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La cultura siamo noi – Noi la musica La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia: la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è. Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture! Il materiale originale in questa pagina è © Giuseppe Pontuali: la Redazione ringrazia l'autore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale |
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"Le musiche, le danze ed i canti popolari dell'Italia Centrale" di Giuseppe Pontuali |
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In questa pagina Il saltarello strumentale, ovvero la storia dall'avvento dell'organetto ad oggi Considerazioni storiche preliminari Musica "colta" e musica popolare Il saltarello, espressione di vita vissuta Musiche d'una vita inimmaginabilmente dura L'organetto - Uno strumento musicale contadino dell'era industriale Il libro dell'armonica in Europa, in Friuli e nell'alto litorale adriatico Et alteri – Una nota a piè di pagina Quando storia e cultura non sono cose astratte
Approfondimento Tecniche esecutive strumentali del saltarello
Pagine correlate Giuseppe Pontuali – Una presentazione
Grazie per le pagine visitate!
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Il saltarello e l'organetto |
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Il saltarello strumentale, ovvero la storia dall'avvento dell'organetto ad oggi |
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Il testo di questo articolo è stato originariamente scritto per supportare un seminario sull'accoppiata saltarello (danza) e organetto (strumento) tenuto alla Scuola Popolare di musica di Testaccio a Roma.
In una seconda versione è stato poi impaginato in un opuscolo, al fine di stimolare alla ricerca della relazione tra la funzione della musica popolare e la società in cui si è sviluppata.
I suoi contenuti sono in parte frutto di riflessioni personali, quindi indubbiamente discutibili, ma anche di propria pluriennale ricerca sul campo e di seminari e conferenze sulla musica popolare tenuti da etnomusicologi di fama nazionale, come Sandro Portelli, Fancesco Giannattasio, Ambrogio Sparagna, Ornella Di Tondo ed altri cui va un sincero ringraziamento per aver tracciato il solco ed avervi fecondamente seminato.
È auspicabile, anzi necessario, che i contributi di molti diano continuità e approfondimento all'analisi dell'evoluzione della tradizione nel nostro tempo, proprio adesso che il dilagante appiattimento culturale dovuto alle comunicazioni di massa impone modelli e scelte.
Fortunatamente sopravvivono ancora, se pur piccole, sacche di resistenza in cui i valori sono ancora tenacemente legati alle società agro-pastorali che li hanno creati: è senz'altro interessante (e può essere anche divertente!) scoprirle e relazionarle al nostro mondo "moderno". |
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Considerazioni storiche preliminari |
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L'evoluzione del saltarello nel centro Italia, dall'inizio dell'era industriale in poi, lega questa danza al più importante strumento della tradizione musicale italiana: l'organetto.
Già nei primi anni dell'800 si va affermando un certo tipo di melodramma, un "concertismo" sempre più frequente e vario, e nascono così le prime società editoriali musicali, che raccolgono, stampano e divulgano partiture musicali: a fianco delle forze liberali e progressiste, che lottano per l'unità politica della nazione, tutte le realtà intellettuali fanno confluire la propria azione verso il comune obiettivo di un'unificazione anche culturale della penisola.
Parallelamente si sviluppano movimenti di interesse per il cosiddetto "folklore" o folclore, dal sassone folk = "popolo", e lore = "sapere", scienza che studia le tradizioni popolari, spesso tramandate oralmente, su usi e costumi, leggende e proverbi, musica e danze, proprie di un'area geografica o di un popolo.
Si studia il folclore sistematicamente, dando però importanza ai contenuti letterari della tradizione più che alla relativa musica, per cui, mentre abbiamo una infinità di raccolte di testi dei canti popolari, la nostra conoscenza di quei canti dal punto di vista melodico è molto scarsa e ancora più povere sono le tracce musicali dei balli tradizionali: le trascrizioni di musica popolare dell'epoca non superano infatti l'1% del materiale, semplicemente perché la musica popolare non è considerata interessante.
Letterati, compositori, pittori, tutti trovano invece interessante il contesto che la musica descrive, così diverso, lontano dal modo di vivere delle allora classi medio-alte, fortemente attratti (per esigenze di mercato, oltre che poetiche) dal binomio uomo-natura: il pastore, il contadino, il venditore ambulante, il mendicante, il cantastorie diventano personaggi oggetto di un interesse "esotico" perfino nello stesso mondo letterario italiano, una moda creata a fini commerciali.
Ed è per questo che tutta una serie di musicisti inserisce nelle proprie opere forme musicali che fanno riferimento ad eventi di festa popolare: uno dei primi esempi è la sinfonia "Italiana" di Mendelson, nella cui parte conclusiva troviamo un saltarello, nelle intenzioni dell'autore non brano tradizionale per il ballo, piuttosto descrizione di una manifestazione festosa popolare, quasi una rappresentazione pittorica, che fa rivivere all'ascoltatore il clima della festa senza evidenziarne la funzione, per l'autore senza alcuna importanza. |
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Musica "colta" e musica popolare |
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A questo punto vale la pena di cercare di capire quale sia la differenza tra questi generi musicali.
La cosiddetta musica "colta" ha come fine principale il divertimento non correlato a precisi contesti: il suo scopo è il piacere che l'ascolto ne comporta - non viene suonata per celebrare qualcosa o per sottolineare un evento sociale, ma nasce come forma esclusiva di elevazione artistica, per soddisfare un bisogno intellettuale, scaturendo dalla mente di qualcuno.
La musica popolare è al contrario articolata su modelli originali, spesso arcaici e a volte perfino complessi, frutto del contributo della collettività, tramandati oralmente di generazione in generazione: nasce per occasioni predeterminate, funzionale della società in cui si sviluppa.
Nella cultura della terra momenti di particolare festa sono i momenti di chiusura dei raccolti - la trebbiatura del grano, la spannocchiatura del granturco, la vendemmia dell'uva, la molitura delle olive - i carnevali, i matrimoni, i pellegrinaggi, le fiere...: soprattutto gli ultimi due danno occasione per mettere in mostra la propria abilità musicale, per fare confronti e per imparare tecniche e repertori di altri.
Quando la funzione sociale viene a mancare automaticamente scompare la musica popolare ad essa correlata: esempio palese il cantastorie, il quale, con l'avvento dei giornali e della televisione, ha visto venir meno la sua funzione, scomparendo gradualmente fino a totale estinzione.
Nella storia musica e danza di ambito "colto" hanno spesso preso ispirazione da forme coreutiche e musicali popolari: è quindi più che probabile che anche nel secolo scorso, la musica colta abbia espropriato il repertorio della danza popolare, elevandolo così a forma d'arte e ritornandolo poi al popolo proprio grazie ad uno strumento che sta spodestando altri più arcaici e meno versatili: l'organetto. |
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Il ruolo dell'organetto |
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L'inizio del 1800 è il periodo di maggior vendita di pianoforti con conseguente bisogno di grande consumo di spartiti, soprattutto per principianti: dato che i più semplici derivano proprio dai canti popolari, i compositori, senza alcuna aderenza artistica con il repertorio popolare, vi si ispirano per ragioni di facile vendita ed è qui che l'organetto, strumento neonato, trova terreno fertile per l'evoluzione del suo repertorio.
Mentre la zampogna, strumento difficile e costruito nelle stesse comunità di utilizzo, ha canali di diffusione esclusivamente agro-pastorali con conseguente scambio di repertori fra territori strettamente legati al fenomeno della transumanza e dei lavori stagionali, la piccola fisarmonica diatonica, costruita fisicamente e culturalmente lontano da chi la suona e dunque predisposta ad un repertorio musicale senza confini, viene venduta dagli stessi negozi di articoli musicali che divulgano nuovi spartiti o da venditori ambulanti, spesso abili suonatori capaci dimostrarne la versatilità attraverso un repertorio molto più vasto e spesso sconosciuto alle popolazioni del luogo, trasformando così radicalmente il metodo di diffusione musicale.
Per la prima volta uno strumento della musica tradizionale oltrepassa i confini locali, paesani o regionali, attraverso cui i repertori territoriali si confrontano diffondendosi, integrandosi e livellandosi: l'organetto ne crea quindi uno nuovo, comunicando non solo le storie, cioè i contenuti, ma anche l'essenza musicale primaria - il suo avvento conferma una serie di profili e formule melodiche che troviamo, ad esempio, a Macerata quanto a Frosinone, a Rieti e Teramo.
Tutto questo, unito alla probabile veicolazione, anche orale, delle partiture di musiche popolari per pianoforte ai suonatori di organetto, cambia radicalmente il panorama della musica tradizionale: le nuove melodie, adattate alle danze in generale e, nel nostro specifico, al saltarello, fanno apparire i suonatori di organetto più bravi degli arcaici zampognari, conquistando popolarità.
Spesso s'impara a suonare ad orecchio in famiglia, da un parente più anziano, e la maggior parte dei suonatori sono amatoriali, contadini o artigiani che suonano occasionalmente e a titolo gratuito, ma compaiono anche i primi suonatori popolari "professionisti", i quali, proprio per la varietà del loro repertorio, vengono preferiti ai musicisti tradizionali di prima: vivono di prestazioni musicali pagate in moneta o in natura e si spostano continuamente di paese in paese tra feste pubbliche e private, contribuendo a diffondere un repertorio omogeneo.
L'organetto, grazie alla sua specificità strumentale, che gli consente di suonare accordi di tonica e dominante (da ricordare che il primo modello è un due bassi), permette l'organizzazione di determinati modelli musicali.
Il saltarello si struttura così nel corso di 70-80 anni grazie proprio a quello che l'organetto riesce a realizzare attraverso la bravura dei suoi suonatori: un elemento importante, perché conferma una certa pronuncia ritmica.
La musica da organetto - un tempo ternario o, meglio, binario composto (6/8) - racchiude una serie di figure, ha una organizzazione armonica, che è quasi sempre costruita su due accordi, di tonica e dominante (nel repertorio ciociaro si ha l'aggiunta dell'accordo di sottodominante): non ha modulazioni al suo interno ed è determinata anche dal rapporto con il repertorio cantato degli stornelli.
Questa oscillazione continua tra tonica e dominante è una caratteristica particolare che, grazie al suo reticolo armonico elementare, costante e ripetitivo, permette al musicista di improvvisarvi sopra rapide formule melodiche, sempre diverse e senza troppi problemi di accompagnamento.
Una funzione molto importante è affidata molto spesso al tamburello, che con la sua percussione scandita crea un ritmo ostinato e continuo.
La diffusione precisa, marcata e determinata dell'organetto fa che questo tipo di repertorio si diffonda rapidamente a tutto quel mondo delle società di cultura tradizionale, come le classi contadine, artigiane, dei pescatori e dei pastori, facilitando così la creazione di forme musicali omogenee.
Si può ipotizzare quindi (e questo accade anche oggi con il repertorio da gara), che le musiche ascoltate casualmente in ambito "colto", tornino per altre vie in quello popolare, dove è presente uno strumento - l'organetto - che rispetta le regole della musica colta, con un'intonazione fissa, dei rapporti armonici predeterminati, tecniche esecutive e organizzazione formale del pensiero musicale tipicamente colto (basti ricordare le cosiddette "formule cadenzali", che vengono eseguite come passaggio, ad esempio con quelle scalette musicali ritrovabili nelle forme popolaresche di saltarello per pianoforte): in più il legame geografico preciso e omogeneo di quella parte d'Italia rende questa danza un elemento comune e unitario di tutto il territorio.
Anche l'ascolto di tutte le varianti di danze di saltarello raccolte nelle tante antologie di canti e di musiche tradizionali non potrebbe che evidenziare la fortissima omogeneizzazione di stili anche in zone lontane tra loro: certo, il saltarello del Maceratese ha un uso del fraseggio più puntato, un uso della terzina sull'unica nota che sembra caratteristica specifica di quell'area, ma tracce di quelle medesime terzine sono ritrovabili anche nell'Amatriciano e in Abruzzo.
Se inoltre si considera quanto il Regime Fascista abbia fatto dagli Anni Venti in poi con l'istituzione dell'Opera Nazionale del Dopolavoro, ci si rende conto di come l'organetto diventi l'asse portante della formalizzazione del saltarello, del suo stile imposto dai gruppi folcloristici foraggiati dal regime, dando così più consistenza a quel repertorio.
Il saltarello, negli Anni Trenta, diventerà rappresentativo dell'anima del popolo dell'Italia Centrale: sebbene non più ballato a Roma da diversi decenni, il Fascismo lo adotterà come danza della Capitale e dei suoi dintorni - il saltarello a Roma, la tarantella a Napoli e tutto resterà invariato fino alla sistematica ricerca etnomusicologica degli anni '50 e '60.
In definitiva, l'organetto omogeneizza uno stile ed una danza forse mai esistita così come la conosciamo, almeno fino 150 anni fa: il saltarello medievale non ha nulla a che fare con il saltarello moderno, lo stesso saltarello rinascimentale potrebbe non avervi punti in comune, in quanto, non avendone fonti, å impossibile confrontarlo.
Ma tutto questo non è importante, dato che sappiamo come la musica popolare abbia una sua specifica funzione, e quindi, se questa funzione è diversa o viene a mancare in un certo periodo storico, è forse semplicemente perchè la musica stessa è diversa o non esiste affatto.
Quindi si parla del saltarello è perentorio riferire a quello concretamente conosciuto, fortunatamente di fatto conservato proprio grazie all'avvento dell'organetto, il quale ha a volte anche inventato uno stile basato su matrici proprie, per lo più del repertorio popolare, ma anche di quello "colto", perchè in fondo sarebbe assurdo credere che esista un repertorio popolare assolutamente "puro".
L'organetto è uno strumento che suona musica "sintetica" o sintetizzante: prende forme del folclore, le sintetizza attraverso tecniche, linguaggi, suoni, intonazioni e organizzazioni formali del pensiero musicale nel linguaggio popolaresco.
Pur valido quanto detto finora, si può anche pensare che non ci sia stata una grande variazione di stili dalla seconda metà dell'800 alla fine degli anni '50, perché i grandi cambiamenti sociali e la conseguente disgregazione della società agro-pastorale hanno luogo negli ultimi cinquanta anni, sia a causa del cosiddetto "boom" economico, sia per il dilagare della nuova comunicazione di massa.
Musica, canto, gestualità vengono riproposti durante un momento riconosciuto essenziale per la vita della comunità e confrontati fino ad essere di nuovo accettati o respinti, perché non più espressione di tutti, non più attuali: persa la sua funzione, una musica viene dimenticata e scompare - una naturale evoluzione della società e quindi, al di là di ogni tentazione di nostalgia romantica, è giusto che accada. |
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Il saltarello, espressione di vita vissuta |
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Il saltarello qui trattato è quello trasmesso attraverso la memoria di anziani suonatori, fortunatamente conosciuti di persona, il solo che consenta di fare una valida analisi delle correlazioni tra una musica ed il contemporaneo stile di vita. |
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I portatori della tradizione |
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Questi portatori della tradizione, gli "informatori", hanno quella melodia nelle orecchie fin dalla nascita, quasi ossessiva, ed imparano quindi a suonare il saltarello molto prima di arrivare a conoscere la mera esistenza dell'"arte musicale": solo molto più tardi, quando poi si rendono conto che con l'organetto si possa suonare anche la musica "commerciale", pur se in modo approssimativo, iniziano a "studiare" per imparare a suonarla.
Spesso, soprattutto in paesini lontani dalle grandi vie di comunicazione, la registrazione di anziani suonatori di organetto mostra chiaramente come inizino suonando tutto il loro repertorio di musica commerciale - Marina, Campagnola bella, Romagna e San Giovese, Rosamunda e tutto il resto - ciò che per loro rappresenta il "saper suonare", eseguendo e rieseguendo i brani esattamente uguali, ripetendo anche tutte le approssimazioni, proprio perché, sia pure ad orecchio, si tratta comunque pezzi "studiati".
Quando, terminato il proprio repertorio commerciale, il "musicista" sente di voler suonare ancora, ecco allora che spuntamo fuori il saltarello e le altre musiche del repertorio tradizionale locale, che, se ripetuti, pur essendo l'esecutore convinto di eseguirli allo stesso modo, sono di fatto ogni volta diversi, sia nel fraseggio che nella concatenazione delle frasi musicali: è legittimo dedurne come per loro il saltarello non sia un brano musicale, perché non frutto di "studio", ma un aspetto della loro vita, parte integrante della società in cui sono nati e vissuti - paradossalmente quasi se ne scusano, perché queste musiche riferiscono ad una vita passata, non sempre piacevole da ricordare. |
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Musiche d'una vita inimmaginabilmente dura |
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La maggior parte di noi poco o nulla sa della povera e faticosa esistenza di questa gente, i lavori dei campi - alzarsi prima dell'alba, fare chilometri a piedi, tornare a casa la sera con gambe, braccia e schiena doloranti, sfiniti, le faccende domestiche - inventarsi pasti dai pochi ingredienti a disposizione , portarli sui campi ai lavoratori, rassettare la casa, accudire i figli, lavare i panni a mani nude anche in pieno inverno al lavatoio o in un corso d'acqua: una quotidianità che lascia ben poco tempo anche solo per pensare, in cui canti e musiche servono a marcare il ritmo del lavoro pesante, spesso ad addolcire una vita fatta di stenti.
Questa la reltà della musica che, ascoltata oggi come "folkloristica", ci fa immaginare tempi "romantici" che rimpiangiamo di non aver vissuto: lasciamo che ci aiuti a capirlo meglio questa testimonianza di un'anziana signora di Barbarano Romano, in Provincia di Viterbo, proprio nella nostra Tuscia Romana.
Circa una dozzina di anni fa, Pino Pontuali e gli altri componenti del gruppo musicale di folk-revival "La Piazza", vanno a Barbarano Romano per fare ricerca di canti tradizionali.
Tra i molti informatori, trovano un quartetto di molto anziani signori - tre donne ed un uomo - in una piazzetta del quartiere storico, seduti sui gradini d'ingresso d'una casa, a scaldarsi al sole.
Su richiesta, i vecchi raccontano della vita giornaliera al tempo della loro giovinezza (quindi almeno sessant'anni prima): quali gli stornelli intonati durante i lavori sui campi e, in particolare, quali i canti delle donne al lavatoio pubblico, immergendo, sfregando, battendo, sciacquando e risciacquando mucchi di panni, tutte insieme, a ritmo cadente...
Alla fine della piacevolissima e, per molti versi, straordinaria intervista, a qualcuno nel gruppo dei musicisti viene da commentare con spontanea ingenuità: "Però signo' che tempi belli erano quelli!"
La vecchia signora, la guarda dritta negli occhi, e, seria in faccia, commenta laconicamente: "Belli tempi un cavolo signori', sapessivo quant'è mejo co' la lavatrice!" |
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Il mezzo "è" il messaggio |
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Ascoltando con attenzione un saltarello, si avverte forse il bisogno di sdrammatizzare, la necessità di giustificare, l'istinto di correlarsi con gli altri e, spesso, una dignità, scaturita dalla consapevolezza di lotta perenne all'assoluta sopravvivenza.
Se è vero che il saltarello sia anche espressione di tutto ciò - e chissà di quant'altro ancora - non può essere ingabbiato in una struttura fissa di fraseggi musicali, ma deve essere libero di evolversi secondo una codifica istintiva, influenzata da microvarianti appartenenti al retroterra culturale dell'esecutore: proprio per questo noi oggi, per quanto sia il nostro impegno, non riusciremo mai a suonare un saltarello capace di trasmettere il messaggio dell'anziano informatore.
Il saltarello si sviluppa anche come forma cantata, come stornello, legato all'endecasillabo: "Dormo tra le pecore e li cani, pe' fa' magna' l'abbacchi a li patroni".
Quindi, ormai lo sappiamo, è determinato da esigenze di carattere funzionale, destinato principalmente a funzioni coreutiche: si esegue quel brano perché la gente ha voglia di ballare o di cantare, magari anche per mandare messaggi ben precisi a qualcuno in particolare.
Il saltarello è anche una danza di coppia, di corteggiamento, di avvicinamento dell'uomo verso la donna, serve ad esprimere una passione, e molte volte i movimenti del ballo sono carichi di erotismo: diciamo che il saltarello è la maniera più naturale di comunicarsi allegria - non si dice forse, e non a caso, "fare salti di gioia"?
Quando l'organetto s'impossessa del saltarello, lo elabora, adattandolo alle sue caratteristiche ed anche spettacolarizzandolo con note ribattute, con il lavoro di mantice, con scale che si rincorrono, con virtuosismi impensabili con strumenti più arcaici. |
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"Saltarello" su internet |
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A livello di curiosità, una semplice ricerca su internet genera decine di migliaia di siti dove si parla di "saltarello" anche nel significato di:
- un vecchio e costoso orologio ad ore saltanti, ovvero un orologio senza lancette dove, tramite una o più finestrelle praticate sul quadrante, venivano visualizzate le cifre delle ore e dei minuti - una straordinaria coincidenza è che questo prodotto dell'orologeria di qualità si sviluppa proprio nella seconda metà del 1800 e cioè nello stesso periodo di affermazione dell'organetto;
- il meccanismo in ferro battuto per la chiusura delle porte dei vecchi casali chiamato anche "saliscendi" (tirando una cordicella dall'esterno è possibile aprire la porta dall'esterno);
- un tipico formaggio friulano, della zona di Socchieve, Provincia di Udine, colonizzato dalle larve della mosca del formaggio che lo decompongono rendendolo cremoso e dal sapore particolare e molto intenso (uno dei famosi formaggi con i vermi), oggi quasi scomparso per effetto delle moderne normative igieniche europee;
- un lungo verme di colore verde scuro, munito di tantissimi piedi, molto apprezzato come esca dai pescatori;
- lo scarico dei moderni lavabi dei bagni, quel pistoncino, posizionato generalmente dietro il rubinetto del tipo monocomando, che, abbassandolo o alzandolo aziona lo scarico del lavabo;
- il meccanismo che pizzica le corde nel clavicembalo;
- un particolare piombo usato per la pesca con la canna;
- un meccanismo dedicato all'avanzamento dei cestelli nelle lavastoviglie di tipo industriale.
Esistono anche le tagliatelle "al saltarello", e su internet se ne trova anche la vecchia ricetta tipica, delle zone centrali marchigiane, quale pasto tradizionale delle categorie meno abbienti: l'impasto si fa con acqua, sale farina ("tajuli' pilusi") e soltanto in casi eccezionali viene arricchito con uova.
Sempre internet fornisce l'affascinante ipotesi che la danza del saltarello abbia origine, in tempi antichissimi, nella terra del popolo italico dei Piceni, ad imitazione del saltellare del picchio, uccello considerato sacro. |
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Riferimenti bibliografici |
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L'organetto - Uno strumento musicale contadino dell'era industriale |
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Autore Francesco Giannattasio Editore Bulzoni, Roma Data pubblicazione 1979 Genere Spettacolo Collana Varia Pagine 138 Prezzo 10.33 euro |
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Il libro dell'armonica in Europa, in Friuli e nell'alto litorale adriatico |
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Autore Pier Paolo Sancin Editore Pizzicato Edizioni Musicali, Udine Data pubblicazione 1990 Genere Musica Collana Pagine 432 Prezzo 65.00 euro |
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Et alteri – Una nota a piè di pagina |
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Quando storia e cultura non sono cose astratte |
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Sarà pure un tipo “strano”, ma nessuno ci fa caso, perché qui lo siamo tutti, chi più chi meno, chi in un modo chi nell'altro, ancora fortunatamente distinguibili nelle nostre umane, individuali peculiarità, pregi e difetti – comunque una cosa è certa: Massimo Perugini non è un nostalgico.
Nella cantina quattrocentesca che da Via dell’Arazzaria si raggomitola sotto la lava della Bracciano più storica, da ormai decenni raccoglie e restaura amorosamente arnesi ed oggetti di una Tuscia Romana sconsideratamente perduta, segni di tradizionali abilità artigiane e saperi contadini, noi bambini ancora vivi e vissuti, di cui presto non rimarrebbe segno, né di persone né di luoghi, né di vite né di lavoro: una cultura “terra terra” cui mai verrà dato spazio nei libri di storia o in quelli di scuola.
Eppure Massimo non è una rarità: di cultori e custodi della nostra identità collettiva ce ne sono molti, pur ciascuno con la sua particolare predilizione – chi, come lui, accarezzando un aratro o una botte, sa parlarti con rivivificante passione di semine e vendemmie – chi, come Pino Pontuali, si costruisce di sana pianta strumenti musicali scomparsi per improvvisarti dimenticati canti e strofe d'osteria – chi, come Angela Carlino Bandinelli, si cala nelle necropoli di polverose sacrestie facendoti risorgere personaggi e vicende da registri anagrafici, chi, come Renzo Senatore, s'affascina di presente e documenta una quotidianità in continua evoluzione, volti e luoghi in rapida evanescenza, chi, come Bruno Panunzi, ti prende per mano inebriandoti lungo percorsi di storia e d'arte da cui non vorresti più venir via – chi, come Massimo Mondini, muovendosi fra ali stanche di gloria e motori taciturni come fossero vecchi amici, ti trasuda orgoglio finanche dalla pelle del suo giubbotto da pilota, pronto a intraprendere sempre nuovi voli – e così tanti, tanti altri...
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Angela Carlino Bandinelli |
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Pino Pontuali |
Renzo Senatore |
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È la magia di immagini, sensazione di luci, ombre e colori, di odori, aromi e profumi, di voci, suoni e frastuoni, di luoghi, avvenimenti ed atmosfere solo apparentemente dimenticati, ma in realtà così profonde e inconsciamente radicate nella nostra memoria individuale e collettiva, da tornare a vivere di colpo, se appena solo richiamate: non c'è persona che non riviva questa esperienza di risveglio e di trasporto, che non si entusiasmi, perché, a dire il vero, quel “passato” costituisce fortemente parte integrante del nostro presente, il perché evidente di tutto quello che siamo, che pensiamo e che facciamo: parlare di “successo di pubblico” ad ogni mostra di Massimo Perugini, ad ogni esibizione di Pino, ad ogni libro di Angela, ad ogni proiezione di Renzo, ad ogni conferenza di Bruno, ad ogni visita guidata di Massimo Mondini, non è solo un modo di dire.
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