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Portale
Cultura e società
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La cultura siamo noi – Noi i giovani La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia: la cultura non ha comparti né livelli, o c'è - o non c'è. Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture! Il materiale originale in questa pagina è © Paola Russo: la Redazione ringrazia l'autrice per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale |
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"Rasenna – Gens Etrusca dedita Religionibus" di Paola Gemma Francesca Russo |
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In questa pagina Alla ricerca di radici lontane La prima tesi sugli Etruschi all'Università di Stoccolma Rasenna - Gens Etrusca dedita Religionibus Gli Etruschi - un popolo molto religioso Il mondo ed il pensiero etrusco La disciplina etrusca ed il potere sacerdotale La vita degli uomini e delle nazioni I libri sacri e le norme di culto La minuziosa documentazione dei riti I riti e le pratiche sacerdotali La patina romana ed il tesoro etrusco La modernità di un pensiero antico Il concetto di giustizia come ”armonia”
Pagine correlate
Paola Gemma Francesca Russo - Una presentazione
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Alla ricerca di radici lontane |
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La prima tesi sugli Etruschi all'Università di Stoccolma |
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Institutionen för Franska, Italienska
Università di Stoccolma Facoltà di Lettere Istituzione di Lingue Romanze Dipartimento di Francese e Italiano
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Il lavoro di seguito fa parte della tesi universitaria "Rasenna - Gens Etrusca dedita Religionibus", sostenuta con successo nell'Anno Accademico 1996-1997 presso l'Università di Stoccolma, Facoltà di Lettere, Istituzione di Lingue Romanze, Dipartimento di Francese e Italiano. |
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Rasenna – Gens Etrusca dedita Religionibus |
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Rielaborazione redazionale |
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In questa versione web della tesi la struttura del documento ed il suo testo originale sono stati adattati alla lettura su schermo, pur cercando di ridurre le modifiche al minimo necessario.
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Le radici nascoste |
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1. Introduzione |
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Attraverso mio padre e le sue origini, sto riscoprendo radici del mio pensiero finora a me sconosciute: gli Etruschi - Rasenna, ”gli uomini”, e la loro religione - un ecologico modus vivendi.
Le culture occidentali hanno spesso cercato di interpretare l’essere e la vita frammentando la realtà nel razionalizzarla, ma solo molto raramente riconoscendovi l’intrinseca simbiosi del tutto. |
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Gli Etruschi - un popolo molto religioso |
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Della letteratura etrusca non ci sono pervenuti manoscritti originali, ma solo testimonianze e citati di scrittori latini, confermatici fino in età medioevale.
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Frammenti di lapide romana con l’iscrizione ”... Etruscorum mare...” |
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Dettaglio delle bende funerarie della mummia di Zagabria
Dettaglio di una delle lamine in oro dei portali del tempio di Pyrgi |
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L’interpretazione dell’unico documento originario, le Bende funerarie della mummia di Zagabria, non è ancora arrivata a darci nuove conoscenze, e lo stesso vale per molte delle iscrizioni tombali.
Le informazioni più significative vengono finora da oggetti, spesso rinvenuti nelle necropoli, annotazioni su un modellino di fegato, scene mitologiche su gioielli, vasi e monete, offerte votive, affreschi mortuari: ciononostante, l’insieme di queste fonti frammentarie riesce a trasmetterci un’immagine del pensiero e della vita di un popolo, altrimenti avvolto nel mistero.
Gli Etruschi ritenevano che ci fosse una strettissima corrispondenza tra la realtà dei sensi e quella ultraterrena: la pace sulla terra era un riflesso dell’armonia nei cieli, garantita solo dal compimento scrupoloso del volere degli dei, attraverso l’attenta osservazione dei segni celesti nella natura.
L’interpretazione dei messaggi divini e l’adempimento dei riti propiziatori erano riservati ai sacerdoti, i quali elaborarono minuziose norme di culto a regolare tutti gli aspetti della vita, sia pubblica che privata. |
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Una religione rivelata |
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Sia gli antichi testi che i numerosi reperti archeologici ci documentano un mondo pieno di ammirazione e quasi di sgomento di fronte alla potenza divina, un sentimento di totale subordinazione ed adattamento, che è forse la caratteristica più distintiva della religione etrusca.
La leggenda racconta che Tarconte, futuro fondatore di Tarquinia e capostipite di una potente dinastia, stava arando il suo campo quando, da una crepa del terreno, comparve un bambino saggio come un vecchio, Tagete.
Questi dettò ai lucumoni, accorsi sul posto, le regole della disciplina, chiamata appunto in suo onore tagetica, la quale fu poi completata dalla ninfa Vegoia. |
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Una disciplina per la vita |
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Questa dottrina era un complesso di regole necessarie per capire la volontà suprema e, di conseguenza, per agire nella vita pratica - privata e pubblica, sociale, politica e militare - vivendo così in armonia con la natura, gli uomini e gli dei.
Le norme della disciplina etrusca riguardavano tre settori specifici:
- la lettura delle viscere delle vittime sacrificate, - l’osservazione delle folgori e dei tuoni, - l’interpretazione dei prodigi.
Le regole erano conseguentemente divise in tre testi sacri:
- i Libri Haruspicini, - i Libri Fulgurales, - i Libri Rituales.
Gli scritti avevano carattere prevalentemente religioso, ma venivano anche usati come guida pratica per misurare spazio e tempo e sul come comportarsi verso la natura, gli uomini, le nazioni ed il cosmo intero.
I Libri Rituales, oltre alle regole d’interpretazione dei prodigi, contenevano precise istruzioni per le varie cerimonie della vita sociale, riti e formule magiche riguardanti il passaggio dell’uomo al regno dei morti (da cui la denominazione acheruntici).
Erano sicuramente anche testi giuridici, in quanto definivano il diritto di proprietà, suggerivano come risolvere problemi di agrimensura, come costruire città, templi e case. |
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La mia ipotesi |
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Sono le moderne idee ecologiche poi così ”moderne”?
E non vengono impoverite a riguardare solo aspetti della vita, come quello biologico?
Cercherò di ritrovare i fili di questo tessuto culturale e riallacciarli al pensiero globale ed ecologico che vince sempre più terreno nella società post-industriale, al nostro crescente bisogno di riconoscerci nella totalità e continuità della vita. |
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Il mondo ed il pensiero etrusco |
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2. Dimostrazione dell’ipotesi |
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Le idee religiose degli Italici furono profondamente penetrate da concetti etruschi, particolare assimilati dai Romani come base dell’ordine sociale.
Roma stessa fu fondata secondo i sacri riti etruschi e ricevette dagli Etruschi i suoi primi templi e immagini divine - il sacrarium, i riti di riconciliazione ed innumerevoli altre norme di culto.
Tarquinia, in qualità di centro della vita religiosa etrusca, fu il punto di partenza delle forze spirituali che ebbero un’influenza decisiva sullo sviluppo della penisola e dell’intero mondo occidentale. |
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La disciplina etrusca ed il potere sacerdotale |
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Disciplina etrusca chiamarono i Romani tutto quel complesso di teorie, osservazioni e regole pratiche che costituivano il canone delle attività dei sacerdoti etruschi.
Anche quando gli Etruschi avevano da lungo tempo perso la propria indipendenza politico-sociale, la loro dottrina e le pratiche sacerdotali resistettero come l’unico residuo della loro vita culturale.
La perfetta conoscenza della disciplina etrusca richiedeva lunghi studi e a questo fine furono create scuole particolari, alcune delle quali ancora attive alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente.
Il sacerdote etrusco - cepen - celebrava le pratiche divinatorie e sacrificava agli dei.
C’era anche una specializzazione dei futuri sacerdoti in haruspices o netsvis - maghi e divinatori esperti nell’esame delle viscere degli animali sacrificati, fulguratores - profeti indovini dei fulmini, ed augures - profeti indovini del volo degli uccelli.
Tutti i sacerdoti erano organizzati sotto un sacerdote supremo, con poteri - sia religioso che temporale - molto estesi: dopo una vittoria veniva spesso identificato come un dio e trattato come tale.
Sopra, due mani in bronzo, Vulci, VII sec. aC. |
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L’Imperatore Augusto, cercò di ridar vita a queste antiche tradizioni reintroducendo la fusione degli uffici più alti e dandosi il titolo di Pontifex Maximus (da pons, ponte ed opifex, artigiano, cioè ”costruttore di ponti” tra gli dei ed i mortali).
Considerato il ruolo fondamentale che la religione ebbe nella vita degli Etruschi, i sacerdoti furono senz’altro i personaggi chiave di quella società: solo loro sapevano interpretare la volontà divina, rivelata attraverso segni misteriosi, e solo loro sapevano officiare correttamente le complicate cerimonie liturgiche, necessarie per mediare tra mortali ed immortali e per placare l’ira degli dei.
L’abilità degli aruspici era riconosciuta in tutta la penisola e nel bacino mediterraneo.
Presso i Romani godettero di speciali attenzioni e di fama duratura: interpellati ancora in epoca imperiale, le loro direttive vennero applicate alla lettera per risolvere i problemi più impegnativi della nazione.
Anche se fu proprio Roma a distruggere l’Etruria, annientandola come nazione, fu sempre influenzata dalla sua cultura, religione e scienza - una vera rivincita dei vinti sui vincitori.
Con fanatismo il Cristianesimo cercò di mettere al bando la religione etrusca, accusandola di superstizioni sacrileghe, negative per lo sviluppo della società - ma estiparla non fu semplice, perchè poggiava su tradizioni millenarie, radicate negli usi e nei costumi delle popolazioni italiche.
Perfino l’imperatore cristiano Constantino ratificò i privilegi degli aruspici etruschi ed ancora così tardi come nel 408 dC, gli aruspici etruschi offrirono il loro aiuto a papa Innocenzo I per difendere Roma contro le orde gotiche di Alarico I.
Dettaglio di affresco tombale con aruspice danzante ed uccelli.
Dopo aver lottato invano per la distruzione di usi e costumi rasenni, soprattutto in Toscana, il Cristianesimo finì per adottare la tattica di accoglierne nel proprio cerimoniale simboli e pratiche.
Si possono trovare ancora oggi segni evidenti dell’importanza della religione etrusca in simbologie liturgiche della Chiesa Cristiana, ad esempio l’antico abito sacerdotale, poi di alta dignità gerarchica.
Dettaglio di processione sacerdotale con capofila munito di lituus.
Dagli affreschi funerari di alcune tombe di Tarquinia e Vulci (VIII-VII secolo aC), se ne ha una descrizione molto dettagliata: un copricapo alto ed appuntito (vedi la mitra - o infula - vescovile e pontificale), una pertica con la punta ricurva, il lituus (vedi il pastorale) e un mantello di pelle tenuto unito da una fibbia d’argento (vedi il felonion o pianeta, la cappa magna cardinalizia, il fanone, il pallio). |
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La concezione dell'universo |
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L'energia personificata |
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Per gli Etruschi il cosmo era un complesso di dimensioni inafferrabili, di forze individuali, visibili e non visibili, spesso chiamate dei, al cui volere - o alla quale discrezione - bisogna sottomettersi.
Gli uomini, in tutte le manifestazioni della propria vita, dipendono essenzialmente da queste forze e, quindi, sia nel ricavare dalla natura il proprio sostentamento, sia nel loro destino in guerra e in pace, non possono agire se non nel rispetto di questo contesto di forze superiori. |
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La divisione dello spazio |
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Il cosmo formava un solo, enorme spazio sacro chiamato dai Romani templum, la stessa parola usata per l’area consacrata degli edifici di culto. Nel cielo vivevano i superi e nel sottosuolo gli inferi: del templum sotterraneo sappiamo molto poco, invece di quello celeste conosciamo la divisione dettagliata.
Erano i superi che l’uomo doveva rispettare e servire più di ogni altra cosa, persona o divinità, ma, allo stesso tempo, il mondo dei vivi era soltanto una piccola parte del mondo presente ed infinito, nel quale regnavano gli inferi ed i morti.
Così, in ogni abitato etrusco, si creava il mundus, il collegamento con il mondo degli inferi: un pozzo scavato alla fondazione della nuova città, proprio al centro della sua area consacrata.
Vi venivano gettate le primizie di ogni raccolto, come dono agli inferi, e tre volte all’anno se ne toglieva il coperchio di pietra, per permettere alle anime dei morti di salire al mondo superiore.
Una tale concezione del mondo portò i sacerdoti etruschi ad elaborare una teoria dettagliata per definire l’ubicazione ed il ruolo di tutti gli dei nell’universo e le relazioni di queste potenze con gli uomini.
Ricostruzione schematica di divisione dello spazio sacro, secondo le regole della disciplina tagetica, così come è stato ricavato dall’interpretazione del fegato di Piacenza.
La volta celeste s’immaginava solcata da una linea nord-sud - cardus, ed una est-ovest - decumanus, le quali s’incrociavano ad angolo retto sullo zenit. I quattro quadranti o province che ne derivavano, venivano poi ”lottizzati” in zone, ognuna di dominio di un dio.
La parte orientale della volta celeste apparteneva agli spiriti che portavano fortuna, mentre la parte occidentale era popolata da quelli malefici.
Gli uomini, posti sulla terra tra dei superi ed inferi, dovevano vivere in conformità alle leggi sia degli uni che degli altri e, peraltro, data l’assoluta sovranità delle potenze divine, senza poter penetrare la vera essenza del mondo e della vita. Quindi il concetto delle leggi universali ebbe, in pratica, un’importanza subordinata a quella del concetto della volontà imperscrutabile degli dei.
Da qui la necessità di osservare quei segni, che potessero dare se pur un cenno di tale volontà: certe manifestazioni naturali - come tragitto dei fulmini e volo degli uccelli - furono per tradizione considerati significativi, come pure fenomeni rari o catastrofici - sintomo di squilibrio nel contesto ecologico dell’ordine universale fisico e spirituale - un reato di cui gli uomini, violando le leggi universali, erano colpevoli e dovevano espiare. |
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Il templum |
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Era compito del sacerdote di interpretare questi fenomeni e, per le sue osservazioni, aveva bisogno di un luogo consacrato, riprodotto e segnato, cioè, a copia terrena del tempio celeste.
Il sacerdote ne delimitava l’area tracciando con la sua pertica un quadrato, a sua volta iscritto in un cerchio - simbolo dell’universo, e vi tracciava poi gli assi cosmici cardo e decumano.
Fotografia aerea dei resti archeologici di un insediamento etrusco, con gli assi cosmici del cardus e del decumanus.
Le osservazioni venivano fatte dal punto d’incrocio delle diagonali del quadrato, corrispondente al centro del cerchio, con lo sguardo rivolto a sud.
Dato che l’interpretazione dei fenomeni veniva fondata principalmente sulla teoria della distribuzione degli dei nel templum celeste, conseguentemente i segni apparsi a sinistra dovevano essere favorevoli, mentre quelli a destra più dubbiosi o addirittura letali.
I Romani, influenzati dagli oracoli greci, fecero poi il lato sinistro di cattivo augurio ed il destro di buona fortuna - la parola latina sinister viene ritrovata infatti nelle lingue romanze con il significato di ”triste, di cattivo augurio”.
Usando la propria conoscenza del carattere di ogni divinità e la sua correlazione alla vita umana, il sacerdote etrusco sapeva successivamente precisare la sua interpretazione, anche avendo a disposizione un’ampia matrice di regole base - un sistema, in termine moderno, standardizzato - da applicare quasi meccanicamente. |
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La fondazione della città |
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La perfezione del "tre" |
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Dei riti più antichi degli Etruschi non sappiamo quasi nulla: l’adorazione dell’acqua, delle piante e degli alberi dovevano farne parte.
Di certo i Romani ricevettero dagli Etruschi il divino sistema della triade, antichissimo culto delle civilizzazioni mediterranee preistoriche.
Ad ogni fondazione di una città etrusca si dedicavano tre templi, tre porte e tre strade rispettivamente a Tinia, Uni e Menrva.
A questa triade celeste ne corrispondeva una infera: Mantus, che riuniva caratteristiche dei greci Ade e Bacco, Mania e una terza dea, Phersipnei (Persefone) o Serfue (Cerere).
Rovine delle mura esterne di una città etrusca.
Ogni area d’importanza per la vita sociale era divisa secondo i principi degli aruspici, così ogni città era teoricamente un templum.
I confini, entro cui si aveva intenzione di edificare la città, dovevano, perciò, essere spiccati da una persona consacrata: l’aruspice, in un giorno libero da prodigi minacciosi, attaccava un bue ed una mucca bianchi ad un vomere di rame ed arava un solco a tracciato delle mura.
Un gruppo in bronzo risalente al IV sec. aC, detto ”Aratore di Arezzo”, esposto nel Museo di Villa Giulia.
Come sempre nel caso degli Etruschi, anche questo rito era regolato nei minimi particolari: il bue andava attaccato a sinistra e la mucca a destra, il senso di aratura doveva sempre essere destrorso, così che la mucca - simbolo di pace, benessere e prosperità - tangesse per tutto il percorso la parte interna del solco, cioè il futuro lato cittadino.
Là, dove si sarebbero erette le porte della città, si alzava l’aratro dalla terra, poiché quel tratto sarebbe stato calpestato da stranieri, estranei, cioè, alla comunità sacra dei cittadini.
La stessa città veniva poi divisa, come il templum, con due strade principali che s’incrociavano a novanta gradi.
Nella zona settentrionale del quadrato si instaurava l’area consacrata per l’erezione del tempio al dio protettore della città, con la facciata a sud.
Dato che i templi bloccavano, così, il lato nord del quadrato, la città aveva tre porte sui rimanenti lati del perimetro. |
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La sacralità della terra |
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Il pomoerium, una zona di difesa spirituale consacrata agli dei protettori della città e, quindi, non edificabile.
Che il suolo cittadino fosse considerato importante, appare con evidenza dal fatto che, eventuali colpi di fulmine sulle mura o le porte della città, fossero ritenuti tanto gravi quanto quelli caduti su un luogo sacro.
Le mura della città costituivano, in questo senso, non solo - né principalmente - il confine fisico ma soprattutto quello spirituale con il mondo esterno.
Ciò era ulteriormente sottolineato da una striscia di terra da ambedue i lati delle mura - il pomoerium, dove non si poteva né costruire, né svolgere alcune attività, eccetto che in tempo di guerra.
Allo stesso modo, ogni terreno coltivabile - campi di grano, uliveti e vigne - venivano divisi con un cardo ed un decumano, e, quindi, considerati sacri.
Anche il campo militare etrusco era organizzato come un templum, cioè di forma quadrata e suddiviso in quattro, tradizione poi ripresa dai Romani nel castrum e loro erroneamente attribuita. |
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La concezione del tempo |
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La predestinazione |
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Tutto per gli Etruschi era predestinato: il tempo fu considerato sì come unità di misura (il calendario ”romano” - il cui anno era diviso in kalendae, nonae e idus o itus, era etrusco), ma, soprattutto, come il ritmo stesso della vita dell’universo - di tutto l’esistente, l’espressione più diretta del Destino. |
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La storia della creazione |
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Il cosmo, in una certa forma, poteva sussistere non più di dodici mila anni e ciascun millennium era sottoposto al controllo di uno dei dodici periodi dello zodiaco.
La creazione di una forma di cosmo durava seimila anni:
- durante il primo millennio venivano creati il cielo e la terra; - durante il secondo la volta celeste; - durante il terzo il mare e tutte le acque; - nel quarto le stelle; - nel quinto tutti gli esseri viventi, ad eccezione dell’uomo, e - nel sesto l’uomo.
Al creato venivano poi concessi ancora seimila anni di vita: non un’eternità, ma lo stesso ”tempo” necessario per crearlo - creazione della vita e consumazione della vita, erano viste come due manifestazioni ugualmente importanti e simmetricamente cicliche di un eterno pulsare.
Non posso fare a meno di associare alla nostra ”moderna” teoria del Big Bang. |
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La vita degli uomini e delle nazioni |
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Anche la vita dell’uomo fu divisa in periodi, dodici per la precisione, ciascuno di sette anni (chiara influenza questa del concetto babilonese).
Fino al settantesimo anno l’uomo poteva influire sulla propria vita, soprattutto tramite riti di espiazione, dopodiché veniva abbandonato al proprio destino e, a partire dall’ottantaquattresimo anno, la sua anima lasciava il corpo, ormai morto, resto di una forma di vita cui gli dei non davano più importanza.
Con la stessa inesorabilità, si limitava l’esistenza di una nazione ad otto, massimo dieci saecula, la cui durata variava largamente.
Come per i primi dieci periodi della vita umana, una nazione ”giovane” poteva, nel pieno del suo vigore, evitare le minacce del destino tramite offerte votive di riconciliazione.
La fine di un secolo era annunciata da segni divini - cataclismi, epidemie o altri avvenimenti eccezionali - e comportava una profonda crisi.
Per questo motivo i Romani introdussero grandi offerte votive secolari per rinnovare spiritualmente l’Impero.
Il saeculum etrusco più lungo, di cui si abbia notizia, durò ben 123 anni.
Nell’anno 88 aC, narra Plutarco, che uno squillo di tromba stridulo e lamentoso indicò la fine dell’ottavo secolo, e nel 44 aC una cometa annunciò quella del nono.
Dato che, secondo fonti antichissime, questo calendario avrebbe avuto inizio nel 968 aC, neppure la nazione etrusca sopravvisse la dilazione di tempo, che si era autoposta, ed il suo tragico fatalismo può aiutarci a capire meglio con quale rassegnazione questi uomini considerarono la propria caduta come ”predestinata”, impossibile da cambiare, inutile a cercare di opporvisi. |
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I luoghi di culto |
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Nel privato come in pubblico |
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Gli archeologi hanno finora rinvenuto pochi templi.
Casa e tomba di famiglia furono i primi e rimasero sempre i più importanti luoghi di culto per gli Etruschi, la loro manifestazione religiosa più intima e privata, poi evolutasi in quella collettiva e pubblica nel tempio - luogo sacro per eccellenza ed esclusivo della comunità etrusca entro le mura cittadine - e nel santuario - complesso sacro, costituito da templi ed altri edifici fuori le mura, spazi d’incontro di culto e cultura per Etruschi e non.
Le offerte votive alle potenze divine venivano fatte quotidianamente nelle abitazioni ai propri protettori, lì si commemoravano gli spiriti dei familiari defunti, con pezzetti di pane e gocce di vino per accentuare il comune pasto con gli dei - anche qui riferisco alle più tarde liturgie cristiane.
Altre offerte venivano fatte all’aperto, in boschetti consacrati, presso sorgenti, grotte ed alberi sacri, ad incroci di strade o in luoghi dove, secondo le credenze popolari, gli dei sceglievano di apparire.
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Offerte votive: in alto uccello con iscrizioni di preghiera, e ,sotto, una testa di toro, una mano ed un piede, probabilmente per richiederne la guarigione.
Un ingrediente importante era la speranza di guarigione da malattie con l'aiuto di preghiere e di voti: sia le une che gli altri erano accompagnati da offerte, un piccolo dono che si appendeva sugli alberi oppure sul recinto dell’area consacrata.
Quando non c’era più spazio per nuovi doni, si toglievano i vecchi e li si sotterrava nella zona sacra, come proprietà degli dei - sono proprio queste fosse che ci hanno svelato innumerevoli aspetti della religione nella vita quotidiana del contadino etrusco, della sua lotta contro malattie e sofferenze, del suo timore davanti alla morte. |
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La casa |
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Gli antenati, soprattutto il capostipite e la sua sposa, venivano considerati divinità protettrici della famiglia ed un sicuro punto di riferimento per le generazioni successive.
Il famoso Sarcofago degli Sposi, rinvenuto nella necropoli di Cerveteri, attualmente conservato [come numerosissimi altri reperti appartenenti a siti archeologici della Tuscia Romana] presso il Museo di Villa Giulia a Roma...
Il culto dei morti si articolava in varie cerimonie commemorative e veniva normalmente praticato in casa nei giorni prescritti dalle norme.
Oltre il perenne ricordo, la famiglia doveva offrire sacrifici in memoria del defunto, sia per salvarlo da eventuali sofferenze nell’altra vita, sia per aiutarlo a divenire una nuova divinità.
La casa etrusca aveva in origine una o più piccole stanze, tutte in fila.
Nel VI sec. aC si affermò un nuovo tipo di abitazione, a due o tre stanze affiancate, precedute da un vestibolo o un portico per ricevere gli ospiti e celebrare le funzioni di culto.
Numerosi esempi ne sono conservati ad Acquarossa, dove mostrano elementi ornamentali ormai ricchi quanto quelli degli edifici sacri: acroteri, antefisse, gocciolatoi e tegole spesso in terracotta dipinta con motivi vegetali, animali e mitologici.
A Marzabotto, nel secolo successivo, le case sono ormai inserite in isolati tipo - un ingresso, un cortile, spesso porticato, poi un grande ambiente ad atrio, intorno al quale si aprivano tutte le altre stanze: questo centro fisico dell’abitazione-tempio diveniva anche nucleo spirituale consacrato. |
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La tomba |
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Come e perché l’intimità della singola tomba familiare si sviluppò e venne sostituita da grossi conglomerati ”sociali”, in vere città dei defunti, parallele a quelle dei vivi, con una propria ragione d’essere nella morte?
Urne cinerarie a forma di casa, tipiche delle tombe femminili , mentre le tombe maschili erano contrassegnate dal caratteristico ”cippo”.
Curzio Malaparte risponde con questa interpretazione:
”Le vere città degli Etruschi sono le necropoli. Le città dei vivi non erano che sobborghi di quelle dei morti… Gli Etruschi hanno allargato i confini del mondo dei vivi sino a includervi il mondo dei morti. Hanno introdotto nella antichità classica il concetto della morte come suprema conquista dei piaceri della vita, come conquista di una giovinezza immortale. Si sentivano destinati alla morte, come altri popoli si sentono destinati alla potenza e alla gloria. Si può dire di loro che nascevano vecchi e morivano giovani. La loro esistenza era come una marcia funebre verso la gioventù, verso un’età incorruttibile”. (Melani 1985: 5)
Una lampada ad olio e dei vasi, i quali sicuramente contenevano cibo per rifocillare il defunto durante il suo viaggio verso l’altra vita.
Di sicuro rimane che, dai semplici loculi rupestri a colombaia, a partire dal VII sec. aC, la tomba venne a far parte di una vera e propria architettura funeraria.
Scavate in spianate tufacee, le camere sotterranee assumono aspetti sempre più monumentali, di cui si può seguire l’evoluzione nella necropoli di Cerveteri .
Il primo tipo ha un breve accesso a gradini, si articola poi su un lungo dromos, a metà del quale si aprono due celle laterali e sul fondo quella principale, riappellandosi alla sacralità della soluzione planimetrica sia della casa che del tempio etruschi.
Un magnifico dettaglio del Sarcofago degli Sposi: arredamento, abiti, acconciature, postura, intima familiarità, mimica, gestualità, evidente e riconosciuta parità fra uomo e donna - una preziosissima istantanea della società etrusca.
In seguito la pianta si standardizza e manierizza sul modello dell’abitazione a tre vani con atrio: al termine del dromos con cellette laterali, un’ampia sala con funzione di atrio ”porticato” e, sul fondo, stanze tutte affiancate - caratterizzate dalla distribuzione socializzante dei letti funebri, abbellite con porte e finestre posticce.
A Cerveteri le decorazioni architettoniche sono ricavate monoliticamente dalla massa naturale del tufo, scolpite nei minimi dettagli a copia di quelle della città dei vivi.
A Tarquinia, invece, la tredimensionalità degli elementi decorativi viene ottenuta con l’illusione pittorica degli affreschi murali.
Poi le tombe "a dado", con accesso diretto sulla via sepolcrale di un atrio a due celle, poi, all’interno, un’anticamera e camera con banchine.
E, ancora, nel IV sec. aC, i grandi e profondi ipogei a camera unica e pianta quadrangolare, con uno o due pilastri e banchine continue.
L’architettura tombale ha così trovato un linguaggio e una vita tutti suoi. |
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Il tempio |
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L’edificio tuscanico a pianta quadrata, descrittoci da Vitruvio, veniva eretto su un alto basamento a podio, che lo isolava e sollevava dall'area circostante.
Per entrarvi si saliva quindi una gradinata frontale attraversando, poi, un pronao con colonne.
Il tempio etrusco veniva sempre orientato a sud ed era in genere suddiviso in tre celle: la centrale custodiva la statua di culto, mentre le due laterali erano per lo più vani aperti in comunicazione col pronao.
Modello in terracotta di tempio etrusco.
I muri e le colonne erano di tufo - normalmente rivestiti con terracotte policrome a stampo, la trabeazione ed il tetto, a doppio spiovente, in legno - sulla trave centrale erano collocate statue acroteriali d’ornamento, mentre il tetto veniva all’esterno ricoperto con tegole e coppi ed abbellito alle estremità con antefisse a testa di gorgone, satiro o menade, e gocciolatoi a testa di leone.
Tra i più noti templi tuscanici, quello di Portonaccio a Vejo, del 500 aC, sacro a Menrva.
Altri templi si ricollegavano agli ordini greci, come il tempio B di Pyrgi.
Il tempio dell'Ara della Regina a Tarquinia, invece, presenta una sola cella, suddivisa in tre ambienti successsivi, circondata da un colonnato su un imponente podio a gradini. |
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Il santuario |
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Il profondo sentimento religioso degli Etruschi fece di ogni casa, ma soprattutto dei templi, luogo di incontro di ceti sociali e gruppi etnici, rinforzando spesso il valore religioso del luogo con quello politico.
Questo fu il caso del santuario di Fanum Voltumnae, presso Volsinii, dedicato a Tinia, qui venerato con il nome di Voltumna: eretto in un punto strategico di controllo sulla media ed alta valle del Tevere, divenne simbolo dell’unità etrusca e sede delle riunioni della Confederazione della Dodecapoli.
In altri casi, al contrario, fu il valore religioso a sovrapporsi a quello già esistente sul luogo, politico od economico che esso fosse.
Così i santuari ”emporici” di Pyrgi, porto di Cerveteri e importantissimo luogo di incontro e di scambio, non solo di mercanzie, ma anche di culture e religioni.
La divinità locale era prottetrice dei naviganti: i mercanti fenici la chiamavano Astarte, quelli greci Leukotea e gli etruschi Uni.
Il santuario dell’Ara della Regina a Tarquinia, sorto sul luogo dove la leggenda voleva che fosse apparso Tagete, legò la sua esistenza all’arte aruspicina. |
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I libri sacri e le norme di culto |
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La minuziosa documentazione dei riti |
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Come s’è visto, gli Etruschi furono molto precisi, scientifici nella pratica religiosa, ma anche meticolosi.
Questo è dimostrato dalla loro minuziosa e sistematica, quasi ossessiva, documentazione dei riti: esistettero ampissime raccolte di scritti sacri. |
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I Libri Haruspicini |
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Così ci insegna Georges Dumèzil:
”I Libri Haruspicini contenevano appunto le regole per interpretare le varie connessioni esistenti fra il fegato, ritenuto dagli Etruschi primario simbolo vitale, e la volta celeste. Cielo e terra, realtà soprannaturale e realtà naturale, macrocosmo e microcosmo sembrano corrispondersi con palesi e segreti richiami entro un preordinato sistema unitario, nel quale l’orientamento e la divisione dello spazio assumono una importanza fondamentale. Lo spazio, in questo caso, è spazio sacro, che in latino veniva chiamato templum, e riguardava un’area celeste o terrestre che può essere anche quella del fegato di un animale sacrificato.” (Oscott 1984: 137) |
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Il fegato di Piacenza |
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Nel 1877 a Gossolengo, nella Valtrebbia a sud-ovest di Piacenza, durante l’aratura di un campo, fu riportata alla luce la riproduzione in bronzo di un fegato di montone, letteralmente coperto di linee e nomi di divinità, risalente al III secolo a.C., cioè alla rinascita etrusca.
Questo modello rimane fino ad oggi l’esempio più chiaro di precisione strutturale e pedagogica della disciplina.
Era destinato, infatti, allo studio e all’insegnamento specifici dell’interpretazione dell’aspetto del fegato dell’animale sacrificato, una guida in cui era condensata gran parte della dottrina degli aruspici, con diverse rappresentazioni del macrocosmo sulle due facce dell’organo.
Il simbolismo della faccia convessa è semplice: una linea separa i due lobi, quello destro contrassegnato da usils - il sole, ed il sinistro da tivr - la luna.
Ciascun lobo corrispondeva evidentemente ad una metà dello spazio: a sinistra dell’asse nord-sud, cioè ad est, favorevole, a destra, cioè ad ovest, sfavorevole.
Vi corrisponde anche la divisione del fegato in pars familiaris, o amica, e pars hostilis, o nemica, di cui parla Cicerone.
Sopra, la faccia concava del modellino in bronzo del fegato di montone ritrovato a Piacenza e, sotto, per facilità di lettura, una riproduzione grafica delle suddivisioni e delle iscrizioni.
La faccia concava è molto più complessa: vi sono quaranta nomi di dei, scritti entro caselle lungo il bordo, come un nastro con sedici rettangolini irregolari, a proiezione delle regioni celesti.
Il lobo sinistro è a sua volta diviso in sei settori trapezoidali, che vanno a formare un rosone vicino alla strozzatura del suspensorium hepatis, mentre quello destro e la cistifellea sono suddivisi in caselle rettangolari.
La contrapposizione fra rosone e caselle ricorda la simbologia indoeuropea del cerchio - il mondo celeste - e del quadrato - il mondo terreno.
Il messaggio delle divinità veniva letto nelle protuberanze, nelle macchie o nelle anomalie che si riscontravano sulla superficie dell’organo estratto, specialmente sul fegato di montone o pecora, sacrificati a tale scopo.
La medianità di Giovanna Oscott attirò l’aruspice Rasna (che significa ”Etruria”), il quale disse, tra l’altro, così dell’arte divinatoria:
”Se un maestro insegnava, insegnava con la bocca, con le mani, con gli occhi, ma se scriveva qualche cosa lo scriveva per sé, comunque gli scritti li teneva lui e li voleva distrutti insieme a lui quando andava nel regno sotterraneo.”
(Oscott 1984: 66)
Haruspex, denominazione generica di sacerdote etrusco in epoca latina, aveva in origine il significato più preciso di ”osservatore delle viscere”. |
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I Libri Fulgurales |
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La dottrina delle folgori catalogava undici tipi di fulmini, che potevano essere lanciati dai sedici settori celesti, con effetti del tutto diversi.
Un consiglio di dodici divinità, sei maschili e sei femminili, decidevano a questo proposito, ma soltanto nove degli dei celesti avevano il diritto di scagliare i fulmini e, tra loro, solo Tinia di tre tipi diversi - manubiae: il primo era un suo avvertimento personale o segno di buon augurio; il secondo veniva lanciato dopo averne discusso con gli altri undici dei del consiglio - dei consentes - ed indicava pericolo; il terzo - manubia perentoria - poteva essere scagliato esclusivamente su ordine delle massime potenze nascoste - i misteriosi ”velati”, innominabili dei superiores et involuti, il Destino - e comportava devastazione e distruzione.
Questa scienza delle folgori era insomma un vero labirinto di regole che si accavallavano ed incrociavano a vicenda.
Il fulmine che avesse colpito un tempio o un luogo consacrato, voleva palesare la collera delle divinità cui erano dedicati.
Un uomo colpito dal fulmine, senza rimanerne ferito, era favorito dagli dei e gli si annunciava così successo e fama per lui e tutta la sua famiglia.
C’erano lampi che avevano grande importanza, altri minore, alcuni riguardavano il passato ed altri indicavano il futuro.
Le conseguenze di certi lampi avevano tempi molto immediati, altri predicevano il destino a lungo termine di una persona o della società.
Se il fulmine colpiva un’abitazione, il presagio riguardava la vita privata del proprietario, se cadeva invece in un luogo pubblico, ne andava di mezzo il destino stesso di quella città o della società intera.
Quando l’esercito si trovava in campo, un colpo di fulmine aveva dirette ripercussioni sulla strategia militare, specialmente se il fulmine avesse colpito la tenda del comandante.
Un colpo di fulmine nel corso della fondazione di una nuova città era naturalmente di massima importanza, ed un lampo caduto durante la nascita di un bambino o durante un matrimonio preannunciava l’intero destino di queste persone.
Il posto colpito da un fulmine incuteva, comunque, sempre rispetto ed una certa paura, dato che gli dei vi avevano dato prova del proprio potere.
Tale luogo veniva prontamente dichiarato sacro dagli aruspici e non più accessibile - lo si circoscriveva con un muretto e vi si ereggeva un altare.
Oltre all’arte dell’interpretazione delle folgori c’era anche quella dell’incantesimo delle folgori, cioè cambiarne direzione o farle colpire il nemico, utilizzando la loro forza distruttrice in proprio favore, un tipo di magia nera. |
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I Libri Rituales |
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Un ramo molto vasto ed articolato della letteratura a contenuto religioso erano le raccolte di norme, che regolavano ogni aspetto della vita pubblica, privata e religiosa.
Erano organizzate in quattro parti:
- prima parte, le regole sacre per la fondazione delle città, la costruzione dei templi e l’agrimensura; - seconda parte, la dottrina di stato, la costituzione, il codice di procedura civile e penale e leggi di guerra; - terza parte, la teoria della vita dopo la morte ed i libri del Destino; - quarta parte, spiegazione del significato dei vari miracoli e segni divini nonchè indicazioni per il comportamento degli uomini in relazione a questi (auspicia, prodigia o omina, ostenta). |
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I riti e le pratiche sacerdotali |
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Gli atti di culto |
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Erano sicuramente svariate: invocazioni litaniche, preghiere, veglie funebri, processioni e sacrifici, spesso accompagnati da musiche e danze.
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Dettaglio di affresco tombale con suonatore di flauto.
Le offerte votive di animali erano di due tipi:
- l’hostia consultaroria, per poter leggere il futuro; - l’hostia animalis, un dono di riconciliazione.
Abbiamo buona conoscenza di una delle attività degli aruspici, che, nonostante non facesse parte del servizio religioso vero e proprio, sembra aver avuto un ruolo determinante nella vita religiosa e sociale: la "divinazione".
Il termine - che significa ”profezia” o ”presentimento” - definiva l’arte d’osservare ed interpretare presagi, un’arte preistorica, comune a tutti gli antichi popoli mediterranei, i quali sempre consultarono oracoli e profeti professionali.
Gli Etruschi dedicarono un interesse tutto particolare alla divinazione sacrificatrice, elaborando metodi di lunga i più logici, coerenti e precisi, basati su una vasta teoria sull’universo ed il posto dell’uomo in esso.
Gli aruspici erano strettamente legati alle regole della disciplina etrusca, alla sua esattezza rituale e scientificità d’interpretazione in senso socio-politico dei presagi o segni celesti, dei prodigi o fenomeni naturali, e l’analisi delle viscere degli animali.
La divinazione etrusca, al contrario di quella greca, era completamente libera da intuizione, ispirazione personale o improvvisazione - la sequenza liturgica del rituale consisteva essenzialmente in quattro punti:
1. identificazione del dio o degli dei offesi ed in collera; 2. analisi dei motivi che ne avevano provocato l’ira; 3. segnalazione dei pericoli che si annunciavano imminenti e temibili; 4. programma di cerimonie espiatorie per allontanare i pericoli pacificando gli dei.
Era compito degli aruspici lo studio, approfondimento e sviluppo della tradizione e molti di loro furono, quindi, dei grandi teorici.
Ma largamente più famosa ed apprezzata fu la loro profetizzazione pratica, portata a tale perfezione, che i Romani mai tentarono - né videro il bisogno - di svilupparne una propria.
Uno dei pochi, che diffidarono di questa abilità dei sacerdoti etruschi, fu Giulio Cesare il quale, ignorando l’avvertimento datogli da un aruspice la mattina del 15 marzo del 44 aC, fu assassinato poche ore dopo. |
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L’Ars Aruspicina |
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La prima parte del vocabolo - haru, "viscere" - è di origine indoeuropea, la seconda - spex"- è in ovvia relazione al latino (con)spicere, cioè "osservare": quindi la scienza della lettura delle viscere degli animali sacrificati.
È la parte della divinazione etrusca più conosciuta, ma, se considerata superficialmente, anche la sua forma più strana: può, infatti, rimanere difficile la comprensione immediata del collegamento fra le viscere di un animale e gli avvenimenti del mondo, a meno che non venga riallacciata al pensiero ecologico dell’interdipendenza tra fenomeni ambientali ed ogni forma di vita nella catena ciclica della natura.
Nelle antiche culture si era abituati ad entrare in relazione con le potenze eterne della vita tramite un contatto intuitivo: le formule sacre della cerimonia che accompagnava l’offerta votiva, convocavano per un attimo l’eterno nella vita, dando a tutto ciò che accadeva durante il rito, anche ai particolari di apparente insignificanza, una dimensione più grande di quella temporanea e fisica.
Ogni dettaglio era pregnante di significato: il comportamento dell’animale prima, durante e dopo il colpo mortale, il modo in cui la sua carne bruciava sul rogo, il tipo di fiamma che se ne sviluppava e così via.
I presenti dovevano percepire questo immediato senso del sacro - momenti solenni in cui la sensibilità dei partecipanti e dell’ufficiante si acuiva sotto il potente influsso di tutto quello che cultura e tradizione avevano insegnato dell’universo e della vita, fragili uomini sfiorati dal sussurro delle forze eterne o, come si sarebbero espressi gli Etruschi, dalla presenza degli dei.
Il pensiero fondamentale dell’aruspicina fu di chiamare le potenze divine attraverso il rito sacro, perchè riempissero la vittima trasformandola così in templum, immagine viva e riflesso dell’universo, dimora degli dei.
Le affinità di concetto e simbologia con la cerimonia cristiana della santa messa con la transustanziazione dell’offerta - ostia - in eucaristia sono evidenti.
Uno studio penetrante e minuzioso della vittima, in particolare delle sue viscere, dove le sconosciute potenze che danno vita avevano pulsato più intensamente, rivelava le intenzioni divine.
Già l’aspetto generale delle viscere - sane e normali o in qualche modo diverse dal solito - bastava a dare un’idea sul come si sarebbe sviluppata la predizione.
Poi ogni organo veniva esaminato in dettaglio: milza, stomaco, reni, cuore, polmoni e, più importante di tutti, il fegato.
Così lacerazioni sulla pleura erano un segno così funesto da far abbandonare all’istante qualsiasi impresa o rimandare qualsiasi decisione.
Un fegato grigiastro era uno dei segni più temuti, mentre un fegato più grande del normale era un segno molto fortunato.
La più grande delle escrescenze del fegato - in latino caput, ”testa” - veniva considerato particolarmente fatale: se rudimentale o del tutto assente indicava morte, se doppio preannunciava un conflitto tra due potenze, cioè una guerra.
Una metà della superficie del fegato riguardava l’istituzione o la persona o l’aruspice stesso, l’altra metà la controparte o il nemico: era quest’ultima particolarmente robusta o ricca di vasi sanguigni, allora la fortuna stava dalla parte del nemico.
La cerimonia divinatrice terminava con la cottura delle viscere dell’animale (il presagio più grave era dato dallo scoppiare del fegato), che poi venivano incenerite, procedimenti entrambi seguiti con grande scrupolosità.
E succedeva anche che si cercasse di dominare il destino dell’avversario attraverso la conquista del suo animale sacrificale, come fecero gli ingegnosi legionari romani sotto la guida dell’Imperatore Camillo alla presa di Vejo nel 396 aC.
A volte, però, tentativi di questo tipo potevano dare risultati del tutto inaspettati o addirittura opposti a quelli sperati.
Durante l’assedio della ribelle Perugia nel 40 aC, Augusto stava proprio ricevendo dei presagi eccezionalmente avversi, quando i perusiani, con un’incursione lampo, interruppero la divinazione e rubarono l’offerta.
Gli aruspici rassicurarono l’imperatore, spiegando che i cattivi presagi avrebbero ora colpito chi era in possesso delle viscere: Perugia, infatti, cadde, pagando a caro prezzo l’ardua impresa dei suoi difensori. |
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L’Ars Fulguratoria |
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La direzione dalla quale provenivano tutti i segni divini - fulmini e tuoni compresi - indicava quale dio avesse voluto comunicare con gli uomini e, attraverso complicate regole interpretative, se ne cercava di comprendere il tipo di messaggio.
Poteva essere un segno di conforto, un richiamo paterno e amichevole o una minaccia, un segno di approvazione o meno a quanto intrapreso.
Sicuramente questo tipo d'interpretazione fu basato alle origini su una tradizione ed una competenza popolare, che poi venne sistematizzata e arricchita dalla colta classe sacerdotale: se ne fece una vera e propria specializzazione per l’haruspex fulgurator - dal latino fulgur, ”fulmine”.
Normalmente anche questo sacerdote osservava i fenomeni delle folgori da un templum: al centro del cerchio e del quadrato da lui disegnati per terra come un’enorme bussola, aspettava che le potenze divine annunciassero la loro volontà e, rivolto a sud, aveva otto regioni fulminari alla sua destra e otto alla sua sinistra - da destra venivano i fulmini di malaugurio, da sinistra quelli che portavano fortuna.
Ma avveniva non raramente che fosse chiamato per consultazione, dopo la caduta di un fulmine notevole, sul posto colpito.
Il suo compito principale era sempre quello di determinare quale dio avesse mandato il lampo, riferendo non solo alle sue coordinate sulla carta celeste, ma anche al percorso, colore (il fulmine di Tinia ad esempio era scarlatto) ed effetti, alla stagione, ora e così via per l’interpretazione del messaggio. |
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L’Ars Auguralis |
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