Religiosi clericali di diritto pontificio e delle Società di Vita Apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.
 


Roma,

dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede,

18 maggio 2001.
 

Joseph Card. Ratzinger, Prefetto.
Tarcisio Bertone, SDB, Arc. Em. di Vercelli, Segretario."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come avrete notato, lo scippo della pedofilia alla Magistratura Civile e Penale di tutti gli Stati dove viene consumata è nascosto tra molte parole che parlano di tutt’altro.

 

E il ruolo “giudiziario”, cioè di fatto omertoso, della Congregazione ex Sant’Ufficio è comunque confermato in pieno dalla vicenda fiorentina.

 

A difendere i fedeli violati sono scesi in campo anche i locali preti ordinari e a causa delle loro insistenze il Cardinale Antonelli il 17 gennaio ha scritto alle vittime di Cantini che al termine di un "processo penale amministrativo" tutto interno alla Curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex parroco "non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna".

 

Tutto qui!

Di denuncia alla Magistratura, neppure l’ombra, e del resto il "Segreto Pontificio" non lascia scampo.

 

Per uno che per anni e anni se l’è fatta da padrone anche con il sesso di ragazzine di soli 10 anni - e di 17 le più "vecchie" – senza neppure scomodarsi con un viaggio nella Thailandia paradiso dei pedofili, si tratta di una pena piuttosto leggerina….

Da far felice qualunque pedofilo incallito!

 

Quanto alle vittime, Antonelli ha anticipato l’ineffabile Ruini: visto che "il male una volta compiuto non può essere annullato", il Cardinale invita le pecorelle struprate a "rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti", e a invocare da Dio "la guarigione della memoria".
 


Ma a guarire, anche dai troppi condizionamenti opportunistici della memoria, deve essere semmai il Vaticano.

 

E infatti i fedeli fiorentini, che hanno letto la missiva del Cardinale con "stupore e dolore", hanno deciso di non fermarsi.

Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, "nulla è più escluso".

 

I preti schierati dalla loro parte chiedono al Papa – nella lettera inviata tramite la Segreteria di Stato oggi retta proprio da Bertone! - "un processo penale giudiziario", che convochi testimoni e protagonisti, e applichi "tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico".

 

Chiedono inoltre che Cantini, colpevole di avere rovinato non poche vite, sia "privato dello stato clericale" anche "a tutela delle persone che continuano a seguirlo".

Però, come avrete notato, neppure i buoni preti fiorentini si sognano di fare intervenire la Magistratura dello Stato Italiano.

 

I panni sporchi si lavano in famiglia…

Che è il modo migliore di continuare a non lavarli.

Come per la scomparsa di Emanuela Orlandi.
 


Poiché però ai fedeli
pesa sempre molto "creare scandalo alla Chiesa", scusa con la quale si è sempre evitato che certe cose si venissero a sapere, i fiorentini che si sono rivolti al Papa e al Segretario di Stato non hanno avuto la forza di non accontentarsi del silenzio d’Oltretevere e di rivolgersi quindi alla Magistratura.

 

È così che Ratzinger in visita negli Stati Uniti e in Australia, due enormi Paesi scossi da centinaia di casi anche giudiziari di pedofilia dei religiosi, ha incredibilmente potuto ergersi a paladino delle denunce anche penali.

Le belle parole non costano niente, tanto poi tutto procede come prima, specie in Italia e in Vaticano.
 


Chi difende a spada tratta Ratzinger e Bertone per il documento del 2001, arrivando a sostenere che esso semmai facilitava la giusta punizione per i preti pedofili, mente o sapendo di mentire o per eccesso di ignoranza.

Già è molto grave che in quel documento la pedofilia sia definita "peccato contro la morale" anziché contro la persona.

 

Forse che i bambini e le bambine non sono persone?

Dei quali abusare senza troppi problemi, vedasi anche il caso del fondatore dei Legionari di Cristo condannato dal papa a “fare penitenza” anziché essere privato dell’abito talare e spedito in galera.

 

In quel documento è stato anche ordinato di elevare da 16 a 18 anni la definizione di età minore e a 10 anni il periodo necessario per la decorrenza termini per l’eventuale processo davanti al tribunale religioso (religioso, non civile, cioè non statale, non con magistrati ordinari).

 

Possono parere due buone misure, moralizzatrici: ma l’unico risultato è quello di sottrarre i colpevoli alla denuncia alla Magistratura ordinaria per almeno 10 anni filati e di dare loro la possibilità di spassarsela anche con ragazzi tra i 16 e i 18 anni senza finire automaticamente nei guai.

 

Saranno anche state buone le intenzioni di quelle due estensioni, ma come si sa - e in Vaticano dovrebbero saperlo meglio di tutti - di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno.

 

E infatti dover mantenere il "Segreto Pontificio" per almeno 10 anni sui "peccati" di pedofilia - che non sono considerati reati! - ha una ben precisa conseguenza: dopo 10 anni il reato di pedofilia si estingue in quasi tutti i Paesi del mondo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Papa Paolo VI con, a sinistra, l'allora Cardinale Karol Wojtyla, futuro Giovanni Paolo II, e, a destra, l'allora Cardinale Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI: una assoluta garanzia di "continuità" nell'azione della Chiesa.

 

 

Per evitare dubbi e minimalismi, ho recuperato dagli Archivi Vaticani la definizione di cosa sia il “Segreto Pontificio”, firmata nel 1974 dall’allora Segretario di Stato, Cardinale Jean Villot, dopo opportuna direttiva ricevuta dalla viva voce di Papa Paolo VI.

 

Come chiunque può rendersi onestamente conto leggendo il testo - che tratta il problema del segreto in modo talmente pignolo da fare invidia a comandi militari e massonerie varie - è assolutamente escluso che un argomento sottoposto a Segreto Pontificio possa essere portato a conoscenza di “estranei”.

Cioè, per esempio, di Polizia, Carabinieri e Magistrati o degli stessi genitori delle vittime.
 


“Segreteria di Stato
Norme sul Segreto Pontificio
 

 

Quanto concordi con la natura degli uomini il rispetto dei segreti, appare evidente anzitutto dal fatto che molte cose, benché siano da trattare esternamente, traggono tuttavia origine e sono meditate nell’intimo del cuore e vengono prudentemente esposte soltanto dopo matura riflessione.
 

Perciò tacere, cosa davvero assai difficile, come pure parlare pubblicamente con riflessione sono doti dell’uomo perfetto: infatti c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare (cf. Eccle 3,7) ed è un uomo perfetto chi sa tenere a freno la propria lingua (cf. Gc 3,2).
 

Questo avviene anche nella Chiesa, che è la comunità dei credenti, i quali, avendo ricevuto la missione di predicare e testimoniare il Vangelo di Cristo (cf. Mc 16, 15; At 10,42), hanno tuttavia il dovere di tenere nascosto il sacramento e di custodire nel loro cuore le parole, affinché le opere di Dio si manifestino in modo giusto e ampio, e la sua parola si diffonda e sia glorificata (cf. 2 Ts 3, 1).
 

A buon diritto, quindi, a coloro che sono chiamati al servizio del popolo di Dio vengono confidate alcune cose da custodire sotto segreto, e cioè quelle che, se rivelate o se rivelate in tempo o modo inopportuno, nuocciono all’edificazione della Chiesa o sovvertono il bene pubblico oppure infine offendono i diritti inviolabili di privati e di comunità (cf. Communio et progressio, 121).
 

Tutto questo obbliga sempre la coscienza, e anzitutto dev’essere severamente custodito il segreto per la disciplina del sacramento della penitenza, e poi il segreto d’ufficio, o segreto confidato, soprattutto il segreto pontificio, oggetto della presente istruzione.

Infatti è chiaro che, trattandosi dell’ambito pubblico, che riguarda il bene di tutta la comunità, spetta non a chiunque, secondo il dettame della propria coscienza, bensì a colui che ha legittimamente la cura della comunità stabilire quando o in qual modo e gravità sia da imporre un tale segreto.
 

Coloro poi che sono tenuti a tale segreto, si considerino come legati non da una legge esteriore, quanto piuttosto da un’esigenza della loro umana dignità: devono ritenere un onore l’impegno di custodire i dovuti segreti per il bene pubblico.
 

Per quanto riguarda la Curia Romana, gli affari da essa trattati a servizio della Chiesa universale, sono coperti d’ufficio dal segreto ordinario, l’obbligo morale del quale dev’essere stabilito o da una prescrizione superiore o dalla natura e importanza della questione.

Ma in taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato Segreto Pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave.
 

Circa il Segreto Pontificio la Segreteria di Stato ha emanato una istruzione in data 24 giugno 1968; ma, dopo un esame della questione da parte dell’Assemblea dei Cardinali preposti ai Dicasteri della Curia Romana, è sembrato opportuno modificare alcune norme di quella istruzione, affinché con una più accurata definizione della materia e dell’obbligo di tale segreto, il rispetto del medesimo possa essere ottenuto in modo più conveniente.
 


Ecco dunque qui di seguito le norme.
 


Art. I
Materia del Segreto Pontificio
 

Sono coperti dal Segreto Pontificio:


  1) La preparazione e la composizione dei documenti pontifici per i quali tale 

segreto sia richiesto espressamente.
 

  2) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti affari che vengono 

trattati dalla Segreteria di Stato o dal Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, e che devono essere trattati sotto il Segreto Pontificio;
 

  3) Le notificazioni e le denunce di dottrine e pubblicazioni fatte alla 

Congregazione per la Dottrina della Fede, come pure l’esame delle medesime, svolto per disposizione del medesimo dicastero;
 

  4) Le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti 

perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce, fatto sempre salvo il diritto di colui che è stato denunciato all’autorità a conoscere la denuncia, se ciò fosse necessario per la sua difesa.

Il nome del denunciante sarà lecito farlo conoscere solo quando all’autorità sarà parso opportuno che il denunciato e il denunciante compaiano insieme;
 

  5) I rapporti redatti dai legati della Santa Sede su affari coperti dal Segreto

Pontificio;
 

  6) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la creazione di

Cardinali;
 

  7) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di 

Vescovi, di Amministratori Apostolici e di altri ordinari rivestiti della dignità episcopale, di Vicari e Prefetti Apostolici, di Legati Pontifici, come pure le indagini relative;
 

  8) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di prelati 

superiori e di officiali maggiori della Curia Romana;
 

  9) Tutto ciò che riguarda i cifrari e gli scritti trasmessi in cifrari.
 

10) Gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il Cardinale preposto a un 

dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del Segreto Pontificio.
 

 

Art. II
Le persone tenute al Segreto Pontificio
 

Hanno l’obbligo di custodire il segreto pontificio:
 

  1) I Cardinali, i Vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i 

consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal Segreto Pontificio;
 

  2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette 

questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause;
 

  3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il Segreto Pontificio in

particolari affari;
 

  4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti 

e affari coperti dal Segreto Pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal Segreto Pontificio.
 

 

Art. III
Sanzioni
 

  1) Chi è tenuto al Segreto Pontificio ha sempre l’obbligo grave di rispettarlo.
 

  2) Se la violazione si riferisce al foro esterno, colui che è accusato di 

violazione del segreto sarà giudicato da una Commissione Speciale, che verrà costituita dal Cardinale preposto al dicastero competente, o, in sua mancanza, dal Presidente dell’ufficio competente; questa Commissione infliggerà delle pene proporzionate alla gravità del delitto e al danno causato.
 

  3) Se colui che ha violato il Segreto presta servizio presso la Curia Romana, 

incorre nelle sanzioni stabilite nel Regolamento Generale.


 

Art. IV
Giuramento
 

Coloro che sono ammessi al segreto pontificio in ragione del loro ufficio devono prestar giuramento con la formula seguente:


“Io…

alla presenza di…,

toccando con la mia mano i sacrosanti Vangeli di Dio,

prometto di custodire fedelmente il Segreto Pontificio

nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto,

cosicché in nessun modo,

sotto pretesto alcuno,

sia di bene maggiore,

sia di causa urgentissima e gravissima,

mi sarà lecito violare il predetto segreto.

 

Prometto di custodire il segreto, come sopra,

anche dopo la conclusione delle cause e degli affari,

per i quali fosse imposto espressamente tale segreto.

 

Qualora in qualche caso mi avvenisse di dubitare

dell’obbligo del predetto segreto,

mi atterrò all’interpretazione a favore del segreto stesso.

 

Parimenti sono cosciente che

il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave.

 

Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi vangeli che tocco di mia mano”.
 


Il Sommo Pontefice Paolo VI, nell’udienza concessa il 4 febbraio 1974 al sottoscritto, ha approvato la seguente istruzione ed ha comandato che venga pubblicata, ordinando che entri in vigore a partire dal 14 marzo del medesimo anno, nonostante qualsiasi disposizione contraria.
 

 

Jean Card. Villot

Segretario di Stato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Se poi volessimo passare dalla cronaca alla Storia, diamo un'occhiata al passato.
 

"Ci sono religiosi che cercano di tentare la castità delle donne virtuose perfino durante la confessione, e osano abusare di questo solenne sacramento per sedurle".

"Ma degli enormi abusi si faccia una relazione modesta, per non scoprire le nostre vergogne".

"Non si faccia nessuna menzione dei sacerdoti scellerati e degli enormi delitti".

 

"Autorizziamo i Tribunali Spagnoli a perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei Padri Confessori".

"Estendiamo ai Tribunali Portoghesi il permesso di perseguire in giudizio gli abusi sessuali Padri Confessori".

"Estendiamo a tutti i Tribunali, non solo a quelli Spagnoli e Portoghesi, l’autorizzazione a perseguire in giudizio gli abusi sessuali perpetrati approfittando del sacramento delle confessione".

 

Sono solo alcune delle accuse e preoccupazioni emerse niente di meno che durante il Concilio di Trento, specialmente nella sessione del 1547.

 

Le parole che invitano a parlare il meno possibile, e solo in modo riservato, del “vizietto” dei confessori sono del Vescovo di Upsala e di quello di Albi.

 

L’invito al Tribunale Spagnolo perché intervenisse contro il Clero che abusava del sesso e della confessione è invece di Papa Pio IV, emesso nel 1561.

La discesa in campo anche del Tribunale Portoghese prima e di tutti gli altri dopo è stata decisa dai successori di Pio IV, e le norme di carattere generale sull’argomento si trovano in una "Costitutio" emessa da Papa Gregorio XV nel 1622.
 


Come dimostrano anche gli Atti del Concilio di Trento, le Bolle Papali citate, il Concilio di Cosenza (1579) e quello di Firenze, le sentenze dell’Inquisizione e una marea d’altri documenti, la Chiesa ha da sempre il grave problema degli abusi sessuali in particolare dei confessori, e da sempre cerca di "non rivelare le nostre vergogne", cioè a dire cerca di non far trapelare nulla.

 

Il comportamento scorretto a fini sessuali in confessionale finì con l’avere una sua particolare definizione: Sollicitatio ad turpia, cioè sollecitazione alle cose turpi.

E non è certo un caso che la direttiva "giudiziaria" emessa nel 1924 e aggiornata nel 1962, avesse un nome simile: Sollicitatio criminis.
 


Sull’uso adescatorio del confessionale vale la pena leggere il volume del 1988 "Sesso e religione nel Seicento a Venezia: la sollecitazione in confessionale", di Claudio Matricardo.

 

Chi vuole saperne di più dal punto di vista statistico si legga in particolare le pagine da 110 a 119 e da 144 a 147 del libro "The Inquisition in Earlly Modern Europe. Studies on Sources and Method", di John Tedeschi e Gustav Henningsen, edito nel 1986 dalla Northern Illinois University Press.

 

Gli abusi erano tali e tanti che si dovette proibire la confessione a domicilio o nelle celle dei confessori e imporre l'uso del confessionale che vediamo oggi nelle chiese.

 

Il primo disegno a stampa di questo attrezzo si ha a Milano, ideato a bella posta da S. Carlo Borromeo e realizzato materialmente nei prototipi da Ludovico Moneta, suo devoto funzionario di curia ed ebanista dilettante.

Nelle sue Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, scritto nel 1573 – in occasione del terzo concilio provinciale, tenuto a Milano - e pubblicato a fine ’77, Borromeo raccomanda che i confessionali modello Moneta fossero dislocati in posti ben visibili nella parte pubblica delle chiese e che “la parte frontale [del confessionale] deve essere completamente aperta, senza chiusure di sorta”.

Per giunta, S. Carlo ordina, subito accontentato da Moneta nei disegni del progetto, che ci sia una apposita parete divisoria per impedire il contatto fisico o anche il solo guardarsi da vicino tra confessore e penitenti.
 


La prima idea e la prima pratica di confessionale anti abusi sessuali sono della Verona del Vescovo Gian Matteo Giberti, ed è possibile che S. Carlo gliel'abbia copiata, visto che il suo assistente e organizzatore del concilio tenuto a Milano è quel Niccolò Ormaneto che era stato stretto collaboratore di Giberti proprio a Verona.

 

Nel 1565 gli abusi sessuali dei religiosi costrinsero le Autorità Civili di Chiari, nel Bresciano, a chiedere al Vescovo, che acconsentì, di proibire le confessioni nelle celle dei frati.

Nel 1575 papa Gregorio XIII proibì del tutto le confessioni a domicilio e nelle celle e rese obbligatorio l'uso del confessionale ordinando che "il sacerdote e il penitente siano in piena vista del popolo".
 

 

Leggiamo cosa scrive alla Curia Vaticana - ancora dieci anni dopo la decisione di Papa Gregorio - lo stesso Ormaneto, diventato nel frattempo Nunzio Apostolico in Spagna:

 

“Da diverse parti molte persone di buon zelo lacrimano meco la gran abominatione di molti huomini impii che violano il Sacramento della Penitentia, tentando nell’atto della confessione et fuori d’essa di saziar il suo sfrenato et bestial appetito con figliole spirituali; et di questo abominevole peccato ho sentito gran querele”.

 

Ormaneto era talmente scandalizzato che suggerì di ampliare la definizione di sollecitatio ad turpia non solo all’adescamento sessuale in occasione della confessione, ma anche in quello comunque attuato mentre si è in chiesa anche solo per meditare.

Addirittura propose di fare intervenire l’Inquisizione in tutte le trasgressioni sessuali dei confessori, cioè non solo in quelle avvenute in chiesa.

 

Ma Papa Gregorio XIII, che pure aveva reso prudentemente obbligatorio il confessionale come lo conosciamo oggi, non gli diede retta e in una lettera del 20 febbraio 1576 obiettò - all’esatto contrario di Ratzinger - che

“li errori che direttamente non contraddicono a la fede Cattolica non debbano essere conosciuti dal Sant’Officio”,

come pure veniva chiamata la terribile Inquisizione.

 

Per evitare il più possibile le tentazioni del sesso, venne proibito esplicitamente l’antico gesto dell’imposizione delle mani sul penitente al momento dell’assoluzione, gesto già reso pressoché impossibile dalla stessa struttura del confessionale “brevettato” da Moneta e S. Carlo.
 


Come si vede, in particolare il momento della confessione – ma non solo quello - è sempre stato per la Chiesa anche un cruccio, perché ottima occasione di adescamento: il prete costretto al celibato - e in teoria anche alla mancanza di vita sessuale - si trova infatti solo con una donna, che parla di peccati sessuali, cioè di lussuria….

Come parlare di prosciutto, bistecche e cosce di pollo a un affamato.

 

"La carne è debole" è una realtà che vale per tutti, specie se mancano i controlli e la sorveglianza.

I soldati quando sono loro i padroni della situazione ne approfittano, quale che sia la loro nazionalità, così come i funzionari dello Stato o di partito, bianco, rosso o nero che sia, che maneggiano fondi o fette di potere e i boss delle televisioni con potere di assunzione in pianta stabile.
 

 

Il problema che ci riguarda, nel contesto della vicenda Orlandi, è semplice: se per ipotesi Emanuela è rimasta vittima degli abusi sessuali di un religioso, specie se della Gerarchia Vaticana, e sempre per ipotesi qualcuno, ad esempio in Segreteria di Stato, è venuto a saperlo, questo qualcuno aveva e ha l’obbligo del segreto.

L’obbligo cioè di tacere con chiunque e in specie con i laici: quelli, cioè, che si occupano di indagini, delitti, tribunali, processi, giustizia.

 

Nel caso all’abuso sessuale sia seguita la morte accidentale o per delitto, voluto o da raptus, c’è parimenti l’obbligo al segreto: non si può infatti denunciare un omicidio per motivi sessuali o anche "solo" una morte accidentale nel contesto di abusi sessuali senza infrangere l’obbligo del Segreto Pontifico sugli abusi sessuali dei religiosi di professione!

 

È sconvolgente, ma è così.

Chiacchiere a parte, è così.

 

E ancor più lo era prima del 2001: vale a dire, anche ai tempi di Wojtyla e della scomparsa di Emanuela Orlandi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"L’errore filologico e teologico di Papa Benedetto XVI, nel titolo della sua prima Enciclica"  

di Federico La Sala

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adattato da La Voce di Fiore - 26 gennaio 2006, 2 dicembre 2008, 25 settembre 2009

 

 

 

 

 

Caro Benedetto XVI,
 

corra ai ripari, invece di pensare ai soldi!

Faccia come insegna Confucio: provveda a Rettificare i Nomi.

 

L’Eu-angélo dell’Amore - "Charitas" - è diventato il van-gélo del "caro-prezzo" e della preziosi-tà "caritas"!

 

E la Parola - "Logos" -  è diventato il marchio capitalistico "logo" di una fabbrica  infernale di affari e di morte!

 

Ci illumini: un pò di Chiarezza!

Francesco e Chiara di Assisi si sbagliavano?

Claritas e Charitas, Charitas e Claritas - o no?!

 

Nel nome della "Tradizione", il Nome di Dio è "Amore", non "Mammona":

"Deus CARITAS est", Benedetto XVI - 2006.
"CHARISSIMI, nolite omni spiritui credere... Deus CHARITAS est" (4. 1-16).

 

 

"DEUS CARITAS EST", il “logo” del Grande Mercante e del Capitalismo.

Ma in principio era il "Logos", non il “logo”!

 

"Arbeit Macht Frei", "Il lavoro rende liberi”: così sul campo recintato degli esseri umani!

"Deus caritas est", "Dio è caro-prezzo": così sul campo recintato della Parola, del Verbo, del Logos!

 

"La prima Enciclica di Ratzinger è a pagamento", L’Unità - 26 gennaio 2006.

 


Il "Deus CARITAS est" di Benedetto XVI è un falso filologico, antropologico e teologico.

Così Mammona, il dio del "denaro" e del "mercato", inganna Papa Ratzinger e Papa Ratzinger inganna gli esseri umani...

"CHARITAS" è Amore, il dono del Dio della Grazia.

"CARITAS" è "Mammona", il dio dell'amore a "caro-prezzo"

 


In principio era il "Logos".

 

La carità, dal greco χάρις ("chàris") e χάριτος ("chàritos"): accusativo plurale "χάριτας" (“chàritas”) - dono, grazia!
 

Non dal latino "caritas", da "carus", che, come nell'italiano "caro", ha il doppio senso di "affetto" e "caro-prezzo" e richiama le "carenze", affettive ed economiche, e la "carestia"...

 


Il Papa e con tutta la Gerarchia e tutti teologi delle Accademie Pontificie...


La parola latina "caritas" viene da "carus" e "careo" e significa proprio quello che diciamo anche nel nostro parlare al mercato: "che caro prezzo", “com'è caro”, “è carissimo” o, diversamente e allo stesso modo – in senso affettuoso e familiare, "come sei caro", "mia carissima”, ecc.
 

Qui si tratta invece di “chàrisma, charismatis”: la via, la verità, la vita, la grazia, l'amore disinteressato, il dono senza interesse o "agape", del Dio di Gesù, del suo amore o "agape", che è pieno di "charitas" e ricolma di grazia o "charis".
 
"Chàrisma" viene dalla parola-madre greca "Charis" o "Xaris", da cui "Eu-Charis-Tia"  e non "eu-carestia" (!).

 

La differenza tra "charitas" - grazia, amore disinteressato, dono - e "caritas" - "caro-prezzo", "cosa preziosa", "amore" - è abissale!
 


È la confusione "spirituale", prima che "filologica", di una Gerarchia senza "Grazie" - in greco Χάριτες e in latino Charites - e di un Papa che scambia la Grazia "Charis" di Dio "Charitas" con il "caro-prezzo" "caritas": una confusione arriva fino al settimo 'cielo' - cioè sotto terra - davanti al dio Mammona o "Caro-Prezzo".


Siamo nati dall’
amore o "charitas" o "agape" di due persone o… dalla compra-vendita dei nostri genitori, che sono andatoi al mercato a comprarci "a caro-prezzo" o "caritas"?

 

"Infallibile Presunzione" di Ratzinger, non certo il Wojtyla di "Se mi sbalio, mi corigerete".
 


Ora il senso inaudito della situazione:

Sinodo dei Vescovi 2008.

L’Anno della Parola di Dio: Amore "Charitas" o Mammona "caritas"?!

 

Tutti hanno risposto e approvato: "Caritas"!

Fatto sta che la prima Enciclica di Papa Benedetto XVI "Deus caritas est" del 2006 è per Mammona

Già allora avevano risposto in cuor loro così.

Che dire?

La fine del Cattolicesimo Romano!
 


Ad ogni modo ecco il testo della Chiesa che conservava ancora memoria dell’Eu-Angélo o Buona-Notizia, non "vangelo"… che fa sentire solo il freddo del mercimonio e del "caro-prezzo" "caritas":

 

"Charissimi, nolite omni spiritui credere... Deus charitas est" (1 Gv.: 4. 1-16),   Biblia Sacra: Epistola Joannis Prima - Vulgatae Editionis Sixti V et Clementis VIII.
 

Siamo figli di Dio "Charitas", non di Mammona "caritas", né di “Mammasantissima”.

 

E la Legge dei nostri "Padri" e delle nostre "Madri" Costituenti – la Costituzione dell’Italia – ha le radici nell’Evangelo eterno.

 

In principio era il Logos "Charitas".

Come ben-sapevano Gioacchino da Fiore, Francesco e Chiara d’Assisi e Dante Alighieri, benché non sapesse nulla di greco...

 

Ma il grande discendente dei Mercanti del Tempio si sarà ripetuto in cor suo e riscritto davanti ai suoi occhi il vecchio slogan: "Con questo 'logo' vincerai"!

 

Ha preso "carta e penna" e, sul campo recintato della Parola, ha cancellato la vecchia "dicitura" e ri-scritto la "nuova":

"Deus caritas est", Libreria Editrice Vaticana - Città del Vaticano, 2006.

Nell’Anniversario del
"Giorno della Memoria", il 27 gennaio, non poteva essere "lanciato" nel "mondo" un "Logo" più "bello" e più "accattivante": molto "ac-captivante"!

Il Faraone - travestito da Mosè, da Elia e da Gesù - ha dato inizio alla "campagna" sì del Terzo Millennio, ma a.C. - "avanti Cristo"!
 


Nota di approfondimento contestuale

 

DEUS CHARITAS EST [I Ioannes 4]

Biblia Sacra: Epistola Joannis Prima - Vulgatae Editionis Sixti V et Clementis VIII.


  4:1  Charissimi, nolite omni spiritui credere, sed probate spiritus si ex Deo sint: quoniam multi

pseudoprophetæ exierunt in mundum.

  4:2  in hoc cognoscitur spiritus Dei: omnis spiritus qui confitetur Iesum Christum in carne venisse, ex

Deo est:

  4:3  et omnis spiritus, qui solvit Iesum, ex Deo non est, et hic est Antichristus, de quo audistis

quoniam venit, et nunc iam in mundo est.

  4:4  Vos ex Deo estis filioli, et vicistis eum, quoniam maior est qui in vobis est, quam qui in mundo.
  4:5 
Ipsi de mundo sunt: ideo de mundo loquuntur, et mundus eos audit.
  4:6 
Nos ex Deo sumus. Qui novit Deum, audit nos: qui non est ex Deo, non audit nos: in hoc

cognoscimus Spiritum veritatis, et spiritum erroris.

  4:7  Charissimi, diligamus nos invicem: quia charitas ex Deo est. Et omnis, qui diligit, ex Deo

natus est, et cognoscit Deum.

  4:8  Qui non diligit, non novit Deum: quoniam Deus charitas est.
  4:9 
In hoc apparuit charitas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigenitum misit Deus in mundum,

ut vivamus per eum.

4:10  In hoc est charitas: non quasi nos dilexerimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit nos, et

misit Filium suum propitiationem pro peccatis nostris.

4:11  Charissimi, si sic Deus dilexit nos: et nos debemus alterutrum diligere.
4:12 
Deum nemo vidit umquam. Si diligamus invicem, Deus in nobis manet, et charitas eius in

nobis perfecta est.

4:13  In hoc cognoscimus quoniam in eo manemus, et ipse in nobis: quoniam de Spiritu suo dedit

nobis. 4:14 Et vos vidimus, et testificamur quoniam Pater misit Filium suum Salvatorem mundi.

4:15  Quisquis confessus fuerit quoniam Iesus est Filius Dei, Deus in eo manet, et ipse in Deo.
4:16 
Et nos cognovimus, et credidimus charitati, quam habet Deus in nobis. DEUS CHARITAS EST:

et qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in eo.

4:17  In hoc perfecta est charitas Dei nobiscum, ut fiduciam habeamus in die iudicii: quia sicut ille 

est, et nos sumus in hoc mundo.

4:18  Timor non est in charitate: sed perfecta charitas foras mittit timorem, quoniam timor pœnam

habet. qui autem timet, non est perfectus in charitate.

4:19  Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos.
4:20
 Si quis dixerit quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit, mendax est. Qui enim non diligit 

fratrem suum quem vidit, Deum, quem non vidit, quomodo potest diligere?

4:21  Et hoc mandatum habemus a Deo: ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum.

 

DIO È AMORE [Prima Lettera di Giovanni]

Sacra Bibbia, Liber Liber.

 

    1 Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se

provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo.


    2 Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è
venuto nella carne,

è da Dio;

    3 ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito,

viene, anzi è già nel mondo.

    4 Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è

nel mondo.

    5 Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta.
    6 Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo

spirito della verità e lo spirito dell’errore.
 

    7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e 

conosce Dio.

    8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
    9
In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel

mondo, perché noi avessimo la vita per lui.

  10 In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il

suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

 

  11 Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
  12
Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto

in noi.

  13 Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.
  14 E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo.
  15 Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio.
  16 Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi.
DIO È AMORE; chi sta nell’amore

dimora in Dio e Dio dimora in lui.

 

  17 Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del 

giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo.

  18 Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone 

un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.

 

  19 Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.
  20 Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello

che vede, non può amare Dio che non vede.

  21 Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.

 

 

 

Troppe nebbie, Infallibile Santità, troppe, troppe, troppe: insomma, da dove viene tutto questo fumo "infernale"?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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