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La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è.

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Il materiale originale e le immagini in questa pagina sono © Cecilia Sodano, rispettivi autori e Paesaggio Urbano: la Redazione ringrazia gli autori e la Maggioli editore per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

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"Progetti di restauro del nostro patrimonio culturale-artistico" di Cecilia Sodano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In questa pagina 

"Il restauro della fontana di Piazza IV Novembre a Bracciano"

Tema

[Cenni storici]

La forma dell'acqua

Il restauro

Le operazioni di restauro in sintesi

"Restauro della Porta e della Torre di Mezzo a Gallese"

"Il restauro della chiesa di San Rocco a Castel Giuliano"

Il restauro della chiesa

Il restauro dell'affresco

Cenni storici

Restauro della chiesa di San Rocco a Castel Giuliano [ La scheda]

 

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"Il restauro della fontana di Piazza IV Novembre a Bracciano"

L'articolo è tratto dal n. 3/2004 della rivisita di architettura, urbanistica e ambiente "Paesaggio urbano", della Maggioli editore: la Redazione ringrazia la casa editrice per averne autorizzato la pubblicazione nel sito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paesaggio urbano

Rivista bimestrale di architettura, urbanistica e ambiente

Numero 3,  maggio-giugno 2004

 

SPECIALE - Recupero e restauro

Il restauro della fontana di Piazza IV Novembre a Bracciano

 

 

Immagine della fontana dopo gli interventi di restauro

 

La fontana, costruita tra il 1741 ed il 1743, fu realizzata dallo scalpellino mastro Ottavio Pierini su progetto dell'architetto Mario Asprucci.

Negli anni successivi sono documentati vari interventi di manutenzione ordinaria (pulizia della fontana
e della sue tubazioni) fino al 1934, anno in cui la vasca superiore si spaccò a causa della cattiva qualità
del travertino e venne sostituita da una di uguale forma e materiale.

La fontana si presentava, prima dell'intervento, completamente grigia a causa del particellato atmosferico e di un trattamento a cera alteratosi; le parti mancanti erano state, inoltre, pesantemente reintegrate con cemento.

Il restauro ha previsto una lunga fase di pulitura con impacchi di sali inorganici ed un solvente specifico per rimuovere la cera.


Sono state poi rimosse le parti cementizie ed effettuate le reintegrazioni: in travertino nelle parti dove maggiori erano le lacuna ed in malta a base di calce idraulica dove minore era l'entità della reintegrazioni.

 

L'intervento è stato completato con una velatura a base di latte di calce pigmentato e l'applicazione di un protettivo silossanico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tema

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fontana di piazza IV Novembre Bracciano (Roma)

 

 

 

Proprietà

 

Committente

 

Responsabile del procedimento, progetto e direzione dei lavori

 

Importo dei lavori

 

Impresa esecutrice

 

Analisi chimiche

 

Periodo lavori

 

Comune di Bracciano

 

Comune di Bracciano

 

 

Cecilia Sodano

 

87.000.000 lire

 

Consorzio Artigiano Raffaele Rumolo

 

Punto terra '92, Roma

 

Gennaio-giugno 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[Cenni storici]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vista della fontana prima degli interventi di restauro, con la superficie completamente coperta da una patina grigia dovuta al particellato atmosferico unito a un trattamento a base di cera che si era alterato

 

Il 12 marzo 1741 il Consiglio della Comunità di Bracciano decise di costruire una fontana nella piazza del Palazzo Priorale, a maggiore ornamento della cittadina.

Ottenuto il parere positivo della Sacra Congregazione del Buon Governo, l'incarico per la redazione del progetto venne affidato a Mario Asprucci, architetto a servizio di casa Odescalchi, che preventivò una spesa di circa 400 scudi.

 

Mario Asprucci era il padre di Antonio; essi presero parte alla trasformazione della Villa Borghese a Roma.

 

Alla fontana lavorarono, tra 1741 e il '43, diversi artigiani: trasportatori, muratori, stagnari, scalpellini.

 

La spesa maggiore, desunta da un dettagliato libro dei conti, riguarda naturalmente lo scalpellino, mastro Ottavio Pierini, cui furono pagati, tra maggio 1741 e l'aprile del '42, circa 420 scudi.

 

Il suo contratto prevedeva la fornitura e posa in opera, trasporto escluso, di tutto il travertino lavorato occorrente per la costruzione.

 

L'artigiano avrebbe dovuto usare Travertino di Tivoli di buona qualità.
 

Nel 1742 il duca Odescalchi concesse alla comunità, per alimentare la fontana, 3 once d'acqua derivate dall'acquedotto costruito per dare forza motrice ai suoi opifici.

 

La fontana venne completata nei primi mesi del 1743 e costò complessivamen­te circa 1.660 scudi, assai più di quelli preventivati.


Per circa due secoli la storia della fontana continua attraverso i pagamenti riguardanti la sua manutenzione: periodicamente, infatti veniva pulita e se ne spurgavano le tubazioni.


Un nuovo, sostanziale intervento fu compiuto nel 1934 quando la vasca superiore si spaccò, secondo i documenti dell'epoca, "a causa di avvenuta corrosione interna della pietra"; venne ricostruita "con la stessa pietra ed in conformità del primitivo modello".

 

La fornitura e la posa in opera furono affidate, per la somma di 1.276 lire, al signor Bresciani.

 

Nel torso del restauro risultò evidente che il mastro Pierini non aveva utilizzato travertino di buona qualità, ma di seconda scelta, decisamente cariato; ciò aveva provocato, oltre alla rottura della vasca superiore, un degrado molto accentuato con la perdita di parti di materia per corrosione e alveolizzazione.

 

Fu probabilmente in quel periodo che al primitivo sistema di smaltimento dell'acqua che travasava a terra dalla vasca inferiore, costituito da una canaletta e da due vaschette di raccolta scavate nel travertino del basamento, ne fu sovrapposto un altro, assai più disordinato e meno leggibile.


Nel 1954 un nuovo intervento e documentato sulla fontana; preventivo del signor Gino Gasperini, congruente con la successiva ricevuta di pagamento di 40mila lire, prevedeva la pulizia con spazzole d'acciaio e la stuccatura delle vasche e di "molti punti delle cornici esterne", da eseguirsi "con cemento (750) e ricoperto da uno strato di finto travertino, per assimilarlo al vecchio".

 

Da allora la fontana ha subito diversi interventi di 'manutenzione' a cura degli operai comunali: pulizia con spazzole d'acciaio e acido, reintegrazioni a cemento e tinteggiatura della vasche.

 

I cittadini hanno raccontato, durante il restauro, che negli anni 60 l'interno della vasca inferiore è stato dipinto di azzurro, secondo il colore scelto dal Sindaco (colore del quale sono state trovate, in effetti, delle tracce).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La forma dell'acqua

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Particolare della fontana prima dell'intervento: sono visibili sul bordo della vasca le pesanti reintegrazioni in malta cementizia.

 

Non esiste documentazione che descriva in quale modo l'acqua defluisse originariamente dalla vasca superiore a quella inferiore; da un disegno settecentesco e per analogia con altre fontane laziali, oltre che per la forma curva del bordo della vasca superiore (ammesso che sia stata ricostruita davvero della stessa forma dell'originale), si può ipotizzare che l'acqua scendesse a caduta nella vasca inferiore.


Prima del recente restauro, l'acqua defluiva da quattro fori realizzati piuttosto rozzamente ai quattro lati della vasca superiore, privi di alcuna forma di decorazione, difficilmente ascrivibili al progetto settecentesco.

 

È quindi probabile che, con la posa in opera della nuova vaschetta, si sia modificato il sistema originario di deflusso, per ovviare alla difficoltà di montare la vasca perfettamente in piano (attualmente c'è una pendenza di circa 2 cm tra i due estremi dell'asse maggiore dell'ellisse); forse per questo bordo di questa vasca e privo di gocciolatoio, senza il quale non è possibile ripristinare l'originale sistema a caduta perché l'acqua scivolerebbe lungo il fusto.


Il restauro ha previsto la chiusura dei fori e si sta valutando la possibilità di realizzare un gocciolatoio in plexiglas in modo da potere fare rifluire l'acqua a caduta.

 

Gli aspetti positivi di questo tipo di intervento sono diversi: il plexiglas è trasparente, quindi non peserebbe visivamente sull'immagine della fontana come invece succederebbe usando un gocciolatoio in piombo; il lavoro sarebbe completamente e facilmente reversibile; l'uso di un materiale così moderno permetterebbe la massima distinguibilità dell'intervento e la sua leggibilità storico-cronologica.

 

Esistono, tuttavia alcuni aspetti problematici: questo tipo di materiale ha un comportamento termico assai diverso da quello del travertino e andrebbe, quindi, realizzato in pezzi non molto lunghi in modo
da permetterne una maggiore dilatazione; l'intervento avrebbe, inoltre, un costo piuttosto alto rispetto a quello complessivo del restauro.

 

A oggi è stata fatta realizzare una sagoma in legno per verificare empiricamente le dimensioni del gocciolatoio da realizzare, che dovrebbe avere una sezione di circa 20x20 mm, e sono stati richiesti preventivi ad alcune ditte specializzate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il restauro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Particolare della superficie dopo un primo trattamento con acqua nebulizzata, in cui emerge la cattiva qualità del travertino caratterizzato dalla presenza di grossi vacuoli.

 

 

Particolare del bordo della vasca inferiore dopo l'intervento di tassellatura, realizzata utilizzando travertino con caratteristiche simili a quello originale, poi lavorato a bocciarda e consumato in opera per raccordarlo all'esistente.

 

 

 

Il restauro, condotto dall'ufficio Lavori Pubblici comunale, ha permesso il recupero di un manufatto che, nelle condizioni precedenti l'intervento, risultava fortemente a rischio.

 

La fontana si presentava completamente coperta da una patina grigia, tanto da sembrare realizzata in pietra locale basaltica; era quindi molto difficile distinguere le reintegrazioni a cemento, che dopo la pulitura sono emerse assai numerose, e valutare l'effettivo degrado del manufatto.


Le analisi preventive si sono limitate a una stratigrafia su sezione lucida, che ha evidenziato, sopra la pietra, la presenza di due strati di scialbatura a calce pigmentata e depositi di particellato atmosferico di varia natura.

 

La patina grigia, come si è poi verificato durante il restauro, era dovuta al particellato unito a un trattamento a cera alteratosi, probabilmente ascrivibile all'intervento del 1954 o a uno successivo: sistema di finitura a cera sui materiali lapidei era infatti piuttosto comune in quegli anni.


La vasca inferiore era diffusamente interessata da fenomeni di alveolizzazione, più accentuata in alcuni punti; il bordo superiore si presentava completamente eroso.

 

Tutta la superficie era stata stuccata e pesantemente reintegrata con malta cementizia; in alcune parti si sono trovate tracce di cemento dato a scialbo, che è stato particolarmente difficile rimuovere dalla struttura cariata del travertino.

 

La superficie interna delle vasche e il fusto che sostiene la vasca superiore erano completamente ricoperti di vegetazione.

 

 

 

 

Particolare di una tassellatura sul bordo della vasca inferiore, dove si può notare come le reintegrazioni in malta siano più esposte al degrado biologico rispetto alle zone in travertino con una superficie liscia.

 

Per limitare il degrado, la fontana viene sottoposta periodicamente, circa una volta al mese, ad interventi di pulitura con acqua e spazzole di saggina.

 

 

Particolare del basamento della fontana in cui sono visibili i conci posti lungo it perimetro centrale, nei quali e stato predisposto un sistema di raccolta delle acque in eccesso.

 

 


L'intervento più complesso ha riguardato le operazioni di pulitura, che hanno richiesto circa un mese di tempo.

 

L'uso di impacchi di sali inorganici ha dato buon esito sulla vasca superiore, ma non su quella inferiore, trattata a cera; è stato quindi necessario utilizzare un solvente specifico (toluolo) e carteggiare leggermente la superficie per togliere le ultime tracce di cera.

 

Sono state poi rimosse, con scalpelli e microtrapani, tutte le reintegrazioni a cemento.

 

Dopo la pulitura si è potuta valutare l'effettiva entità del degrado constatando che, a causa della cattiva qualità del travertino e dei vari interventi di manutenzione, erano andate perse intere porzioni di materia.

 

È stato quindi necessario realizzare tassellature in travertino, nelle parti dove maggiori erano le lacune, mentre le reintegrazioni di minore entità sono state effettuate con malta di calce idraulica e pozzolana, aggiungendo della sabbia gialla per accordare il colore della malta asciutta al travertino; le fenditure più profonde sono state rincocciate con frammenti di laterizio.

 

Non è stato necessario lavorare in sottosquadro perché la malta, nonostante la cura con la quale è stata scelta la granulometria degli inerti, risulta da vicino leggermente più liscia della superficie del travertino e perciò perfettamente leggibile.


Il sistema di adduzione dell'acqua, che presentava una rottura del tubo in piombo proprio sotto la base della fontana, quindi difficilmente riparabile, è stato ripristinato infilando nella vecchia conduttura un tubo flessibile di sezione leggermente minore e allacciandolo al pozzetto esistente.


L'impermeabilizzazione delle due vasche è stata realizzata applicando una resina sulla quale, prima della completa asciugatura, è stata "spolverata" della polvere di travertino per opacizzarla e accostarla cromaticamente alla pietra della vasca.


Il restauro e stato completato con la velatura di tutto il manufatto, per renderlo cromaticamente uniforme e con l'applicazione di un protettivo.

 

È stato infine posto in opera il nuovo sistema illuminante, realizzato con lampade a immersione nella vasca inferiore.

 

 

Immagine della vasca superiore, risalente agli anni '30, fotografata dopo il restauro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le operazioni di restauro in sintesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- Pulizia preventiva con idropulitrice ad acqua a bassa pressione. 

È stata usata acqua moderatamente calda per rimuovere meglio i depositi grassi.


- Rimozione meccanica delle alghe e della vegetazione.


- Prelievo e analisi di un frammento di pietra con croste nere.
 

- Pulitura mediante impacchi di sali inorganici (EDTA, bicarbonato di ammonio e Desogen) in pasta di

cellulosa


- Rimozione del trattamento a cera mediante impacchi di toluolo.
 

- Rimozione delle stuccature e delle reintegrazioni cementizie.
 

- Ripristino del sistema idraulico mediante l'inserimento di un tubo flessibile all'interno dell'originaria

tubazione in piombo.


- Realizzazione delle tassellature in travertino, poste in opera mediante imperniatura, lavorate a bocciarda e

consumate poi in opera per raccordarle all'esistente.
 

- Integrazione delle lacune con malta di calce idraulica, pozzolana e sabbia gialla.
 

- Ripristino del sistema di smaltimento dell'acqua in eccesso sul basamento.
 

- Montaggio di un filtro per il calcare.
 

- Impermeabilizzazione delle vasche.
 

- Consolidamento della superficie con silicato di etile.
 

- Velatura con acqua di calce e terra d'ombra applicate a spugna.
 

- Protezione finale a base di silossano.

 

 

 

 

Cecilia Sodano
Architetto, Ufficio Lavori Pubblici, Comune di Bracciano
ceciliasodano@mclink.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Restauro della Porta e della Torre di Mezzo a Gallese"

L'articolo è tratto dal n. 1/2005 della rivisita di architettura, urbanistica e ambiente "Paesaggio urbano", della Maggioli editore: la Redazione ringrazia la casa editrice per averne autorizzato la pubblicazione nel sito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paesaggio urbano

Rivista bimestrale di architettura, urbanistica e ambiente

Numero 1,  gennaio-febbraio 2005

 

RESTAURO

Restauro della Porta e della Torre di Mezzo a Gallese

 

(Di prossima pubblicazione)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Il restauro della chiesa di San Rocco a Castel Giuliano"

L'articolo è tratto dal n. 2/2006 della rivisita di architettura, urbanistica e ambiente "Paesaggio urbano", della Maggioli editore: la Redazione ringrazia la casa editrice per averne autorizzato la pubblicazione nel sito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paesaggio urbano

Rivista bimestrale di architettura, urbanistica e ambiente

Numero 2,  marzo-aprile 2006

 

SPECIALE - Recupero e restauro

Il Restauro della chiesa di San Rocco a Castel Giuliano

 

 

Il restauro ha interessato la piccola chiesa rurale di una frazione del Comune di Bracciano a poca distanza da Roma, consacrata nel 1683, e l'affresco del XVIII secolo in essa contenuto. I lavori sulla chiesa hanno riguardato il rifacimento del tetto ed il restauro degli intonaci, delle tinteggiature esterne ed interne e dei materiali lapidei.

 

Durante i lavori e stato verificato che il piccolo campanile a vela era a rischio di crollo; rilevato accuratamente, è stato poi smontato e rimontato. Le pietre tufacee sono state consolidate con l'applicazione di silicato di etile e, ove non è stato possibile consolidarle, sostituite con pietre locali dello stesso tipo e colore.

 

 

Vista complessiva del cantiere di restauro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il restauro della chiesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La facciata principale prima del restauro

 

 

Vista dei fronti esterni della chiesa dopo i restauri

 

Il problema maggiore della chiesa riguardava l'acqua proveniente dalle coperture, che stava compromettendo l'affresco.

 

Durante lo smontaggio del tetto è poi emerso come il piccolo campanile, che non presentava significative lesioni, fosse in realtà in procinto di crollo data la labilità del suo appoggio, realizzato malamente sulla muratura inclinata per accogliere i travicelli, inzeppata alla meglio per portare il piano, e senza ancoraggi alla struttura muraria sottostante.

 

I lavori hanno riguardato il rifacimento delle coperture e del campanile, il restauro degli intonaci e delle tinteggiature esterne ed interne e dei materiali lapidei.

 

È stata conservata la pavimentazione in cotto preesistente, che stata semplicemente pulita e trattata a cera.

 

La struttura portante del tetto è costituita da due capriate appoggiate, prima dei restauri, su coppie di pilastri risalenti agli anni '30: ciò aveva condotto ad ipotizzare che si trattasse di un semplice intervento di consolidamento, piuttosto comune, e che le teste delle due travi di catena fossero ammalorate, proponendo nel progetto la sostituzione delle capriate.

 

Durante i lavori stata invece verificata la buona consistenza del legno delle capriate che sono state quindi smontate, restaurate e ricollocate in opera.

 

I pilastri di sostegno sono stati demoliti realizzando sulla muratura sotto le teste delle travi dei ripartitori in mattoni: la struttura muraria in pezzame, pur essendo ancora in buono stato, non garantiva infatti la necessaria omogeneità di appoggio alle capriate.

 

Per il campanile, prontamente puntellato, sono state prese in considerazioni varie ipotesi. 

 

 

 

 

 

 

Dall'alto in basso e da sinistra a destra, il tetto prima del restauro, completamente dipinto di bianco, poi vista della sommità del campanile durante i lavori di restauro (si intuisce la consistenza ed il degrado delle malte) ed alcune fasi della costruzione del tetto: si possono vedere le tracce lasciate dai pilastri sull'intonaco ed i ripartitori in mattoni sotto la testa delle capriate.

 

Infine, considerata la consistenza delle malte, piuttosto degradate, la difficoltà ed i costi che una rimozione e ricollocazione avrebbe comportato, a fronte di un manufatto privo di significativi caratteri architettonici e decorativi, si deciso per il suo smontaggio e rimontaggio.

 

Il manufatto e stato prima accuratamente rilevato, poi smontato con cura, quindi ricostruito con i materiali recuperati dalla demolizione, utilizzando una malta di calce dello stesso tipo e composizione di quella preesistente.

 

La base d'appoggio sulla muratura è stata realizzata in mattoni pieni, cui il campanile è stato imperniato per mezzo di spezzoni in ferro.

 

Non è stato utilizzato alcun espediente per evidenziare il rifacimento del campanile perché esso viene visto sempre da molto lontano; si ritiene che la composizione della malta e la realizzazione dell'ancoraggio di base siano sufficienti per datare l'intervento, comunque documentato da foto, dal manuale del direttore dei lavori (in cui é descritto nel dettaglio) e da una relazione finale.

 

Sono stati quindi restaurati tutti gli intonaci interni ed esterni, ancora in buono stato, rimuovendo le toppe

in cemento e procedendo per rappezzi con malte dello stesso tipo e composizione di quelle preesistenti.

 

Le parti lapidee, realizzate in pietra di tufo, sono state pulite e trattate con una soluzione biocida.

 

Le pietre più degradate sono state consolidate con l'applicazione di silicato di etile, reintegrando con malta di adeguata composizione e colore le parti mancanti; è stato però necessario sostituire l'architrave della porta, spezzato al centro ed interessato da vasti fenomeni di degrado.

 

È stata utilizzata una pietra dello stesso materiale scelta nelle cave locali in modo da accordarsi come colore e superficie con quella esistente; il portale è stato poi velato per ottenere l'unità cromatica delle parti.

 

Gli infissi, ormai fatiscenti, sono stati sostituiti con altri realizzati su modello di quelli esistenti, degli anni Trenta.

 

I colori delle tinteggiature sono stati scelti sulla base di indagini specifiche volte ad identificare i colori originari: scalimetrie meccaniche ed analisi chimiche di campioni di intonaco.

 

Per scalimetria (o stratigrafia) meccanica si intende una striscia sulla muratura (in genere realizzata da personale specializzato) in cui, con il bisturi, viene scoperta la successione degli strati cromatici presenti sull'edificio.

 

La successione di tali strati è stata poi verificata con delle sezioni lucide: il campione di intonaco prelevato viene immerso nella resina ed essiccato in modo da poterne tagliare una sezione molto sottile, che viene poi lucidata ed osservata al microscopio.

 

Con queste modalità è possibile determinare abbastanza precisamente la successione delle coloriture assunte nel tempo dall'edificio: comunque sempre necessaria una lettura critica da parte del tecnico, anche sulla base della ricerca storica, perché i colori potrebbero essersi alterati nel tempo, variando le tonalità originarie.

 

Con indagini di altro tipo, chiamate sezioni sottili, è possibile determinare le caratteristiche petrografiche della malta, cioè i materiali che la compongono e la loro dimensione: in questo caso la malta era visibilmente di calce e pozzolana (modalità assai diffusa nella zona data la presenza di cave di pozzolana nera); l'indagine petrografica è stata quindi effettuata su un solo campione per avere conferma di quanto ipotizzato.

 

Per smorzare l'effetto che una tinteggiatura nuova sempre comporta su un monumento che siamo abituati a vedere eccessivamente dilavato prima del restauro, la tinteggiatura esterna a stata data sull'intonaco senza uso di fissativo: ciò provoca un assorbimento differenziato della tinta che appare non perfettamente uniforme; essa stata poi completata con una velatura a terra d'ombra in acqua di calce.

 

Poiché l'indagine storica non ha portato all'individuazione di rifacimenti di intonaco se non nella parte superiore della facciata (in seguito al rifacimento del tetto negli anni '30), si può desumere che i colori proposti a seguito delle indagini siano quelli originari o almeno settecenteschi.

 

La chiesa e stata infine dotata dell'illuminazione necessaria a valorizzare il bell'affresco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il restauro dell'affresco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vista dell'affresco dopo il restauro

 

 

Il dipinto, sulla cui superficie sono state riscontrate poche giornate di lavoro, è stato realizzato piuttosto velocemente ad affresco su una malta di calce e sabbia e poi rifinito con velature a secco.

 

L'altare ha completamente perso i suoi caratteri stilistici, presentandosi oggi come un semplice parallelepipedo appoggiato alla parete; si trattava in origine di una struttura decorata con modanature in stucco alla base ed al coronamento che andavano ad inserirsi nella più complessa decorazione del trompe l'oeil.

 

 

Particolare dell'affresco restaurato di San Rocco

 

Prima dell'inizio dei lavori di rifacimento del tetto i margini superiori dell'affresco, interessati dallo smontaggio delle travi di copertura, sono stati protetti con l'applicazione di bendaggi in velatino; il restauro dell'affresco e iniziato dopo il completamento delle coperture.

 

Dopo avere eliminate tutte le parti cementizie ed incongrue si è provveduto a ripristinare l'adesione delle parti di intonaco distaccate dal supporto murario mediante iniezioni di malta fluida; è stata poi consolidata la pellicola pittorica.

 

L'affresco e stato sottoposto ad una pulitura meccanica preventiva per eliminare le sostanze incoerenti soprammesse (schizzi di calce, cemento, cera) e successivamente pulito con impacchi di sali inorganici.

 

Le stuccature e le lacune sono state reintegrate con una malta di calce e sabbia gialla intonata come tonalità al colore di base dell'affresco, lasciando le zone neutre in leggero sottosquadro.

 

 

La parete dell'affresco durante i lavori (è visibile l'altare, ormai privo di caratteri stilistici).

 

In mancanza di documentazione e di qualsiasi traccia di elementi decorativi l'altare, intonacato, è stato restaurato reintegrando le lacune con malta dello stesso tipo riprendendo i colori attuali, risalenti al secolo scorso.

 

La reintegrazione pittorica dell'affresco è stata realizzata a velatura; la superficie è stata infine trattata con un leggero protettivo.

 

I ritocchi scuri visibili sulle mani e sul volto di alcuni personaggi, che potevano sembrare lumeggiature a biacca alterate, si sono rivelati invece essere, sulla base delle analisi chimiche, ritocchi scuri a tempera, probabilmente di epoca successiva: sono stati quindi lasciati.

 

 

 

 

lmmagine della chiesa dopo i restauri.

 

 

Particolari dell'affresco: sono visibili i ritocchi posticci, che inizialmente si era ipotizzato potessero essere biacca alterata e che le analisi hanno invece mostrato essere ritocchi scuri.

 

 

 

In questo caso le analisi di laboratorio, effettuate su piccole quantità di colore raschiate dell'affresco e non su campioni di intonaco, sono servite ad identificare, attraverso la loro composizione chimica, i pigmenti, dando informazioni essenziali per indirizzare il restauro.

 

Esse, tuttavia, non hanno dato indicazioni particolari per la datazione dell'affresco perché tipo di pigmenti individuati (ocra rossa, ematite, terra verde, terra di Siena) sono in uso da epoche molto antiche.

 

Solo il blù usato per il manto della Madonna (blù di smalto o smaltino) è un tipo di colore impiegato a partire dalla fine del XV secolo: un periodo comunque precedente alla costruzione della chiesa.

 

 

 

Sezioni lucide realizzate a partire da scaglie di pellicola pittorica dei ritocchi scuri: le analisi evidenziano la presenza di ocre rossa ed ematite, quindi la presenza di un colore scuro, e l'assenza di leganti organici, che se alterati avrebbero potuto dare un tono scuro al colore originario.

 

Le operazioni compiute sono state, in sintesi, le seguenti:

 

- bendaggio protettivo con velatino della parte alta dell'affresco prima dell'inizio del rifacimento del tetto;

- rimozione delle stuccature posticce e delle reintegrazioni cementizie;

- rimozione del bendaggio protettivo e stuccatura dei bordi dell'affresco;

- riadesione delle parti di intonaco distaccate dal supporto murario mediante iniezioni di malta fluida

cementizia a basso contenuto di sali;

- consolidamento della pellicola pittorica con nebulizzazioni di primal molto diluito;

- pulitura a bisturi per la rimozione di cere ed altre sostanze soprammesse;

- pulizia mediante impacchi di sali inorganici;

- stuccatura di alcune zone della superficie dipinta con malta di calce e polvere di marmo;

- stuccatura ed integrazione delle lacune con malta di calce, sabbia ed ocra gialla;

- reintegrazione pittorica della superficie dipinta con velature ad acquerello;

- applicazione di protettivo finale.

 

 

 

 

Analisi dello stato conservativo dell'affresco nella situazone ante operam.

In particolare nel disegno redatto dalla ditta che ha curato i restauri sono riportate:

- la zoccolatura posticcia da rimuovere;

- le zone interessate da risalita capillare;

- le lacune (in particolare intorno alla porta a sinistra, aperta per

l'accesso al cimitero mentre quella a dx e dipinta) e

- perimetro della fine giornata.

 

 

  Zona interessata da risalita capillare

 

  Zoccolatura posticcia da rimuovere

 

  Lacune (in particolare intorno alla porta a sinistra)

 

  Perimetro fine giornata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cenni storici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La chiesa oggi chiamata di S. Rocco, in origine dedicata alla Santissima Croce, è situata in prossimità del borgo di Castel Giuliano, una frazione del Comune di Bracciano a poca distanza da Roma.

 

Si tratta di una piccola chiesa ad aula con caratteri architettonici molto semplici, in linea con la sua tipologia rurale, priva di apparati decorativi, realizzata utilizzando materiali piuttosto poveri reperibili in loco (tufo, intonaco di pozzolana).

 

Costruita per volontà del signore locale, appartenente alla famiglia Patrizi, è stata consacrata nel 1683 e dotata nel Settecento dell'affresco interno e del piccolo campanile a vela.

 

L'affresco, che rappresenta la deposizione di Cristo con Maria Maddalena e gli apostoli Pietro e Giovanni, è posto all'interno di un trompe l'oeil raffigurante una ricca struttura architettonica con altare centrale e due porte laterali simmetriche, in origine entrambe dipinte.

 

Sopra le porte, all'intero di due nicchie, sono raffigurati Sant'Antonio abate e San Rocco, che nella devozione popolare è legato alla protezione dalla peste.

 

Nell'affresco, di buona fattura, si legge la volontà della committenza di conferire, con un materiale povero quale è l'intonaco dipinto, dignità architettonica ad una struttura che nasce nella massima semplicità.

 

Alla fine dell'Ottocento, in seguito all'editto napoleonico che ordinava l'inumazione delle salme all'esterno dell'abitato, alla chiesa è stato affiancato il cimitero.

 

In quell'occasione una delle due porte dipinte ai lati dell'altare è stata aperta per permettere l'accesso diretto al camposanto, danneggiando l'affresco.

 

Nel 1931, in seguito a lavori di ampliamento della strada, è stata realizzata la scala di accesso esterna in sostituzione di una rampa sterrata.

 

Il restauro, condotto dall'ufficio comunale Lavori Pubblici, ha riguardato la chiesa e l'affresco: i lavori sulla chiesa sono stati condotti da una ditta edile specializzata mentre il restauro dell'affresco e stato realizzato da restauratori professionisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Restauro della chiesa di San Rocco a Castel Giuliano [– La scheda]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cantiere:

 

 

Proprietà:

 

Progetto e direzione lavori:

 

 

Alta sorveglianza:

 

- Per il restauro della chiesa

- Per il restauro dell'affresco

 

lmprese esecutrici:

- Restauro della chiesa

- Restauro dell'affresco

 

Importo lavori:

- Restauro della chiesa (fondi Regione Lazio)

- Restauro dell'affresco (fondi comunali)

 

 

Chiesa di San Rocco a Castel Giuliano – Bracciano (Roma)

 

Comune di Bracciano

 

Arch. Cecilia Sodano - Responsabile Ufficio Progettazione Comune di Bracciano

 

Soprintendenza ai Beni Artistici ed Architettonici del Lazio

- Arch. Sandro Mantovani

- Dott.ssa Rosalba Cantone

 

 

- APE Edilizia s.r.l. e DAG Costruzioni s.r.l.

- Consorzio C.R.O.D.A.

 

 

- euro 56.970,00

- euro 13.690,00

 

 

 

Cecilia Sodano

Architetto, responsabile Ufficio Centro Storico e Beni Monumentali, Comune di Bracciano ceciliasodano@mclink.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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